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sulla stampa
a cura di G.C. - 16 ottobre 2007


La scommessa sul futuro
Curzio Maltese su
la Repubblica

L´Italia è l´unico paese al mondo, quante volte è stato scritto in negativo? Bene, l´Italia è da ieri anche l´unico paese d´Europa dove milioni di elettori, iscritti o non iscritti, possono scegliere il leader di un grande partito.
L´unico del mondo dove milioni di operai sono chiamati a votare un accordo col governo. Una pessima politica spettacolo ha saputo offrire in pochi giorni due spettacoli di autentica democrazia. Non si tratta, è chiaro, di prendere le difese di una classe dirigente che, secondo una vignetta di Altan, si manda benissimo a quel paese da sola. Piuttosto di trovare una via d´uscita alla furibonda colluttazione fra mala politica e antipolitica che ha avvelenato l´ultimo anno.
I tre milioni e mezzo di elettori delle primarie hanno affidato a Walter Veltroni una missione e un´occasione straordinarie. Per la prima volta, da anni, la politica europea guarda all´Italia con rispetto e con speranza, come al laboratorio di una nuova stagione.
Per la prima volta la sinistra italiana ha la possibilità di balzare dalla retroguardia del riformismo europeo, dove l´avevano confinato prima l´egemonia comunista, poi l´avventura craxiana e infine le ambiguità del centrosinistra, a un ruolo guida nella sinistra continentale.
Questi passaggi di solito non offrono alternative: o finiscono molto bene o malissimo. È quasi una legge meccanica. Quando un processo è avviato e mette in moto forze, energie, partecipazione, o si traduce in fatti positivi oppure si rovescia in furia distruttiva. È già successo in fondo con le altre primarie, quelle che avevano incoronato Romano Prodi leader dell´Unione. Con un carico di speranze di cambiamento largamente disattese dall´eccesso di realpolitik della maggioranza e quindi confluite a ingrossare il mare dello scontento antipolitico.
Il primo effetto del voto di domenica è che per il governo Prodi è finita la stagione del "tira a campare". A chiarirlo subito è stato il discorso del vincitore, Veltroni, con la richiesta di "discontinuità" rispetto al passato. Un modo un po´ politichese per dire che il governo deve cambiare registro e alla svelta. L´ideale sarebbe che domani stesso Romano Prodi annunciasse il dimezzamento dei ministri e dei sottosegretari, magari all´insegna del largo ai giovani e alle donne, con in più una bella accelerata sulle riforme costituzionali e un deciso ritorno all´agenda dei problemi reali del Paese, non limitati al solo debito pubblico. Ora, è difficile che questo accada in una politica equamente ripartita fra tanti Don Abbondio e altrettanti Don Rodrigo. Ma se la maggioranza non saprà intercettare almeno in parte l´ultimo avviso del 14 ottobre, dovrà rassegnarsi in breve a compiere il fatidico passo dal tirare a campare al tirare le cuoia, come diceva Andreotti.
L´altro effetto delle primarie democratiche, in genere positivo non soltanto per la politica ma per l´intera società, è l´aver riportato all´ordine del giorno il tema di gran lunga più rimosso nella vita pubblica: il futuro. Dimenticare il futuro è il primo segnale del declino. Veltroni forse esagera nel non voler mai nominare il suo avversario. Ma è vero che il risultato peggiore della lunga stagione berlusconiana, pure verniciata di modernismo, è stato alla fine d´aver inchiodato l´Italia a un passato che non passa mai, gravido di antichi odi ideologici.

La scommessa di Veltroni e del nuovo partito è tornare a impugnare questa bandiera storica della sinistra, riportare il futuro al centro dei pensieri e dell´agire politico. In ogni campo, l´economia e i diritti civili, il lavoro e l´ambiente, la sicurezza. Così come è avvenuto con le primarie, vera "discontinuità" rispetto alla vecchia politica. Su questa strada il Partito Democratico può intercettare molti consensi e rovesciare i sondaggi. Altrimenti dovrà rassegnarsi a riconsegnare le chiavi di Palazzo Chigi a un Berlusconi settantenne, circondato da un´anziana corte di decrepiti miracoli.


