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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 settembre 2007


Tutti i veti del Vaticano
Marco Politi su
la Repubblica

La dura critica del segretario della Cei mons. Betori al tribunale di Cagliari, accusato di emettere sentenze "in contrasto con la legge ed il pronunciamento della Corte Costituzionale", conferma che la gerarchia ecclesiastica difende ad oltranza l´attuale legge sulla procreazione assistita. Normativa che la Cei pretende immutabile.
Vale la pena di ricordare che (contrariamente alla leggenda diffusa dopo la consultazione del 2005) gli italiani non espressero col voto un giudizio di appoggio alla legge, ma disertando le urne hanno lasciato al Parlamento e alla magistratura – così si evince dalle regole fondamentali sui referendum – piena libertà per successive evoluzioni, interpretazioni e modifiche.
Né merita l´oblio ciò che nell´ottobre del 2004 il cattolicissimo Francesco D´Agostino, allora presidente del Comitato nazionale di bioetica, dichiarò a questo giornale sul divieto o meno della diagnosi dell´embrione: "Già nella legge vigente la madre ha il diritto di essere informata sullo stato di salute dell´embrione. Quindi una diagnosi è doverosa, il medico non può mica parlare a casaccio".
E quando gli fu chiesto come regolarsi di fronte all´accertamento di una malformazione congenita, replicò: "L´eugenetica è vietata, ma le norme fanno esplicito riferimento alla legge sull´aborto che autorizza la madre – qualora le malformazioni del feto le possano causare una patologia fisica o psicologica – ad interrompere la gravidanza. Dunque nessun impianto obbligatorio di embrioni con malformazioni, che tra l´altro sono generalmente causa di aborti spontanei". Testuale.
Il dato politico è che la gerarchia ecclesiastica intende continuare a determinare – con veti o interventi diretti – la legislazione italiana su una serie di temi chiave. Da questo punto di vista il recente Consiglio permanente della Cei segna una nuova tappa di una silenziosa escalation. E´ vero, la Chiesa non vuole cavalcare l´antipolitica e anzi esorta i credenti a considerare l´impegno politico uno "strumento essenziale della vita sociale" e a spendersi per una sua "rigenerazione". Non è tempo di disertare la politica, sottolinea il comunicato della Cei, semmai di orientarla. E qui "la parola dei Pastori non potrà essere assente", i politici cattolici sappiano che devono restare "in ascolto del magistero della Chiesa".
Intanto la Cei estende ufficialmente il suo patronato sul Forum delle associazioni familiari, sul comitato Scienza e Vita, sul coordinamento cattolico chiamato RetinOpera. Invece di lasciare libertà di azione e di discernimento ai credenti nella vita pubblica, la Cei intende esercitare attivamente la sua supervisione. In evidente sintonia con la linea ratzingeriana dei principi non negoziabili, che bypassa un secolo di cattolicesimo democratico.

Difficile immaginare che, come già nel referendum del 2005 o nel Family Day, alla fine non si imporrà un modello di cinghie di trasmissione.
Movimenti sotterranei sono in corso nel mondo cattolico e la gerarchia ecclesiastica si prepara a giocare la sua partita in vista di una Terza Repubblica dai contorni ancora incerti. Ai primi di ottobre Savino Pezzotta partirà con il suo movimento di Presenza Cattolica. Verrà lanciato programma e statuto di un soggetto, che intende porsi come "presenza politica organizzata di cattolici" con l´obiettivo di rilanciare un "riformismo popolare democratico di ispirazione cristiana". Alleati intellettuali del progetto sono l´ex presidente di Azione cattolica Alberto Monticone e Andrea Riccardi leader di Sant´Egidio. Tra gli obiettivi: legge elettorale tedesca con sbarramento al 6 per cento, promozione della famiglia, questione meridionale. Non è ancora un partito, ma un domani?


