
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 settembre 2007
Antipolitica, per chi suona la campana
Ezio Mauro su la Repubblica
C'è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull'assalto dell'antipolitica al cielo italiano di questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un'altra crisi ben più profonda che continuiamo a ignorare perché non la vogliamo vedere. E' la decadenza del Paese, l'indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di peso specifico e di identità culturale. Ciò che dà forma contemporanea ad un'idea dell'Italia, la custodisce aggiornandola nel passaggio delle generazioni, la testimonia nel mondo, garantendo una sostanza identitaria agli alti e bassi della politica, ai cicli dell'economia, all'autonoma rappresentazione del Paese che la cultura fa nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella musica, nei media o in televisione.
Se questa idea che il Paese ha di se stesso, e che il mondo ha di noi, non si fosse fiaccata fino a confondersi e smarrirsi, il sussulto di ribellione ai costi crescenti della politica, alla lottizzazione di ogni spazio pubblico con l'umiliazione del merito, all'esibizione pubblica dei privilegi avrebbe preso la strada di una spinta forzata al cambiamento e alla riforma. Non di un disincanto che si trasforma in disaffezione democratica mentre la protesta diventa una sorta di secessione dalla vita pubblica: un passaggio in una dimensione parallela - ecco il punto - dove l'idea stessa di cambiamento cede alla ribellione, e alla cattiva politica si risponde cancellando la politica e abrogando i partiti. Come se cambiare l'Italia fosse impossibile. O, peggio, inutile.
Un Paese che dedica quattro serate tv a miss Italia, riunisce una trentina di persone in un vertice di maggioranza attorno a Prodi, inventa un cartoon politico come la Brambilla per esorcizzare il problema politico della successione a Berlusconi, vede restare tranquillamente al suo posto il presidente di Mediobanca rinviato a giudizio con altri 34 per il crac Cirio, forma due partiti anche per discutere l'eredità Pavarotti e dà ogni sera al Papa uno spazio sicuro nel suo maggior telegiornale, ha la proiezione internazionale che questo triste perimetro autunnale disegna. Un'Italia in forte perdita di velocità, dove l'unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne mentre il ceto politico è l'elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo. Perché la moda, il Chianti e le Langhe non possono da soli sostenere e rinnovare la tradizione e l'ambizione di un Paese che non può essere soltanto l'atelier dell'Occidente, o la sua casa di riposo.
Ma se tutto questo è vero, e purtroppo lo è, l'antipolitica è soltanto una spia - e parziale - dell'indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale, qualcosa che va molto al di là delle dimensione strettamente politica e istituzionale. È quel che potremmo chiamare il senso di una perdita progressiva di cittadinanza in un Paese che perde intanto ogni piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento. Come può questo Paese non perdere sicurezza, coscienza, peso, capacità di rappresentare se stesso e di valorizzarsi, innovando e modernizzando?
Il "V-day", a mio giudizio, è una prova di questo impoverimento. Solitudini politiche sparse, delusioni individuali, secessioni personali si riuniscono in uno show, come se cercassero "soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche".
Ma come si fa a non vedere che in questa atrofia del discorso politico, che cortocircuita se stesso trasformando il "vaffanculo" nella massima espressione di impegno civile dell'Italia 2007, c'è la decadenza di ogni autorità, il venir meno di ciò che si chiamava "l'onore sociale" dei servitori dello Stato, il logoramento vasto del potere nel suo senso più generale: il potere in forza della legalità, in forza "della disposizione all'obbedienza", nell'adempimento di doveri conformi a una regola.
Se è questo che è saltato, il vuoto allora riguarda tutti, non soltanto la classe politica. È l'establishment del Paese nel suo insieme che invece di sentirsi assolto dal pubblico processo al capro espiatorio politico, deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, di questa secessione strisciante, dello smarrimento non solo del senso dello Stato ma anche di uno spirito repubblicano comune e condiviso. Troppo comodo partecipare al valzer dell'antipolitica dagli spalti di un capitalismo asfittico nelle sue scatole cinesi, di una finanza che cerca il comando senza il rischio, di un'industria che dello Stato conosce solo gli aiuti e mai le prerogative.