Lo stupidume elettorale
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Giorni fa Michele Salvati scriveva su queste colonne del "rompicapo dei riformisti". Questo: che una sinistra liberale e di governo "non può vincere né con la sinistra radicale né senza di essa". L'abbiamo già detto in tanti. Ma se lo dice un "esterno", la Casta cestina subito. Se invece lo dice Salvati, che è un protagonista rispettato e importante, la Casta dovrebbe ascoltare. Invece niente, cestino anche per lui.
Senza dubbi di sorta (nel capo) il vice di Veltroni, Dario Franceschini, ribadisce che il nuovo sistema elettorale non deve tornare alle "mani libere " di quando le maggioranze si formavano dopo il voto, e che all'elettore non deve essere tolta la "maggiore libertà " di scegliere le coalizioni di governo e il candidato premier. Davvero maggiore libertà? Oppure intollerabile sopraffazione?
Quel che so è che nel vituperato passato ho sempre votato e cambiato voto senza problemi, mentre di recente non sapevo per chi votare. Mettiamo, per illustrare, che io mi senta di sinistra. Le sinistre sono tante. Ma invece io mi trovo al cospetto di un indigesto polpettone, di un pacchetto preconfezionato de omnibus rebus et quibusdam aliis, che per metà include proposte che disapprovo. Per esempio, io approvo la pensione a 60 e più anni, la legge Biagi, la priorità di ridurre il debito pubblico; e per di più non mi piace Prodi. Eppure il polpettone mi impone di approvare quel che non voglio; dopodiché mi sento raccontare, ultima beffa, che il povero Prodi fa per me quel che io gli ho chiesto di fare. Ma quando mai? Il programma di governo dell'Ulivo è stato negoziato e parcellizzato tra le oligarchie di partito, e in quella confezione il demos non c'entra per niente. E il sottoscritto ancora meno. E, mutatis mutandis, lo stesso vale se io mi sentissi di destra.
Torno a Salvati e al suo "rompicapo". La situazione del "vincere (le elezioni) per perdere (la governabilità)" è una classica situazione no win, di un gioco non-vincibile. E in tal caso la dottrina spiega che il gioco è sbagliato e che va giocato diversamente. Per esempio tornando al normale gioco dei sistemi parlamentari. Cosa osta? Osta soltanto lo stupidume inventato in Italia. Perché solo in Italia si racconta al popolo bue che il Parlamento non deve avere "mani libere", mani libere per cambiare, occorrendo, coalizioni e leader. E' intelligente o stupido tenersi per 5 anni una coalizione paralizzata? Per noi è intelligente; ma per il resto del mondo (e anche per me) è stupido. E' intelligente o stupido godersi per 5 anni un capo del governo che non sa governare? Per noi è intelligente; per il resto del mondo (e anche per me) è stupido.
Un ultimo punto. Per salvare un bipolarismo rigido e sbagliato (quello che ci occorre si salva benissimo da solo) noi abbiamo imboccato la china delle coalizioni "massime ": tutti dentro, cani e gatti (più la repubblica di Ceppalonia). Il che contraddice la teoria delle coalizioni, che invece raccomanda coalizioni minimum winning e cioè "minime", il meno estese possibile.



