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a cura di Fr.I. - 24 settembre 2007


La prova d´orchestra di pifferi e tromboni
Eugenio Scalfari su
la Repubblica del 23 settembre
pifferi e tromboni
La pessima esibizione del Senato nel dibattito sulla Rai di giovedì scorso è stata in realtà una sorta di prova generale di quanto potrà avvenire nell´appuntamento parlamentare con la legge finanziaria 2008.

Una prova generale assolutamente «sui generis». Infatti – a differenza delle prove generali vere – qui non c´era un regista. Ciascuno recitava a soggetto e ciascuno aveva un soggetto proprio e mai come in questa deplorevole occasione è utilissimo riandarsi a vedere «Prova d´orchestra», uno dei più bei film di Federico Fellini, indimenticabile lezione artistica, umana, politica.
In «Prova d´orchestra» un gruppo di orchestrali che fino a quel giorno avevano lavorato insieme sotto la guida d´un celebre direttore, decidono di fare da loro. Il direttore tenta in tutti i modi di battere il tempo con la sua bacchetta e di far rispettare a ciascuno il suo ruolo e la corretta esecuzione dello spartito, ma ogni suo sforzo è vano, i violini vanno per conto loro e così i bassi, il clarinetto, l´oboe, i timpani, i tromboni. Finisce in una vera e propria rissa a colpi di archetto e di tamburo.

Suggerisco ai membri del Senato che hanno mandato in scena uno spettacolo vergognoso per inconcludenza e dimostrazione d´ignoranza dell´argomento di cui dibattevano, di comprarsi la cassetta di quel film e meditarci sopra. Ne trarrebbero certamente diletto ma soprattutto sgomento, lo specchio gli rimanderebbe infatti l´immagine che tutti noi spettatori abbiamo visto ma che le loro mediocri vanità e personali ambizioni insieme all´ossessiva contemplazione del proprio ombelico gli hanno nascosto. Se avessero un briciolo di senso di responsabilità ne sarebbero sconvolti come noi spettatori e cittadini ne siamo rimasti.
* * *
Comunque la singolare prova generale di quanto potrebbe accadere ad ottobre nel dibattito sulla Finanziaria c´è stata.

Il disegno che emerge è chiaro e si può riassumere così:
1. Il dibattito sulla Finanziaria sarà il momento culminante della strategia della «spallata ».
2. Il governo non reggerà a causa delle interne divisioni della maggioranza e dunque imploderà, almeno in Senato dove ormai anche l´esiguo margine di vantaggio del centrosinistra è scomparso.
3. Dini ha in mente la presidenza del governo interinale che sarà inevitabile quando Prodi sarà stato sfiduciato dal Senato. Perciò troverà mille modi per votare contro e sfiancare la maggioranza, articolo dopo articolo.
4. Mastella vede con crescente preoccupazione l´avvicinamento di Dini al centrodestra, verso il quale anche lui è da tempo in movimento. Chi ci arriva prima (nella visione di questi due «statisti») meglio alloggia. Di qui i loro ambigui e ondivaghi comportamenti.
5. Di Pietro ha scoperto Grillo e ambisce a rinverdire i fasti di «Mani pulite». Il leader dell´«Italia dei valori» è affascinato dalle insorgenze in nome della «legalità». Cantavano nel nostro Risorgimento: «Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà». Di Pietro pensa di poter esser lui quella folgore relegando Grillo al ruolo maieutico ma non politico. Le sue preannunciate dimissioni da ministro e l´uscita dei suoi parlamentari dalla coalizione servirebbero egregiamente a consolidare la sua fama di difensore della legalità disinteressato, mettendo nelle sue mani un seguito per ora valutabile al 17 per cento che la sua leadership (secondo lui) potrebbe portare oltre il 20. Insomma un grande partito alla faccia di Veltroni che gli ha impedito di candidarsi per la guida del Partito democratico.
6. Il quale Veltroni (e Rutelli con lui) non può assistere inerte a questo sfascio dell´Unione e alle difficoltà che si ripercuotono anche sul nascituro Pd. Quindi dovrà prendere qualche iniziativa spettacolare. Ma poiché nelle condizioni attuali ogni iniziativa spettacolare rischia di accrescere la litigiosità della maggioranza, ecco che i rischi d´implosione possono venire anche dal sindaco di Roma.

