
sulla stampa
a cura di G.C. - 28 settembre 2007
Capitalismo italiano e antipolitica
lettera di Luca Cordero di Montezemolo a la Repubblica
Caro Direttore, condivido in molti punti la sua riflessionesull'antipolitica, sulla sua natura di spia dell'indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale. E credo anch'io che la crisi del nostro spirito repubblicano chiami in causa tutto il cosiddetto establishment del Paese, le classi dirigenti nel loro senso più vasto e non soltanto coloro che si trovano a sedere in Parlamento.
Guardare prima di tutto in casa propria è sempre buona regola. Così come saper accettare ed elaborare stimoli e critiche è segno di forza per chi esercita una funzione di leadership.
Mi domando però se sia ragionevole indulgere ad una rappresentazione genericamente uniforme delle responsabilità finendo per dipingere una notte in cui tutte le vacche sono nere.
Il capitalismo italiano che lei ha descritto come "asfittico nelle sue scatole cinesi" e comodamente intento a "partecipare al valzer dell´antipolitica" è molte cose insieme. Una parte di quel capitalismo per molti anni ha cercato protezioni, eretto steccati, accettato compromessi opachi con la politica. Sono comportamenti che sopravvivono ma che per fortuna sono oggi molto meno diffusi. Nell´ultimo decennio la pressione della concorrenza internazionale, l´ingresso nell´euro e l´adesione alle regole del mercato unico hanno determinato un processo di trasformazione necessario e selettivo. Il sistema produttivo italiano è andato in crisi e molte aziende sono rimaste sul campo ma la maggioranza, a cominciare dalla Fiat data prematuramente per spacciata, ha reagito e i dati sulle esportazioni e sulla produzione industriale lo dimostrano. Molto, moltissimo resta da fare ma concorrenza, merito, innovazione, internazionalizzazione, responsabilità sociale dell´impresa che vuol dire prima di tutto rifiuto di piccole e grandi illegalità, dall´evasione al pizzo sono oggi valori largamente condivisi dagli imprenditori italiani.
Una parte importante della società italiana vive oggi in un sistema aperto e competitivo. Lavoratori, imprenditori e manager sanno di doversi confrontare ogni giorno con concorrenti sempre più agguerriti. Ma l´Italia è ricca ovunque di risorse ed eccellenze, nel privato così come nel pubblico e la concorrenza e il merito sono, in tutti gli ambiti, lo strumento più efficace per liberarle e valorizzarle. E´ una sfida che racchiude rischi e opportunità ma che possiamo vincere se viene affrontata con coraggio da tutti.
La classe politica non è riuscita ad innovarsi proprio perché ha rifiutato questa sfida. Il malcontento verso la politica così com´è, che si traduce talvolta in manifestazioni becere e inutili, viene alimentato dall´esibizione quotidiana di privilegi, tutele e sprechi sempre meno giustificabili anche alla luce dell´immobilismo e dell´incapacità di decidere sui problemi reali dell´Italia. E questo avviene proprio mentre una parte del paese si mette positivamente in discussione rinunciando alle proprie tradizionali reti di protezione.
Ci sentiamo quindi pienamente legittimati nel chiedere alla politica un atto di coraggio. Quel coraggio che dovrebbe spingere ad una stagione di riforme largamente condivise, non solo da predicare ad intervalli regolari come troppo spesso si è fatto nel corso di questa ormai infinita transizione ma da realizzare concretamente in poche ma chiare direzioni. In primo luogo, ma non solo, la legge elettorale che impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e consente ai micropartiti di paralizzare il Parlamento.
Mentre il paese è scosso da una crescente sensazione di insicurezza lo Stato sembra sempre più debole. L´amministrazione della cosa pubblica (la giustizia, la sicurezza, la sanità, la scuola...), che rappresenta il primo dovere di uno Stato nei confronti dei cittadini, è sacrificata ad un clima di campagna elettorale permanente.
Questa situazione ha determinato conseguenze pesanti sul piano dell´etica collettiva. Indebolendo i vincoli che ci rendono una vera comunità e mettendo in discussione valori che dovrebbero essere scontati in una società moderna: l´autorità, il nesso tra merito e ricompensa e tra colpa e punizione, la solidarietà, la coerenza, la responsabilità.