Quando la crisi è di sistema e l'indebolimento del Paese è l'unico risultato visibile ad occhio nudo, davanti alla secessione strisciante di troppi cittadini dalla cosa pubblica bisognerebbe che l'establishment italiano evitasse di contare in anticipo le monetine da lanciare contro la politica, aspettando la supplenza e sognando l'eredità. Meglio chiedersi, finché c'è tempo, per chi suona la campana.
Questione morale, Di Pietro con Fini
Marco Galluzzo sul Corriere della Sera
ROMA La sola notizia di una convergenza, fosse anche su una materia diversa dai costi della politica, basterebbe a creare un caso. E infatti, appena circolata, ha già creato scompiglio. Gianni Alemanno, che fa parte della partita, ne è consapevole, si affretta ad escludere altri fini: "Quella con Di Pietro non è un'alleanza come temono in molti, è solo il tentativo di fare buona politica, di dare risposte concrete al risentimento dell'opinione pubblica ".
Sarà anche così ma i sospetti dei rispettivi alleati, soprattutto nella maggioranza, restano. Mercoledì prossimo, alle 11 del mattino, Gianfranco Fini e Gianni Alemanno siederanno ad un tavolo insieme al ministro Antonio Di Pietro, nello stesso giorno in cui in Parlamento si potrebbe discutere dello scontro fra l'ex pm e il suo collega di governo Visco. Siederanno insieme per annunciare un progetto di legge che ritengono urgente, con almeno 100 firme in calce, raccolte fra deputati e senatori di An e dell'Italia dei Valori, ma anche negli altri partiti: "Non è un tema che può essere affrontato dalla sola maggioranza, per forza di cose bisogna agire in modo bipartisan ", chiosa Di Pietro.
L'iniziativa avrà la sua risonanza mediatica perché risponde alle piazze di Beppe Grillo, perché contiene misure concrete per tagliare la spesa pubblica, moralizzare un minimo il funzionamento delle istituzioni: dal ritorno alla legge Bassanini (12 ministeri in tutto, non uno di più) all'abolizione delle comunità montane, entità che negli anni ha conosciuto applicazioni, sovvenzionate dallo Stato, persino a pochi metri di altitudine sul mare.
Da pochi giorni Gianfranco Fini ha dato il via libera alla conferenza stampa, avallato gli ultimi ritocchi al testo del progetto di legge, in fase di redazione finale, ignorato le possibili critiche. Un'iniziativa che unisce la destra e l'Italia dei Valori, su un tema così importante, è indubbio che susciterà interrogativi, forse soprattutto sull'ex pm. Ma per il leader di An questo può essere un motivo in più per dare corso alla cosa: agli occhi dell'ex ministro degli Esteri infatti è proprio l'attuale ministro alle Infrastrutture, più di Dini e di Mastella, la vera spina nel fianco del governo. E un domani, forse, anche il possibile innesco della crisi.
L'autonomia di movimento di Di Pietro, la suggestione che i sondaggi regalano quasi quotidianamente al futuro del movimento dell'ex pm, un bacino elettorale che più di altri è potenzialmente antigovernativo, legato al vento dell'antipolitica, sono tutti fattori che i leader del centrodestra monitorano in modo costante. Il percorso futuro del capo dell'Idv diventa indicatore del destino di Prodi e del centrosinistra, variabile che può avvicinare o allontanare il ritorno alle urne.
Fini questo lo sa bene: l'idea di rinverdire un feeling che ebbe le sue prime tappe nei primi anni '90, all'epoca di Mani Pulite, e poi proseguì durante il procedimento giudiziario che vide coinvolto il magistrato, è forse anche lo sbocco naturale di identità politiche che nel tempo sono state declinate in modo diverso ma che mantengono punti di contatto.
Per il momento è solo un disegno di legge sui costi della politica, che punta fra gli altri a dare riconoscimento giuridico sia ai partiti che ai sindacati, regolandone con norme cogenti vita e democrazia interna, regole e statuti, trasparenza, sottoponendo il tutto al controllo di un'Authority. O per fare un altro esempio a spazzare via Sviluppo Italia, l'azienda pubblica che doveva essere volano di sviluppo per il Sud e che negli anni è divenuta anche moltiplicatore di cariche, prebende e potere fine a sé stesso.
Antonio Di Pietro per il momento spera che l'iniziativa abbia successo: "Contiamo di avere una corsia preferenziale, in Parlamento, e riuscire a creare un reale interesse bipartisan che porti all'approvazione del progetto". Fini parlerà mercoledì prossimo.
