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sulla stampa
a cura di G.C. - 25 settembre 2007


La svolta di Kabul
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Il ministro Parisi ha riferito ieri a Montecitorio in un'aula semivuota, ma siamo egualmente certi che gli italiani abbiano accolto la liberazione dei nostri militari con un duplice sollievo: il primo perché due coraggiosi sono stati strappati ai Talebani, anche se uno dei feriti è grave e un accompagnatore afghano è morto nell'azione; il secondo perché la scelta di un blitz immediato risparmia al Paese lo psicodramma collettivo e i contrasti internazionali del sequestro Mastrogiacomo.
Quell'esperienza del marzo scorso, del resto, appariva irripetibile. Il presidente afghano Karzai aveva promesso intransigenza, gli alleati erano fermi alle loro critiche, il governo Prodi ricordava di aver rischiato grosso. In più questa volta si trattava di militari, non di un civile. E così, invece di predisporsi a trattare, un governo con poche alternative ha scelto giustamente la risposta armata. Nel migliore dei mondi il centro- destra e il centro-sinistra avrebbero potuto approvarla insieme, ma non ci pare che la politica italiana abbia colto l'occasione per rinunciare alle sue demagogie contrapposte.
Dalla sinistra radicale, peraltro sempre più divisa, sono giunte ancora una volta voci che chiedono il ritiro delle forze italiane dall'Afghanistan. Occorre ricordare ancora una volta che l'Afghanistan non è l'Iraq, e che lì ci troviamo con la Nato, con l'Onu, con la Ue? Occorre ripetere che in Afghanistan si combatte una battaglia collettiva contro il terrorismo, e che una resa avrebbe incalcolabili conseguenze globali? Appare evidente che una richiesta di ritiro unilaterale, oltre a mostrare indifferenza verso la nostra credibilità, auspica implicitamente anche il rovesciamento delle alleanze dell'Italia.

L'opposizione di centro- destra ha avuto buon gioco nell'osservare che i velivoli senza pilota Predator, al cui invio l'estrema sinistra si era detta contraria, hanno svolto un ruolo importante nella liberazione dei due militari rapiti. Ma poi sono riemerse le richieste di modificare la libertà di movimento del nostro contingente, ricordando che alcuni alleati chiedono più forze nell'infuocato sud. Tralasciamo pure che un accordo di mobilità in situazioni di emergenza è già stato concluso in sede Nato, tralasciamo anche che la provincia di Herat dove sono i nostri diventa ogni giorno più "calda" e che Francia, Germania e Spagna (ieri due morti) hanno gli stessi nostri caveat. Ma perché nessuno dice con chiarezza che un governo del Polo manderebbe i soldati italiani a presidiare una prima linea ad altissima mortalità? E perché viene dimenticato che l'essenziale delle attuali regole fu deciso durante il governo Berlusconi?
La nostra politica continua a guardarsi l'ombelico, quando dovrebbe guardare l'Afghanistan. Vedrebbe allora, tutta insieme, che quella guerra ha effettivamente bisogno di una svolta: nel mix oggi inadeguato tra strumenti militari e aiuti alla ricostruzione, nella strategia verso la coltivazione dell'oppio, nell'esigenza di evitare sul serio le stragi di civili, nella linea da seguire verso un Pakistan sempre meno stabile e sempre più incapace di perseguire i Talebani. Si discuterà mai di questo, nel nostro Palazzo pieno di crepe?


"I costi della Casta? Scenderanno nel 2008"
Lettera dell'On. Gabriele Albonetti* al
Corriere della Sera

Carissimi Rizzo e Stella, ci sono molte cose da cambiare nella vita delle istituzioni parlamentari e molte voci di spesa che è possibile progressivamente contenere e ridurre. Molte di queste, le più importanti, abbisognano di riforme legislative e costituzionali, altre sono possibili in via amministrativa e regolamentare, a legislazione e Costituzione vigente. Io e i miei colleghi Questori, perché questo è il nostro compito, ci stiamo attivamente occupando di queste ultime e abbiamo assunto delle decisioni (non delle "dichiarazioni di buona volontà" o "pensosi inviti") e altre ne assumeremo nei prossimi mesi che, però, cominceranno ad avere i loro effetti sul bilancio del 2008.
Considerare il bilancio del 2007 come la cartina di tornasole che dimostrerebbe l'immobilismo degli organi di direzione e governo della Camera è operazione non corretta che alimenta l'idea che nulla si stia facendo e nulla si possa fare. Il bilancio 2007 è stato predisposto a fine 2006 e approvato dall'Ufficio di presidenza della Camera nei primi mesi dell'anno e non poteva contenere, neanche nella sua proiezione triennale, i risultati di atti che sono successivi.
Non chiediamo di essere assolti a priori o fiducie precostituite, anzi l'attenzione critica della stampa è sempre di stimolo ai riformatori veri.

