
sulla stampa
a cura di G.C. - 15 ottobre 2007
Oltre tre milioni in fila per il Pd
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - Alle otto di ieri sera erano già più di tre milioni, con la gente ancora in fila davanti ai gazebo bianchi per votare alle primarie e Prodi "contento tre milioni di volte". I seggi sono rimasti aperti oltre l´orario previsto e in molte sezioni hanno dovuto fotocopiare le schede su cui votare perché erano finite. 14 ottobre, Veltroni-day. Il Partito democratico nasce con un successo di partecipazione che va oltre le aspettative dei leader di Ds e Margherita e incorona Walter Veltroni, sindaco di Roma, segretario con la percentuale plebiscitaria (secondo le prime stime) del 75 per cento: tre su quattro hanno votato per lui. A distanza, ma con un buon risultato: 14,1 per cento, si piazza Rosy Bindi; terzo il sottosegretario Enrico Letta che raccoglie l´11,2 per cento dei consensi. Più che una elezione si è trattato di una investitura popolare, plebiscitaria a Roma come era abbastanza scontato, ma molto consistente anche nelle altre regioni, anche nel Nord. Un successo - quello di Veltroni - previsto da sempre, da quando è cominciata la campagna elettorale combattuta soprattutto da Rosy Bindi - sostenuta anche dalla moglie del premier - con molto vigore e qualche polemica. Con la percentuale ottenuta, Veltroni è il leader "forte" del Partito democratico. E proprio da Rosy Bindi è arrivato il primo commento che mette in guardia dal "pericolo" di una eccessiva personalizzazione del Pd. "Dopo aver scelto il leader ora si deve fare il partito perché noi non vogliamo il partito del leader ma quello dei cittadini", commenta con una punta polemica "l´ex ragazza della Valdichiana", come l´ha chiamata Franceschini, che esclude orgogliosamente di poter fare la vice di Veltroni: "Chi corre per vincere non fa mai il secondo". In effetti da oggi Veltroni si troverà di fronte a un compito inedito per un leader che in genere viene eletto in un partito che già esiste. Nel caso del Pd è vero il contrario: c´è il leader ma il partito è ancora da fare. Fassino è ottimista: "Il Pd non deve essere solo la somma di Ds e Margherita, ma espandere il suo consenso oltre questi partiti ed oggi ha dimostrato che questa possibilità è ampia". La partecipazione popolare è stata molto ampia, sfiorando quella delle primarie del 2005 che candidarono Prodi alle politiche. Ma allora giocò un ruolo determinante tra gli elettori di centrosinistra l´urgenza di battere Berlusconi alle politiche. Questa volta si trattava di eleggere il segretario di un partito che ancora nessuno ha visto all´opera e che per molti militanti della Quercia e della Margherita è un oggetto misterioso che prevede una coabitazione non sempre gradita. Eppure c´è stata folla ai seggi: più di 350 mila nel Lazio con 200 mila solo a Roma. 130 mila a Milano. 85 mila a Torino e Provincia. Oltre 63 mila a Bari e Provincia. 72 mila a Modena e Provincia. In Calabria un clamoroso aumento del 40 per cento rispetto alle primarie dell´Unione di due anni fa. Tanta partecipazione ha sorpreso chi pensava al disinteresse alimentato dall´antipolitica. E invece, nota Follini, leader dell´Italia di mezzo, il voto sul welfare, la manifestazione di Roma di An, e le primarie del Pd dimostrano che "la politica ha ancora risorse e che l´antipolitica ha il fiato più corto di quanto si dica". Quelli che nel centrosinistra sono rimasti fuori dalla nascita del Pd guardano con una certa preoccupazione al successo delle primarie ma sperano di catturare consensi fra gli scontenti.
Dal centrodestra - a parte quelli che contestano il lievitare delle cifre sulla partecipazione durante la serata - si nota che "da domani - come osserva il leghista Maroni - i nodi verranno al pettine: in primo luogo il conflitto fra l´anima ex democristiana e quella ex comunista". E Casini, leader dell´Udc, chiede a Veltroni di "chiarire se sta con la sinistra estrema o con i moderati e i riformatori". Ma c´è chi approfitta delle primarie del Pd per scuotere il proprio schieramento: "Ho sempre detto che facevo il tifo perchè nascesse questo partito. - dice Matteoli, An - Perchè spero poi che si possa anche noi nel centrodestra cercare di realizzare, se non un partito unico, almeno la federazione". In questo d´accordo con Prodi che rilancia: "Sarebbe un passo avanti se il centrodestra facesse come noi".