Tutti puntano sulla cacciata di Prodi. Dopodiché si dividono: Berlusconi e i suoi fedeli vorrebbero le elezioni immediate; Casini punta su un governo istituzionale che prepari la nuova legge elettorale con tutto il tempo necessario, almeno un anno, per intraprendere la creazione di un piccolo-grande centro.
Questo disegno d´altra parte è condiviso anche da forze di diversa provenienza, economiche, editoriali, culturali: cacciata di Prodi, governo istituzionale che duri almeno fino al 2009, scomposizione degli attuali schieramenti bipolari, aggregazione centrista con Udc, la parte moderata dei Ds, i cattolici di Pezzotta, le comunità di Cl e di Sant´Egidio alle ali, la Confindustria alle spalle e i grandi giornali di proprietà banco-industriale ai fianchi.
Questo disegno prevede anche, oltre alla cacciata di Prodi con disonore – la giubilazione di Berlusconi con premi e medaglie e la nascita d´una nuova leadership non centrista ma centrale. E qui il ventaglio è largo e va da Montezemolo a Draghi, a Mario Monti, e perché no a Veltroni.
Grillo ha un ruolo in questo disegno: il lavoro sporco. Deve spazzar via i disturbatori di professione, la sinistra radicale, i diessini non abbastanza flessibili, il potere della Cgil e dei sindacati in genere. Poi – come ha scritto il buon Giovanni Sartori sul «Corriere della Sera» – non servirà più. Butteremo l´acqua sporca (Grillo) ma non il bambino che in quell´acqua ha emesso i suoi primi vagiti.
* * *
Spero d´esser stato chiaro nell´esporre i vari elementi di crisi che dovrebbero produrre l´implosione del governo e della maggioranza. Elementi diversi ma tutti convergenti su quell´obiettivo.
Ci sono però alcuni elementi avversi e anch´essi vanno considerati. Uno anzitutto: affinché l´implosione si verifichi deve avvenire sulla Finanziaria, che è la regina di tutte le battaglie parlamentari. Se la Finanziaria dovesse invece passare indenne, la strategia della spallata di fatto risulterebbe sconfitta.
Provocare la crisi con la bocciatura della Finanziaria avrebbe tuttavia come conseguenza l´esercizio provvisorio, il declassamento del debito pubblico italiano sui mercati internazionali, un terremoto nei nostri rapporti con l´Unione europea, il fallimento della riforma delle pensioni e il ritorno dello «scalone», la rivolta dei sindacati, la fine della pace sociale.
Chi si prenderà una così drammatica e storica responsabilità? Mastella? Lamberto Dini? Rifondazione? Diliberto? Pecoraro Scanio? Cesare Salvi? Di Pietro? Bordon? Mandare il paese ai margini dell´Europa, azzerare i timidi accenni di crescita economica, aprire la guerra sociale? E´ vero che si vedono in circolazione molti irresponsabili, ma fino a questo punto?
Il disegno suddetto si fonda anche sulla giubilazione di Berlusconi. Ma il «patron» di Fininvest e di Mediaset ha la vittoria a portata di mano. Vi pare che si farebbe mettere in soffitta proprio adesso? Vi pare che si separerebbe dalla Lega, che è carne della sua carne e costola del suo corpo? Berlusconi è certamente un uomo di pulsioni improvvise che lui stesso non riesce a controllare, ma è anche guidato da un fortissimo istinto di sopravvivenza. Sa che un governo istituzionale per lui sarebbe una soluzione a perdere. Ma sa anche che questo è l´obiettivo di gran parte dei suoi alleati. Potrebbe anche operare in modo che la spallata sulla Finanziaria sia tentata ma non abbia esito, seguendo i suggerimenti moderati di Gianni Letta e di Marcello Dell´Utri.
Infine, piaccia o non piaccia, c´è «testa di ferro», cioè Romano Prodi. Chi lo sottovaluta commette un grave errore. Chi pensa che sia svagato, distratto, sonnacchioso, bravo soltanto nel tirare a campare, sbaglia ancora di più.
Prodi ha molti difetti. Non è un principe della comunicazione (ma da Vespa andò benissimo) è sospettoso. E´ rancoroso. Ma è riuscito a governare in mezzo ad un´incessante tempesta dovuta in gran parte a quella «porcata» della legge elettorale imposta dal precedente governo.
In un anno nel quale la sua popolarità è crollata al 26 per cento (ma quella di Berlusconi non supera il 32) insieme a Padoa-Schioppa, a Visco e a Bersani è riuscito a rimettere a posto i conti con l´Europa, a far emergere da zero a 2 punti l´avanzo primario, a realizzare un recupero dell´evasione di molti miliardi e un super-gettito tributario senza nessuna tassa in più. Ha diminuito l´Irap di 5 miliardi a beneficio delle imprese e dei lavoratori. Sta per decretare il bonus per le pensioni minime e il loro aumento stabile. Nella Finanziaria semplificherà il pagamento delle imposte per le micro-aziende (sono tre milioni e mezzo) istituendo un´imposta unica senza nessun altro adempimento; abbatterà l´Ires di 5 punti stimolando la crescita come e forse più di quanto la Merkel abbia fatto per le imprese tedesche.
Per uno che è stato definito Mortadella, Valium, Prozac e – secondo l´ultima diagnosi di Grillo – Alzheimer, direi che non c´è male.
Io non sono nella sua testa e perciò non so prevedere che cosa farà nei prossimi giorni, ma di una cosa sono certo: non resterà esposto ai colpi senza reagire. Se deve implodere, sarà lui ad esplodere. Anticiperà i tempi. Andrà magari a dimettersi al Quirinale. O qualche cosa del genere. Oppure sfiderà avversari esterni o interni ponendo la fiducia sulla sua Finanziaria. Con l´appello nominale e le eventuali assenze, tutto sarà chiaro e ciascuno si assumerà le sue responsabilità. Ivi compresi noi giornali e giornalisti. Ci vuole almeno un po´ di grandezza quando si affronta la bufera.