Esiste un crinale netto tra l´antipolitica e il dovere civile di partecipare alla vita della nostra comunità nazionale anche con stimoli forti e pressanti, nel pieno rispetto delle istituzioni e dei ruoli pubblici che a ciascuno competono. È un dovere al quale sarebbe sbagliato rinunciare. Perché quella rinuncia equivarrebbe a scaricarsi la coscienza da ogni responsabilità, magari attendendo che si realizzi pienamente lo spettacolo di una crisi irreversibile dalla quale nessuno e meno che mai il paese avrebbe da guadagnare. Abbiamo sempre rifiutato il gioco del "tanto peggio, tanto meglio". Non sono monetine dell´antipolitica quelle che vogliamo lanciare nella discussione pubblica, ma idee e proposte che nascono dal paese reale. Quelle idee e quegli stimoli che ci auguriamo possano contribuire a restituire alla politica la forza, l´autorevolezza e la leadership di cui un grande paese come l´Italia ha bisogno.
Einaudi, la casta e l'Italia del '19
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
"A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro di avere la sapienza infusa nel vasto cervello". Non sono parole di Beppe Grillo, né di Guglielmo Giannini, né di quel Corrado Tedeschi che inventò il Partito della bistecca e neppure di Umberto Bossi ai tempi in cui tuonava "mai più soldi agli stronzi romani". L'atto di accusa è di Luigi Einaudi, oggi venerato come uno dei padri della Patria e una delle figure più limpide della nostra storia anche da quanti un tempo lo consideravano un avversario.
Era il primo febbraio 1919, la Grande Guerra era finita da poche settimane, Guglielmo II era fuggito nei Paesi Bassi, a Berlino erano stati appena rapiti e uccisi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, a Parigi s'era aperta la Conferenza di pace e da noi, dove Luigi Sturzo aveva appena fondato il Partito Popolare, cominciava quel "biennio rosso" che si sarebbe concluso con una dura sconfitta delle sinistre e l'avvento del fascismo. Alla guida del governo c'era Vittorio Emanuele Orlando, agli Esteri Sidney Sonnino, al Tesoro Bonaldo Stringher, alla Giustizia Luigi Facta. Gente che Einaudi considerava, per usare un eufemismo, in larga parte inadeguata. Come dimostra appunto quanto scrisse sul Corriere in uno degli articoli oggi raccolti dalla Mondadori nei bellissimi "Meridiani" dedicati al "Giornalismo italiano ".
Il futuro capo dello Stato, al fianco degli industriali "inferociti", accusava l'esecutivo: "Non mantiene le promesse, impedisce con i suoi vincoli il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fa perdere quei mercati che gli industriali italiani erano riusciti a conquistare, prepara disastri al Paese, accolla sempre nuovi oneri alle industrie...". Perché? Per la mania di mettere le mani su tutto, immaginare "monopoli che non sa poi come amministrare", rivendicare compiti che poi non sa assolvere impedendo insieme che "provvedano i privati". Per non dire di lacci e lacciuoli come gli "istituti dei consumi, grazie a cui magistrati, professori, segretari di prefettura, postelegrafici perderanno il proprio tempo ad annusar formaggi e negoziar merluzzi". O della scelta di "sovracaricare i proprietari di case di nuovi balzelli sperequati e impedir loro un parziale adattamento delle pigioni ".
Basta, scriveva: "Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi (...) persuasi di avere il dono divino di guidare i popoli nel procacciarsi il pane quotidiano. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I professori ritornino ad insegnare, i consiglieri di Stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti e, se passano i limiti d'età, si piglino il meritato riposo". Insomma: "Ognuno ritorni al suo mestiere".
Parole durissime. Che non salvavano pressoché nulla e nessuno. Era un qualunquista, Luigi Einaudi? Un demagogo? Un populista? Un "giullare della Suburra"? Meglio andarci piano, sempre, con le etichette insultanti. Forse, se i politici "padreterni" di allora lo avessero ascoltato senza fare spallucce, tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma.
Finanziaria, riparte la giostra
Michele Ainis su La Stampa
Come ogni anno, e per sei mesi l'anno, siamo caduti in uno psicodramma collettivo. Ma in questo caso la colpa non è di un comico politico, né di politici involontariamente comici.