"Quasi come le primarie del 2005"
Eduardo Di Blasi su l'Unità
"In linea" con le primarie del 2005, dicono a bassa voce a Santi Apostoli, nel contare i dati dell'affluenza che, nel primo pomeriggio, arrivano da mezza Italia. I coordinatori Maurizio Migliavacca e Mario Barbi si tengono ancora bassi nel fornire il dato delle 17, che si attesta intorno ad una proiezione di un milione e mezzo, due milioni di elettori. Eppure le telefonate fatte in diversi seggi raccontano di urne piene, schede mancanti per l'afflusso dei votanti e di una tendenza che assomiglia a quel 2005, sia geograficamente che visivamente. "Ci sono tremila seggi in più rispetto alle primarie di Prodi, e le code le abbiamo viste tutti", constata il Ds Maurizio Chiocchietti. Alle diciannove arriva Antonello Soro, il terzo coordinatore, a mettere in pista la cifra dei 3 milioni: ha controllato alcuni dati che reali dell'Emilia Romagna, dove alle 17 si contavano già 300mila votanti, e ha preso la strada giusta. Barbi aspetta i numeri veri, ma è fiducioso sul fatto che sia stato un successo. In Calabria il dato è sorprendente, tanto che le schede, in alcune zone, non sono bastate, e in diversi seggi le code sono state peggio che alle Poste, con oltre un'ora di attesa. Alle 18 avevano votato 170mila persone, centomila in più dei 68mila che (il dato è quello delle 19) votarono nel 2005. La colonna vertebrale che sorregge il corpo del nuovo Pd è la medesima di quella che portò Prodi alla guida dell'Unione: l'Emilia Romagna, la Lombardia, la Toscana, il Lazio, la Campania. "Più di 300 mila votanti in Emilia Romagna, Campania, Lombardia", conta Piero Fassino alle 20. Ma anche in Toscana si punta oltre i 300mila, e il Lazio è arrivato a 350mila, con 200mila elettori solo a Roma.
Insomma, la fotografia è in larga parte sovrapponibile a quella di due anni fa, tanto che anche il dato finale pare volersi spingere oltre i tre milioni e 38mila votanti comunicati alle 21 e spingersi verso i 3 milioni e 300. I dati arrivano a spiccioli da diverse parti d'Italia: nella città di Genova si contano 35mila votanti, in linea con quanti andarono a votare le primarie per la scelta del candidato sindaco alcuni mesi addietro.
Non si può sperare di avere dati disaggregati sul voto dei sedicenni e degli stranieri, anche se il voto di questi ultimi è stato ben visibile a Palermo (dove un candidato Tamil ha mobilitato un consistente numero di connazionali) e a Roma, dove erano candidati diversi dei consiglieri aggiunti del Comune, in lizza per diventare costituenti del Pd. "Queste primarie sono l'ennesimo passo verso il diritto di voto amministrativo ai migranti regolari che vivono e lavorano nelle nostre città - afferma il sottosegretario all'Interno Marcella Lucidi - L'abbiamo previsto nel disegno di legge Amato-Ferrero. Ora tocca al Parlamento: al quale dico che occorre far presto".
Prodi: "Ora il governo è più forte"
Amedeo La Mattina su La Stampa
ROMA . Lo ripete come un mantra: "Il governo esce rafforzato dalle primarie perché si realizza il disegno che abbiamo sempre avuto". Ma Romano Prodi sa che dovrà fare i conti con "Super-Walter". Il boom delle primarie ha messo il turbo al primo segretario del Partito democratico che vorrà dettare l'agenda politica del governo e della maggioranza, chiudendo in un angolo la sinistra radicale.