Il buio dei diritti
Stefano Rodotà su
la Repubblica

ECLISSI dei diritti? Molte iniziative vanno proprio in questa direzione, e si sta creando un clima che li considera un ostacolo. Nell'agenda della politica la questione dei diritti precipita agli ultimi posti, sopraffatta da altri imperativi, la sicurezza e l'efficienza in primo luogo.

Non sorprende, allora, che circolino dichiarazioni di resa, come quelle di uno dei leader della sinistra, che ha liquidato la questione delle unioni di fatto perché non vi sarebbe consenso neppure nella maggioranza.
Questa settimana sarà decisiva per capire gli orientamenti su un tema centrale per la libertà delle persone - la tutela dei loro dati. Si definirà il disegno di legge sulla banca dati del Dna, invocato per ragioni di sicurezza. Il Senato dirà se la libertà d'impresa esige l'esonero dal rispetto delle misure di sicurezza finora previste quando si raccolgono informazioni su ciascuno di noi. Questioni che riguardano tutti, e il modo in cui saranno risolte inciderà sul quadro delle libertà e dei diritti.

Una normativa sull'uso dei dati genetici da parte di polizia e magistratura è necessaria. Leggiamo di indagini che utilizzano questi dati, di campioni biologici trovati sul luogo di un delitto. Tali attività devono essere accompagnate da garanzie adeguate, che definiscano rigorosamente le condizioni che rendono legittimo il ricorso a queste informazioni, intime e pericolose. I principi da osservare sono ben definiti dal Codice sulla privacy - finalità, necessità, proporzionalità.

Se il fine per il quale si costituisce una Banca dati nazionale del Dna è quello di rendere più efficace l'azione anticrimine, non è ammissibile che questa iniziativa si trasformi in schedature di massa, secondando una tendenza verso la nascita di "nazioni di sospetti".