La colpa è di uno strumento al passo con i tempi quanto una macchina da scrivere nell'era dei computer: la legge finanziaria. Quella dell'anno scorso rimane memorabile come il primo bacio. D'altronde era la prima finanziaria del gabinetto Prodi, anche se il medesimo copione era già andato in scena negli anni precedenti: l'esecutivo presenta alle Camere un progetto più corposo d'un libro illustrato; i parlamentari scrivono un'enciclopedia di emendamenti; il governo vara un maxiemendamento, sul quale pone la fiducia, prendere o lasciare. Il Parlamento prende, un po' perché siamo ormai a Natale, dopo di che s'andrebbe all'esercizio provvisorio del bilancio. Un po' perché nessuno ha voglia di mettere l'esecutivo in crisi, liberando le 102 poltrone occupate dagli amici. Un po' perché ogni partito trova il pasto caldo nel ricchissimo menù cucinato dalle leggi finanziarie. Un po' perché in queste circostanze i parlamentari non sanno nemmeno cosa votano: conoscono solo le norme che toccano il loro collegio elettorale.
Quanto all'ignoranza, non gli si può dar torto. La Finanziaria 2007 è stata un guazzabuglio di disposizioni eterogenee, nel quale c'era spazio per interventi sulla brucellosi, sui campionati di nuoto, sulla carta d'identità. Totale: 338 pagine di legge, impossibili da leggere. Tali interventi venivano messi in fila come cognomi sull'elenco telefonico: un solo articolo, ma con 1365 commi (record del mondo). Tanto che il Servizio studi di Montecitorio s'è accorto solo a cose fatte che tra i vari strafalcioni, ormai entrati in vigore, c'era anche la ripetizione della stessa norma in due distinti commi (436 e 438). Repetita iuvant.
Se n'è accorto perfino il governo. Già a novembre il ministro Chiti ha promesso agli italiani che non avrebbero mai più sperimentato un'altra finanziaria battezzata con queste procedure. A gennaio, nel conclave di Caserta, il ministro Padoa-Schioppa ha illustrato ai colleghi il progetto di riforma. La stessa Finanziaria 2007, al comma 474, ha varato una commissione per modificare il meccanismo. Tra gennaio e febbraio la riforma è rimbalzata per tre volte in Consiglio dei ministri: tre sedute a vuoto. I presidenti di Camera e Senato hanno levato l'indice sull'esigenza d'accorciare la sessione di bilancio, che s'allarga da giugno a dicembre. A febbraio il governo ha licenziato un documento d'indirizzo, consegnandolo alle commissioni parlamentari competenti. Risultato? Zero. L'ennesima prova d'impotenza, con l'aggiunta di un po' di strafottenza. Sicché la giostra ricomincia: il ministro Mussi ha già annunciato norme in finanziaria per vietare ai rettori più di due mandati. Sarà anche giusto, ma che ci azzecca con la manovra di bilancio? E i ministri sono così certi che quest'insalata mista verrà poi digerita dal Capo dello Stato? Napolitano ha già fatto capire in più occasioni che non promulgherà un'altra Finanziaria come quella del 2007, con la tecnica del maxi-emendamento su un maxi-provvedimento. Siccome adesso è tardi per correggere le nostre maxi-procedure, limitiamoci almeno ad applicare quelle vigenti in modo rigoroso. A prenderle sul serio, vi s'incontra il divieto d'introdurre nella legge finanziaria norme localistiche o troppo settoriali, comunque prive d'effetti sull'erario. Ma in Italia la vera rivoluzione dei costumi sarebbe l'applicazione delle leggi.
Lo spettro del ritorno del Cavaliere
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L a rabbia di Clemente Mastella fa emergere la sua astuzia contadina. La convinzione di essere usato come capro espiatorio da chi, nell'Unione, cerca di lisciare il pelo all'antipolitica, lo porta ad uno sfogo che può tornare utile a Romano Prodi. Il ministro della Giustizia spiega che se si liquidano i partiti vince Silvio Berlusconi; e che se si votasse adesso, il centrodestra conquisterebbe cinque regioni e 15 senatori in più. Mette dunque davanti agli alleati una realtà brutale. Li avverte che se cade il governo e ci sono le elezioni anticipate, la disfatta è assicurata. "Torna Berlusconi a Palazzo Chigi ", li terrorizza. "Succederà come nel 1994. Sull'antipolitica è imbattibile".
