
sulla stampa
a cura di G.C. - 17 ottobre 2007
La catena degli errori
Massimo Giannini su la Repubblica
Con tenace auto-accanimento terapeutico, il governo continua a farsi del male sul Welfare. Con la parziale modifica del testo di legge secondo le richieste avanzate dalla sinistra radicale, Prodi ha sfilato una piccola pietra, e adesso viene giù tutto il muro. Il cedimento è stato due volte colpevole. Primo, perché è l'ennesimo di una lunga serie. Secondo, perché ha di fatto sconfessato il referendum di una settimana fa, al quale hanno votato oltre 5 milioni di lavoratori.
Invece di usarlo come uno scudo, per blindare l'accordo sottoscritto con sindacati e Confindustria, il premier lo ha parzialmente disatteso, per ammorbidire Rifondazione e Pdci. Si capisce anche il perché: alla vigilia dell'insidiosa manifestazione di piazza di sabato, Prodi cerca di disarmare gli "antagonisti" della maggioranza. Ma non ci voleva il genio della lampada, per capire che questa mossa di pura realpolitik avrebbe re-innescato una rincorsa, prevedibile e perversa, tra i partiti e le parti sociali.
Così, all'insegna della tattica di piccolo cabotaggio, il governo rinuncia a una strategia di respiro più ampio. Il risultato è un incomprensibile "stop and go". Il premier prima fa un passo indietro, correggendo in Consiglio dei ministri il provvedimento sul Welfare e ottenendo l'astesione dei dissidenti Ferrero e Bianchi. Poi - di fronte alle legittime proteste di Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, esposte di fronte alle rispettive basi all'accusa di non aver saputo negoziare con l'esecutivo le condizioni migliori - fa due passi avanti, assicurando che si resta allo "spirito del Protocollo di luglio".
Ma ora, in questa surreale catena degli errori, è di nuovo la sinistra radicale che non ci sta, rifiuta un altro passaggio in Consiglio dei ministri e replica il suo logico "indietro non si torna". Arriveranno la altrettanto logiche controrepliche: domani tocca al direttivo di Confindustria, dopodomani agli esecutivi di Cgil, Cisl e Uil. E così via, in un crescendo di conflittualità e di confusione che culminerà con la rituale e paradossale "parata" del 20: il corteo di lotta e di governo, in cui la sinistra sfilerà contro se stessa.
La dittatura delle minoranze
Luigi La Spina su La Stampa
Gli ultimi casi della politica italiana inducono alla tentazione di formulare una domanda, assolutamente scorretta, un po' sgradevole e di sicuro poco chic: nel nostro Paese, non sta diventando insopportabile la dittatura delle minoranze?
La vicenda del patto sul Welfare e le polemiche, dopo la manifestazione di An e il voto delle primarie per il Pd, sulla scoperta di un'Italia diversa da quella rappresentata dal grillismo trionfante suscitano davvero quelle che Altan, in una delle sue fulminanti battute, definiva "idee che non condivido". Troppo forte, infatti, è il ricordo degli insegnamenti di Tocqueville, di Kelsen, di Bobbio e di tutti gli altri classici del pensiero liberale e democratico sul valore delle minoranze nello Stato moderno. Troppo vicine le tragedie del Novecento per dimenticare l'oppressione delle dittature naziste e comuniste contro minoranze etniche, religiose, sessuali, linguistiche; contro il dissenso e, comunque, contro quell'anticonformismo che resta il miglior antidoto all'imperialismo morale e ideologico della maggioranza.
Pur consapevoli, perciò, di affondare in un terreno minato da giuste e profonde convinzioni, come da ipocriti luoghi comuni, può essere utile ripercorrere il film degli ultimi giorni per cercare di sintetizzarne il senso e di collegarne i fatti. Il governo trova l'intesa sulle modifiche al nostro Welfare con le parti sociali.
I sindacati promuovono una grande consultazione con i lavoratori che, con una maggioranza di oltre l'80 per cento, approvano la soluzione proposta. Il giorno dopo, su richiesta di una minoranza dello schieramento di partiti che sostengono Prodi, minoranza che supera di poco il 10 per cento dell'elettorato, il Consiglio dei ministri modifica l'accordo. A parte l'ulteriore "marcia indietro", di fronte alle proteste di sindacati e Confindustria, non definibile altrimenti che con l'aggettivo "grottesca", il potere dimostrato, ancora una volta, dalla dittatura delle "minoranze" è impressionante.