Se la legge fa autogol
Carlo Flamigni su
l'Unità

La famigerata legge 40, quella che detta le norme in materia di procreazione medicalmente assistita, recita, all'articolo 13, che "la ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso e qualora non siano disponibili metodologie alternative". In altri termini: mai.
Nell'articolo 14, quello dunque immediatamente successivo, al punto 5, si legge invece che "i soggetti di cui all'articolo 5 (cioè i genitori) sono informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell'utero".
Non vorrei sembrare maleducato, ma mi pare evidente che chi ha scritto questa legge soffra di lunghe pause cognitive, come dimostra la palese incompatibilità tra i due articoli: nell'articolo 13 si nega alle coppie la possibilità di eseguire indagini pre-impiantatorie sui propri embrioni, un divieto del quale l'articolo 14 sembra farsi beffe.
Provo a spiegare questo punto, a totale beneficio della senatrice Binetti.
La norma riconosce alle coppie il diritto di essere informate sulla salute degli embrioni prodotti: non dice ootidi, zigoti, blastocisti, dice embrioni. Ora, mentre per sapere se un ootide è normale può anche bastare (entro precisi limiti, ma non voglio complicare il discorso) l'analisi al microscopio, quella consentita dalla legge (ci sono tre pronuclei invece di due? Buttiamo via tutto o ci metteremo nei guai) l'unico modo per conoscere le condizioni di salute di un embrione è l'analisi genetica. Capisco che una parte dei cattolici non voglia ammettere l'esistenza dell'ootide, ma l'idea piace al cardinale Martini e questo mi basta. Che poi il Vaticano abbia il diritto di correggere i termini della biologia e lo eserciti al punto di costringere i suoi più illustri genetisti a cambiare idea sul significato delle parole mi può anche andar bene, purché si conceda ai biologi laici un analogo diritto di critica in materia di esegesi biblica. Se vuoi che un'amicizia si mantenga...
Dunque , ad avviso di molti, la legge 40 ammette la diagnosi genetica pre-impiantatoria e non solo per la ragione che ho citato. Esiste ad esempio un problema di congruità pragmatica: una donna che si vede rifiutare questo accertamento avrà poi modo di eseguire le stesse indagini, in gravidanza, sul feto e di decidere di interrompere la gravidanza se lo scoprirà malato, spero che a nessuno sfugga la crudeltà inutile del primo diniego. Inoltre in queste circostanza è certamente a rischio la salute psicologica della donna e vorrei ricordare che una sentenza della Consulta di circa trent'anni or sono afferma che deve essere privilegiata la salute e l'interesse di chi è già persona nei confronti di chi persona deve ancora diventare.
Nel 2005 una coppia di coniugi di Quartu Sant'Elena portatrice di una comune anomalia genetica (l'anemia mediterranea) aveva fatto ricorso contro il divieto di eseguire una diagnosi pre-impiantatoria con istanza d'urgenza presentata al Tribunale di Cagliari. Il magistrato aveva passato gli atti alla Consulta, la quale aveva dichiarato inammissibile la questione di legittimità perché non posta correttamente. Ricordo il commento del professor Emilio Dolcini, ordinario di diritto penale nell'Università di Milano, il quale aveva interpretato la sentenza come una sorta di incitamento a ripresentare il ricorso presso un tribunale ordinario, cosa che è poi stata regolarmente fatta. Per quanto posso capire, il giudice ha ritenuto di dover privilegiare il diritto della donna alla salute e all'informazione sulle condizioni di salute del nascituro, anche e soprattutto alla luce dei principi costituzionali che ho appena citato. Scelta, a mio avviso, logica, razionale e piena di buon senso.
Mi attendevo le solite convulsioni cattoliche, ma debbo confessare che chi mi da le maggiori soddisfazioni è, come sempre, Paola Binetti, la quale chiama in causa la dichiarazione di inammissibilità della Corte Costituzionale del 2005, della quale non ha evidentemente capito una parola. Ho per la senatrice Binetti una forte simpatia personale (mia moglie lo sa) e, se continua a darmi queste soddisfazioni, non vedo come potrò evitare di chiederle di farmi entrare nel suo nuovo partito.
Molti mi chiedono come si potrà andare avanti a partire da questa piccola vittoria. Anzitutto credo che il tempo dei ricorsi non sia ancora terminato e mi auguro che prima o poi si porti al magistrato- ma in termini più corretti di quelli usati in passato - la questione dell'ootide, l'oocita fecondato nel quale non si è ancora formato un genoma unico e che la legge tedesca, la legge svizzera e un grande numero di teologi cattolici considera "fase pre-zigotica e perciò pre-embrionale". Bisogna però trovare un sinonimo di ootide, termine in molti sensi non grato ai cattolici: nel sito di "Verità e Vita", nella parte dedicata all'"antilingua" il povero ootide figura come "ootite (sic)", che potrebbe aver a che fare con il mal d'orecchi. Una volta questi si chiamavano autogol.
In secondo luogo deve diventare chiaro a tutti che una donna ha il diritto di rifiutare il trasferimento di tre embrioni e che a seguito di questo rifiuto il medico non può che congelare l'embrione o gli embrioni che la donna non ha voluto accogliere nel proprio grembo. In tempi lunghi, mi sembra che la soluzione più logica sia quella di tornare a proporre ai cittadini italiani la solita domanda: ma proprio la volete una legge così stupida e così ingiusta?
In tempi brevi, poco da fare :mi sembra che continui a prevalere l'ormai cronico atteggiamento di rispettosa e modesta rassegnazione che la maggior parte dei parlamentari ha deciso di assumere quando deve confrontarsi, anche da grande distanza, con un qualsiasi rappresentante del Vaticano, Guardie Svizzere incluse.