E' su come rilanciare l'azione dell'esecutivo che si giocherà il rapporto tra i due che nel 1996 entrarono insieme a Palazzo Chigi con la bandiera dell'Ulivo e che adesso vedono coronare il loro "sogno". Oggi Romano è di nuovo dentro quel Palazzo, alle prese con mille problemi, Veltroni ci vuole entrare con i suoi tempi che non possono essere quelli di una disastrosa e veloce uscita di scena del Professore: per dare la porporina luccicante alla sua nuova creatura politica ha bisogno che metta radici e soprattutto di un forte slancio riformatore. Ma è proprio su quest'ultimo punto che il dualismo potrebbe fare scintille e il suo vecchio sodale, insieme al "freno" della Cosa Rossa, per Veltroni potrebbe diventare un grosso problema da rimuovere sull'onda del successo alle primarie. Il premier però è sicuro di poter gestire la situazione. Intanto ha subito adottato la tattica di mettere il cappello sopra a questo "grande successo": "E' un aiuto per il governo che si rafforzerà", è infatti uno dei primi commenti appena ha messo piede a Roma arrivando in serata da Bologna con la moglie Flavia.
Quei milioni di cittadini che sono andati a votare, spiegano i collaboratori del premier, non vogliono far cadere il governo per il quale hanno votato nel 2006: anzi, chiedono unità e la prosecuzione della legislatura e solo chi ragiona in malafede può pensare il contrario. Gli stessi uomini del Professore aggiungono che il Pd dovrà essere la punta più avanza delle "riforme possibili, non demagogiche e partorite in un Olimpo lontano dalla gente dove si trovano i De Benedetti, i Mieli e i soloni economisti dell'Engadina fraktion". Dunque, calma e sangue freddo è l'ordine di scuderia che è venuto da Prodi fin dalla mattina, quando i primi dati facevano volare le primarie: "Questo è un successo anche mio, che ho sempre voluto il Pd prima di ogni altro". "Lavoreremo proprio bene insieme - spiega il presidente del Consiglio - avremo modo di far capire che scatta qualcosa che può essere molto utile alla stabilità dell'Italia". Affinché non diventi un incubo quello che per lui è "il sogno dell'Ulivo che si avvera", Prodi dovrà convivere con "Super-Walter". "Faremo la rivoluzione - dice ironico e felice Dario Franceschini - e visto il mese aggiungo d'ottobre: daremo l'assalto al Palazzo...". A Palazzo Chigi? Il vice di Veltroni ride: "Vedrete... Adesso mi godo questo momento fantastico: comunque ho avuto ragione a volere per primo l'elezione diretta del segretario!". E' una stoccata a coloro, a cominciare da Prodi, che l'elezione diretta non la volevano perché temevano la concorrenza di un "premier ombra" su Palazzo Chigi.
Ma Prodi è deciso a non farsi dettare l'agenda da Veltroni. Aspetta di vedere il risultato finale di Rosy Bindi e di Enrico Letta (a Bologna ieri circolava la voce, non confermata, che il Professore avesse votato per la Bindi come la moglie Flavia). E ricorda che lui è il presidente del Pd e che intende "esercitare una funzione di controllo, di incitamento e salvaguardare le grandi linee per cui siamo scesi in politica".
Adesso anche lui si gode le primarie. "Il voto rispetta le nostre più rosee previsioni. Ci abbiamo preso...", dice in serata arrivando al quartier generale dell'Ulivo di Santi Apostoli, dove Prodi ha iniziato tutte le avventure dell'Ulivo. Nel pomeriggio ha telefonato ai Veltroni, Bindi e Letta: ha chiesto loro collaborazione, sforzo unitario per costruire insieme questo nuovo partito. "Adesso - è stato il consiglio alla Bindi - non è più il momento delle polemiche: si lavora tutti insieme". A Santi Apostoli si sente a casa e ringrazia gli italiani che "quando sono chiamati a votare lo fanno proprio volentieri". "Ma bisogna avere il coraggio di fare le primarie e finora è solo il centrosinistra che le ha fatte. Se il centrodestra usasse strumenti analoghi farebbe un grande passo avanti".
La grande speranza di un popolo in fila
Oreste Pivetta su l'Unità
In strada con in mano la mappa descrittami dall'amico e compagno Gabriele Polo nell'articolo di fondo del Manifesto ("Quello che va in scena tra gazebo, ristoranti e sedi di partito, non è solo un sondaggio demoscopico, ma è l'atto di nascita di un potentato..."), capito là dove il direttore del giornale fondato da Pintor non aveva previsto: in parrocchia. Non proprio in chiesa, ma all'oratorio con la bandiera dell'Ulivo, accanto al teatrino, appena sotto la sala biliardo. Un tale, con l'Unità in mano, mi spiega che per il seggio bisogna scendere un piano di scala. Un'altra, carina, con l'adesivo "vota qualcuno", ferma sul pianerottolo al telefono, mi fa un cenno con la mano: di là. Nella saletta: è la prima coda della giornata.