Il secondo avvenimento della recente cronaca politica è costituito dal successo sia della manifestazione di piazza promossa da An sia delle primarie del Pd. Esiti che hanno fatto improvvisamente scoprire come forse la rappresentazione di un'Italia radicalmente avversa ai suoi partiti e tutta prona agli appelli sbrigativi di Grillo fosse perlomeno imprudente, se non sbagliata. Certo infilarsi nella trappola dei numeri e delle percentuali è pericoloso, ma il dubbio sulla deformazione, anche giornalistica, che tende a trasformare minoranze aggressive e folcloristiche in maggioranze virtuali dell'Italia d'oggi è del tutto legittimo.
Fatta la doverosa premessa di non confondere la dittatura delle minoranze interne alla maggioranza con i sacri diritti dell'opposizione parlamentare e politica, la spiegazione che, in genere, si offre a questa anomalia italiana è fondata sulle perverse conseguenze di una sciagurata legge elettorale. Siamo l'unico Paese al mondo, infatti, che è riuscito a concepire il cosiddetto maggioritario, che, come la parola indurrebbe a credere, punta a privilegiare le forze più numerose, in modo da esaltare il potere dei partiti più piccoli. Questa osservazione, di sicuro la più immediata, è certamente vera, ma non è esaustiva. La forza delle minoranze italiane, il loro potere di veto, l'immobilismo a cui costringono la nostra società derivano anche dalla persistenza di una cultura sostanzialmente trasformistica, antidemocratica ed elitaria che pervade non solo la classe politica, ma anche tutta la classe dirigente italiana, compresa quella universitaria e giornalistica.
Il rispetto della regola per cui, quando si resta in minoranza, si intraprende una tenace battaglia interna per convincere la maggioranza dell'errore commesso e così ribaltare il verdetto delle opinioni, provvisoriamente sfavorevole, non vale solo in Parlamento. In Italia non nascono solamente i partiti personali o di pochi intimi, ma la prassi di non accettare la sconfitta interna e di correre a fondare subito un'altra associazione dissidente, è del tutto comune, dai circoli delle bocce ai Rotary. I motivi sono essenzialmente due: gli italiani non credono fino in fondo alla possibilità democratica di ribaltare un risultato, di convincere all'alternanza del potere, alla reversibilità delle cariche di comando; inoltre, la seduzione del protagonismo mediatico, la facilità con cui lo sconfitto si trasforma subito nella vittima di un imbroglio o di una clamorosa ingiustizia, inducono a non ammettere mai l'esito negativo di un confronto con gli altri.
La priorità è ridurre la spesa
Lorenzo Bini Smaghi sul Corriere della Sera
Si è diffusa da tempo in Italia l'idea che l'ostacolo principale al risanamento definitivo dei conti pubblici sia l'elevato debito accumulato negli anni Ottanta.
Per questo motivo vengono periodicamente formulate ipotesi di operazioni straordinarie di dismissione del patrimonio pubblico. Ma siamo sicuri che il debito pubblico sia il vero problema dell'Italia? Cosa succederebbe se questo debito venisse ridotto, d'un tratto, di alcune centinaia di miliardi di euro? Proviamo ad immaginarlo.
Supponiamo che nei prossimi giorni vengano compiuti due miracoli. Il primo è che lo Stato riesca a vendere circa 400 miliardi di euro di patrimonio. Si tratta, in effetti, di un miracolo perché una dismissione di tale ammontare richiederebbe non solo la cessione di tutte le partecipazioni in aziende quotate e non quotate, cioè non solo Eni, Enel, Finmeccanica e Alitalia ma anche Rai, Poste, Ferrovie, Sace, Anas e altre (il cui valore complessivo è stimato a circa 100 miliardi), ma anche del patrimonio immobiliare, gran parte del quale di proprietà di enti locali. Il secondo miracolo è che i proventi di tali dismissioni vengano interamente destinati al riacquisto di titoli di Stato, riducendo il debito pubblico dall'attuale 106% del prodotto lordo a circa l'80%.
Quale sarebbe l'impatto di questi due miracoli?
L'effetto immediato sarebbe di ridurre il pagamento degli interessi sul debito, di circa l'1% del Pil all'anno. Per usare un termine alla moda, si creerebbe un "tesoretto" di circa 16 miliardi di euro. Come verrebbe usato questo "tesoretto"?