Governo: chi cerca la crisi
Vincenzo Vasile su
l'Unità

"La durata del governo non corrisponde sempre alla durata della maggioranza parlamentare e del Parlamento stesso; con questa legge elettorale sarebbe inutile andare a votare". Ah, sì? Antonio Di Pietro dixit ieri mattina conversando con una radio privata. E questo - comunque la si pensi - è l'esatto opposto di quel che va sostenendo gran parte della maggioranza cui l'ex pm partecipa (o dovrebbe partecipare). Dove va, insomma, Antonio Di Pietro? Se lo chiedono innanzitutto, e con una certa ansia e insofferenza sempre più palese, i senatori dell'Ulivo. Che ieri hanno dovuto subire a collo storto la decisione obbligata della conferenza dei capigruppo di tornare a discutere (mercoledì prossimo) del cosiddetto "caso Visco".
Caso che, a giudicare dagli atti parlamentari, risulterebbe, in verità, assolutamente archiviato. Ma il fatto è che ancora una volta torna in gioco l'avvenire della maggioranza, che ha rischiato di andare sotto sulla Rai a palazzo Madama solo la settimana scorsa. Perché, come è noto, il centrodestra s'è inserito con la sua mozione di sfiducia contro Visco nell'autostrada che era stata aperta dall'ex pm con la sua confusa polemica con il viceministro del suo stesso governo. "I problemi al governo non arriveranno certo da noi", promette ora Di Pietro, ma non dice una parola su come voteranno i senatori dell'Italia dei valori. Mentre il capogruppo di Idv, Massimo Donadi, ha cercato ieri a un certo punto di rassicurare gli alleati, annunciando: martedì non voteremo le mozioni del Polo.
Il fatto è che ieri nella conferenza dei capigruppo è stato decisivo il comportamento degli uomini di Di Pietro: il gruppo, in linea con quanto già annunciato dal leader dell'Italia dei Valori, s'è trovato a sostenere la richiesta della Cdl del replay del dibattito in aula sulla vicenda. E ciò ha imposto alla maggioranza di votare a favore della proposta dell'opposizione, sicché la conferenza si è conclusa con un voto all'unanimità, che nasconde invece molte divisioni. Se non è zuppa, infatti, c'è pronto un piatto di pan bagnato: i dipietristi, anche se minimizzano le loro intenzioni riguardo al dibattito del 3 ottobre, aggiungono che porranno tuttavia oggi al vertice di maggioranza con Romano Prodi la questione delle deleghe del ministero delle Finanze; e siamo punto e daccapo, perché non si capisce di che parlino, visto che le deleghe sulla Guardia di Finanza furono già consegnate da Visco, "sospese" e prese in mano da Padoa-Schioppa. Insomma, l'Idv dice: non lavoriamo per fare cadere il governo, però...
Il "caso Visco" - è questa la convinzione diffusa - nasconde ben altro. E il capogruppo dell'Ulivo, Anna Finocchiaro, non a caso spinge per un definitivo chiarimento con gli alleati del centrosinistra: dopo la dissociazione di Dini, la spinta crisaiola di Di Pietro non fa che acutizzare, infatti, lo stato di pericolosissima paralisi dei lavori parlamentari. Quello che è sbottato con le parole più dure è il ministro Pierluigi Bersani,che in vista del dibattito bis sul "caso Visco" ha commentato: "Un dibattito sul nulla!". "Dopo la bella discussione sulla Rai - ha ironizzato il ministro - eccone un altro. Mentre ognuno può vedere, da ogni lato dello schieramento politico, l'assoluta urgenza di sollecitare l'economia, il mercato e l'occupazione con una rapida approvazione del terzo pacchetto di liberalizzazioni in discussione al Senato". E invece la discussione sulle liberalizzazioni slitta, è sfumata, sacrificata sull'altare delle fibrillazioni della maggioranza.
Con la sua lettera al Corriere e la richiesta a Visco di un passo indietro, e adesso con le non chiare richieste di rimpasto organizzativo e conseguente taglio dei ministeri (a cominciare dal posto di Visco), l'ex pm sembra veleggiare, infatti, verso lidi politici piuttosto lontani. Il capogruppo di Forza Italia, Schifani, già lo invita a riflettere sul da farsi, e a varcare il Rubicone "entro mercoledì", insomma faccia franare la maggioranza, tanto perché sia chiaro di che cosa si parla.

Dalla presidenza del Consiglio si torna a difendere gli ottimi risultati della politica fiscale condotta da Visco. Però ormai c'è scarsa comunicabilità, da quando s'è scoperto che per Di Pietro la lotta all'evasione l'ha condotta il generale Speciale...