Non è chiaro se l'esternazione di Mastella sia stata concordata col presidente del Consiglio; e neppure se basterà a dissolvere d'incanto le resistenze che alcuni partiti del centrosinistra continuano a fare contro la finanziaria. Quella che sembra certa è la plausibilità dello scenario, offerta come elemento di meditazione ad un'estrema sinistra tuttora insoddisfatta; e a chi, come il ministro Antonio Di Pietro, insegue le polemiche "alla Grillo" e si impunta affinché Prodi prenda ufficialmente le distanze dal viceministro dell'Economia, Vincenzo Visco; ma il premier lo fa a metà. Non si tratta di un allarme esagerato, dal punto di vista dell'Unione. Disperato, invece, sì.
Non a caso Mastella evoca la rivincita del Cavaliere. Si tratta dell'unica risorsa che rimane alla maggioranza per tentare di rimanere tale il più a lungo possibile. Solo lo spettro berlusconiano può compiere il miracolo di ricompattare un centrosinistra destabilizzato dalle liti fra alleati. D'altronde, il Cavaliere non fa nulla per nascondere una strategia che punta al voto nella primavera prossima. I toni bellicosi contro il governo adesso arrivano anche dall'Udc. Fino a qualche settimana fa, il partito di Pier Ferdinando Casini sembrava pronto ad offrire appigli al governo: magari sulla legge elettorale. Adesso chiede finanziaria, riforma del sistema di voto e ritorno "rapido" alle urne.
Può significare che il centrodestra è meno diviso; che comincia a credere alla possibilità della spallata finale, e dunque asseconda i piani di Berlusconi. Ma Ds e Margherita, ripiegati sull'esigenza di arrivare più o meno indenni a metà ottobre, data di nascita del Pd, sfoggiano tranquillità. Gli stessi prodiani dicono che esistono buoni margini per approvare la legge finanziaria senza le scosse deleterie registrate negli ultimi giorni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, usa parole di ottimismo.
A sentire Palazzo Chigi, la giornata di ieri è servita ad archiviare le incomprensioni. Ma bisognerà aspettare il Consiglio dei ministri di oggi per vedere se e quanto la mediazione del premier sia riuscita. Dalle dichiarazioni degli scontenti, il capo del governo continua ad essere considerato come un interlocutore: quasi l'unica sponda rispetto ad una coalizione nella quale alcuni ministri ostentano un'incomunicabilità corrucciata e offesa. Ieri Prodi e il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, sono stati ricevuti da Giorgio Napolitano. Ed hanno spiegato al presidente della Repubblica la sostanza della finanziaria. Ma Napolitano sa che le vere difficoltà cominciano oggi in Cdm. E cresceranno soprattutto in Parlamento, dove promettono di scaricarsi le manovre elettorali.
Berlusconi aspetta. E forse spera davvero.
Nel centrodestra l'Udc comincia ad aprire ai piani di Berlusconi
Cara Unione, adesso basta
Appello de l'Unità
Dalla sinistra radicale a Dini, da Di Pietro a Mastella, la coalizione litiga e vacilla
L'"Unità" rivolge un appello ai partiti dell'Unione affinché cessino le divisioni e i litigi che oltre a frantumare la maggioranza ledono gravemente l'immagine del governo allontanando numerosi elettori che a questa coalizione avevano concesso la loro fiducia. Quella fiducia culminata, sia pure per un pugno di voti, con la vittoria del 9 aprile 2006 a cui l'"Unità" e i suoi lettori hanno dato il loro più convinto e appassionato sostegno. Tre gli obiettivi. Il risanamento economico del paese condotto dalla destra sull'orlo della bancarotta materiale e morale. La massima coesione possibile della coalizione per un governo di legislatura. Convincere molti più cittadini che esiste un'alternativa del buon governo al berlusconismo. Purtroppo, diciotto mesi dopo l'attenzione dei cittadini e dell'informazione è quasi esclusivamente rivolta ai contrasti nell'Unione, ormai quasi quotidiani. Mentre resta in secondo piano la difficile azione di risanamento intrapresa dal governo Prodi e grazie al concorso di tutti nell'Unione. Con il risultato paradossale di far ricadere solo sul centrosinistra il peso dell'antipolitica e di restituire consensi proprio alla destra della bancarotta. Pur rispettando le legittime differenze nell'Unione che devono poter trovare le giuste mediazioni, diciamo basta a un modo di agire che può portare solo alla sconfitta storica del centrosinistra e delle speranze di milioni di cittadini. Chiediamo perciò di sottoscrivere questo appello. Lo potete fare collegandovi al sito del giornale www.unita.it o inviando una mail all'indirizzo appello@unita.it