Pensavo una croce alla svelta e invece è peggio che con il ministero dell'Interno: quella che ti registra l'obolo, l'offerta, la tassa, quel che è, la ricevuta, nome cognome, quell'altro che ti ispeziona la carta d'identità, la tessera elettorale, che trascrive, registra, timbra, infine la terza, una signora coi capelli grigi ordinati, vestita a festa, che ti consegna le due schede, come due schede vere, come fossero della prefettura, con le piegature, i colorini azzurrino e grigino, l'elenco dei nomi. Consegno e le schede precipitano nelle cassette elettorali.
Risalgo e un caro coro m'accompagna. Perché di là oltre quella vetrata si dice e si canta la santa messa e allora mi stupisco per un attimo, non capisco: siamo in ottobre e l'Ottobre rosso mi resta nel cuore, insieme con la fiumana di bolscevichi che nei cappottoni scuri alzando bandiere rosse e fucili alla baionetta danno l'assalto al Palazzo d'Inverno, poi mi ricordo la nostra lunga marcia, la Liberazione, il Cln, mi ricordo di Don Camillo e di Peppone, mi ricordo di Togliatti e dei ceti medi produttivi e infine di Enrico Berlinguer e del compromesso storico, dopo l'assalto alla Moneda e l'assassinio di Allende. Così mi sento nel solco della nostra storia. Non c'è scampo. Dopo i due o trecentomila di ieri, a Roma, un po' neri, un po' schifati, un po' stronzi. In fondo siamo stati noi, di sinistra, e non certo Pansa, chissà dove sta adesso, a scrivere per primi di guerra civile, di un paese diviso, di appetiti e interessi digeriti da una parte soltanto. Da quest'altra parte tra la parrocchia e il seggio ci sta l'altra Italia, che non ha galere e guerre sulla coscienza. Mi ostino a credere che sia pure tutta di gente che paga le tasse, che lavora, che sta in pensione dopo anni di lavoro, di molti giovani che studiano. Non è vero che siano tutti vecchi. All'altro seggio in periferia trovo il ricciolone in coda con il padre al seguito, che paga per il figlio il contributo. È un liceale, si schermisce quando gli chiedo per chi vota. Sarebbe il pronipote ideale di Egidio Furcas, il geometra di Nuoro, che ha fatto la guerra d'Africa e che ha novantotto anni. Quasi cento anni, un secolo lungo. Ha visto tutto. Morti e fascismo. A Vibo Valentia si scandalizzano che uno di An, che era del Msi, sia andato pure lui a votare. Dicono che è il solito trasversalismo, che è il solito clientelismo, figli della vecchia politica calabrese. Il ravvedimento non lo mettono in conto. Tra Bindi e Veltroni, come rinunciare all'ipotesi del miracolo. Anche a me capita un ex fascista, che con figliale orgoglio mi racconta del padre, tra i fondatori della Decima Mas. Poi cerca di spiegarmi: dei siluri e delle siluranti, del padre finito in carcere dopo la Liberazione, liberato dagli americani, che lo presero a fare l'addestratore di subacquei, di lui preso invece dal Sessantotto, mangiapreti, adesso conquistato da Veltroni. Gli dico: "Bene".
Esco e mi fermo sul marciapiede con gli ultimi in attesa: arriva una macchina, si ferma al semaforo e dal finestrino una ragazzotta tira fuori la lingua. Non resisto e le risponde con il classico dito. Le sto dicendo: continua a farti fregare, brutta scema. Con rabbia, perché non sono solo e non c'entrano la Bindi o il nostro Walter, l'ex direttore che ha riempito le case di ogni lettore dell'Unità di centinaia di film. Il rispetto deve andare a chi sta in fila, per votare, ed è tanto per bene da credere ancora nella democrazia e nella politica e non rinuncia al suo piccolo atto di fede e di impegno. "Ancora una volta - dice un signora abbronzata, elegantissima, in tailleur Chanel, la giacca bianca e la gonna nera - ancora una volta. Ancora una volta concediamo la nostra fiducia. Speriamo che facciano qualche cosa di buono". "Buono o cattivo - aveva detto un'altra dai capelli grigi davanti alla parrocchia - chissà: non si può pretendere tutto buono o tutto cattivo. Si sa che si fa sempre quel che si può fare. L'importante è cercare di fare bene". Miele per le orecchie di Walter, che stamane ha trovato il tempo di celebrare in Campidoglio un matrimonio. Confetti per tutti.