Vertice con lite sulle rendite
Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera
ROMA - Si capisce subito l'aria che tira al supervertice della maggioranza. Gli invitati, segretari di partito, capigruppo, esponenti di governo, una trentina in tutto, non fanno in tempo ad arrivare a Palazzo Chigi che esternano. "Così non si può andare avanti ", si sfoga il socialista Roberto Villetti. "Sono qui per capire se c'è ancora questa maggioranza ", confessa candidamente l'udierrino Tommaso Barbato. Del resto la linea a dir poco critica è giustificata dal leader del suo partito, Clemente Mastella, che ha deciso di disertare la riunione, "irritato " dalla campagna di "delegittimazione " contro i partiti e contro la sua persona. Si dà malato anche se conferma la sua fiducia a Romano Prodi: "La sinistra di Capalbio attacca me per colpire lui. Ma io posso anche ritirarmi a Ceppaloni ". Irritazione al centro, ma soprattutto profondo scontento a sinistra.
Franco Giordano, di Rifondazione, entrando promette battaglia: "Rivendichiamo più collegialità: dove è finita la tassazione sulle rendite? Se resta così noi la Finanziaria non la votiamo". Parola d'ordine di Palazzo Chigi: "Cercare la quadra". Il Presidente del Consiglio ci prova tracciando un quadro tutto sommato ottimista: manovra "snella", interventi a tutto campo. Ma ogni partito ha portato il suo pacchetto di richieste ed è difficile comporre il mosaico. Prodi lo sa bene e chiarisce subito: "Questa non è l'occasione per un regolamento di conti. L'anno scorso era una Finanziaria di risanamento, ora sarà la manovra della normalità". Subito dopo parla il ministro Padoa Schioppa. Il problema è che al vertice straordinario di Palazzo Chigi ognuno ha un'interpretazione diversa della "normalità". Ed ecco che si consuma lo strappo della sinistra radicale. Dicono in coro Mussi, Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio: "Così com'è la manovra è tutta da reimpostare". I Verdi denunciano che "non c'è nulla su Kyoto" e il segretario del Pdci è durissimo: "Nella Finanziaria non c'è una parola sul precariato, sulla redistribuzione delle ricchezze". E poi: "Vogliamo dare un segno contro gli sprechi? Eliminiamo subito quell'inutile società del Ponte sullo Stretto". Conclusione: "Qui si vuole sfidare la sinistra e accontentare i poteri forti".
E si torna a parlare di "tassazione delle rendite". Ma Prodi la respinge con fermezza: "Mi dispiace, non possiamo farlo: non è il momento".
"Farò una sintesi, ma attenzione: dovrò tener conto di tutte le posizioni". Cioè, non solo della sinistra. Prodi tenterà quindi di redigere una nuova bozza della Finanziaria e indirà oggi un nuovo vertice per tentare di farla approvare prima del consiglio dei ministri di domani. Ma l'avvertimento all'ala radicale è partito: "I margini sono ristretti". I problemi però sono anche al centro. Non solo per Mastella, che comunque incassa la "solidarietà" di Prodi ("sono sdegnato"). C'è anche la coppia Manzione-Bordon, cioè gli ulivisti dissidenti, che vedranno oggi Prodi in privato. E Di Pietro? Ha trovato un accordo con Prodi sul caso Visco (non presenterà mozioni contro), ma sulla Finanziaria è anche lui all'attacco: "Bisogna aumentare gli aiuti alle famiglie ". E la guerra continua.
Il partito anti urne
Pensione a rischio per 400
Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera
ROMA È il partito più grande d'Italia. Non ha un nome ufficiale e nemmeno sezioni sparse ai quattro angoli del Paese. Ma in Parlamento può contare su quasi 400 (inconsapevoli) iscritti. Sono i deputati e i senatori al primo mandato, mai eletti prima. Debuttanti. Per loro il giorno x è a metà ottobre 2008: se allora saranno ancora in sella avranno diritto alla pensione da parlamentare. Se invece si dovesse andare al voto prima, nisba, nemmeno un euro per rendere più lieve la vecchiaia. Una tentazione trasversale per evitare elezioni troppo anticipate? Caso concreto, cominciando dall'opposizione che rischia pure il conflitto d'interessi tra politica e portafoglio.