Effetto Grillo, l'Unione perde punti
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA — Il "vaffa-clima" è come uno tsunami dopo il terremoto. Si abbatte sul governo e sul centrosinistra con una tale furia da suscitare un vero e proprio "allarme democratico " a Palazzo Chigi, al Campidoglio e in quasi tutti i partiti dell'Unione. Perché dopo l'offensiva mediatica di Grillo i timori si sono tramutati in certezze, e i dati dei sondaggi riservati in mano ai leader stanno a dimostrarlo. In una settimana il centrosinistra ha ceduto quasi un punto e mezzo, perdendo quanto aveva faticosamente recuperato da luglio: oggi la coalizione vale appena il 42,1%. E ciò che l'Unione perde lo guadagna il Polo, che solo due settimane fa aveva preso una china molto negativa, cedendo quasi due punti percentuali. Ora è tornato a salire, e dal 54,8% di consensi è arrivato al 56,1%.
Il motivo di questa inversione di tendenza è spiegato nel "commento " a corredo dei dati demoscopici, elaborati da un'importante società di ricerca: l'opposizione "mostra un significativo recupero" rispetto a sette giorni fa, e gli analisti ritengono sia dovuto con ogni probabilità "alle polemiche sorte dopo la performance di Grillo che hanno coinvolto soprattutto il governo Prodi".

Nell'Unione nessuno (o quasi) si salva dall'"uragano Beppe". Perde mezzo punto il Partito democratico, ora al 26,2%, e perdono in blocco tutte le forze della Sinistra: il Prc (che scende dal 7,3 al 6,7%); i Verdi (dal 2,2 al 2,1%); e il Pdci (dall'1,5 all' 1,3%). L'unico a reggere è Di Pietro, passato dal 2,8 al 2,9% grazie a una strategia mediatica che in sequenza l'ha portato a chiedere prima "un passo indietro" di Prodi, poi la "riduzione dei ministeri", e ora di fatto le dimissioni del viceministro Vincenzo Visco. E poco importa all'ex pm se gli alleati sono furibondi, lui sa e dice che "nella piazza di Bologna c'era anche il mio elettorato". Perciò lo vellica.
Si era capito che il comico stava diventando una "variabile politica". Ora ce n'è la conferma. E se il "fattore G" viene temuto nell'Unione, è invece vezzeggiato da Berlusconi, perché "Grillo ci aiuta", "Grillo ci fa bene ", dice il Cavaliere dati alla mano: a beneficiarne sono infatti Forza Italia (che dal 28,9 sale al 29,3%), An (dal 15,4 al 15,8%) e la Lega (dal 5 al 5,3%). Soltanto l'Udc scende ancora di due decimali, al 4,6%. L'ex premier era convinto che il fenomeno Grillo non l'avrebbe danneggiato, e ne ha spiegato i motivi ai suoi: "Anche se sono sceso in campo tredici anni fa, la mia immagine è diversa da quella dei politici di professione. La gente mi vede come un imprenditore, un editore e un presidente di una squadra di calcio vincente".

Insomma, il "vaffa-clima" ha reso euforico Berlusconi, e non perché il comico abbia spostato consensi dall'Unione al Polo, ma perché — come dice il capo del Pri Nucara — "con le sue sparate ha alimentato l'astensionismo nel centrosinistra". I dati sono impressionanti: oggi il partito del non voto è al 33,2%, ed è in aumento.
De Mita non ha letto i sondaggi, non ne ha bisogno per capire che "siamo arrivati al momento decisivo. Ma non solo per Prodi e il suo governo, che sono in effetti al capolinea. Il redde rationem sta arrivando per tutti.

Ma qual è la soluzione auspicata da Veltroni? De Mita racconta che "il progetto di Walter passa per un cambio di assetto. Solo che gli manca l'innesco per accendere la miccia ". In modo più prosaico ne parlavano ieri alla Camera il sottosegretario verde Cento e il forzista Bruno. Cento: "Vedrai che dopo il 14 ottobre Veltroni porrà una questione a Prodi: pochi ministri, un paio di riforme e poi al voto". Bruno: "Quando? ". "Nel 2009". "Vabbè, se dobbiamo andare alle urne fra due anni, ci troviamo un altro interlocutore, chessò Marini. E Veltroni aspetta fuori dalla porta". "Se andrà a votare tanta gente, sarai lui il vostro interlocutore ". "Ma il Pd quanto varrà? Perderà sul territorio pezzi dei Ds e dei Dl, quelli incazzati perché sono rimasti esclusi". "Non sarà così". "E comunque, Berlusconi è convinto di votare nel 2008".

Talmente convinto che ha avviato la macchina organizzativa. E come in tutte le altre sue campagne elettorali è pronto a rilanciare il tema "dell'anticomunismo". Non a caso tra le iniziative ha previsto una "festa" per il 9 novembre, anniversario della caduta del Muro di Berlino, da celebrare in tutti i capoluoghi di regione, che saranno collegati fra loro con un sistema video. Berlusconi ha illustrato il progetto ai responsabili di partito la scorsa settimana: "Da Milano a Palermo, bisogna far capire chi siamo noi e chi sono loro. Per esempio, tutti questi sindaci che se la prendono con i lavavetri e parlano di tolleranza zero, cercano di copiarci. La gente deve sapere che sono dei post comunisti ". Basterà questa strategia per battere Veltroni?