Votano in tanti.
Mi chiedono chi è Vittorio Gregotti: un giovane architetto, appena appena ottantenne. Chi è Cini Boeri: una giovane designer. Chi è questa Ratti: la moglie, probabilmente, di un banchiere. Non mi sono capitati personaggi importanti. In centro a Milano è passato Massimo Moratti che accompagnava la moglie, la candidata per Veltroni, Milly Bossi in Moratti. È passato Umberto Veronesi, l'oncologo. A Torino è passato l'ingegner De Benedetti. Chissà che diranno al Corriere o al Manifesto: il "potentato" prende corpo e facce. La mia curiosità è molto più banale: quanto avranno versato Moratti e l'ingegnere nell'apposito salvadanaio. Afef in Tronchetti Provera ha lasciato cento euro. A Roma, una signora quasi ottantenne di Spinaceto, baciata dalla fortuna di una pensione minima, ha infilato una banconota da venti euro: "Lo faccio per i miei nipoti". Io sono arrivato a cinque euro. Rosy Bindi, al seggio di Sinalunga, provincia di Siena, i soldi, due euro, se li è fatti prestare.
A me non è capitato neppure di vedere immigrati, però ce ne stavano in coda al seggio dell'Ambra Jovinelli, il teatro romano di Totò, di Viviani, di Petrolini, dei fratelli De Rege e degli incontri di pugilato. A Palermo, alla Zisa e al Politeama, riferiscono di tanti tamil in coda. Uno di loro, Tharsan, è in lista. "Stupendo - dice il deputato regionale dei ds, Pino Apprendi - questo è il partito che vogliamo". In compenso, davanti alla chiesa del mio primo seggio, i fioristi milanesi hanno ceduto il banco ai fioristi cingalesi.
Qualcosa procede nella tradizione, qualcosa cambia: due storie che s'incontrano (le "due Chiese", diceva don Gianni Baget Bozzo, prima di abbandonare entrambe, per dedicarsi agli affari di Berlusconi) e il mondo che rimescola tutto. Gli immigrati, una forza. Quelli italiani in Australia, in virtù dei fusi orari sono stati i primi a votare e a concludere. Milleottocento votanti per il nuovo partito: da Sidney, Melbourne, Ayers Rock, un giorno e una notte di volo. Di seggi se ne sono aperti ovunque: Londra, nel cortile della London School of Economy, in Canada, negli Stati Uniti, anche al Bar sport Novantesimo Minuto e nel negozio di un barbiere del Bronx.
Nel pomeriggio si raccoglie un allarme: le schede sono finite. Si va alle fotocopie. La gente, a sinistra, se la chiami, risponde. Qualcuno non sempre ci crede.
Cambio di schema
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Le tensioni, i veleni e le ironie di questi mesi non possono velare la novità di quanto è successo ieri. E il numero dei votanti le stime parlano di oltre tre milioni consente di dare una lettura incoraggiante del rapporto fra partiti ed opinione pubblica: meno superficiale e meno liquidatoria verso la classe politica. Certo, il Pd rimane un oggetto misterioso. Proviene dal ceppo dell'Ulivo, ma lo fa apparire un po' invecchiato. È la fusione fra Ds e Margherita, eppure li trascende. È figlio di Romano Prodi pur avendo cromosomi che gli esegeti del Professore stentano a riconoscere. E il suo ancoraggio europeo ed internazionale è ancora tutto da scrivere: un limite non da poco.
Eppure, il Partito democratico emerge da uno sfondo di scetticismo, se non di ostilità, come una realtà che può cambiare lo schema ultradecennale sul quale si sono alternati gli esecutivi italiani: quello delle coalizioni nate per vincere le elezioni, non per governare. E con una leadership politicamente e numericamente forte: l'oltre 70 per cento di consensi a Walter Veltroni, solo in parte scontato, è un'affermazione netta e ingombrante, anche per Prodi. I contraccolpi prima o poi arriveranno. Per questo il voto va analizzato senza affidarsi a categorie del passato. La "vocazione maggioritaria " nasconde ambizioni inconfessabili.