Il Pd vuole scrivere l'agenda dell'esecutivo
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — È una frase apparentemente buttata lì. Dice Veltroni: "Ai congressi ds e dl hanno votato 350 mila persone: alle primarie dieci volte di più". Come a sottolineare la legittimazione plebiscitaria del segretario del Pd. Quel che è accaduto è chiaro. I veltroniani, ma anche i prodiani, loro malgrado, lo confermano: la plancia di comando dell'Ulivo dal governo è passata al nascituro partito e al suo leader.
Non è un caso, allora, che l'altro ieri sera Veltroni sia stato accolto nella sede dell'Ulivo di Santi Apostoli dalle facce scure del premier e del suo portavoce Silvio Sircana o che il prodiano Mario Barbi, uno dei tre coordinatori dell'Ulivo, abbia annunciato che i votanti erano solo un milione e mezzo, costringendo gli altri suoi due colleghi, il ds Migliavacca e il margheritino Soro alla rettifica. Del resto, anche la lettera che Prodi ha mandato a Veltroni ieri era gentile ma assai fredda. Ed è per questa ragione che il sindaco di Roma ha dato l'annuncio della missiva ma si è guardato bene dal leggerla per intero. È chiaro che Veltroni non vuole arrivare ai ferri corti con Prodi, tant'è vero che dice e ridice che è pronto a sostenerlo, però lascia intendere che non ci sarà giorno in cui non opererà la sua "sollecitazione riformista sul governo". E a Prodi dà gli otto mesi. Tanti sono quelli che bastano, secondo il sindaco, per mandare in porto la riforma elettorale e quella costituzionale. Dopodiché il voto è inevitabile. A bocce ferme nel 2009. In caso di una precipitazione degli eventi già il prossimo anno. Del resto, uno dei più stretti collaboratori del sindaco di Roma, il senatore ulivista Giorgio Tonini lo ha detto papale papale: o il governo va avanti, dimezza i ministri, dà segnali di vita o è meglio staccargli la spina. E Goffredo Bettini, che di Veltroni è il braccio destro, non esclude che alla fine della festa il voto anticipato sia la soluzione migliore.
Nel frattempo Veltroni, da politico accorto qual è, sa bene che deve creare un partito che non sia il risultato delle tante correnti retaggio delle vecchie forze politiche. "Non venitemi a chiedere niente", è l'imperativo del sindaco, il quale, ovviamente, non si riferisce ai problemi da risolvere ma alle mille grane che gli ex ds piuttosto che gli ex dl stanno ancora piantando. Ma Veltroni ha capito che per lui è adesso o mai più. Per questa ragione non accetta di creare i nuovi organismi dirigenti del Pd secondo la prassi dei vecchi partiti: niente segreterie e niente direttori. Vi sarà una prima cerchia, quella operativa, che rappresenterà veramente il partito del futuro, e che sarà formata da personaggi come Dario Franceschini, Goffredo Bettini, Anna Finocchiaro, Nicola Zingaretti, Ermete Realacci e altri personaggi che la politica l'hanno vissuta solo di striscio ma che hanno un peso e una rappresentanza nella società italiana. Nella seconda cerchia più larga entreranno i leader del tempo che fu: Rutelli, Fassino, D'Alema, Marini.
Per personaggi come questi il futuro è un altro, non è quello di fare i primi attori del Pd. Fassino potrebbe, gareggiare nel 2011 per la poltrona di sindaco di Torino, Rutelli potrebbe ritentare l'avventura del Campidoglio, e per D'Alema si vocifera di un posto, nel 2009 di "mister Pesc". In poche parole, l'attuale titolare della Farnesina potrebbe prendere il posto di Solana come ministro degli esteri dell'Unione Europea. Sarebbe un cambiamento epocale e Veltroni avrebbe ragione a dire che dopo la costruzione del "suo" Pd tutto "apparirà inevitabilmente vecchio". Ma è chiaro che si tratta di una scommessa ad altissimo rischio anche per il sindaco di Roma. Le resistenze dei partiti, ex ppi o ex ds che siano, ci sono.



Rivoluzione di nascosto
Luca Ricolfi su
La Stampa

Sabato, a poche ore dalle primarie del Pd, questo giornale ha pubblicato un articolo di Fabio Fazio, il simpatico conduttore di “Che tempo che fa”, che spiegava perché non sarebbe andato a votare.