Tuttavia vorrei che ci dessimo appuntamento alla presentazione del bilancio preventivo 2008 per verificare insieme se quanto ho detto nella relazione introduttiva che ho tenuto in aula nel luglio scorso, che tutti, anche nel dibattito in aula, hanno bellamente ignorato, potrà essere mantenuto: e cioè che l'insieme dei provvedimenti presi in questo scorcio d'anno, e quelli che ancora prenderemo di qui a fine 2007, porteranno a una diminuzione del 10% della spesa per beni e servizi in termini economici e consentiranno di ridurre ulteriormente, rispetto a quella preventivata, di 110 milioni, da qui al 2010, la dotazione richiesta al ministero dell'Economia.
Elenco i principali di questi provvedimenti e delle decisioni assunte o in corso, poiché temo sia necessario esser puntigliosi e non vaghi.
1. Esternalizzazione del ristorante interno per deputati e giornalisti con un risparmio di 3.700.000 euro.
2. Riconsiderazione dei contratti nel settore informatico con un risparmio annuo di 2.500.000 (per un totale di 7.500.000 al 2010).
3. Passaggio ovunque possibile dal cartaceo all'on line con un risparmio di 1.000.000 di euro.
4. Eliminazione dal primo gennaio 2008 dei rimborsi spese per i viaggi di studio all'estero dei deputati per un risparmio secco di 2.000.000 già sul primo bilancio.
5. Sospensione e congelamento degli aumenti automatici, legati agli stipendi dei magistrati, per quanto riguarda le indennità dei deputati con un risparmio già per il 2007 di circa 1.500.000 euro (non si vede nel bilancio 2007 perché la legge del 1965 ci fa obbligo di prevederli, tuttavia non li abbiamo erogati).
6. Blocco selettivo del turn over dei dipendenti (che vuol dire assumere solo in casi motivati e palesi), con l'avvio di una nuova fase di contrattazione con i sindacati che porti fin dal prossimo contratto ad introdurre meccanismi di controllo sulla crescita delle retribuzioni e a rivedere da subito per i nuovi assunti le curve retributive portandole a livelli competitivi ma comparabili con il resto del pubblico impiego e facendo partire dal 2001 il nuovo regime pensionistico fondato sul sistema contributivo. In questo caso non è semplice indicare la cifra del risparmio, poiché gli effetti si vedranno in piccola parte subito e in gran parte sul medio periodo.
7. Riforma dei vitalizi dei parlamentari, già deliberata nel luglio scorso, con eliminazione dell'istituto del riscatto (non sarà più possibile percepire il beneficio dopo soli 2 anni e mezzo ma ce ne vorranno almeno cinque e anche in questo caso ci sarà una riduzione al 20% dell'indennità), blocco fino a un massimo del 60% anche per chi farà più legislature, estensione delle non cumulabilità del vitalizio con altre indennità pubbliche nazionali, regionali e locali. Già qualcosa si vedrà sul bilancio 2008, ma molto - circa 40.000.000 di euro - si risparmierà quando il nuovo sistema andrà completamente a regime.
8. Revisione degli affitti con la richiesta già inoltrata al ministero dell'Economia per ottenere dall'Agenzia del Demanio una sede in cui collocare molti degli uffici e servizi oggi operanti in sedi in affitto, con un risparmio quando l'operazione sarà completata, di circa 2.500.000 euro.
Capisco che nel grande mare della spesa pubblica questi obiettivi possano sembrare poca cosa e certo molto di più, sia in termini di efficienza della democrazia che in termini di minori oneri, si potrebbe ottenere da riforme che riducano significativamente il numero dei parlamentari e cambino la funzione di una delle due Camere. Ma qui i deputati Questori possono far poco se non auspicare che si realizzi presto un'intesa su queste riforme.
Tuttavia l'elenco dei provvedimenti che ho minuziosamente riepilogato e altri che, nei prossimi mesi intendiamo mettere in cantiere, come per esempio l'adeguamento ai prezzi di mercato di tutti i servizi interni (dal ristorante, al bar, alla barberia, ecc.) rappresentano un tentativo concreto di ricondurre l'attività parlamentare all'essenziale e di tagliare privilegi e sprechi. Molti in questi mesi hanno parlato, annunciato, proposto; nessuno ha fatto in poco tempo così tanto di concreto, fra mille difficoltà di navigazione in mezzo allo Scilla di chi non vuol cambiare e al Cariddi di chi vorrebbe di più. Ma questo è il destino faticoso di chi, per modificare le cose, deve ottenere il consenso degli organi di autogoverno del Parlamento.

* Questore anziano della Camera dei Deputati Deputato dell'Ulivo


LA REPLICA di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Ringraziamo Gabriele Albonetti per il tono cortese della sua replica. Gli diamo atto di essere uno dei pochi che a ridurre le spese del Palazzo ci stanno almeno provando. Ci rallegriamo per il fatto che non rettifichi neppure una delle nostre cifre, peraltro contenute nel bilancio ufficiale di Montecitorio.
Prendiamo per buone le sue rassicurazioni circa il fatto che i lodevoli impegni assunti dalla Camera possano produrre effetti concreti nel futuro prossimo. Ma ce lo lasci dire: in nemmeno un anno e mezzo, il tempo già trascorso dall'inizio di questa quindicesima legislatura, l'Assemblea costituente riuscì a stendere la carta fondamentale della Repubblica. Allora forze politiche che pure si combattevano aspramente e che erano divise da alti steccati ideologici avvertirono l'urgenza e la necessità di risollevare il Paese dopo una sanguinosa guerra civile. E in tempi straordinariamente brevi scrissero il patto costituzionale. Lo stesso senso di urgenza non sembra sia avvertito oggi, quasi che la classe politica nel suo complesso non si renda conto fino in fondo di quanto sta accadendo. Eppure proprio su questo giornale un esponente di primo piano della maggioranza ora al governo, come il presidente dei Ds Massimo D'Alema, aveva ammesso allarmato il 20 maggio: "È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della prima Repubblica". Da allora i segnali che la situazione si stia facendo sempre più seria e che il fossato fra il Paese reale e la politica (accusata di aver smarrito il senso dell'interesse generale e di non saper dare risposte adeguate) si vada approfondendo sempre di più, si sono moltiplicati. Nemmeno l'estate, cui forse qualcuno aveva affidato le speranze che la marea montante evaporasse sotto il solleone, ne ha attenuato l'impeto, mentre dal Palazzo non arrivavano che reazioni deboli. Contraddittorie. Impalpabili. Un taglietto qua, un aggiustamento là. Si andava dalle alzate di spalle all'annuncio di provvedimenti che poi non riuscivano nemmeno a superare i veti politici degli enti locali, rimanendo sepolti (e lo sono ancora) nei cassetti del governo. Al punto che i pur lodevoli impegni assunti dal Parlamento sui vitalizi e altre marginali voci di spesa (impegni previsti come sempre "dalla prossima legislatura") sono stati spacciati addirittura come svolte epocali.
Ci si deve accontentare? No.