La bozza del disegno di legge tiene conto in parte di queste esigenze, ma la loro traduzione in specifiche norme non è sempre adeguata, sì che appare indispensabile considerare i rilievi contenuti in una nota inviata a Governo e Parlamento dal Garante per la privacy. Ma tre questioni meritano particolare attenzione: 1) le modalità degli eventuali prelievi obbligatori di campioni del Dna, poiché si tratta di limitazioni della libertà personale, garantita dall'art. 13 della Costituzione; 2) la cancellazione dei dati raccolti, essendo inaccettabile che si conservino per quarant'anni le informazioni su chi è stato prosciolto o assolto; 3) il rigore delle misure di sicurezza e il controllo sul loro rispetto, trattandosi di dati personali di straordinaria delicatezza.

Il tema delle misure di sicurezza ci porta alla discussione in corso al Senato. Già alla Camera, modificando l'originario testo del decreto sulle liberalizzazioni, è stata inserita una norma che esonera le imprese con meno di 15 dipendenti dal rispetto delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati personali in casi impropriamente ritenuti di ordinaria amministrazione. Questi, invece, possono riguardare quantità ingenti di informazioni provenienti dalle più diverse fonti, rilevanti per la stessa vita delle persone, con rischi che prescindono dalla dimensione dell'impresa. Ora un pacchetto di emendamenti propone di estendere l'esonero a tutte le imprese e comprendere nell'esenzione anche i dati sensibili, relativi a opinioni politiche, religione, salute, vita sessuale.

La regressione culturale e politica è impressionante. Nella dissennata corsa verso l'"abbattimento dei costi" si cancellano garanzie e diritti. Se davvero si vogliono eliminare costi impropri per le piccole imprese, vi sono modi meno rozzi e pericolosi per farlo. Invece si è scelta una strada che la Commissione europea aveva ritenuto impraticabile, perché vi sono costi che il sistema economico deve sopportare per evitare che le sue attività pregiudichino interessi della collettività, come accade per le norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, costose ma indispensabili. Un paragone significativo, perché le norme sulla sicurezza del lavoro tutelano il corpo fisico così come le norme sulle misure minime di sicurezza per le banche dati tutelano il corpo "elettronico". Sono in gioco le garanzie della persona, la sua stessa libertà nella società della conoscenza.

I parlamentari soffrono di paurosi vuoti di memoria. Dovrebbero sapere che l'affare Telecom mise in luce che pure le gravi negligenze nelle misure di sicurezza consentirono utilizzazioni abusive dei dati raccolti, tanto che il Garante impose a Telecom di adeguare le misure agli standard previsti dalla legge. Oggi si propone di eliminare queste garanzie, sì che la scandalosa vicenda Telecom potrà ripetersi su larga scala.

Ma l'eliminazione delle garanzie non si ferma qui. Si propone di cancellarle del tutto per persone giuridiche, enti e associazioni. Così pure la libertà di associazione sarebbe limitata. La via d'uscita è una sola: eliminare la norma approvata dalla Camera e respingere gli emendamenti presentati al Senato.

Commentando la decisione che ha confermato la multa inflitta dalla Commissione europea a Microsoft, Mario Monti ha giustamente detto che questo è un buon segno della capacità dell'Europa di essere "potenza". Deve continuare ad esserlo proprio sul terreno della forte tutela dei diritti, perché questa è una vocazione che le permette di parlare al mondo con voce limpida e ascoltata. La decisione Microsoft ha aperto anche negli Stati Uniti una discussione sulla necessità di limitare il potere di Bill Gates. E i più diversi paesi guardano al modo in cui l'Europa prevede la tutela dei dati come ad un modello: una responsabilità impegnativa, viste le cattive notizie che vengono dagli Stati Uniti. Tenendo ferme le garanzie, il Parlamento italiano contribuirebbe a far sì che l'Europa rimanga un luogo al quale possano guardare tutti quelli che non si rassegnano all'eclissi dei diritti.