Il premier scommette sulla paura del voto
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Nessuno si illude che il vertice di questa sera a palazzo Chigi risolverà i problemi del governo. E veder sfilare una quarantina fra ministri, segretari di partito e parlamentari del centrosinistra potrebbe rivelarsi un boomerang: materializzerà agli occhi dell'opinione pubblica la ridondanza della politica. Non per nulla il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, annuncia un "dimagrimento" della delegazione del Pd dopo il 14 ottobre.
E il ministro Di Pietro insiste sull'esigenza di accorpare dicasteri e sottosegretariati. Sono promesse fatte per arginare l'ondata antigovernativa nel Paese; e per allontanare il pericolo di una crisi. Ma Romano Prodi continua a mostrarsi serafico e sicuro di sé. Contro ogni apparenza e previsione, confida nella tenuta della coalizione. Ironizza sul tamtam che accredita "da sedici mesi" la sua caduta, chiedendo scherzosamente "una moratoria". Avverte che "non c'è nessun rimpasto ".
E già anticipa che la riforma elettorale sarà la prossima frontiera governativa. Il premier si vede, o almeno mostra di vedersi a lungo a palazzo Chigi. Perfino il rinvio della tassazione delle rendite finanziarie, invocata dal Prc, viene motivato da Prodi col fatto che si è all'inizio della legislatura; e dunque ci sarà tempo per affrontare la questione. In una fase di turbolenza dei mercati l'Italia non può permetterselo. La maggior parte del debito pubblico "è in mano ad investitori stranieri", ammonisce il presidente del Consiglio: si tratta del 55-56 per cento. Ma la cornice politica rimane instabile.
Le incognite sul voto della prossima settimana al Senato rimangono intatte. Non basta a compensarle l'assicurazione di Di Pietro che non voterà con l'opposizione sul caso Visco-Speciale. La coda dello scontro fra il viceministro ds dell'Economia e l'ex comandante della GdF è più avvelenata del previsto. La difesa strenua che Di Pietro fa del generale costretto dal governo a gettare la spugna, allunga un'ombra sul dibattito del 3 ottobre. L'offensiva sembra mirata ad ottenere le dimissioni di Visco: un epilogo in realtà poco verosimile.
Palazzo Chigi ha difeso "i risultati eccellenti delle politiche fiscali": un peana a Visco, oltre che al ministro Tommaso Padoa- Schioppa.

C'è da capire se questo irrigidirà i dipietristi. L'invito alla "coerenza" che il leader di An, Gianfranco Fini rivolge ai difensori di Speciale, dice che l'opposizione ne dubita. Ma pochi si azzardano a scommettere che il governo sia al riparo da brutte sorprese.
A tenerlo sulla corda sono i numeri striminziti del Senato; a non farlo precipitare, è la paura di votare nel 2008 con questa legge elettorale che "significherebbe uccidere il Paese ", esagera volutamente Walter Veltroni, probabile segretario del Pd. Insomma, proprio perché Prodi è spaventosamente debole, l'Unione per ora sembra obbligata a puntellarlo.


La spesa pubblica non aiuta i deboli
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