Metà novembre, voto in bilico al Senato, la Cdl può riuscire nella spallata. Senatore Mario Baldassarri, sceglie il tasto rosso che fa cadere il governo oppure ripiega sul tasto verde che tiene in piedi la sua pensione e il governo? "Per carità ride l'ex ministro di Ancada Prodi e pure la pensione. Nessun dubbio. Tanto io l'ho già maturata come professore universitario". Negano tutti, certo. Ed è forse esagerato pensare al Papp (Partito Aspiranti Pensionati Parlamentari) come ad una misteriosa Spectre capace di influenzare i destini d'Italia.
Ma è comunque una variabile della formula che potrebbe riportarci alle urne prima del previsto. Nella maggioranza dovrebbe essere tutto più facile. Antonio Polito (Ulivo) lo spiega con una battuta: "È un motivo in più per augurare lunga vita al governo Prodi. Meglio qualche euro in più che qualche euro in meno. Ma se uno si fa i conti in tasca non è che poi ci sia tutta questa differenza". Ecco, i conti in tasca. Dopo due anni, sei mesi e un giorno di lavoro alla Camera o al Senato (calcolati dal giorno della proclamazione) l'assegno è intorno ai 2.500 euro lordi al mese. Non si prendono subito ma una volta compiuti 65 anni. Forse troppo in là per far cadere in tentazione i giovani.
E infatti non bastano a convincere chi, eletto con l'Unione e di poco sopra i 30 anni, è deluso dal governo. "Per me dice Francesco Caruso, Rifondazione possiamo votare pure domani. Chi se ne frega della pensione se dobbiamo stare qui ad aspettare i ricatti di Lamberto Dini ". "La legislatura concorda Daniele Capezzone, Rosa nel pugno è già arrivata all'accanimento terapeutico. Spero che nessuno pensi di vivacchiare un annetto per qualche spicciolo in più".
Nessuna intesa sotterranea, nessuna riunione carbonara, nessun ammiccamento quando in Transatlantico gli iscritti al Papp incrociano gli sguardi? Giulia Bongiorno (An) rispolvera il linguaggio delle sue arringhe migliori: "Se qualcuno dovesse porre in essere condotte finalizzate a tenere in vita il governo solo per una propria soddisfazione economica... " Cosa accadrebbe, avvocato? "Ci troveremmo davanti ad un comportamento se non penalmente rilevante di sicuro moralmente rilevante". E niente clemenza della corte. Il punto è che molti dei debuttanti hanno già un lavoro alle spalle. Nicola Buccico: "Se volevo guadagnare di più, continuavo a fare l'avvocato. E poi la pensione già ce l'ho come consigliere regionale. Faccio pure il sindaco, senza indennità. Domani, dopodomani, votiamo quando volete".
Fernando Rossi, l'ex Pdci che con il suo non voto contribuì a mettere in crisi il governo: "Tra poco maturo la pensione da impiegato regionale. Lunga vita a Prodi, ma non per i soldi: dopo di lui chiunque sarà peggiore". Sergio De Gregorio, l'ex dipietrista passato con la Cdl, dopo una vita fra tv e quotidiani: "La pensione e la cassa sanitaria dei giornalisti sono meglio di questa. Nun me ne po' frega' de meno". Chi è giovane vede il traguardo troppo lontano, chi è più grandicello magari una pensione ce l'ha già. Ma, allora, il problema non esiste? Paola Binetti esce dall'Aula del Senato e ci pensa su: "Io non mi sento di escludere che qualcuno il pensierino ce lo faccia. Ma la soluzione è proprio questa: basta con i politici di professione, tutti i parlamentari dovrebbero venire dal mondo normale, quello di chi lavora. A quel punto le pensioni dei parlamentari le potremmo anche abolire".
Facce da Pd
Maria Grazia Bruzzone su La Stampa
Mentre, chiuse le liste, restano ancora delle contestazioni demandate al comitato dei garanti (una per tutte: la lista campana capeggiata da Ciriaco De Mita, che non aveva alternato uomini e donne) e in attesa delle presentazioni ufficiali, dopo quella delle liste veltroniane del Lazio, spulciando qua e là ci si può fare un'idea delle facce che i cittadini potranno votare alle primarie per eleggere l'Assemblea costituente del nascente Pd. Facce di politici, ovviamente, nazionali e locali (il grosso nelle liste di Veltroni, in pole position il braccio destro del sindaco Marco Causi e c'è pure l'addetto stampa di D'Alema Matteo Orfini).