Intanto, l'impressione è che il Pd voglia affermare un'identità ed un progetto da partito-tutto del centrosinistra: al punto da non escludere di andare alle urne da solo, pur di rifiutare alleanze contraddittorie. È un tema sul quale si sta cimentando da tempo inutilmente anche Forza Italia. La differenza è che il Pd veltroniano rappresenta il cuore della maggioranza guidata da Prodi. E dunque allunga un'incognita sul futuro dell'Unione e del premier. Il successo di partecipazione di ieri fornisce spunti interessanti. Si intravede una sorta di doppia intestazione della vittoria. Prodiani e veltroniani se la contendono larvatamente, entrambi con qualche ragione e qualche furbizia.
Il Professore è il padre nobile dell'Ulivo. E il fatto che alcuni dei suoi fedelissimi abbiano contrapposto le "vere" primarie del 2005 a quelle di ieri non offusca la primogenitura. Quanto a Veltroni, ha affrontato la sfida in discesa ma anche in salita. Da candidato "predestinato " all'incoronazione, si è preso le critiche e i colpi bassi dei concorrenti: in prima fila Rosy Bindi, legata al premier ma ridimensionata dal voto. Il coro entusiasta e unitario di ieri sera, a urne quasi chiuse, trasmette una gran voglia di cancellare le asprezze. Per il presidente del Consiglio, in particolare, è una mossa obbligata. Prodi deve evitare che il Pd terremoti Palazzo Chigi, invece di puntellarlo.
D'altronde, a scegliere il segretario è stato quasi lo stesso numero di persone che indicarono il premier due anni fa: e allora votava l'intera coalizione. Un simile risultato rischia di far dire che la sua leadership è archiviata. E il Professore se ne rende conto: ha colpito la rapidità con la quale ieri sera si è precipitato a Roma da Bologna, occupando la scena.
Ma il dualismo è nei fatti. E la domanda ineludibile è chi, da oggi, detterà la direzione di marcia.
Non sprecare questa forza
Ezio Mauro su la Repubblica
Non è solo un risultato politico straordinario, il voto che ha dato vita al Partito democratico ieri, con più di tre milioni di cittadini impegnati nelle primarie che hanno scelto Walter Veltroni come leader con una maggioranza schiacciante; ma è un segnale per tutti, al di là dei recinti di parte, che ci dice qualcosa di inedito e di imprevisto sull'Italia di oggi, qualcosa che va controcorrente e dunque merita di essere osservato con attenzione.
Il Paese, dice questo segnale, non è omologato ad un falso senso comune impastato con i materiali di un ribellismo antistatale borghese e proprietario da un lato, e di una protesta popolare nichilista dall'altro. Anzi. Se si apre lo spazio per una partecipazione nuova al discorso pubblico - nuova nelle persone, nel linguaggio, nei riti, nei contenuti - quello spazio viene occupato e dilatato, quasi rivendicato dai cittadini: che lo rendono simbolico e dunque immediatamente significativo dal punto di vista politico e persino culturale, distruggendo in un solo giorno la povertà del cortocircuito che trasforma la politica in vaffanculo, ma anche l'esibizione muscolare di piazze, minacce e sondaggi, che vede il confronto politico come pura prova di forza.
C'è infatti l'evidente ricerca di un barlume in fondo al grigiore di questi giorni, nella mobilitazione di un pezzo d'Italia per partecipare alla fondazione di un partito. C'è la voglia quasi disperata di un nuovo inizio.
C'è la condanna per contrappasso di riti e giochi al massacro e al piccolo lucro politico - qui parliamo della sinistra - che disamorano gli elettori ad ogni rilevazione statistica, e sembravano averli consegnati al disimpegno, separandoli dal destino dei partiti, vecchi e nuovi, e dal loro divenire. Invece, e nonostante tutto, nel cosiddetto popolo della sinistra c'è ancora una disponibilità alla speranza, a ripartire e a riprovare, se soltanto si mostrano gli strumenti e gli uomini, i modi e le forme con cui tutto questo potrebbe, forse, accadere. Nel cinismo dominante di oggi, non era affatto scontato.