L'intervista al segretario dei Ds Piero Fassino, pubblicata l'altro ieri dal Corriere, è un modo concreto per rispondere alla sfiducia crescente che i cittadini dimostrano verso la classe politica. Le parole di Fassino sono coraggiose: "L'Italia è frenata da un asse trasversale e conservatore. Quella destra che ha ingenerato la paura dell'Europa, dell'euro, di un mercato aperto. Ma anche a sinistra si fa fatica a capire che se è giusto essere contro la precarietà, è invece sbagliato rifiutare una flessibilità connaturata a un mercato non più racchiuso nei confini nazionali ".
"La sola parola "merito" in Italia è ancora tabù. La sinistra ha sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità ". "La sinistra ha sempre difeso i deboli: chi è più debole se perde quel poco che ha è privo di tutto. Comprensibile una reazione istintiva di difesa che però rischia di essere velleitaria e perdente. Non è arroccandosi che si ottengono maggiori certezze". Perfetto. Ma sono disposti Piero Fassino e il Pd a tradurre queste affermazioni coraggiose in decisioni coerenti, a cominciare dalla prossima Legge finanziaria? Ecco alcuni problemi concreti. È sempre più evidente che la spesa pubblica concertata fra governo e sindacati non è il modo per difendere i deboli. L'aumento delle pensioni minime deciso a luglio (che pure Fassino nella sua intervista difende) ha favorito solo in piccola parte i veri poveri, cioè le famiglie degli otto milioni di pensionati che non arrivano a 750 euro al mese, l'80% dei quali non raggiunge neppure i 500 euro.
La quota principale dei soldi stanziati andrà alle famiglie dei lavoratori tipicamente iscritti ai sindacati, gli stessi che hanno beneficiato più di altri dell'abbassamento, da 60 a 58 anni, dell'età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. Famiglie certo non ricche, ma neppure tra le più povere del Paese. Anche l'abbassamento dell'età minima per andare in pensione è stato pagato dai meno fortunati. Nel prossimo decennio costerà circa 10 miliardi di euro. Di questi, quasi la metà verranno da un aumento dei contributi (fino a 3 punti di aliquota in più) dei parasubordinati, cioè tassando i "precari ", che sono i lavoratori meno protetti. Come deve essere costruita secondo il Pd la prossima Legge finanziaria? Usando l'extra gettito fiscale per far fronte a nuove spese sociali— che ancora una volta non aiuterebbero i veri poveri —o per finanziare una negative income tax che restituisca denaro alle famiglie più bisognose? Il maggior ostacolo che priva i precari di un futuro è la rigidità dei contratti a tempo indeterminato.
L'assunzione a tempo indeterminato è oggi troppo rischiosa per il datore di lavoro e così i precari rimangono tali per sempre. A Milano due settimane fa Walter Veltroni si è detto favorevole alla proposta di un contratto unico (tutti precari all'inizio e tutele crescenti con l'anzianità), un'idea di Tito Boeri e Tiziano Treu che Nicolas Sarkozy sta cercando di realizzare in Francia. Cesare Damiano non è d'accordo: "Non sarò io il ministro che tocca l'articolo 18", ha detto in quell'incontro. Con chi sta Piero Fassino? Il sindacato non ha mai caldeggiato l'introduzione di sussidi di disoccupazione generalizzati (siamo l'unico Paese avanzato a non averli). Preferisce la cassa integrazione negoziata caso per caso, che dà al sindacato — e alle Unioni industriali — un motivo per esistere. È disposto il Pd a farne una priorità della prossima Finanziaria?
Le imprese, pubbliche e private, ricevono dallo Stato aiuti pari a circa il 2 per cento del Pil. La maggior parte va alle aziende del Mezzogiorno, ma non c'è evidenza che questa messe di fondi pubblici abbia mai aiutato quelle regioni a crescere. Il ministro Bersani propone di cancellarli tutti e trasferire quei fondi in investimenti in infrastrutture, a cominciare dall' infrastruttura più importante oggi nel Mezzogiorno, la certezza della legge e l'ordine pubblico. È disposta la sinistra di governo a imporre questa scelta in Finanziaria? Una conseguenza dell'assenza di meritocrazia è l'invecchiamento della nostra classe dirigente. Il Comitato dei 45 nominato per costituire il nuovo Partito democratico non include una sola persona sotto i 40 anni! E pensare che più di un terzo degli elettori ne ha di meno. L'età media del comitato—come hanno notato Vincenzo Galasso e Francesco Billari su la voce.info—si aggira intorno ai 57 anni: tutto il potere è concentrato nelle mani di cinquantenni e sessantenni, la generazione cui appartiene la maggioranza dei leader politici del nuovo partito.

È questo il merito, onorevole Fassino?


Iran, la guerra e Israele
Lucio Caracciolo su
la Repubblica

La guerra all´Iran non è affatto inevitabile. E gli europei possono giocare un ruolo fondamentale per impedirla, sostenendo nuove e più dure sanzioni contro Teheran. Su questa linea si sta muovendo la diplomazia israeliana. L´analisi di Gerusalemme è che le sanzioni cominciano a funzionare. Sull´economia e sulla finanza iraniana si sta stringendo la morsa.
Soprattutto, le principali imprese energetiche mondiali stanno rinunciando a nuovi affari in Iran. A risentire della stretta, oltre alla popolazione innocente, sono i conti in banca di alcuni esponenti dell´élite clerico –militare persiana – gente assai sensibile al portafoglio. Ma non basta. Occorre un ulteriore giro di sanzioni, sufficientemente drastiche da convincere il regime di Teheran a rinunciare alla bomba atomica in cambio del via libera al nucleare civile e alla garanzia che gli Stati Uniti non attaccheranno l´Iran.
La speranza israeliana è che le incrinature che già minano l´opaco establishment persiano inducano la Guida suprema Khamenei, d´intesa con Rafsanjani e altri leader pragmatici, a riportare Ahmadinejad e i suoi pasdaran alla ragione, in nome del supremo interesse nazionale. O meglio, della necessità di sopravvivenza del regime, isolato dalle maggiori potenze e costretto a fronteggiare l´insofferenza dell´opinione pubblica, compreso lo strategico "popolo dei bazar". Negli ultimi mesi la stretta repressiva sui media e su persone e organizzazioni considerate inaffidabili è diventata asfissiante. Chi può scappa all´estero.
Per mettere all´angolo i mullah e i pasdaran più irriducibili, gli esperti di Gerusalemme suggeriscono un ventaglio di misure dirette a colpire frontalmente tanto l´economia che il prestigio del paese. Sul primo fronte, non bastano i vincoli al sistema bancario e all´industria, comunque da inasprire. Per colpire al cuore il regime bisogna bloccare le importazioni di benzina. Infatti, a causa delle limitate capacità di raffinazione, l´Iran – al secondo posto nel mondo per riserve accertate di petrolio e gas – è costretto a comprare all´estero una quota crescente di prodotti petroliferi. Con effetti devastanti sui suoi conti pubblici (e privati).