Ma anche ex, ex deputati come Giorgio Ruffolo, Laura Pennacchi, l'animalista Carla Rocchi, e Silvia Costa, oggi assessore del Lazio, e l'ex sindaco di Torino Valentino Castellani. C'è poi la vasta rappresentanza di partito, con nomi sconosciuti ai più, e quella della cosiddetta società civile, dove si distingue la pattuglia dei docenti universitari, dall'archeologo Andrea Carandini al matematico Piergiorgio Odifreddi (a Torino), dall'etologo Enrico Alleva all'ematologo Franco Mandelli, ai costituzionalisti Stefano Ceccanti e Enzo Cheli, già giudice della Consulta e Garante delle comunicazioni, allo storico del diritto Aldo Schiavone. E c'è il gruppo altrettanto folto di scrittori: Rosetta Loy, Marco Lodoli, Sandro Veronesi, Valerio Massimo Manfredi, Francesca Sanvitale, Lidia Ravera.
Più ridotto il drappello dei registi, da Ettore Scola a Giuliano Montaldo, da Francesca Archibugi a Ferzan Ozpetek, ma c'è pure la costumista Paola Comencini, sorella della regista Cristina. E al mondo dello spettacolo appartengono Ennio Morricone autore di musiche di tanti film e gli attori Massimo Ghini, Neri Marcorè, Pamela Villoresi. C'è persino la signora Giuliana Longari, la candidata di Rischiatutto passata alle cronache per la battuta di Mike ("Ahi ahi, mi è caduta sul pisello").
Tra gli sportivi, spicca il ginnasta Yuri Chechi, tra gli architetti & archeologi Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti oltre ad Adriano La Regina, già sovrintendente della capitale. Non mancano gli avvocati, da Gian Paolo Zancan, ex presidente dell'Ordine, a Giovanna Cau, a Giulia Minoli, che è anche figlia del Minoli della Rai. E neppure gli imprenditori: da Marina Salomon a Massimo Carraro, a Martina Mondadori.
Lungo l'elenco degli esponenti della comunità ebraica, dall'ex deportato Piero Terracina ad Amos Luzzatto, ex presidente della Comunità, da Tobia Zevi, presidente dei Giovani, a Claudia Fellus, a Ester Mieli, che della comunità è addetta stampa. Ma ci sono anche rappresentanti di associazioni cattoliche come Luigina Di Liegro (Caritas) e David Donat Cattin (Global Action) e persino della Federazione giovanile evangelica, Ilaria Valenzi.
Non mancano neppure le donne famose, forse anche in quanto mogli o sorelle, come Maria Falcone, Milly Moratti o Sabina Ratti, dirigente Eni e consorte del banchiere Alessandro Profumo. Che si schiera però con Rosy Bindi a Milano, insieme all'editrice Rosellina Archinto, a Gad Lerner, Nando Dalla Chiesa, Roberto Zaccaria & Monica Guerritore. Mentre Enrico Letta, almeno a Roma, punta molto sugli extracomunitari: come l'indiano Sibi Mani, ingegnere elettronico, il filippino Romulo Salvador, gestore di un asilo e attore, l'africana del Mali Nirina Konate, la peruviana Eva Alejos.
Elogio della campanella
Nando Dalla Chiesa su l'Unità
Il degrado, il degrado del paese. Il paese dissestato, scombiccherato, dove dilagano tele-allegria e spensieratezza sociale. Il paese sbrindellato, un po' cialtrone, dove non si sa mai chi trovi e quando lo trovi. Il paese dell'approssimazione, degli impegni forse-che-sì forse-che-no. Il paese degli inaffidabili. Ecco, questa Italia un po' deformata ma autentica, che non è tutta ma è quanto basta, dove nasce, dove ha origine? In quale piccolo anfratto dell'animo o della mente di ciascuno prende il via, quando - insomma - si fa embrione sociale? Non sarà che con queste scaturigini misteriose c'entri anche il suono di una campanella?
Su questo mi sono interrogato leggendo sui giornali la vicenda del "Mamiani", il liceo romano balzato una volta di più agli onori delle cronache con la naturalezza che spetta, sorta di noblesse oblige, ai licei romani e milanesi frequentati dai figli di giornalisti, intellettuali e politici. Che cosa è dunque successo al Mamiani?