Questo è il punto: la gravità della situazione, come è nella convinzione anche dei lettori che hanno scritto ieri al "Corriere" un diluvio di lettere, imporrebbe di lavorare di accetta.


Dietro la barba di Grillo
Alfredo Reichlin su
l'Unità

Non mi piace Grillo ma non mi piace nemmeno come la politica sta rispondendo sia a chi la critica sia a chi la infanga. È vero che il tempo si è fatto breve e che la crisi della democrazia repubblicana rischia di arrivare a un punto di non ritorno. Ma allora è a questo che bisogna dare una risposta, che però sia molto coraggiosa e soprattutto all'altezza di quelle che sono le cause vere della crisi.
Io credo che questa risposta non ci sarà finché qualcuno (penso a Veltroni, ma non solo a lui) non farà al popolo italiano, con chiarezza, nel modo più brutale il discorso della verità.
Grillo lasciamolo stare. Questo guitto è la febbre, non la malattia. La malattia è il vuoto di governo creato dal crollo del grande compromesso politico e sociale sul quale era stata edificata la prima repubblica. E che dopotutto, fu la variante italiana del famoso compromesso democratico tra la socialdemocrazia e il capitalismo nazionale che si affermò nell'Europa avanzata. Quel vuoto noi non l'abbiamo riempito. Questa è la malattia. È il fatto che tutti i tentativi compiuti in questi 15 anni per porre lo sviluppo del paese su nuove basi sono falliti. Le colpe della destra sono pesantissime. Ma noi non siamo innocenti e il prezzo che paghiamo è così pesante perché il paese è cresciuto, ha da molto tempo bisogno di una nuova guida ma ha la sensazione (penso a quella famosa nota di Gramsci che spiega il perché di certe crisi anche morali) che "è troppo grande il contrasto tra ciò che si fa e ciò che si dice".
Perché è vero che la sinistra con Fassino ha conosciuto una ripresa che l'ha portata a notevoli conquiste. Siamo entrati nell'euro, abbiamo evitato la bancarotta, abbiamo governato quasi tutto (comuni, province, regioni, governi nazionali, ASL, imprese pubbliche, comunità montane). Ma è stato molto grande quel contrasto di cui parla Gramsci. Basta dare uno sguardo d'insieme a questi anni per accorgersi che alla chiacchiera infinita sul riformismo è corrisposto, nella sostanza, una brutale e profonda redistribuzione del lavoro e della ricchezza quale da tempo non appariva così ampia. Basti pensare allo sconvolgimento dei prezzi relativi e al divario tra i salari e gli altri redditi. E questi sono stati anche gli anni in cui si è consumata una grande sconfitta culturale ed etico-politica della sinistra democratica.
Il "berlusconismo" non è stato una parentesi, ha permeato il sentire di quella che se non è la maggioranza del Paese poco ci manca.
È vero che ciò non è avvenuto solo in Italia, né per colpa della sinistra. È su scala mondiale che la rivoluzione conservatrice ha imposto la sua ormai lunga egemonia. Le polemiche, le grida, il pettegolezzo giornalistico non spiegano nulla. Le arroganze di una certa "casta" esistono ma il fatto decisivo è che una politica senza grandi ambizioni ideali e con scarsi poteri autonomi perché sottomessa al potere globale della oligarchia economica dominante non poteva che esprimere un sistema politico rissoso e impotente, frammentato in una ventina di partiti. Certo che la sinistra è stata, ed è, diversa e migliore. Ma in quelle condizioni non potevamo che produrre quei "compromessi al ribasso" di cui parlano gli economisti: cioè anche cose buone ma frammiste a mezze soluzioni, rinvii, cedimenti alle corporazioni. È chiaro che questo insieme di compromessi al ribasso non poteva reggere alle nuove sfide del mondo. Le quali - non dimentichiamolo - non sono solo economiche ma culturali e morali. Perché questa, vivaddio, è la mondializzazione; è una cosa che cambia non solo l'economia ma le menti, e perfino l'antropologia frammista com'è alla rivoluzione della scienza. Il che cambia il rapporto con il tempo e la natura e quindi l'idea che gli uomini hanno di sé e del futuro.
Questa è la verità. Ed è ammirevole che i capi dei Ds e della Margherita abbiamo dato una autentica prova di nobiltà e di coraggio sacrificando interessi personali e di partito in nome di un nuovo grande disegno. Il disegno di dar vita a quel "partito nazionale" che la Dc e il Pci furono solo in parte e di cui l'Italia moderna e internazionalizzata ha un disperato bisogno se vuole restare una grande nazione. Si può essere scettici, si può pensare che falliremo ma accusare di moderatismo questo progetto (rappresenta) … il riflesso di una vecchia cultura che non parte mai dalla analisi delle cose ma dalla difesa della propria identità, per quanto minoritaria essa sia. Per cui ciò che importa è se stessi, è decidere (in attesa del socialismo) se Angius va con Boselli invece che con Mussi e Bobo Craxi si separa da De Michelis e si unisce a Formica. Ho l'impressione che l'Italia non accetta più questo teatrino. E perciò scommetto su partito nuovo, diverso. Certo, vengo da altrove e forse farò fatica a considerarlo la mia casa, ma più vedo questo sfascio e più mi convinco che è la sola risposta al sovversivismo e ai disegni di potere di certe forze che si intravedono dietro i guitti e i demagoghi.