Voto di scambio messo per contratto
Giuseppe Caporale su la Repubblica
ROMA - Un contratto di vendita, con tanto di firme. Un accordo, nero su bianco, per vendere un pacchetto di voti, sotto elezioni, in cambio di un posto da dirigente alla Provincia di Udine. L´acquirente è l´attuale presidente, Marzio Strassoldo, alla guida di una giunta di centrodestra, riconfermato proprio dopo le amministrative del 2006. Il venditore è un politico locale con un gruzzolo di preferenze, Italo Tavoschi, ex vicesindaco di Udine, centrista eletto con una lista civica. Nel documento stilato c´è pure il prezzo. Senza troppi giri di parole: 210 mila euro, in tre anni. Ora, Tavoschi, che si dichiara disoccupato, ha presentato ricorso all´ufficio del lavoro. Sì, proprio all´ufficio del lavoro. Lamenta il mancato rispetto di quel contratto. Lui, scrive nel ricorso, l´accordo l´ha onorato e il presidente i suoi 420 voti "dopo un´intesa campagna elettorale", li ha ottenuti. Il centrodestra ha vinto le elezioni, ma, il posto da dirigente, dopo un anno, ancora non l´ha avuto. Un accordo comunque, che entrambe le parti, interpellate, definiscono lecito, seppure poi, dissentono sulla sua risoluzione. La vicenda è stata rivelata ieri dal "Messaggero Veneto".
Per il presidente Strassoldo "è uno di quei tanti accordi politici che si sottoscrivono in campagna elettorale. Solo che invece di chiedere un posto in giunta, per il quale Tavoschi, come singolo candidato, non aveva titolo, ha preteso un incarico dirigenziale".
Ma ecco, parola per parola, il contenuto del contratto, firmato il 20 febbraio 2006, cinquanta giorni prima del voto. "Italo Tavoschi si impegna a sostenere il prof. Strassoldo, alle prossime elezioni provinciali, e lo fa schierandosi in una lista che fa capo a Strassoldo, presentandosi in uno o più collegi nella città, oppure a discrezione dello stesso presidente, in altri collegi del territorio. Il presidente Strassoldo si impegna a riconoscere a Italo Tavoschi, per questa personale discesa in campo, nel caso di vittoria elettorale e conseguente conferma a presidente della Provincia di Udine, un incarico amministrativo, per la durata minima di tre anni, eventualmente rinnovabile. Detto incarico, riguarderà il comparto delle attività produttive ed in particolare la promozione turistica della nostra provincia. Al dott. Tavoschi sarà riservato il trattamento economico lordo annuo di euro 70.000,00 (settantamila), nell´area dirigenziale, con oneri previdenziali a carico dell´ente Provincia. In alternativa potrà essere sottoscritto un contratto a progetto, di pari importo annuo, per la durata di anni cinque. Firmato Mario Strassoldo e Italo Tavoschi".
Sempre nel ricorso all´ufficio del lavoro, Tavoschi sottolinea di aver speso oltre tremila euro per "santini" e manifesti. E aggiunge che, in seguito, "non ha nemmeno potuto trovare altra occupazione dato che era in attesa dell´incarico promesso". Imbarazzo nella coalizione di centrodestra che sostiene il presidente. An, Forza Italia e Udc, chiedono un vertice urgente. La Lega minaccia di ritirare gli assessori. Il Movimento Friuli, espressione sia del presidente che della lista dov´era candidato Tavoschi, tace.
I generali non si fermano, 9 morti in Birmania
Gabriel Bertinetto su l'Unità
Dieci minuti per andarsene e sfuggire al massacro. Poi sui coraggiosi che a Rangoon non hanno ceduto al ricatto dei militari, si è scatenata la violenza. Più feroce e indiscriminata del giorno prima. I morti sono almeno nove. La cifra è fornita dagli stessi media di Stato, ed è quindi possibile che sia anche più alta. I resoconti di quanto è accaduto ieri nella ex-capitale birmana sono frammentari, perché la libera stampa - nel Paese in cui la premio Nobel Aung San Suu Kyi da 18 anni, salvo qualche breve intervallo, vive agli arresti domiciliari -, non ha diritto di cittadinanza. Al contrario è piuttosto considerata un nemico, e se ne è avuta una tragica prova con l'assassinio di un fotografo giapponese.