Semplice: che il preside ha fissato il principio che quando suona la campanella d'inizio giornata, alle 8,10, gli allievi devono entrare a scuola. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori, immagino con le debite manciate di secondi di tolleranza. E ha poi deciso che per i ritardatari scatta la carta di riserva della giustificazione. Principio osservato e praticato senza traumi dal sottoscritto quand'era (non docile) studente, e osservato e praticato senza traumi decenni dopo dai miei ancora giovani figli. Ma che è apparso iniquo agli studenti del liceo interessato. Non ho intimità con la storia dell'istituto, e dunque non sono in grado di valutare la gravità o l'inopportunità della misura in relazione al particolare clima civile, politico della scuola o a quella cosa delicata e complessa che sempre è l'antropologia studentesca, così cangiante da città a città, da quartiere a quartiere. E dunque ragiono in generale, come generale è il fenomeno di sbrindellamento che sta investendo i nostri costumi. Perché in effetti nulla o quasi nulla, preso nella sua particolarità, può essere dichiarato con certezza causa o sintomo di declino culturale. Non lo sono, in sé, né Miss Italia, né L'isola dei famosi, né la foto taroccata delle cugine di Garlasco, né l'usanza petulante di dare del tu a tutti (splendido l'articolo di Citati di quest'estate!), né la conversazione a voce alta sul cellulare in treno, né l'andare a sostenere l'esame in bermuda.
Sissignori, nessuna di queste così eterogenee "sostanze", e nessuna delle loro infinite pari-grado, porta in sé con certezza i germi del declino. Ma il solo elencarle insieme, ne converremo, disegna, quello sì, un mosaico che esprime il declino degli usi e costumi. Del tutto compatibile, si intende, con l'aumento dei viaggi, con la crescita del benessere, con l'innalzamento del grado formale di istruzione, con le vertigini del progresso tecnologico. Tutti fenomeni che anzi imprimono a tale declino modalità particolari e spesso pittoresche, proprio come nei film di Verdone.
È in questo contesto che è chiamata a svolgere la sua umile ma insostituibile funzione la campanella. La campanella che suona e dà un orario a tutti. Studiosi e indolenti. Ricchi e poveri. Di destra e di sinistra. Preadolescenti e maggiorenni. La scuola come comunità, in fondo, è anche una campanella rispettata. Vero, verissimo: dietro una campanella rispettata può esserci il vuoto culturale. Ma dietro una campanella bistrattata, in genere, il vuoto culturale avanza con certezza. Lentamente, impercettibilmente, al riparo delle ideologie progressive, ma con regolarità impietosa. Perché la campanella, come altri strumenti più o meno graziosi, sonori o silenziosi, obbliga e forma alla puntualità, abitua quotidianamente al rispetto degli orari. E la puntualità è civiltà. La puntualità esprime il rispetto per gli obblighi collettivi e per gli obblighi interpersonali. Ognuno di noi si infuria quando partono in ritardo il treno o l'aereo, quando il tram arriva venti minuti dopo l'orario indicato alla fermata, quando l'ufficio pubblico apre con suo sommo comodo. Tutti - treno, aereo, tram, ufficio pubblico - indifferenti di fronte agli impegni, alle incombenze, al tempo perso dai cittadini. Così come ognuno si arrabbia quando l'amico, il collega, il cliente, non rispetta la puntualità o quando vede il politico giungere al dibattito o alla pubblica manifestazione con ritardi da sposa bizzosa. Perché il tempo che il ritardatario impiega (fruttuosamente o meno) da un'altra parte, lo fa perdere a chi lo aspetta. L'inciviltà nasce, prospera, nell'indifferenza alla puntualità. E produce a cascata i corollari della società sbrindellata: l'inaffidabilità, l'incertezza delle prestazioni e dei doveri, la precarietà dei servizi.
Non a caso nella società massificata, intessuta di chiacchiera e di approssimazione, i luoghi per eccellenza dell'arte in diretta, il teatro e l'auditorium, sono anche quelli che per eccellenza non tollerano eccezioni alla puntualità. E anzi la associano a una rigorosa e condivisa disciplina. Chi ci va deve rispettare l'orario, viene svillaneggiato coralmente se dimentica il cellulare acceso, di fatto non può nemmeno tossire o starnutire. L'arte, ossia il prodotto dell'intelletto e della creatività, pretende, per esprimersi, contesti altamente regolati. E a ben pensarci la rissa d'agosto in Costa Smeralda tra Zucchero, grande bluesman, e il pubblico del Billionaire proprio questo ha rumorosamente registrato: il fatto che la società sbrindellata nemmeno il silenzio davanti all'artista accetta più. Prima viene la chiacchiera, meglio se gorgogliante intorno a tavole imbandite.