Io credo che sta qui la ragione di fondo per cui la politica non è riuscita a governare. Perché era debole? Sì, certo. Ma era debole non perché priva di strumenti (abbiamo governato tutto) ma perché non in grado di garantire diritti e doveri uguali per ogni cittadino (quale che sia il potere di acquisto). Era debole perché non riusciva a far rispettare quei patti non scritti per cui in un qualsiasi paese ci sono i ricchi e ci sono i poveri, ma quel paese può stare insieme perché la legge è uguale per tutti e i ricchi pagano più tasse dei poveri (e non viceversa come in Italia).
È per questo che io sento come cruciali le settimane che ci stanno davanti. La crisi strisciante del governo Prodi complica le cose ma mette ancora più in evidenza il ruolo fondativo di una nuova democrazia che spetta al partito democratico. Si accrescono, quindi le responsabilità delle forze che ne assumono la guida. E io vorrei fosse chiaro che il dovere della politica se vuole parlare agli italiani, a tutti gli italiani (come è necessario in un momento come questo) non è quello di nascondersi sotto le sottane della "società civile". I milioni che il 14 ottobre voteranno i dirigenti del Partito democratico e le 40 mila persone che si candidano in varie liste per farsi eleggere e così partecipare alla costituente del nuovo partito (un fatto enorme) non sono un surrogato della politica, o il trucco a cui ricorre un vecchio ceto politico per non assumersi le proprie responsabilità, la responsabilità di proporre al paese un disegno strategico. Al contrario. È esattamente questa la politica, la grande politica che esce dal Palazzo e si fa popolo e organizza così una riscossa democratica. Perché solo così in questo modo , diventa finalmente possibile affrontare la grande questione finora irrisolta che non è Grillo ma è come adeguare l'agenda politica del paese a una crisi che è profonda perché non riguarda soltanto l'economia ma l'identità della nazione italiana nell'Europa e nel mondo nuovo.