Per rispondere a questa domanda può essere utile ricordare cosa è stato fatto finora con i cosiddetti "tesoretti". Prendiamo tre esempi.
Il primo è il tesoretto prodotto dalla lotta all'evasione. Dove sono andati gli oltre 10 miliardi di euro di maggiori entrate fiscali ottenuti nel 2007? Non a ridurre il debito e il disavanzo, il che avrebbe accelerato il risanamento, ma in larga parte ad incrementare la spesa pubblica. Il disavanzo è addirittura aumentato rispetto all'obiettivo posto qualche mese prima.
Il secondo tesoretto è quello ottenuto grazie all'euro e alla connessa riduzione dei tassi d'interesse: tra il decennio precedente e quello successivo all'entrata nell'euro i tassi d'interesse a lungo termine dell'Italia sono scesi in media da oltre il 10% al 4,5%. Di conseguenza, dal 1998 al 2007 l'onere sul debito pubblico è sceso di oltre il 2% del Pil, in pratica un tesoretto di oltre 30 miliardi di euro, il doppio rispetto a quello che si potrebbe ottenere con i due miracoli illustrati prima.
Come è stato usato quel tesoretto? Come il precedente, finanziando maggior spesa. In effetti, dal 1998 al 2007 la spesa primaria, cioè al netto degli interessi sul debito, è aumentata di oltre 2 punti percentuali rispetto al Pil, più che compensando la riduzione dell'onere sul debito. La spesa primaria dell'Italia ha superato la media dell'area dell'euro. Questo è il motivo per cui il risanamento si è arrestato e la pressione fiscale non è stata ridotta in modo significativo.
L'esperienza sembra confermare che quando in Italia si trova un "tesoretto" lo si spende velocemente. Pertanto, a meno di una forte discontinuità con il passato, il risparmio ottenuto da operazioni straordinarie sul debito pubblico rischia di essere interamente vanificato da nuovi aumenti di spesa. Il debito si ridurrebbe una tantum ma rimarrebbe il rischio di un nuovo aumento al primo rallentamento della congiuntura, come è avvenuto di recente.
In sintesi, se si vuole veramente risanare le finanze pubbliche italiane e diminuire in modo credibile la pressione fiscale, bisogna cominciare col ridurre la spesa pubblica. Così è stato fatto negli altri Paesi. Solo dopo si può pensare a fare i miracoli.
Verso la fiducia su intesa e manovra
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - Un solo voto di fiducia, sulla Finanziaria e sul welfare. Un maxi-emendamento che porti tutto il pacchetto stato sociale nella manovra economica. Per chiudere la vicenda velocemente e mettere la coalizione davanti alle proprie responsabilità. Romano Prodi ci sta pensando. Sta diventando un'opzione concreta, nonostante gli appelli del Quirinale. "Forse - ragionava ieri con i suoi - è l'unico modo per non trascinare la questione troppo per le lunghe". La gestazione del Protocollo con le parti sociali, del resto, si è improvvisamente complicata. Le modifiche apportate al provvedimento hanno fatto infuriare Cgil, Cisl e Uil. Ma anche la Confindustria. Il premier si trova adesso nel mezzo di un tiro alla fune con i sindacati da una parte e gli industriali dall'altra. E una maggioranza che, soprattutto al Senato, non riesce a tranquillizzare Palazzo Chigi.
I malesseri di Lamberto Dini, le turbolenze di Bordon e Manzione ed ora l'addio ufficiale di Fisichella all'Ulivo. I margini di azione del centrosinistra a Palazzo Madama si fanno più sottili. Il Professore lo sa e sta mettendo a punto le contromosse per uscire indenne dalla sessione di bilancio. Un solo voto su Finanziaria e welfare in qualche modo diminuirebbe le possibilità di incidente. "E comunque - si è lamentato il presidente del consiglio con il suo staff - non si può pensare di andare allo scontro con i sindacati dopo aver trovato un'intesa. Non si fa la manovra contro di loro". Nel frattempo i tavoli tecnici con le parti sociali sono andati avanti per tutta la notte. Le chance di un accordo, da tradurre in un consiglio dei ministri lampo da riunire stamani, sono però ridotte. Anche perché le due riunioni parallele sono rimaste a lungo in una fase di stallo. Basti pensare a come la Confindustria ha accolto l'ultimo testo ipotizzato da Palazzo Chigi: "Per noi è irricevibile". Le richieste di Epifani, Bonanni e Angeletti si scontrano con quelle di Montezemolo. I sindacati puntano i piedi contro i nuovi coefficienti previdenziali, contro l'aumento dei contributi a carico dei lavoratori e a favore dell'ampliamento della platea dei lavoratori usuranti e della improrogabilità dei contratti a termine.