La Casta promette e non mantiene
In soli tre anni i costi di Montecitorio saranno aumentati del 9,2% con un aggravio sulle casse pubbliche di 92 milioni di euro. L'insofferenza dei cittadini, l'«antipolitica» e l'ascesa di Beppe Grillo.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Giannelli sul Corriere
Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani.
Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena.
Un giorno o l'altro la gente si rassegnerà...
Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente.
Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.
Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire.
Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l'inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest'anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell'inflazione.

Gli stipendi e gli affitti

Le spese per i viaggi

Democrazia e antipolitica

Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice ammonitore: attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo.
Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall'invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all'appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia. Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia »? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti sfaccendati»? E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l'inflazione? Per quel po' di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l'uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.



Governo: poche scelte, chiare e certe
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

A fronte delle più recenti, peraltro, quasi tutte previste e sostanzialmente inevitabili, difficoltà, la posizione ufficiosa di Prodi sembra oscillare, come scrive l'Unità, fra la «cocciutaggine del fare» e la tentazione di «mandare tutti al diavolo». A volte, personalmente, ho avuto l'impressione che, in via ufficiale, Prodi volesse comunicare che intende «governare come se niente fosse» e «completare il disegno della legislatura».

Temo, purtroppo, che non sia possibile né l'una né l'altra cosa, ovvero che sia indispensabile tenere conto di molto di quello che è già succeduto e operare sapendo che sarebbe quasi miracoloso giungere al termine naturale della legislatura. Di conseguenza, appare molto saggio riuscire fin da subito a delineare una strategia alternativa fatta di poche, precise e rapide mosse. Sarebbe anche bello potere tralasciare tutti gli elementi dirompenti che la faticosa e farraginosa costruzione del Partito democratico ha introdotto nella vita del governo, ma proprio non si può. Spalancare gli occhi sulla dinamica, almeno temporaneamente, molto destabilizzante del Pd mi pare atto doveroso e dovuto.

L'ombra di un governo tecnico o istituzionale incombe sul futuro molto prossimo di questa legislatura. Quel governo potrebbe trovarsi, proprio come toccò a Ciampi nel 1993-1994, a dovere svolgere due compiti ineludibili: riformare la legge elettorale, fare una finanziaria non elettorale. Sappiamo che il Presidente Napolitano ha già correttamente e opportunamente annunciato che la crisi del governo Prodi non aprirà affatto la strada ad elezioni anticipate che non potranno tenersi con una legge elettorale pessima da troppi punti di vista, sulla quale, peraltro, non si possono scaricare gli inconvenienti di una maggioranza numericamente infima al Senato (con qualsiasi altra legge, infatti, al Senato il centro-sinistra sarebbe in minoranza).

Dunque, ponendo fine ad interminabili balletti, dentro la maggioranza e con il centro-destra, che, oramai è chiaro, non allungano la vita del governo, credo sia giunto il momento che il Ministro Chiti prenda l'iniziativa e , in assenza di meglio, proponga di cancellare la porcata di Calderoli & friends e semplicemente di ritornare al Mattarellum. Non era una ottima legge, ma, visto che in questo Parlamento non si riesce a fare di meglio, vale la pena resuscitarla, per ragioni di tempo e per non consegnare il compito ad un governo tecnico che, preda di molti piccoli ricatti, rischierebbe di fare di peggio.

In secondo luogo, il governo Prodi deve, comunque, impostare una legge finanziaria che tenga conto del fatto che potrebbe essere il suo ultimo lascito e, dunque, del tutto comprensibilmente, non dovrà comportare sacrifici e oneri aggiuntivi per l'elettorato senza, peraltro, diventare una finanziaria elettorale, ovvero ricca di regalini che poi finiremmo per pagare tutti, ma in special modo i settori meno privilegiati dell'elettorato.