Cosa alimenta l´antipolitica
Sandro Viola su
la Repubblica

Distacco dalla politica, anti-politica, folle osannanti attorno a Beppe Grillo. Le analisi e diagnosi sulla nausea che gli italiani provano per la vita politica del paese, sono ormai un fiume. E benché alcune s´avvicinino al nocciolo della questione, alle cause da cui il fenomeno ha preso origine, tutte mi sembrano però reticenti. C´è qualcosa che da tanto tempo pesa sullo stomaco degli italiani, qualcosa che li spinge con forza – quando il discorso tocca la politica – al turpiloquio, che in quelle analisi e diagnosi viene infatti taciuto. La parte, cioè, che hanno i mezzi d´informazione nell´insorgere della nausea.
Parlare dei notiziari politici alla televisione è quasi superfluo. Il giornalismo televisivo è obbligato (anche se sorprende che nelle sue redazioni non ci siano rivolte furibonde, o almeno qualche porta sbattuta) a una squallida pratica di compromessi. Tanti minuti a quel versante politico, tanti all´altro, composti nello schema non si sa se più furbesco, grottesco o vergognoso, del cosiddetto "sandwich". Le reti pubbliche mettono infatti in testa le dichiarazioni dei politici al governo, in mezzo sistemano quelle dell´opposizione, poi ridanno fiato a qualcuno della maggioranza. Quanto alle più importanti reti private, poiché appartengono tutte alla stessa persona, la loro linea è in certo senso più chiara e coerente: esse fiancheggiano il padrone, e buonanotte.
Trascorrono gli anni, i governi cambiano, ma i criteri con cui vengono impaginati i nostri telegiornali restano sempre identici. E il risultato è quello che è. Una valanga di parole, l´aria fritta. Ai rovesci dell´esercito americano in Iraq (che in un prossimo futuro graveranno su tutti noi) vengono dedicati quindici secondi. Ma a Pecoraro Scanio, Schifani, Giordano e Bondi un minuto, quasi due a Bertinotti, Fini e Tremonti, a Fassino e Veltroni tre. La regola è ferrea. Nel telegiornale devono entrarci tutti, ogni sera d´ogni mese dell´anno. E questi tutti sono personaggi le cui facce gli italiani vedono sui teleschermi, all´ora di cena, da dieci, quindici, vent´anni. Sempre loro ogni sera. Attorniati da telecamere e microfoni come se dovessero annunciare qualcosa di nuovo, di decisivo, e non si sapesse invece che ripeteranno le stesse frasi della sera prima.
Nessuna meraviglia, quindi, che l´effetto di quelle presenze sui televisori si sia fatto man mano asfissiante. Nessuna meraviglia che milioni d´italiani si sentano, mentre ogni santa sera compaiono nel telegiornale le immagini dei politici, mancare il respiro. E se tale è l´effetto, sembra giusto chiedersi: quell´asfissia serale avvicina o allontana dalla politica? Il tedio profondo, l´irritazione provocati dall´immutabilità delle facce, dai fiotti di dichiarazioni inconcludenti, non ha forse influito nella crescita d´una vera e propria idiosincrasia per la vita politica, e in particolare per i protagonisti maggiori e minori della politica?
Nella stampa scritta, nei giornali, le cose non sono tanto diverse. Ho qui sul tavolo due dei nostri quotidiani. Uno dedica alla politica interna sei pagine, l´altro sette. Secondo un calcolo che vado facendo da qualche giorno, non sono neppure molte: tre giorni fa erano rispettivamente nove e otto, cinque giorni fa erano otto e nove. E gli argomenti che per un lettore comune possono avere un certo interesse – i conti pubblici, i probabili lineamenti della Finanziaria, i privilegi della "casta" nelle loro ultime manifestazioni – prendono un quarto scarso del totale. I tre quarti somigliano purtroppo a quel che ci propinano i telegiornali. Interviste fluviali, analisi minuziose ad ogni battito di ciglia d´un leader di partito, smentite risibili, messe a punto superflue, lunghe dichiarazioni di ministri e presidenti delle Camere rilasciate in paesi lontani ma sempre riferite alle quisquilie della politica di Roma. In sostanza, un dialogo tra giornalisti e politici.
Questo irrefrenabile dilagare, questa elefantiasi delle pagine di politica interna, risulta inspiegabile. Risulta inspiegabile che i giornali vogliano riprodurre tutt´intera, senza mai perderne una sola sillaba, la quotidiana logorrea dei nostri politici. Che non riflettano sulla voracità, se non è una bulimia, con cui si pongono rispetto alla cronaca politica. Che non si provino a sfrondarla, questa cronaca, così da ridurla più o meno all´essenziale. Che quasi non facciano differenza tra il rilevante e l´irrilevante. Che pubblichino un´intervista con questo o quello, nonostante che negli ultimi due mesi abbiano già pubblicato a piena pagina quattro, cinque e forse sei interviste con la stessa persona. Ora: non è anche questo Niagara di pagine dedicate ogni giorno agli stessi personaggi che già ci avevano esasperato la sera prima al telegiornale, una tra le cause della stanchezza, l´insofferenza, il rifiuto che il paese sta manifestando nei confronti della scena politica?

Non è solo il rigetto d´un sistema politico che impedisce ai governi di scegliere, decidere, operare, quello cui stiamo assistendo. E´ l´esplosione di un´uggia divenuta incontenibile, il brusco e pericoloso scalpitare dei cavalli sotto l´assalto dei tafani. C´è un dato che certifica quanto e come la situazione stia precipitando: l´attenuarsi della faziosità italiana. Non è più questione infatti, come sempre nella lunga storia del paese, di "noi e loro", vale a dire la nostra bandiera contro l´altra. La sensazione d´una nauseante pienezza proviene adesso alla vista dei politici dell´una e dell´altra parte. Gli avversari d´un tempo sfilano ormai nello stesso corteo, scandendo tutti insieme le scurrilità suggerite da Grillo. E penso che l´informazione politica com´è gestita nei nostri mezzi d´informazione, vi abbia contribuito non poco.


Il suicidio del voto anticipato
Marcello Sorgi su
La Stampa

A differenza dei maggiori Paesi europei, dove sono un normale strumento della democrazia che il premier o il capo dello Stato può usare, per rafforzare o mutare l'equilibrio politico, in Italia le elezioni anticipate, di cui molto s'è ripreso a parlare in questi giorni, rappresentano da sempre un trauma. Un male, piuttosto che una medicina, un'extrema ratio cui ricorrere quando proprio non c'è altro rimedio. Ed anche se i politici di professione ne parlano ovviamente con più disincanto e meno timori, questa convinzione è diffusa tra i cittadini, che vedono nell'interruzione improvvisa - e apparentemente immotivata, talvolta - di una legislatura, un fattore di incertezza.

Si può dire che in questo, o anche in questo, l'Italia non è l'Inghilterra, e neppure la Francia o la Germania, se solo si considera in quali circostanze è prevalso lo scioglimento delle Camere. In sessant'anni di Repubblica, le elezioni anticipate hanno conosciuto tre stagioni, tutte connesse con il deteriorarsi del funzionamento del sistema e con i tentativi - falliti - di venirne a capo.

La prima stagione (elezioni del 1972, '76 e '79) è quella della crisi, o dell'inizio di un declino lentissimo ma inesorabile, della centralità democristiana. Incalzata dalla secolarizzazione, da un veloce mutamento della società civile e dai referendum sul divorzio e sull'aborto a cui non è in grado di dare risposte, la Dc non trova altre vie d'uscita che rinvii, continue crisi di governo e alla fine richiami alle urne. Ne uscirà con l'illusione che la resistenza sia possibile e che l'accordo sottobanco, e qualche volta scoperto, con il rivale-alleato comunista finisca col nuocere più al Pci e a ogni ipotesi di alternativa che non a se stessa.