Nodi che da un lato pongono una questione di copertura finanziaria (il ministro Padoa-Schioppa, ad esempio, non ne vuole sapere di trovare altre risorse per i lavori usuranti) e dall'altra suscitano la ribellione della Confindustria. Tant'è che nella mediazione di Palazzo Chigi, i contratti a termine sarebbero rinnovabili dopo 36 mesi solo per alcuni settori come il commercio e il turismo. Ma a Viale dell'Astronomia non ci stanno e rilanciano ampliando le eccezioni e inserendo come minimo il settore agro-industriale.
Un'opzione che fa innervosire i sindacati.
"Blindare" il pacchetto Finanziaria-Welfare presuppone l'impossibilità di ulteriori modifiche in Parlamento. A maggior ragione se stamani ci dovesse essere un nuovo passaggio in consiglio dei ministri. Altre modifiche, a quel punto, sarebbero accolte come una provocazione dalle parti sociali. Non a caso il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, ieri pomeriggio alla Camera ammetteva sconsolato: "A questo punto non so più come andrà a finire". Anche perché l'ala massimalista dell'Unione non potrà rimanere ferma dopo la manifestazione di sabato prossimo. Uscirne senza ottenere la benché minima concessione sarebbe uno schiaffo per i partiti massimalisti del centrosinistra.
Lo stesso leader del Prc ha fatto notare agli uomini di Prodi il momento di difficoltà: "Io poi come faccio a controllare i miei? Come convinco quelli del Senato?". Eh già, perché oltre ai centristi in libera uscita, la risicatissima maggioranza di Palazzo Madama si sta interrogando pure sui dissidenti della sinistra: Turigliatto, Giannini, Rossi. Considerazioni che stanno spingendo il Professore a stringere i tempi e a tentare di correre il minor numero di rischi. Forse già oggi spiegherà a Giorgio Napolitano i motivi del ritardo con cui è stato trasferito il ddl al Quirinale e illustrerà le ragioni delle sue scelte in ordine al percorso parlamentare della Finanziaria. Che il capo dello Stato, però, vorrebbe assolutamente "trasparente". Ormai però, sospirano i collaboratori più fidati del premier, "le difficoltà sono tante e noi dureremo quanto dureremo".
Un consiglio: tagliare i ministri
Salvatore Vassallo sul Corriere della Sera
Il 14 ottobre potrebbe essere davvero iniziata una nuova stagione per la politica italiana. Sono state archiviate in maniera definitiva le fratture (e le anomalie) ideologiche della Prima repubblica, ponendo potenzialmente le premesse per un nuovo bipolarismo, imperniato sulla competizione tra grandi partiti a vocazione maggioritaria.
Si è inoltre scoperto che il successo delle primarie 2005 non fu solo dovuto al particolare stato d'animo degli elettori di centrosinistra sul finire della legislatura berlusconiana. Domenica scorsa ha votato infatti un numero di persone sostanzialmente pari alla componente ulivista dell'Unione che nel 2005 votò per Prodi. Si è dimostrata vera quindi la teoria secondo cui esiste una quota assai ampia di cittadini politicamente sensibili, sostenitori dell'Ulivo, disposti a "prendere parte" ogni volta che gli si chieda di contribuire ad una scelta cruciale. Stavolta hanno detto che intravedono nel progetto unitario del Pd, e nella leadership di Walter Veltroni, una possibile via di uscita dal momento avverso che il centrosinistra sta attraversando.
Dopo il 14 ottobre, pochi potranno negare che sia stato giusto far nascere il Pd in questo modo, attraverso una larga consultazione popolare, piuttosto che con un congresso prefabbricato per quote, come avrebbero preferito i dirigenti Ds e Dl ai tempi del convegno di Orvieto. È stato giusto far coincidere l'elezione della costituente e del leader, al contrario di quanto aveva inizialmente deciso il comitato dei 45. Ed è stato cruciale che Walter Veltroni, superando comprensibili resistenze, si sia messo in gioco per portare a compimento l'impresa. Grazie a queste tre scelte, il Pd può oggi invertire la tendenza che vede il governo e la componente riformista dell'Unione in calo nell'immagine pubblica. È stato quindi un errore non riconoscere in quegli elementi un dato di novità sufficiente a ridimensionare le sbavature che avevano contrassegnato il lancio della candidatura Veltroni.