Alla luce del risultato di domenica - grande partecipazione al voto, trionfale incoronazione di Veltroni - qualcuno potrebbe supporre che le perplessità di Fazio siano ampiamente superate, travolte dalla forza dei numeri. Ma sarebbe una conclusione affrettata. Non tanto perché per ogni elettore del Pd che ha votato ve ne sono altri tre che non l'hanno fatto, ma perché i sentimenti di smarrimento, di incertezza sul futuro, di dubbio, che Fazio aveva così ben descritto, restano estremamente diffusi sia fra chi è accorso ai seggi (circa 3 milioni di elettori) sia fra chi ha preferito restarsene a casa (circa 10 milioni di elettori). È su questo strano cocktail di sentimenti che vorrei riflettere nel primo giorno di vita del Pd. Perché tante persone di sinistra, indipendentemente dal fatto che alla fine siano andate a votare oppure no, si dicono così perplesse?

La prima spiegazione che viene alla mente è la teoria del colpo di sole. Molta gente non capisce che cosa gli è preso, questa estate, ai dirigenti riformisti della sinistra. Hanno discusso, dibattuto, riflettuto per dodici anni su ogni genere di formule astratte: socialismo, riformismo, socialdemocrazia, repubblicanesimo, liberalismo, liberal-socialismo, liberal-democrazia, nuova sinistra, ulivo, terza via, cattolicesimo democratico, popolarismo. Poi, improvvisamente, nel giro di pochi mesi cambiano marcia e registro: richiamano in servizio permanente effettivo Veltroni e gli danno il permesso di cambiare il Dna della sinistra. In tre mesi il nuovo organismo geneticamente modificato, in un impeto di bulimia, s'appropria di un'incredibile quantità di parole d'ordine della destra, e mette la sordina a un'altrettanto incredibile quantità di parole d'ordine della sinistra. Fra le parole d'ordine importate alcune sono generiche, anche se tutt'altro che irrilevanti: merito, severità, responsabilità individuale, ordine, decoro. Altre sono molto concrete e immediatamente comprensibili: aumento dell'età pensionabile, meno tasse, privatizzazioni, dismissione del patrimonio pubblico, tolleranza zero anche verso i presunti "ultimi".

Simmetricamente questi mesi hanno visto andare in soffitta molti caposaldi della sinistra tradizionale, riformista e non: laicità, coppie di fatto, fecondazione assistita, rafforzamento dello Stato sociale, integrazione degl'immigrati, clemenza verso i detenuti, coesione sociale, questione salariale, alleanza con i sindacati. Di fronte a un simile terremoto è naturale che chi si sente di sinistra sia sconcertato: non capisce perché dar fiducia a Veltroni, visto che sta forgiando il nuovo soggetto politico come una formazione di centro-destra o, tutt'al più, come un partito moderato di centro. Insomma, io elettore di sinistra piuttosto che votare Veltroni voto la Bindi, o mi rifugio nel non voto, o cerco asilo politico nella "cosa rossa" (comunisti e verdi).

Questa prima spiegazione è tanto logica quanto sbagliata. È logica, perché il salto fra sinistra primaverile (pre-Veltroni) e sinistra estiva (post-Veltroni) è incomprensibile. Il leader del Pd ne spara una al giorno, copia il programma del centro-destra, ama e benedice tutto e tutti. Come si fa a non sentire odore di furbizia? È questa la "bella politica"? E tuttavia la teoria del colpo di sole non tiene. Se Veltroni pensasse di rubare voti alla destra facendosi esso stesso destra, gli elettori moderati mangerebbero la foglia e gli preferirebbero l'originale. In realtà quel che Veltroni sta tentando di fare non è di spostare verso destra il baricentro del nuovo partito, ma di costruire una sinistra radicalmente riformatrice. Una sinistra moderna, liberale, e quindi fondata su un'idea diversa di progresso, su un'idea diversa di eguaglianza, su un'idea diversa di libertà. Il guaio è che lo fanno senza dirlo, senza spiegarlo. La loro non è una rivoluzione silenziosa, ma una "rivoluzione di nascosto", in cui ogni albero viene bruciato, ma non si vuol dire che si sta appiccando il fuoco. Ogni giorno cambiano un pezzo fondamentale del "castello culturale" che la sinistra ha costruito in oltre un secolo di storia, ma lo fanno fra un talk-show e una cena elettorale. Ti annunciano l'ultima novità con leggerezza, quasi con allegria, come se tu potessi e anzi dovessi capire al volo.