La seconda stagione (elezioni del 1983 e '87) è quella della definitiva esclusione (dopo la parentesi dell'unità nazionale) dei comunisti dall'area di governo e della collaborazione-competizione tra Dc e Psi.

Stavolta è Craxi a prefigurare (e a illudersi) che la caduta dei due maggiori partiti sia possibile e in qualche modo simultanea, ed elezioni più frequenti possano servire ad accelerarla e a sovvertire rapidamente i rapporti di forza. Sbaglierà, non nell'intuire la crisi, che peraltro, a sinistra, il vento dell'89 e la caduta del Muro di Berlino renderanno tempestosa, ma nel valutarne i tempi e nel risolversi, alla fine, a fare da puntello al regime democristiano.

Così arriviamo al '92, o meglio al '94 e '96: la stagione del crollo della Prima Repubblica imposto da Tangentopoli e della terza ondata di elezioni anticipate. Qui, protagonista è il movimento per i referendum elettorali di Segni e Barbera, che introducendo, con il voto plebiscitario dei cittadini, il sistema maggioritario, apre la strada alla Seconda Repubblica, alla liquidazione della Dc (un partito centrale non può esistere in un quadro in cui si deve stare a destra o a sinistra) e più o meno inconsapevolmente a Berlusconi. Craxi, per evitare il carcere, va in esilio, dove poi troverà la morte. I comunisti, poi Pds e Ds, si salvano miracolosamente, agevolati, ancorché ridimensionati, da qualche strabismo dei giudici protagonisti della stagione giustizialista, e dalla palese esclusione, negli ultimi anni, dal meccanismo del governo e della corruzione.

Le due legislature complete e, almeno dal punto di vista della durata, regolari, 1996-2001 e 2001-2006, nascono da questo grande cambiamento. E hanno visto insieme l'alternanza al governo di centrosinistra e centrodestra (segno che il maggioritario, sia pure nella versione mista con proporzionale del Mattarellum, funziona), e il logoramento delle coalizioni, che per vincere devono necessariamente essere formate da forze disomogenee, la cui convivenza, al momento di governare, si rivela impossibile. Questo è stato evidente sia nella legislatura del primo governo Prodi, e poi, a colpi di ribaltoni parlamentari, dei governi D'Alema e Amato, sia in quella del governo Berlusconi, tormentato da rimpasti e crisi-lampo. Ed è ora allarmante nell'attuale legislatura e nella seconda esperienza di premier di Prodi.

Mentre infatti nel primo e nel secondo caso le turbolenze politiche e partitiche all'interno delle alleanze, pur rallentando l'azione dei governi, non hanno impedito di affrontare una situazione economica difficile né di introdurre qualche elemento riformatore, stavolta la sensazione è, per dirla con Mastella, che la nascita di "microrganismi", gruppuscoli parlamentari che contrattano direttamente col premier o con il capo dell'opposizione il loro appoggio, rende già, o renderà prestissimo, la situazione ingovernabile, e necessario un nuovo scioglimento anticipato delle Camere. Tra l'altro, nuove elezioni all'inizio del 2008, per legge, spingerebbero a rinviare il referendum elettorale di Segni e Guzzetta, che mira alla riforma della legge proporzionale introdotta, quand'era al governo, dal centrodestra. E aprirebbero una tregua all'interno delle coalizioni, tra i partiti maggiori, e i minori convinti che il voto referendario li spazzerebbe via.

Con la storia degli scioglimenti sotto gli occhi, non è difficile trovare delle analogie. Apparentemente più simile a quella degli Anni Novanta (anche adesso preme un referendum, c'è un'ondata di antipolitica tra i cittadini e una recrudescenza di vicende giudiziarie con politici coinvolti), la situazione ha in realtà molte analogie con quella degli Anni Settanta, quando la Dc, pur di non arrendersi alle spinte che venivano dalla società civile, puntò tutto sul voto, e sul mantenimento dell'egemonia elettorale, senza accorgersi di aver perso il rapporto politico con il Paese in mutamento.

E una classe politica che non è in grado di governare i cambiamenti, corre verso il suicidio.


Il Capitalismo secondo Ratzinger
Angelo De Mattia su
l'Unità

Non ha nulla da dire il costituendo Partito democratico sulle parole pronunciate domenica dal Papa? Sono "res inter alios...", che riguardano altri? "La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta". Così si è espresso, prima a Tivoli poi all'Angelus, Benedetto XVI. Il profitto per il profitto è suscettibile di produrre gravi ingiustizie. E ancora: "Il capitalismo non è l'unico modello valido di organizzazione economica". Riprendendo la Centesimus Annus, il Papa sottolinea che la moderna economia d'impresa comporta aspetti positivi.
Aspetti la cui radice è la libertà della persona che si esprime in campo economico come in tanti altri campi; ma dobbiamo scegliere "tra la logica del profitto come criterio ultimo del nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà". In definitiva, si tratta di decidere "tra la giustizia e la disonestà". "L'equa distribuzione dei beni è prioritaria". "Il danaro non è disonesto in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l'uomo in cieco egoismo".
Sono concetti di straordinario rilievo, espressi quasi in contemporanea con un intervento proveniente dal mondo dell'impresa - quello dell'amministratore delegato della Fiat, Marchionne - anch'esso incentrato sulla valorizzazione della solidarietà accanto al merito. Ma torniamo a Benedetto XVI. Le sue parole costituiscono la naturale prosecuzione, ma anche un significativo progresso della dottrina sociale della Chiesa e preludono a una nuova enciclica sui temi sociali ed economici inquadrati nel contesto della globalizzazione. All'epoca della rivoluzione industriale fu la Chiesa, tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, con la Rerum Novarum, di Leone XIII a sostenere i diritti della persona e del lavoro contro lo sfruttamento. Una linea con punti di convergenza con le grandi correnti del socialismo. Le "res novae" non erano, per il semplice fatto di essere tali, tutte positive; occorreva distinguere per non essere succubi della trasformazione e per tutelare la dignità della persona. Alle spalle della Rerum Novarum vi erano state, nei secoli precedenti, le elaborazioni di filosofi (a partire da Tommaso D'Aquino), teologi e moralisti (questi ultimi nel '500 e nel'600) che, per primi, si cimentarono sui temi della giustizia commutativa e di quella distributiva, sull'equità, sulla moneta e sul credito, sulla liceità del pagamento degli interessi per il danaro preso a prestito, sui commerci, sulle assicurazioni, sull'usura.