A proposito di privilegi, tagli secchi, sicuri, solidi, come quelli prospettati dal Ministro Lanzillotta, ai costi della politica consentono di rispondere a preoccupazioni, manifestate da molti settori della società italiana, che non sono soltanto "antipolitiche", ma, persino, di etica e di austerità. Infine, so perfettamente che non poche componenti del centro-sinistra e forse anche parecchi elettori del centro-destra si aspetterebbero la soluzione di due altri problemi, fra loro collegati, che incideranno sulla campagna elettorale e sulla vita politica successiva al voto: il conflitto di interessi e l'assetto delle televisioni. Mi si risponderà che non esiste una maggioranza parlamentare, meno che mai al Senato, in grado di approvare disegni di legge decenti.

Colpevolmente tenuti a bagnomaria, quei disegni di legge vanno riesumati, snelliti e messi immediatamente nelle commissioni parlamentari, a partire dalla Camera dove il governo gode di una maggioranza ampia. Nonostante straordinari, diabolicamente ripetuti errori di comunicazione e nonostante la sua incapacità di operare come coalizione coesa, il governo ha fatto un lavoro complessivamente apprezzabile. Potrebbe cominciare a pensare in che modo rivendicare positivamente il suo risanamento di un'economia lasciata in cattivo ordine e stato dal precedente governo e in che modo costruire uno schieramento più coeso, più solidale e più sobrio dell'attuale coalizione che ha vinto per un soffio nel 2006, ma che non è affatto automaticamente detto che debba perdere nel 2008. I sondaggi sono lì per essere smentiti da una efficace e intelligente campagna elettorale.

Non è giusto tentare di prolungare la sopravvivenza del governo con cedimenti a chi dimostra di avere maggiore potere di ricatto. Sopravvivere si può, governando, ovvero facendo poche scelte chiare e belle. Perseguire interessi nazionali in quel che rimane di tempo di governo sarebbe un ottimo inizio di una campagna elettorale per la quale, comunque, il centro-destra deve risolvere due problemi enormi: il perimetro della coalizione e la sua leadership.


Nella rete del Fisco 345 maxi-evasori.
Primato in Lombardia
su
Il Sole 24 Ore

Il fisco alza il tiro. Da gennaio ad agosto numerose società e vip sono finiti nelle maglie degli ispettori fiscali. Tirate le somme sono 345 gli evasori-Paperoni che tra gennaio e agosto hanno 'saldato' con il fisco cartelle esattoriali superiori ai 500mila euro. Non si tratta di evasione da sopravvivenza e nemmeno di piccoli errori nelle dichiarazioni, ma di ricchi che evadono. Tra loro ci sono infatti anche una dozzina di super-paperoni ai quali il fisco - attraverso Equitalia che cura la riscossione dell'evasione scoperta per il Fisco e per l'Inps - ha contestato cifre da capogiro e che hanno già pagato importi superiori a 5 milioni di euro.

I nomi degli evasori eccellenti sono top secret. Tra loro non c'è di certo Valentino Rossi, che ha ricevuto la cartella ad agosto e ha quindi ancora tempo per pagare. L'elenco - che conta 103 supermultati in Lombardia, 50 nel Lazio e 48 in Campania - contiene Vip e società. Ma mostra soprattutto che per il fisco il vento è cambiato. Gli ispettori tributari non inseguono solo i pesci piccoli, attraverso i controlli automatici che i computer compiono su tutte le dichiarazioni, ma affrontano anche i dossier più complessi, che richiedono competenza e fiuto. Le nuove norme sulla riscossione, inoltre, consentono di raggiungere un importante obiettivo. Equitalia riesce far pagare davvero i mega-evasori.
Le cartelle inviate ai 'Paperoni' della svista fiscale hanno ovviamente dato buoni frutti. Dal primo gennaio al 31 agosto sono stati incassati 479,6 milioni di euro. I pagamenti di questi 345 contribuenti ad alto reddito valgono da soli il 10% della riscossione di tutte le altre cartelle esattoriali spedite dal fisco e dall'Inps. Ad incassare di più è l'Agenzia delle Entrate (314 milioni), seguita dall'Inps (99,2 milioni), dall'Inail (5 milioni) e dalle dogane (4,2 milioni).