Eravamo per l'indulto? Non c'è problema, abbiamo cambiato idea. La riduzione delle tasse era una corbelleria di Berlusconi? Non vi preoccupate, ora è una cosa di sinistra. Vi abbiamo riempito la testa con il "diritto al successo formativo"? Contrordine, a scuola si torna a bocciare. La legge Biagi aveva "tolto il futuro a un'intera generazione"? Va beh, abbiamo esagerato. Vi abbiamo impartito lezioncine di senso civico ogni volta che protestavate contro le prepotenze degli immigrati? I tempi cambiano, e dei prepotenti ci siamo stancati persino noi buoni. Sono questi bruschi dietrofront che il popolo di sinistra vorrebbe capire, sentir giustificare, e che il nuovo capo del Pd finora non ha spiegato in modo chiaro. Ma potrebbe farlo?

Potrebbe, visto il consenso che ha raccolto. Ma temo che non lo farà. Se lo facesse, se volesse davvero spiegare la rivoluzione liberale di cui è diventato un (convinto?) paladino, dovrebbe anche fare i conti fino in fondo con il passato della sinistra. E dire: amici e compagni, per anni vi abbiamo riempiti di stereotipi buonisti, idee semplicistiche, maxi-programmi irrealizzabili; vi abbiamo nascosto i fatti, quando non quadravano con le convinzioni che vi avevamo impartito; vi abbiamo insegnato a criticare la destra sempre e comunque, qualsiasi cosa facesse; abbiamo coltivato il vostro senso di superiorità morale, la certezza di rappresentare "la parte migliore del Paese"; per cacciare Berlusconi abbiamo contratto un'alleanza politica innaturale, che sta paralizzando l'Italia; ora però ci siamo resi conto dei nostri errori, e anche se ci abbiamo messo quasi vent'anni a capirli (il muro di Berlino è caduto nel 1989), chiediamo a voi di metterci meno tempo - molto meno tempo - di quanto ne abbiamo messo noi.

Sarebbe un discorso nobile e coraggioso, ma un minuto dopo cadrebbe il governo.