Dopo la Rerum Novarum si segnalano la Mater et Magistra, di Giovanni XXIII, dove sono affronti i temi del lavoro, della sua remunerazione, della partecipazione e della sussidiarietà, la Populorum Progressio di Paolo VI imperniata sullo sviluppo, definito "il nuovo nome della pace", la Centesimus Annus, di Giovanni Paolo II, a cento anni dalla Rerum Novarum.
Oggi si avverte l'esigenza di una sistematizzazione evolutiva di questo straordinario materiale di fronte alle grandi trasformazioni che interessano la vita economica e sociale, quando si manifesta quella che Besset chiama l'"ostinata sarabanda dei fatti". È significativo che sia la Chiesa, purtroppo non in una numerosa compagnia, a riflettere su questi temi e non in chiave millenaristica. Sembra di percepire quasi il timore di affrontarli, da parte delle organizzazioni politiche e sociali, perché verosimilmente si è preoccupati di allontanarsi dalla visione di una società secolarizzata, confondendo però la caduta delle ideologie con il venir meno dell'esigenza di riflettere sui valori, sugli elementi di coesione, sui presupposti dell'agire dell'uomo. Una tale disamina rischia oggi di essere considerata, addirittura, dottrinarismo ovvero benaltrismo. Uno dei coautori di un recente saggio sul liberismo ha detto che egli si guarda bene dall'impelagarsi in un approfondimento dei concetti di liberalismo e di liberismo (probabilmente perché giudicata una fatica inutile). Di questo passo si sancirà la vittoria totale del pragmatismo; scomparirà ogni distinzione, senza che sia neppure avviata la ridefinizione di nuovi profili identitari.
Se prevale la logica della condivisione e della solidarietà, afferma il Pontefice, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile. È un capitalismo temperato quello sotteso alle considerazioni di Benedetto XVI. Solidarietà e profitto debbono e possono convivere all'interno degli Stati e tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, innanzitutto quelli ancora afflitti dall'enorme peso del debito. Del resto, anche Marchionne sottolinea la necessità di interventi a favore dei deboli, dei meno favoriti. Da queste premesse si potrebbe trarre un programma, "scendendo per li rami", capace di affrontare anche la quotidianità del dibattito politico ed economico.
È materia che, nei rami alti, dovrebbe interessare massimamente le forze progressiste; dovrebbe essere uno dei punti della preparazione della nascita del Partito democratico, senza alcun timore di ideologizzare il dibattito. Le parole del Papa costituiscono una sferzata anche per la sinistra. Non è, o non è solo, questione di identità. Il sincretismo è spesso inefficace anche a risolvere i problemi del giorno per giorno. Non si vuole opporre il pensiero forte e la praxis. Ma quest'ultima tanto più è solida quanto più nutrita di ideali e di finalità alte, che sono imprescindibili soprattutto in una fase partitica costituente, per di più presentata come una innovazione di carattere mondiale.


Legge 40: "Sì alla diagnosi preimpianto"
Augusto Ditel su
la Repubblica

CAGLIARI - "Ce l´ho fatta, ho vinto la mia battaglia contro una legge ingiusta. Ora, tra un mese avrò finalmente il mio primo figlio e subito dopo vorrò averne un altro".
C´è una donna sarda di 37 anni - la chiameremo Federica, con un nome di fantasia - che esulta per la sentenza emessa ieri dal tribunale di Cagliari. I magistrati sardi hanno detto sì alla diagnosi preimpianto, mettendo così in discussione uno dei punti-cardine della legge sulla procreazione assistita, la numero 40.