La sua colpa era quella di documentare gli attacchi scatenati dal dittatore Than Shwe contro la folla che si era radunata nei pressi della pagoda Sule. L'eroico reporter, Kenji Nagai, è uno dei tanti che non ha obbedito all'ordine di sgomberare. Non era un manifestante, ma nell'ottica di coloro che hanno scatenato la repressione era forse anche peggio. Era uno che contribuiva a far conoscere la verità. Come i due colleghi e connazionali, Kazura Endo e Koji Hirata, che sono stati scortati all'aeroporto e costretti a ripartire. O il cronista tedesco, di cui non si conosce il nome, che secondo alcune voci non confermate, avrebbe a sua volta perso la vita durante gli scontri. I militari hanno intensificato gli sforzi per impedire che le notizie su quanto sta accadendo, escano dal paese. Molti blog sono stati oscurati e diverse linee di cellulari tagliate, rendendo sempre più difficile la diffusione via internet di quelle immagini delle proteste che nei giorni scorsi avevano fatto il giro del mondo. L'associazione internazionale per la libertà di informazione (Information Safety and Freedom, Isf) ha denunciato la caccia al giornalista organizzata dal brigadiere generale Kyaw Hsan, ministro dell'Informazione, con rastrellamenti stanza per stanza negli hotel del centro di Yangon (Rangoon), alla ricerca di cronisti entrati in Myanmar (Birmania) con visto turistico.
La rivolta non si ferma, ma ieri nelle strade di Rangoon la folla era meno numerosa. Nella notte la polizia aveva setacciato i monasteri, picchiando i monaci ed arrestandone moltissimi. Durante i rastrellamenti, un bonzo sarebbe stato colpito a morte. L'intento dei militari era di togliere al movimento di contestazione la linfa vitale che gli era stata iniettata proprio dalla partecipazione dei religiosi. In parte lo scopo è stato raggiunto. Varie testimonianze riferiscono che ieri la presenza delle tuniche color zafferano era molto inferiore rispetto ai giorni prima. Ne sarebbero stati arrestati almeno ottocento.
Sciolto con la violenza un assembramento in un punto della città, un altro si riformava in una zona diversa. È andato avanti così sino al cadere delle tenebre. Ogni volta partiva la solita ingiunzione: scioglietevi entro pochi minuti o ne pagherete le conseguenze. Poi gli agenti avanzavano verso la folla. Riempiendo l'aria con il frastuono dei manganelli ritmicamente battuti sugli scudi di rattan. Scagliando i lacrimogeni. Sparando, ora in aria, ora ad altezza d'uomo. La folla, esasperata, a volte reagiva tirando pietre o bottiglie d'acqua. In uno di questi scontri, tre civili sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco, e i corpi buttati in un fosso.
Ai rappresentanti degli altri Paesi, che probabilmente non credevano alle loro orecchie, il viceministro degli Esteri ha assicurato che "il governo si sta impegnando a mostrarsi moderato nel rispondere alle provocazioni". Ha accusato "elementi distruttivi sia interni che esterni" come responsabili della crisi, ed ha lamentato che il comportamento della giunta sia stato "chiaramente frainteso".
Non è stata l'unica iniziativa politica rivolta al mondo esterno. A New York, dove erano tutti presenti per partecipare ai lavori dell'Assemblea dell'Onu, si sono riuniti i ministri degli Esteri degli otto Paesi dell'Asean (Associazione delle nazioni dell'Asia sudorientale). La Birmania ne fa parte assieme a Malaysia, Indonesia, Singapore, Filippine, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Cambogia. Il rappresentante birmano ha ascoltato le dure critiche dei colleghi, che hanno "espresso la propria repulsione dopo i resoconti secondo cui le dimostrazioni sono state represse con la violenza e ci sono state vittime". Secondo un funzionario presente ai colloqui, il ministro di Myanmar avrebbe fatto il mea culpa per quanto è accaduto. Se la notizia fosse vera, potrebbe essere il segnale di una potenziale fronda interna al regime, anche se da questo semplice evento non si potrebbe capire comunque quanto sia estesa. Uno sviluppo positivo, sempre sul terreno diplomatico è certamente il sì delle autorità di Myanmar all'arrivo dell'inviato delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari. Il visto d'ingresso nel Paese gli è già stato concesso, ha annunciato il ministro degli Esteri di Singapore, presidente di turno dell'Asean.
28 settembre 2007