Il Pd e le macerie italiane
Furio Colombo su
l'Unità

Nasce il Pd ed è vita nuova. La vita nuova è cominciata con impeto. Più di tre milioni di cittadini hanno votato e forse non è fuori luogo rivolgere un pensiero a Storace. Come ha fatto il premio Nobel e senatrice a vita Rita Levi Montalcini.
Infatti, se il volgare intervento di Storace, prima contro la nostra collega al Senato, poi contro il capo dello Stato ha svelato, per contrasto, a Rita Levi Montalcini "quanto è buona l'Italia", tuttavia l'atto di teppismo, in tutta la sua bassezza, non è una "svista" o un "errore" come bonariamente ci dicono dalla "Casa delle Libertà". No, il gesto di Storace è un gesto politico attentamente calcolato per dire ai suoi ex compagni di partito: "attenzione, io posso richiamare in strada i fascisti". "Attenzione perché qui intorno (lui intende la “zona Storace” che fino a poco fa ha condiviso con An, ma da cui da tempo An ha cominciato a prendere igieniche distanze) i fascisti ci sono, con la stessa cultura e gli stessi “valori” di quel passato". Storace del revisionismo se ne frega (credo che sarebbero parole sue). Gli importa poco che ci sia a sinistra chi si prende cura di schermare il fascismo, e di precisare ad ogni occasione l'inclinazione delinquenziale dei partigiani. Quanti saranno stati motivati ad andare a votare per il nascente Partito Democratico dalla "iniziativa Storace" contro la decenza, la Costituzione, la democrazia?
Lui, Storace, non è materiale da museo. Lui è qui, adesso, molto attivo, molto impegnato e poiché si è finalmente separato da An, di cui evidentemente non può più sopportare la mania di rispettare le regole, cerca una base e tenta un colpo: l'adunata dei veri fascisti.
Intendiamoci, l'idea non è nuova. Aveva sfiorato anche Alessandra Mussolini quando se ne era andata da An sbattendo la porta perché An le pareva insopportabilmente staccata dal passato, quel passato. Ricorderete che la signora si era subito associata con alcuni arnesi che negano la Shoah o affermano - dopo sei milioni di morti - di non avere notizie sicure di quell'evento.
Alcuni di loro, credo con imbarazzo di Fini, hanno pensato bene di unirsi, il 13 ottobre, al corteo An di Roma con croci celtiche, saluto romano e altri inequivocabili simboli di un'idea di "ordine pubblico" e di "sicurezza" molto diversa dal dibattito che, con le stesse parole, si svolge nella cultura democratica.

Ma, l'ambizione di Storace è più ardita e diversa. Il suo "outing" con la deliberata provocazione tipica del gerarca prima maniera (insulto alla donna che per giunta è colta, democratica ed ebrea) è un segnale per dire "fascisti, a noi!". Per questo gli importano poco i giudizi severi dei suoi ex colleghi. Per questo inveisce contro il Presidente della Repubblica. Lo stanno disturbando con le loro fisime democratiche mentre lui sta facendo lavoro politico. Infatti quando lui dice "destra" non intende la Borsa o il tasso di interesse, o le priorità delle imprese o la prevalenza del mercato. Intende "quella destra" che col mercato non aveva niente a che fare, se mai con i fasci e le corporazioni. E il consenso lo otteneva, come lui ha cercato di fare se Rita Levi Montalcini fosse stata sola e l'Italia in cauto silenzio, in modo più sbrigativo.
Perché parlarne oggi? Perché oggi è il 16 ottobre, giorno che ricorda per sempre la caccia agli ebrei di Roma nelle strade del ghetto, la cattura di più di mille di essi nel cuore di questa città . Ricorda che quasi nessuno di essi è tornato. Perché il 15 ottobre il Corriere della Sera ha spiegato e documentato il ruolo dei fascisti e dei delatori italiani in quella notte di indimenticabile orrore (solo la comunità di Sant'Egidio, ogni anno, conferma il ricordo con una fiaccolata in silenzio, dedicata a tutti i negazionisti).
Perché quando sfilano i giovani con il saluto romano e la croce celtica, celebrano quel passato e lo celebrano dalla parte di coloro che hanno arrestato e deportato uomini, donne, vecchi e bambini nella notte romana, e in tutta Europa, aiutati da delatori e collaboratori fascisti, nel vasto silenzio di tutti gli altri.
Perché, rivolgendosi in quel modo, con quelle parole e quella conferma di brutte intenzioni sia alla signora Levi Montalcini (di cui si deprecano persino gli anni, che invece in tribù meno barbare sono ragione di prestigio e di festa) sia al Capo dello Stato, la ragione era: chi deve intendere intenda, fra un saluto romano e un atto di vandalismo alle tombe. Qui - ci dice Storace - si sta costruendo un progetto politico.
Perché parlarne oggi? Perché oggi è il giorno di nascita, con tanti cittadini e nel migliore dei modi, del Partito Democratico, che è la casa della Costituzione e del tesoro di democrazia e di difesa risoluta della democrazia accumulato nell'Italia resa libera dalla Resistenza in questi decenni.