E´ il secondo passaggio della legge ad essere aggirato nella pratica: il primo, si era scoperto solo poche settimane fa, si realizza attraverso le diffide legali ai medici da parte delle pazienti per non ricevere l´impianto di tre embrioni. Una procedura che porta al congelamento degli stessi embrioni, pratica anch´essa negata dalle norme in vigore.
La vicenda di Cagliari era partita dal ricorso di Federica che, due anni fa, aveva chiesto di poter eseguire la diagnosi preimpianto prima di procedere con le tecniche di fecondazione in vitro perché portatrice di talassemia, malattia molto diffusa in Sardegna, al pari del diabete mellito. Con la decisione del giudice l´ospedale e il medico incaricato controlleranno lo stato dell´embrione, verificando se può essere colpito da talassemia. Solo nel caso in cui l´embrione sia sano il medico procederà all´impianto e alla gravidanza.
La decisione dei giudici cagliaritani ha provocato una marea di reazioni, al punto che ora il dibattito si sposta sulla modifica della legge. Per Vittoria Franco, senatrice dell´Ulivo e coordinatrice nazionale delle donne Ds, "si apre finalmente una finestra sulla legge 40, dopo la chiusura dell´ex ministro Sirchia". Per Filomena Gallo e il radicale Rocco Berardo, rispettivamente Presidente di "Amica Cicogna Onlus" e vice segretario dell´associazione Coscioni, la sentenza di Cagliari è un provvedimento che "interpreta la legge sulla fecondazione assistita alla luce dei dettami costituzionali, nel rispetto delle norme vigenti e dei diritti dei soggetti coinvolti nelle tecniche di fecondazione assistita".

Di tutt´altro tenore le prese di posizione dell´associazione "Scienza e Vita" secondo cui "la sentenza rappresenta un caso di eugenetica", mentre il capogruppo dell´Udc alla Camera, Luca Volontè, chiede al ministro della Giustizia "di verificare come le leggi vengano applicate dal tribunale del capoluogo sardo". Quanto alle senatrici teodem dell´Ulivo, Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, ricordano che il 9 novembre del 2006 la Consulta aveva già dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Cagliari: "Una sentenza della Corte costituzionale non è qualcosa che si possa bypassare con facilità, anche se le malattie genetiche pongono inquietanti problemi alla scienza, alla bioetica e alla biopolitica".



Ahmadinejad: Israele è razzista
Maurizio Molinari su
La Stampa

Completo grigio chiaro, camicia bianca e sorriso sulle labbra il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad sfida gli Stati Uniti dal pulpito della Columbia University con l'obiettivo di aprire un dialogo con gli americani basato sui principi in cui più crede: la scienza in mano ai "pii e ai puri", i dubbi sulla veridicità della Shoà e sulla legittimità di Israele, il diritto al nucleare, la sfida all'Occidente.

Ad accoglierlo sul palco dell'aula magna della Columbia University trova il preside Lee Bollinger che, puntando ad allontanare le polemiche della vigilia, lo accoglie con affermazioni dure e schiette: "Lei è un dittatore crudele perché perseguita gli oppositori, non rispetta le donne e fa mettere a morte gli omosessuali, la negazione della Shoà è una vergogna che deve cessare, distruggere Israele significa distruggere anche noi, ci spieghi perché sostiene il terrorismo e vuole ottenere l'atomica".

Di fronte a seicento studenti seduti in sala, Ahmadinejad prima incassa e poi risponde con un rimprovero: "In Iran rispettiamo gli ospiti, quello che lei ha fatto è stato solo leggere degli insulti". Il leader di Teheran non ci sta a essere relegato sul banco degli imputati ma il confronto duro lo attira, esalta. Esordisce nel nome di Maometto misericordioso e quindi disegna il proprio approccio alla conoscenza universale, spiega che la via occidentale è errata e propone il modello della Repubblica Islamica con la "scienza nelle mani dei pii e dei puri" ovvero la sottomissione alla fede in Allah. Ahmadinejad tiene a indicare all'America, il "Grande Satana" delle manifestazioni di Teheran, la via per "uscire dall'oscurità" mostrandosi convinto di poter essere lui a cambiare l'anima dell'Occidente.

Forte di tale determinazione messianica risponde alle domande poste dal rettore come degli studenti con una raffica di provocazioni sotto forma di contro-domande: "Se l'Olocausto è avvenuto perché mettete in prigione gli storici che vogliono fare ulteriori ricerche?", "Perché i palestinesi ne devono soffrire le conseguenze?", "Anziché chiedermi di Israele, interrogatevi sui diritti dei palestinesi", "Ci volete privare del diritto al nucleare?", "Rispondere agli attacchi contro l'Iran significa essere dei terroristi?".

Efficace nella dialettica, abile a catturare l'attenzione accennando termini in inglese e capace di raccogliere applausi nel rimproverare "cattiva ospitalità" al rettore, Ahmadinejad alla fine dell'intervento-show sente quasi di aver espugnato una delle cattedrali americane del sapere ma è proprio allora che scivola sulla domanda sul perché in Iran le donne non hanno pieni diritti e gli omosessuali vengono messi a morte. "Rispettiamo i diritti delle donne come nessun altro Paese" dice, sollevando forti brusii, e poi cade: "In Iran non esistono omosessuali, noi non ne abbiamo". Il boato degli studenti è tale da travolgere la voce del presidente che, per qualche attimo perde la flemma e arrossisce palesemente, quasi ad ammettere che si è accorto di essere caduto in fallo.

Quando esce dall'Università nel corteo della sicurezza non può non vedere la selva di bandiere Usa e di Israele portate da migliaia di manifestanti determinati a incalzarlo lungo ogni sosta a New York. Innalzano cartelli con la copertina del New York Post intitolata "Go to Hell" (Vai all'inferno) mentre un clown a stelle e strisce gli grida dietro: "Se ci fosse stato Reagan avresti preso un calcio nel sedere". Ma il danno maggiore ad Ahmadinejad arriva da Arnold Schwarzenegger, il governatore della California che annuncia la totale chiusura di ogni scambio con l'Iran. E oggi Ahmadinejad replica con il discorso al Palazzo di Vetro.


  25 settembre 2007