Ora però il Pd, e Veltroni, hanno tre prove critiche da superare. La prima riguarda la costruzione del partito e la formazione dei suoi gruppi dirigenti. Su questo piano è ragionevole prevedere che il Pd seguirà una tendenza diffusa in Europa, dandosi un centro forte nella produzione di simboli e programmi, fatto di staff costruiti intorno al leader, e strutture periferiche che operano in regime di franchising.
La seconda prova riguarda il rapporto con il governo. Il Pd, e Veltroni, devono dimostrare il loro valore aggiunto aiutando Prodi a tenere una rotta riformatrice, in un rapporto inevitabilmente più dinamico che crea al tempo stesso opportunità per un rilancio dell' esecutivo e potenziali tensioni con i partner. La disponibilità dichiarata da Veltroni di rimettere nelle mani del premier la riduzione degli esponenti Pd con incarichi ministeriali è un esempio. Se Prodi la saprà usare, anche la reputazione del governo se ne gioverà. La terza prova riguarda, infine, la riforma del sistema elettorale. Un sistema proporzionale come il tedesco è in aperto conflitto con la "vocazione maggioritaria" del Pd. Pare fatto apposta per tirare a campare in questa legislatura, per ridurre i danni di un'eventuale futura sconfitta elettorale, e per sottrarre il Pd a leader come Veltroni, rimettendolo nelle mani di dirigenti politici più abili nelle manovre parlamentari. Al Pd e alla democrazia italiana serve invece un sistema che non costringa a formare coalizioni posticce, ma stabilizzi la dinamica bipolare intorno a due grandi partiti, premiando quelli che si aggregano e penalizzando quelli che al massimo sono disposti a imbastire cartelli elettorali. Se si esclude il doppio turno francese, le uniche soluzioni accettabili rimangono il modello spagnolo o un ritorno al Mattarella, nella versione Senato.
Il mandato popolare del 14 ottobre è solido. Ma nessuna delle tre prove che attendono Veltroni e il Pd è lieve.
Confesso che ho votato
Giuseppe Tamburrano su l'Unità
Qualche giorno fa Gianni Borgna mi ha detto: "Ho letto un tuo articolo su l'Unità critico sul Partito democratico. Al Residence Ripetta si riuniscono intellettuali e operatori culturali dell'area Veltroni. Vieni a esporre le tue ragioni?". Colpito da tale apertura al confronto sono andato e ho esposto le mie riserve sul Pd. Ho preso anche degli applausi, credo di buona educazione. E sull'argomento non ho cambiato idea. Ripeto le mie ragioni perché mi sembrano di ferro. Primo: sono socialista (senza tessera) e Veltroni e il Pd non lo sono: è logico che io non li voti.
Secondo: il Pd nasce rifiutando il passato, la sua storia, le sue radici. Un partito senza memoria non ha identità. Alle domande: chi sei? Da dove vieni? non dà risposta. Forse che Ds e Dl si liberano del passato come un ingombro per poter costruire più facilmente una nuova comune identità? No, perché io ho letto interessanti, singole proposte programmatiche - che Prodi non mi sembra abbia recepito - ma non un progetto unificante e mobilitante di valori, di fini. E anche alla domanda: dove vai? non vi è risposta.
E non mi dilungo sui numerosi aspetti negativi, sui particolari. La diarchia tra il segretario del Pd e il presidente del Consiglio. Se il primo si appiattisce sul governo viene coinvolto e risponde degli errori quasi quotidiani di Prodi; e comunque appare in seconda fila, perde il carisma, l'autorità: impallidisce. Se sprona Prodi con la necessaria energia rischia di dargli il colpo di grazia e in nuove elezioni vince Berlusconi. E mi fermo per non criticare il peso degli apparati, il sistema di voto, ecc.
Ce ne è a josa per "andare al mare"!
Ma - il dibattito è antico - la politica è logica o intuizione? È un sillogismo o è la capacità di antivedere le conseguenze delle proprie azioni, ponendosi come il protagonista, l'arbitro unico?