È paradossale che mentre tutti siamo impegnati a notare e a confidarci i segni della superficialità e della sciatteria che ci travolge, non riusciamo a stabilire i modi, gli strumenti, le semplici abitudini capaci di riportarci ai comportamenti utili a una convivenza più civile e intelligente. Che non riusciamo, nemmeno noi adulti, a capire che il massimo delle libertà personali non coincide affatto con la massima libertà collettiva. E che anzi spesso la stessa libertà individuale, quella vera, può essere mortificata, tarpata da un'esistenza vissuta fuori da ogni regola e disciplina. Dice: e il Mamiani? Niente, è stato solo un pretesto. Perché in fondo se, parafrasando Hemingway, ci chiedessimo per chi suona la campanella di ogni scuola, dovremmo rispondere che, oggi più che mai, suona per tutti.
Il budda calpestato
Timothy Garton Ash su la Repubblica
Per quanto tempo ancora, o dio, gli uomini saranno travolti e calpestati dagli ultimi e dai più infimi? Il poeta inglese del diciannovesimo secolo Alfred Tennyson non poteva vedere su You Tube i video della repressione della rivolta polacca.
Ma la sua reazione coglie perfettamente il senso di rabbiosa impotenza che si prova vedendo le botte e i lacrimogeni delle forze di sicurezza birmane contro i monaci e le monache protagonisti di una protesta pacifica. Sono passati diciannove anni dal primo grande movimento per la democrazia nel 1988, e diciassette dalle libere elezioni che hanno conferito alla Lega nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi un chiaro mandato popolare. Ma sotto un regime militare orwelliano questo splendido paese è sprofondato ulteriormente nella povertà e nell'oppressione. Per quanto ancora, o dio, per quanto ancora?
Mentre scrivo l'attesa repressione è iniziata. Dallo schermo arrivano cronache di violenze tra cui la notizia dell'uccisione di un monaco. Non sappiamo se la protesta continuerà, come promettono alcuni giovani monaci o verrà rapidamente domata. Ma due cose sono già chiare. Benché il ministro degli affari religiosi generale Myint Mauung si scagli contro 'chi invoca la distruzione, dall'esterno e dall'interno' e il ruolo sinistro delle 'potenze globali egemoni' si tratta di una protesta di origine interna. L'impennata dei prezzi in agosto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nessuno a Washington, Londra e altrove fuori dalla Birmania ha aperto il rubinetto. E questa protesta popolare interna finora è stata pacifica al massimo.
Ho davanti agli occhi la dichiarazione congiunta dell'Alleanza dei monaci birmani e degli Studenti della generazione del 1988 che esordisce con una frase straordinaria: 'L'intera popolazione guidata dai monaci attua una protesta pacifica per la liberazione dalle generali crisi politiche economiche e sociali recitando la Metta Sutra'. La Metta Sutra è una meditazione sulla virtù buddista del metta, o amore e benevolenza incondizionati ('questo è ciò che deve fare chi conosce la bontà e le vie della pace'). Su uno striscione si legge 'amore e benevolenza devono vincere su tutto'.
Chi non si commuove davanti ai video su internet girati da telecamere digitali e telefoni cellulari che mostrano monaci e monache avanzare a passo ritmato nelle loro tuniche ruggine, rosa e zafferano? E davanti all'istantanea sgranata di Aung San Suu Kyi in preghiera davanti al cancello della sua abitazione, sotto la pioggia mentre i monaci le passano davanti cantando 'Lunga vita e salute a Aung San Suu Kyi, possa godere presto della libertà!'. E' a questo che i generali presunti buddisti, che spesso fanno sfoggio di religiosità sulle pagine del New Light of Myanmar il quotidiano stile Pravda, reagiscono a colpi d'arma da fuoco, manganellate e lacrimogeni? In realtà stanno pestando Budda.
Le espressioni di cordoglio alla Tennyson non aiuteranno il popolo birmano. Come agire? Tanto per cominciare i leader mondiali, nel maggior numero possibile, farebbero bene a chiedere l'immediata cessazione delle violenze. L'assemblea generale dell'Onu è attualmente riunita a New York.