«Pubblicate i nomi». «I nomi degli evasori VIP debbono essere resi pubblici per non perdere la credibilità con Valentino Rossi e per far sapere alla gente se tra essi figurano nomi di eccellenti politici o furbetti del quartierino. Non debbono esistere contribuenti di serie A e contribuenti di serie B». Così il presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani, Carlomagno, commenta i nuovi dati sulla riscossione da cui emerge che dal primo gennaio al 31 agosto sono finiti nella rete 345 mega evasori. «I nomi degli evasori eccellenti - continua Carlomagno - non solo non debbono rimanere top secret, ma debbono essere segnalati immediatamente alla Procura delle Repubblica per il grave reato commesso».


Uno contro tutti
Riccardo Barenghi su
La Stampa

Grillo attacca il Papa mentre il Papa attacca il capitalismo che Grillo ha sempre attaccato. Nella follia della nostra politica - in senso lato ovviamente, né il Papa né tantomeno il comico sono leader politici - ormai siamo al paradosso a mezzo stampa, in senso lato anche questo: giornali, tv, blog, comizi, prediche di ogni ordine e grado si rincorrono una con l'altra (anche quella del Presidente Napolitano sui politici in tv entra nel novero a pieno titolo), sommandosi e producendo una fantastica confusione sotto il cielo. Che secondo il Mao Tze Tung avrebbe causato una situazione eccellente, ma qui di eccellente c'è poco, di confusione moltissima.

Grillo dunque attacca il Papa che sarebbe «un amministratore delegato tedesco che gestisce due milioni di lavoratori in nero». Si riferisce a preti e suore, immaginiamo, e la battuta ha anche una sua efficacia se non fosse che - ci spiegano i nostri vaticanisti - invece sacerdoti e sacerdotesse le tasse le pagano, hanno anche un fondo pensione. Certamente ne pagheranno poche, come tutta la Chiesa che gode notoriamente di sconti fiscali clamorosi e scandalosi.

Ma comunque sia, già che ci siamo, partecipiamo anche noi alla confusione suggerendo a Grillo che sul Papa, il Vaticano, la Conferenza episcopale e tutta la Chiesa avrebbe potuto trovare ben altri argomenti per dispiegare la sua satira politica: aborto, fecondazione, eutanasia, coppie di fatto...

Non l'ha fatto, forse lo farà, chissà, vedremo. Peccato però che nella sua ormai ipertrofica smania di protagonismo, abbia sbagliato non solo il punto della questione ma anche il momento (che come si sa in politica è fondamentale: ma Grillo sta ancora imparando). E così lui - Grillo - che per anni ha cavalcato le battaglie dei consumatori, dei piccoli azionisti, dei cittadini vessati, quelle sull'ambiente, se la prende con l'altro - Ratzinger - proprio quando quest'ultimo si trasforma in Grillo e dice testualmente: «La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta». Poteva dirlo Grillo, quasi con le stesse parole, magari aggiungendoci solo il suo slogan preferito, quel vaffanculo che certo il Papa non solo non dice ma forse nemmeno può pensare.



Scompare a 84 anni Marcel Marceau,
il «Charlie Chaplin» del mimo
su
l'Unità  

Staino sull'Unità

Se ne va Marcel Marceau, il Charlie Chaplin del mimo, uno dei più grandi interpreti dell'antica arte del mimo, forse il più celebre di sempre. Nato a Strasburgo nel 1923 con il nome di Marcel Mangel nel 1939 aveva cambiato il cognome in Marceau per nascondere le sue origini ebraiche. Entrato nella resistenza nel 1944, alla fine della guerra aveva pensato di dedicarsi alla pittura e di seguire la scuola d'arti decorative di Limoges. Ma la passione del teatro alla fine aveva prevalso; Marceau aveva debuttato sotto Charles Dullin nel “Volpone” nel teatro di Sarah Bernard.