…
Ma è per il Paese che questa riserva di fiducia e di partecipazione può contare. Perché può ridare respiro alla politica - tutta - e alle istituzioni, entrambe braccate. E perché separa la protesta di questi mesi dalla sua frettolosa definizione: non era antipolitica, infatti, ma richiesta di una politica "altra", radicalmente diversa. In questo modo, la ribellione può prendere la strada (la spinta) dell'impegno a cambiare, separandosi sia dai pifferi dei demagoghi che pretendevano di guidarla, sia dai tamburi dei populisti che speravano di dirottare il corteo. E sia, soprattutto, dai sospiri impazienti di chi da fuori pesava già le macerie politico-istituzionali, sperando in una nuova supplenza imprenditorial-terzista-professorale capace di forzare con alleanze da rotocalco la costituzione, il bipolarismo e i partiti.
E invece, ecco la parola "partito" che spunta da questa palude in parte spontanea e in parte interessata di disgusto per la politica, o almeno di disincanto e di lontananza. La cifra di qualità del voto di ieri, a ben vedere, sta nel fatto che non si votava per un premier, non si toccava l'intera platea di una coalizione, non si testimoniava una presenza al gazebo contro Berlusconi al potere, com'era accaduto alle primarie di Prodi e Bertinotti, con 4 milioni di cittadini-elettori. Questa volta è il richiamo di un partito che ha mobilitato più di tre milioni di persone, in un momento di governo calante, berlusconismo quiescente, partitismo languente. Com'è stato possibile? Perché non si tratta di un partito, ma di un partito-nuovo, come il New Labour annunciato da Blair all'inizio della sua avventura. Nuova la leadership, anche generazionalmente, nuovi i programmi, nuova la liturgia e nuovo soprattutto lo strumento di partecipazione diretta dei cittadini. In nessun Paese al mondo un partito moderno è nato dal coinvolgimento diretto di tre milioni di persone, e dalla loro scelta attraverso il voto. L'ultimo grande partito nato da noi - Forza Italia - è scaturito da una cassetta tv registrata, nello studio del leader proprietario, che tra un ficus e la scrivania annunciava di amare il suo Paese, nella solitudine elettronica del messaggio televisivo.
L'Italia non è così distratta da non aver percepito la differenza, e forse persino il suono drammatico dell'autenticità in quest'ultimo tentativo di reinvenzione della sinistra, dopo i ritardi tragici della sua storia, che hanno tanta colpa nelle sue sconfitte. E ha evidentemente percepito anche la novità della leadership di Veltroni, se l'ha consacrata con un consenso così alto proprio in una fase di caccia grossa all'uomo politico e a tutti i suoi simboli. Anche la competizione molto dura con Rosy Bindi e il confronto aperto con Enrico Letta, davanti agli elettori, hanno avuto il suono della novità. Ma Veltroni ha significato qualcosa di più, qualcosa legato al personaggio e al ruolo di sindaco di Roma: una sinistra capace di considerare le ragioni degli altri, un professionismo con tocchi efficaci di dilettantismo, dunque decifrabile e non distante, un linguaggio aperto a codici nuovi, un orizzonte non più ideologico e tuttavia mitologico, una propensione dichiarata all'innovazione, che oggi resta anche a sinistra l'unica rivoluzione possibile.
Si capisce da quanto abbiamo detto come da tutto questo Veltroni riceva oggi una forza del tutto inedita nel mondo politico italiano. La riceve non solo dai numeri, ma dalla forma con cui sono stati espressi, dall'inedita coppia leader-cittadini uniti prima ancora che nasca il partito, dallo spiazzamento generale per una testimonianza politica massiccia in giorni di crisi della politica. Ha un solo modo per non sprecarla: usarla. Capendo, prima di tutto, che è una forza di cambiamento, per il cambiamento. Dunque, continuando a cambiare, subito, a costo di strappare, come sarà inevitabile. Altrimenti, la speranza che si è riaccesa si spegnerà, perché è l'ultima. Quel barlume che s'intravede in fondo alla crisi è come una miccia accesa. Che ci spinge a cambiare, tutti, ma con urgenza, per salvare il Paese.
Pakistan: la persecuzione dei cristiani
Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera
RAWALPINDI (Pakistan) Quando azzardano un paragone lo fanno con l'Iraq di Saddam Hussein. "Meglio una dittatura, però pronta a garantire le minoranze, che non il populismo intollerante delle maggioranze aizzate dal fondamentalismo islamico", dicono i sacerdoti alla sede vescovile di Rawalpindi e tra gli ecclesiastici più in vista di Islamabad.
L'incubo imperante è che possa ripetersi anche qui la tragedia che sta consumando i cristiani di Bagdad dopo la caduta di Saddam. Prima dell'invasione americana erano una comunità garantita dalla dittatura, oggi sono profughi braccati.