E´ molto improbabile che il Consiglio di Sicurezza dell´Onu trovi l´intesa su misure tanto drastiche, non fosse che per l´opposizione della Russia. Ma se gli Stati Uniti e le principali potenze europee fossero d´accordo, potrebbero procedere comunque con loro sanzioni. Americani e israeliani confidano di aver già imbarcato inglesi, francesi e forse tedeschi. Molto più spinosi i casi italiano e spagnolo. L´Italia considera di aver già fatto enormi sacrifici, aderendo a un regime punitivo che colpisce i nostri cospicui interessi economici (energetici) nella Repubblica islamica. Per spingerci oltre, dovremmo essere integrati in un´iniziativa di tutta l´Unione Europea, con un mandato esplicito a Solana. Al quale spetterebbe di segnalare ai suoi interlocutori iraniani che se il negoziato fallisse l´attacco americano sarebbe inevitabile. E devastante.
L´alternativa è passare subito dalle sanzioni economiche a quelle militari: ossia al bombardamento americano dell´Iran. E non fra qualche anno, ma nel giro dei prossimi mesi, come vorrebbero Cheney e i neoconservatori più scatenati. I quali sono da sempre arciconvinti dell´inutilità di qualsiasi approccio non militare alla sfida persiana. Sicché puntano al rovesciamento del regime più che a bloccare provvisoriamente il programma atomico iraniano. "Non possiamo bombardare l´Iran ogni anno", spiegano.
L´approccio neocon non convince Gerusalemme. Gli israeliani sono più pragmatici nel loro approccio all´Iran. Certo sperano che il regime di Teheran possa essere rovesciato. Ma non è questa la priorità: molto più urgente – e fattibile – è impedire che Ahmadinejad e i pasdaran che lo sostengono sviluppino un´arma atomica capace di colpire Israele e di scatenare una proliferazione nucleare selvaggia in tutta l´area. Dall´Arabia Saudita all´Egitto, dalla Siria alla Turchia e all´Algeria, gli aspiranti non mancano. Israele, potenza nucleare non dichiarata, si troverebbe nell´occhio del ciclone scatenato dalla contesa arabo-persiana (sunnita-sciita) sull´egemonia nel Golfo e nell´intero Medio Oriente.
Allo stesso tempo, i pianificatori strategici israeliani considerano la guerra all´Iran come l´opzione estrema, possibilmente da evitare. Perché i rischi per lo Stato ebraico sarebbero immediati e incalcolabili: da eventuali missili iraniani che sfuggissero agli strike Usa ad attentati kamikaze palestinesi ai razzi di Hezbullah, per tacere di Hamas a Gaza. Ammesso che l´esperimento militare suggerito da Cheney possa funzionare, in ogni caso gli israeliani ne sarebbero le prime cavie.
Il tempo è comunque stretto. Gli esperti israeliani sostengono che entro i prossimi 6-9 mesi gli ingegneri iraniani dovrebbero rimediare ad alcuni errori e problemi tecnici che hanno ritardato il processo di arricchimento dell´uranio destinato a produrre il materiale bombabile sufficiente per una o più testate nucleari.

Uno scenario intollerabile per Stati Uniti e Israele, ma anche per gli arabi e gran parte delle (im) potenze europee. Sicché, se le nuove sanzioni non funzionassero, è difficile immaginare una marcia indietro americana. La partita sarebbe troppo avanzata: ritirarsi significherebbe perdere la faccia. Piuttosto, Bush potrebbe sentirsi costretto a rischiare l´avventura. A meno che non sia lo stesso Ahmadinejad a provocarlo, se il suo Dio glielo suggerirà.