I pm: 8 anni a Cuffaro, favorì la mafia
Felice Cavallaro sul
Corriere della Sera

PALERMO — Se l'era insaccata con ironia davanti alle telecamere, ma stavolta a Totò Cuffaro la coppola gliel'hanno messa in testa i magistrati di quella mezza Procura che conclude la requisitoria del processo alle "talpe" con una richiesta di condanna a 8 anni di carcere. Una pena legata al reato di favoreggiamento a Cosa nostra. E non al più pesante "concorso esterno" all'organizzazione mafiosa. Come avrebbe voluto l'altra metà del pianeta giudiziario palermitano, a cominciare da alcuni pm che lavorano in questa direzione lungo un secondo filone d'inchiesta.
Siamo all'epilogo di un dibattimento che sfocia anche in una richiesta di legittima suspicione per un auspicato trasferimento del processo, come chiesto dagli avvocati del governatore di una Regione frattanto paralizzata perché politica e burocrazia, uffici ed enti collegati, bilancio, leggi e nomine, tutto resta appeso alle carte giudiziarie, al rischio condanna, all'ipotesi di dimissioni forzate e di nuove elezioni. Le solidarietà a Cuffaro non sono mancate. Anche se quella di Casini, leader del suo partito, è arrivata dopo la nota di stima firmata Silvio Berlusconi. Ma resta il massimo di incertezza, visto che mancano un paio di mesi alla sentenza e che lo stesso governatore aveva annunciato addirittura il ritiro dalla vita politica in caso di condanna.
Provoca così un forte imbarazzo istituzionale la ricostruzione del procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone che, parlando delle (ancora) "presunte " informazioni passate nel giugno 2001 ad un medico mafioso di Brancaccio, sottolinea "la gravità della condotta di Cuffaro, che in quei giorni veniva eletto presidente della Regione siciliana ". La replica è "una amarezza profonda" enunciata dal governatore con un filo di voce e un rigo di agenzia: "Non ho mai fatto favori a Cosa nostra".
Provato però, secondo l'accusa, anche il riferimento ai rapporti con il "re" della sanità privata vicino a Provenzano, l'ingegnere Michele Aiello. Chiesti per lui 18 anni. Fra i medici "eccellenti" c'è pure il radiologo Aldo Carcione che rischia 5 anni per rivelazione di segreto d'ufficio, amico di qualche magistrato. Mano pesante anche con le "talpe" che avrebbero dovuto incastrare i boss. Di qui i 9 anni chiesti per il maresciallo del Ros Giorgio Riolo. Porte sempre aperte in Procura per lui. Come per Antonella Buttitta, segretaria negli uffici del pool antimafia che adesso invoca 4 anni di cella. Restano però due buchi neri, quello della cosiddetta "fonte interna alla Procura " e l'identità di una persona "in diretto collegamento con Roma e con cui Cuffaro commentava l'esito delle indagini".
Un quadro allarmante, illustrato da Pignatone accanto ai pm Maurizio De Lucia e Michele Prestipino: "È emerso il coacervo di interessi illeciti che hanno accomunato mafiosi, imprenditori, professionisti ed esponenti delle istituzioni, compresi rappresentanti politici". Il tutto sostanziato anche in una truffa di proporzioni colossali. I tre magistrati calcolano "80 milioni di euro in poco più di due anni, ai danni della Asl 6". Aiello, quindi, come modello della nuova frontiera mafiosa, sintetizzata con le parole di Provenzano riferite dal pentito Francesco Campanella: "Ora dobbiamo fare impresa".
Di qui una batosta economica di due milioni e mezzo di euro chiesti per due società dell'impero Aiello. Misure pesanti come la pena per Cuffaro, inattesa dai suoi avvocati, Nino Mormino, parlamentare di Forza Italia, e Nino Caleca, un cinquantenne cresciuto nelle file del partito comunista: "Non ci attendevamo il massimo previsto dalla legge. Ma avremmo ritenuto eccessiva anche la richiesta di un solo giorno di carcere ".