Il pericolo viene avvertito qui in Pakistan come imminente. Sino a che, in luglio, l'esercito non è intervenuto a scacciare nel sangue gli studenti coranici asserragliati nella Moschea Rossa, nelle basiliche di Islamabad ci si attendeva il peggio. E comunque il peggio sta già avvenendo a Quetta, Peshawar, nella vallata dello Swat e tra i circa 80 mila cristiani dispersi nelle "zone tribali" di Waziristan e Beluchistan al confine afghano. "I mullah filotalebani fanno pressioni perché si chiudano le scuole femminili. Quasi non passa settimana senza che arrivino notizie di messaggi che impongono l'alternativa tra la conversione all'Islam e la fuga. A Peshawar sono sotto attacco la Chiesa dell'Immacolata Concezione e la scuola femminile di padre Patrick Soahil. A Bannu, il liceo nel Convento di San Giuseppe. Molti studenti restano a casa per paura", dicono alte fonti ecclesiastiche.
Un rappresentante della Chiesa di Roma è ancora più esplicito: "Nei Paesi a maggioranza cristiana noi sentiamo come un dovere garantire le minoranze musulmane. Perché non fanno lo stesso nei Paesi musulmani?". Se i capi religiosi islamici non contribuiscono ad appianare i problemi, anzi in molti casi sono loro ad aizzarli, non è strano che i cristiani vedano in Pervez Musharraf il loro garante.
"Lo so che a voi europei non piace. È un militare, viola la costituzione, antidemocratico, lo ha appena dimostrato facendosi rieleggere dal Parlamento per il terzo mandato consecutivo in barba alla legge. Però ci difende. È l'unico disposto a farlo contro il potere montante dei mullah", dice Maqsud Masih, 37 anni, direttore del coro alla cattedrale anglicana Saint Thomas di Islamabad.
Sono circa 3 milioni i cristiani in Pakistan, più o meno la metà cattolici. Una briciola tra gli oltre 160 milioni di abitanti tra cui crescono le forme più estreme di Islam. Un rapporto sugli "Abusi delle minoranze religiose" appena pubblicato da Human Rights Monitor, un'organizzazione non governativa locale, li descrive come una comunità seriamente minacciata. "Proprio in Pakistan sta il cuore del problema islamico. Qui è nata Al Qaeda, c'è la retrovia dei talebani, ci sono larghe fette di popolazione culturalmente pronta ad ascoltarli. Il governo non li combatte davvero, ma cerca continuamente compromessi. Basti pensare che nel 1947 le minoranze religiose, compresi gli indù, sfioravano il 30% della popolazione, ora sono il 3%", sostiene Asma Jahanagir, presidente dell'Ong. A vedere le statistiche, il governo è riuscito a limitare gli attacchi contro le chiese. Dal periodo dell'attacco Usa contro l'Afghanistan, tra l'ottobre 2001 e il 2005, ne vennero bruciate almeno una dozzina. Negli ultimi due anni solo un paio. "Ma è un miglioramento solo apparente. Quelli erano attacchi molto visibili e per questo subito platealmente condannati, anche se tutto sommato limitati a pochi fanatici. Ora invece le aggressioni sono molto più diffuse e numerose nel Paese: violenze carnali contro donne cristiane, minacce alle scuole, accuse pretestuose contro cristiani e indù di vilipendio alla religione musulmana, rapimenti.
Tra gli attacchi più gravi, quelli alle coppie miste. "In genere si tratta di uomini cristiani che vorrebbero sposare donne musulmane. Ma le due comunità si oppongono. E spesso avviene che i musulmani siano pronti ad uccidere i due fidanzati pur di evitare il matrimonio ", racconta Shamim, una suora di 31 anni dell'Ordine di San Paolo, che ha vissuto nella paura i mesi trascorsi nella diocesi di Quetta. A credere nella convivenza era invece la giovane figlia di Alexander John Malik, carismatico arcivescovo anglicano di Lahore. Ha voluto sposarsi con un medico musulmano. Ma le pressioni e le minacce sono state impossibili da sostenere. La stessa comunità cristiana si è messa ad accusare l'arcivescovo di essere un cattivo pastore per non aver saputo fermare la figlia. Alla fine, esasperati ed impauriti, i due sposi sono scappati a Londra.
15 ottobre 2007