La punizione dei generali
Federico Rampini su
la Repubblica

A Rangoon scendono in piazza polizia e soldati in assetto di guerra, il rischio di un bagno di sangue in Birmania si fa più vicino. Ieri si sono moltiplicati i segnali di irrigidimento della giunta militare, di fronte al dilagare delle proteste popolari guidate dai monaci buddisti. Con ogni probabilità la signora Aung San Suu Kyi, premio Nobel della pace e leader democratica, è stata deportata.
I militari l´avrebbero prelevata dagli arresti domiciliari per rinchiuderla nel famigerato carcere di Insein. La punizione contro Suu Kyi, il "volto buono" della Birmania nel mondo, sembra sia scattata dopo la manifestazione di sabato a Rangoon, quando la signora si era affacciata a salutare il corteo di monaci che sfilavano davanti a casa sua. A confermare che la repressione violenta è un´opzione aperta per il regime militare, ieri il centro di Rangoon è stato riconquistato dagli uomini in divisa, insolitamente discreti nelle giornate precedenti. E la giunta ha decretato il coprifuoco dal tramonto all´alba. Venti camion di poliziotti anti-sommossa, armati con fucili automatici, si sono piazzati nelle vicinanze della pagoda di Sule e del palazzo comunale: è la stessa area dove nel 1988 scattò la repressione più brutale della "primavera democratica" birmana, schiacciata dopo tremila morti. Ieri nella più grande città birmana si respirava un´atmosfera carica di paura, un sinistro ricordo degli eventi del 1988: i camion militari circolavano con gli altoparlanti al massimo volume, lanciando avvertimenti ai manifestanti. Poche ore prima di questo dispiegamento di forze, la piazza era stata occupata ancora una volta dai monaci e dalla popolazione che li appoggia. Si erano visti sfilare circa 30.000 monaci e 70.000 cittadini al loro seguito, l´ottavo giorno consecutivo di manifestazioni contro il governo. Da un mese ormai la protesta spontanea scatenata dagli aumenti dei prezzi imperversa in tutte le regioni - ieri un corteo con almeno 40.000 monaci è stato segnalato nella città costiera di Taungkok a nordovest - ma il governo è preoccupato soprattutto dal controllo dell´ordine a Rangoon, l´unica vera metropoli (cinque milioni di abitanti) con una popolazione più informata e irrequieta. Non a caso negli anni scorsi la giunta militare ha dissanguato finanziariamente il paese per spostare la capitale da Rangoon (ribattezzata Yangon) a Naypyidaw, 400 km più a nord, allo scopo di disperdere quei ceti medi urbani che erano stati il nerbo del movimento democratico del 1988. In un altro presagio inquietante, ieri i rivoltosi della minoranza etnica Karen - vicino al confine con la Thailandia - hanno segnalato che le truppe della 22esima divisione hanno abbandonato la loro regione perché sono state richiamate a Rangoon.
La tentazione del regime di chiudere brutalmente questa esplosione di malcontento popolare è segnalata anche dall´atteggiamento dei mass media ufficiali. I giornali e la tv, strettamente controllati dalla giunta golpista, all´inizio avevano ignorato le proteste. Da alcuni giorni l´atteggiamento è cambiato. I mezzi d´informazione hanno diffuso notizie di manifestazioni in ben sette provincie del paese, ma accusando "forze estere" di averle orchestrate. La linea ufficiale è demonizzare il movimento agitando lo spettro di un complotto straniero. I monaci vengono invitati a "non fare politica", e nei proclami del governo ricorre esplicitamente la minaccia di una repressione violenta.
I monaci finora hanno evitato di prestare il fianco alle accuse, anche se è noto che i monasteri sono dei "santuari" dove la gioventù si rifugia per godere di una libertà di studio e di espressione, riparandosi dietro il rispetto di cui gode il buddismo. I loro cortei assomigliano a pellegrinaggi religiosi e si dirigono quasi sempre verso le pagode, stando alla larga dagli edifici governativi. Gli slogan sono pacifici, invocano il dialogo, l´armonia e la riconciliazione nazionale: gli stessi valori che ufficialmente i militari dicono di voler promuovere. A nessuno sfugge tuttavia la crescente politicizzazione. Il momento chiave è stato l´incontro con Aung San Suu Kyi, la leader della Lega nazionale per la democrazia che nel 1990 trionfò nelle uniche elezioni libere, ma fu immediatamente emarginata dal colpo di Stato militare. Le foto di Suu Kyi appaiono sempre più spesso in testa ai cortei. E negli ultimi due giorni una folla di studenti universitari si è unita ai monaci. Nelle sfilate si moltiplicano le bandiere rosse con il pavone giallo, lo stemma della Lega democratica, e gli slogan che chiedono la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Al tempo stesso la gente sa che Europa e Stati Uniti hanno ormai pochissimi rapporti con il loro paese, mentre il vero sostegno alla giunta militare viene dagli affari con la Cina, l´India e la Russia. Il governo di Pechino, che fornisce armi all´esercito e alla polizia birmana, finora si limita a invocare la "stabilità" e a promettere "non interferenza". La preoccupazione del regime cinese è diversa da quella del popolo birmano: il presidente Hu Jintao non ha dimenticato che nel 1988 i sussulti democratici di Rangoon precedettero di un anno il movimento di Piazza Tienanmen.


  26 settembre 2007