Ho passato la mattinata del 14 ottobre a dirmi, a confermarmi che non si poteva andare a votare: tra l'altro, mi dicevo con un argomento nuovo che era già una piccola breccia nel muro delle convinzioni: in questa situazione che può fare Veltroni?
Poi ho ascoltato alla televisione dichiarazioni di votanti, tanti, vecchi e giovani critici della situazione ma animati da una speranza: "speranza", non "fiducia". E attraverso quella piccola breccia è passata la politica-intuizione. E mi sono chiesto: se vanno in pochissimi a votare che cosa succede? Fallisce il progetto, fallisce la leadership di Veltroni che ne è l'elemento catalizzatore. Ho visto le piazze di Grillo ancora più affollate; i cinquecentomila manifestanti al comizio di Fini aumentare di numero e vociare più slogans intollerabili; ho visto Giordano e Diliberto reduci dalla "grande" manifestazione del 20 ottobre e pretendere che sia la sinistra radicale l'ala marciante del centro-sinistra o, a quel punto, del sinistra-centro. E ho visto il governo fare un capitombolo. E ho visto Berlusconi al governo. Un incubo!
Ho cercato di scacciarlo con la logica, ma rimaneva lì! Certo, il futuro è in grembo a Giove. E nessuno può assicurare che quello sarebbe stato lo scenario. Ma una probabilità che lo potesse diventare c'era. E non ne basta una sola, una mezza perché mi vesta e vada a votare? Ecco, anche io come tanti votanti ho capito che questo voto è una speranza, come un filo di Arianna. Quel filo di speranza - sottilissimo - mi ha portato al gazebo.
La Cassazione: "Rifiutare le cure non è eutanasia"
Anna Tarquini su l'Unità
Eluana forse ce la farà a morire. Ci sarà un nuovo processo e il giudice, questa volta, potrà dare l'ok a staccare la spina senza il timore della galera, senza che nessuno la chiami eutanasia. Quindici anni di tormento e soprattutto di delusioni. Ma ieri la Corte di Cassazione ha dato la spallata che tutti si aspettavano. Ha detto che no, il rifiuto delle terapie non può essere scambiato per eutanasia (che è poi il punto forte di chi si oppone strenuamente alla legge). E ha ordinato ai giudici di Milano di tornare in giudizio perché i due no alle richieste del tutore di Eluana Englaro a staccare la spina, cioè a suo padre, non erano congrui visto che i togati avevano omesso di ricostruire la reale volontà di Eluana. E dice di più, dice: "Il diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente non incontra alcun limite anche nel caso in cui ne consegua il sacrificio del bene della vita e uno Stato come il nostro organizzato, per fondamentali scelte vergate nella Carta costituzionale, sul pluralismo dei valori non può che rispettare anche quest'ultima scelta".
La sentenza è la numero 21748 e il collegio che ha redatto il nuovo orientamento segnando una tappa storica era presieduto da un giudice donna, Gabriella Luccioli, il primo magistrato donna ad entrare in Cassazione. Sessanta pagine dove la parola eutanasia viene usata una volta sola, e non a caso, per chiarire appunto che il rifiuto delle terapie non può essere scambiato per eutanasia, ma la scelta (libera scelta) del malato a che la malattia prosegua il suo corso. Dicono i giudici che il magistrato può autorizzare il distacco della spina di un apparecchio che tiene in vita un paziente solo in due casi: quando "tale istanza sia realmente espressiva, in base a elementi di prova chiari, concordanti e convincenti, della voce del rappresentato, tratta dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l'idea stessa di dignità della persona", e quando "la condizione di stato vegetativo sia, in base a un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre che la persona abbia la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno". Solo in questi due casi, ma in questi due casi deve, dice la Cassazione, pure in assenza di leggi, rispettare una volontà che è un diritto espressione stessa del nostro Stato e della nostra Costituzione.
Sarà ora una diversa sezione della Corte di Appello di Milano a riaprire l'istruttoria che potrebbe portare al rispetto dei desideri di Eluana.
Ma contro la Cassazione già muove la sua protesta la Chiesa: "Noi vescovi ribadiamo la difesa della vita sempre - ha detto il segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori - fino alla sua naturale conclusione e il riconoscimento dell'idratazione indotta come diritto della persona alla vita e non come accanimento terapeutico".
17 ottobre 2007