Ma l'incontro nel 1946 con Etienne Decroux ha segnato la sua scelta definita per il mimo. Nello stesso anno ha recitato con la compagnia di Renaud-Barrault il ruolo di Arlecchino nel 'Battistà, una pantomima tratta dal film di Carnè Les enfants du paradis. È dalla sua passione per Buster Keaton, i fratelli Max e soprattutto Charlie Chaplin che nasce l'anno dopo il personaggio di Bip. Bip, il Pierrot del XX secolo, era nato nel 1947; figlio delle difficoltà del dopo guerra e del nuovo mondo che si delineava con un modello come riferimento: il vagabondo di Chaplin. Nel 1949 aveva fondato la compagnia di mimo Marcel Marceau, la prima al mondo del suo genere. Via via Marceau con una serie di lavori come Le jouer de flute, Exercises de style, Le matador, Le petit cirque, Paris qui rit, Paris qui pleure, aveva saputo imporre la sua figura, la sua silouette nervosa e minuta, il suo viso livido attraversato da tutti i sentimenti, dall'allegria alla tristezza più cupa.

Diventato famoso anche oltre oceano, Marceau aveva partecipato negli Stati Uniti anche a numerosi film quali First class, Shanks, Barbarella (di Roger Vadim), Silent movie, ovvero L'ultima follia (di Mel Brooks).



Cambi operatore? Parli gratis per due anni
Rosalba Reggio su
Il Sole 24 Ore

Si consuma lontano dai riflettori la concorrenza più spietata tra operatori di telefonia mobile. A luci spente, senza testimonial di grido, le compagnie attive in Italia mettono in campo anche più di trecento operatori per recuperare i clienti persi. Uno spiegamento di forze eccessivo? I numeri dei "passaggi" dicono di no. Solo da gennaio a marzo 2007, infatti, i clienti che hanno cambiato compagnia, conservando il proprio numero di telefono, sono stati più di un milione. E, dall'inizio della number portability (2002), il totale dei passaggi arriva a quasi 12 milioni. Numeri che spiegano le strategie aggressive di retention, cioè di "trattenimento" della propria clientela,che,in alcuni casi, portano gli operatori a offrire traffico gratis per due anni. Per identificare le più efficaci basta guardare la tabella che illustra chi ha perso e chi ha guadagnato. Nel 2007 Vodafone si è posizionata al primo posto per capacità di attirare clienti. Se dal 2003 al 2007 perdeva infatti 355 mila contratti, nel 2007 ha corretto la perdita a soli 20 mila, con un recupero di 355mila clienti. Merito di una rete allenata per centrare gli obiettivi, che passa al setaccio la storia telefonica del cliente, decide la strategia per "ri-catturarlo" e propone l'offerta .Con quali risultati?Buoni, almeno per il cliente che, al centro dei desideri di più operatori, riesce a guadagnare tariffe più competitive. Le offerte messe in campo dalle compagnie sono sempre più ricche. Si parte da bonus di traffico telefonico per arrivare a vere e proprie tariffe personalizzate, non vincolanti per il cliente e senza scadenza. Un ventaglio di occasioni che apre una vera e propria gara al rilancio tra gli operatori che si contendono il cliente. Per essere al centro della battaglia basta essere legati a un operatore, avere un po' di traffico telefonico (se abbondante, anche solo in entrata) e firmare il passaggio con un altro operatore. A questo punto il gioco è fatto. Il telefono del cliente "infedele" squilla a pochi giorni dal tradimento, dall'altra parte l'operatore abbandonato. Inizia così il rilancio: la compagnia telefonica cerca di trattenere il cliente offrendogli una tariffa più conveniente, elaborata esaminando le sue abitudini di consumo. Se il cliente accetta l'offerta,e autorizza il blocco del passaggio, entra in gioco il nuovo operatore. Per nulla disposto a "perdere" il cliente appena acquisito, infatti, rilancia la sua offerta alzando la posta in gioco. Pronta la risposta della compagnia d'origine che ritocca la sua proposta.

Certamente meno costosa per la compagnia, a conferma del fatto che "prevenire è meglio che curare".


  24 settembre 2007