MO: Olmert apre su Gerusalemme
Umberto De Giovannangeli su
l'Unità

Il piglio è quello delle grandi occasioni. L'impegno è di quelli che lasciano il segno. O almeno dovrebbe. Condoleezza Rice assicura Abu Mazen: la Conferenza sul Medio Oriente promossa dall'amministrazione Bush, sarà "seria e di sostanza". "Sarà una conferenza seria e di sostanza, e porterà avanti la causa della nascita di uno Stato palestinese. Francamente abbiamo di meglio da fare che invitare gente ad Annapolis per una “photo opportunity”", afferma la segretaria di Stato americana nella conferenza stampa congiunta al termine del suo incontro a Ramallah con il presidente palestinese Mahmud Abbas (Abu Mazen). "Il presidente (Bush) ha deciso di farne (della pace fra israeliani e palestinesi, ndr.) una delle maggiori priorità della sua amministrazione e del suo mandato, il che significa che egli è assolutamente intenzionato a far avanzare la questione e di portarla quanto prima a conclusione", assicura Rice. E aggiunge: "Francamente è giunta l'ora della creazione di uno Stato palestinese". Una Conferenza "seria e sostanziale": così l'infaticabile Condy ha cercato di vincere le diffidenze palestinesi. Quegli aggettivi, "seria e sostanziale", suonano anche come una pressione su Israele. Davanti ai giornalisti Rice ha ammesso che vi è ancora "molto su cui lavorare". Poi ha esortato le parti "ad evitare ogni passo che possa minare la fiducia reciproca", riferendosi alla decisione israeliana di espropriare 110 ettari di terra per la costruzione di una strada verso Gerico.
Approfittando della disponibilità colta nelle parole di Condoleezza Rice, il presidente palestinese ha giocato d'astuzia. Prima ha voluto rassicurarla sul buon esito della conferenza, dicendosi addirittura "certo che entro quella data avremo raggiunto con gli israeliani una dichiarazione congiunta". Subito dopo ha però denunciato alcune recenti iniziative del governo israeliano che rischiano a suo dire di compromettere il già fragile negoziato: come l'esproprio di decine di ettari alla periferia di Gerusalemme est (che non si sa bene se destinati a costruire una strada per i palestinesi come afferma Israele, o se a dare il via a un nuovo insediamento); o i contestati lavori di sbancamento a pochi metri dalla Spianata delle Moschee che dopo tanti rinvii, proprio ora potrebbero invece cominciare. Non ufficializza la data dell'incontro internazionale, la segretaria di Stato, ma parla di "documento di novembre", riferendosi alla dichiarazione congiunta alla quale stanno lavorando le delegazioni israeliana e palestinese. Novembre, dunque. E non solo. Perché la dichiarazione deve essere "un documento serio, sostanziale, concreto..." che affronti nodi cruciali che la stessa Rice elenca: le frontiere, lo status di Gerusalemme, i rifugiati, la colonizzazione e l'acqua.

E in serata il premier Olmert si lascia andare andare ad una inattesa concessione. Intervenendo in parlamento alla cerimonia di commemorazione per l'uccisione del deputato dell'estrema destra Rehavam Zèevi, assassinato da un estremista palestinese, Olmert per la prima volta si è chiesto se "sobborghi arabi a est di Gerusalemme, come Shuafat, Sawakra, Walaje debbano davvero essere considerati parte della città. È una domanda - ha aggiunto - che ritengo sia legittimo porsi". Una affermazione coraggiosa perchè sembra avallare, questa volta per bocca del premier d'Israele, la legittimità delle pretese palestinesi su quella parte della città Santa e che gli stessi palestinesi chiedono come propria capitale.


  16 ottobre 2007