Probabilmente non sarà possibile arrivare ad un immediato messaggio di condanna da parte dell'intera assemblea, ma il consiglio di sicurezza si è riunito ieri per discutere la situazione in Birmania, un'iniziativa in precedenza osteggiata da Cina e Russia. Nel frattempo il segretario generale dell'Onu ha chiesto che il suo inviato speciale sia riammesso nel paese. Come minimo la Cina deve appoggiare questa istanza.
Probabilmente avremmo potuto impegnarci di più negli ultimi anni nei rapporti con la società civile birmana e nel mostrare ai generali e ai colonnelli i vantaggi che comporta uscire dall'isolamento. Devono capire che nel lungo periodo negoziare con Aung San Suu Kyi ed altri leader dell'opposizione e aprire la Birmania al mondo esterno porterebbe immensi benefici al loro paese. Devono anche sapere che non finiranno impiccati ai pali della luce o chiusi in prigione. Come mi disse la stessa Aung San Suu Kyi durante il colloquio che ebbi con lei a Rangoon qualche anno fa (quando ancora era possibile incontrarla) potrebbero essere certi di mantenere almeno una parte dei 'loro guadagni illeciti', come eufemisticamente li definiva la leader birmana.
Un cambiamento al vertice in sostituzione dell'anziano e inflessibile generale Than Shwe sarebbe una buona occasione per riavviare il dialogo. Ma una politica simile tesa a incoraggiare la transizione pacifica attraverso l'impegno costruttivo non è adatta al momento attuale. Ora dobbiamo impedire che uccidano i dimostranti pacifici.
Il presidente Bush ha annunciato sanzioni più rigide che impediscano ai generali e ai loro familiari l'ingresso e il possesso di beni negli Usa, una misura in vigore nell'Unione Europea ormai da anni. Un esperto osservatore che conosce la mentalità dei militari birmani, superstiziosa o pia, a seconda dei gusti, mi dice che sarebbe molto più efficace persuaderli che picchiare i monaci avrà pesanti conseguenze sul loro karma, su quello dei loro familiari e della nazione. Non è però un messaggio di cui un leader occidentale come Gordon Brown, potrebbe plausibilmente farsi latore.
Ma persino l'azione congiunta e armonica dell'Ue e degli Usa avrà scarso effetto se i vicini asiatici della Birmania non inizieranno ad alzare la voce. Gli occhi di tutti sono puntati sulla Cina, il più grande dei paesi confinanti e quello che ha più interessi in Birmania.
La Cina afferma di volere 'stabilità' in Birmania. Certo non vuole che un bagno di sangue minacci i suoi interessi commerciali in loco e rovini la preparazione dei giochi olimpici di Pechino. Ultimamente si sono avuti piccoli segnali che i cinesi stanno arrivando alla conclusione che la stabilità in Birmania esige un cambiamento. Ma il genere di cambiamento innescato dalle dimostrazioni di piazza non è gradito agli anziani governanti comunisti.
Troppo poca attenzione va all'altro vicino asiatico della Birmania, l'India. Pur essendo la più grande democrazia del mondo, l'India è stata finora pusillanime nei rapporti con i dittatori birmani. Apparentemente la competizione con la Cina per la sfera di influenza (e le forniture di energia) la preoccupa più della natura del regime birmano. Di conseguenza i governanti birmani sono stati in grado di mettere l'India contro la Cina e viceversa. Una cosa che gli Usa e l'Ue potrebbero fare è far capire ai nostri amici indiani che si tratta di un atteggiamento miope.
Indiani e cinesi dovrebbero verificare se oltre a interessi contrastanti hanno anche degli interessi comuni nell'infelice paese-cuscinetto. Due giganti non dovrebbero farsi mettere l'uno contro l'altro così facilmente da un pigmeo.
Nulla di tutto questo, devo ammettere, sembra in grado di fermare ora la repressione dei generali. C'è ancora una possibilità che essa non riesca nel suo intento. La storia è sempre aperta. Ma anche se questa ondata di protesta verrà soffocata, il mondo sarà stato drammaticamente sensibilizzato riguardo alla piaga che affligge la Birmania. I paesi confinanti saranno stati scossi dalla loro indolente passività e possiamo sperare che l'opposizione birmana non violenta tragga a sua volta insegnamento da questa esperienza, per il futuro. In tal caso i monaci non avranno marciato invano.
27 settembre 2007