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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21-22 settembre 2007


il Manifesto
apertura de
il Manifesto

Siamo nelle mani di Clemente Mastella. Il giorno dopo aver mandato un ultimo avviso al governo, il ministro della giustizia cerca di far fuori Luigi De Magistris, il pubblico ministero di Catanzaro che stava indagando sull'intreccio tra magistratura, politica e massoneria. Il guardasigilli ha chiesto al Csm il trasferimento d'urgenza del magistrato calabrese e del procuratore capo Mariano Lombardi aggrappandosi al conflitto tra i due


Le Cassandre che annunciano la guerra all´Iran
Jean Daniel su
la Repubblica

Dunque, dobbiamo prepararci alla guerra! L´uso di quest´espressione churchilliana non può essere innocente. Malgrado le recenti attenuazioni diplomatiche, Bernard Kouchner va dunque preso sul serio quando afferma che al momento non c´è crisi più grave di quella del programma nucleare iraniano. A condizione però di sapere perché ha scelto di dirlo adesso, e con toni tanto allarmanti. Ha precisato, è vero, di non credere al rischio immediato di bombardamenti statunitensi sull´Iran. Ma di fatto, la sua intenzione è chiaramente quella di diffondere l´idea che i piani per attuare un giorno o l´altro questa minaccia siano già messi a punto; ed è altrettanto chiara la volontà di incutere agli iraniani il timore di quest´eventualità.

Non bastava la minaccia degli Stati Uniti? George Bush ha davvero bisogno che gli europei rincarino la dose? Il problema è che negli Usa il nascente movimento in favore della fermezza verso l´Iran prospera esclusivamente all´interno degli ambienti che avevano preconizzato l´intervento in Iraq.

Ma si dà il caso che l´esposizione di questi motivi, proprio perché proviene da chi ha sostenuto l´intervento in Iraq, non riesce a convincere il Congresso, né ad ottenere l´adesione dell´opinione pubblica. Perché di fatto, tutto ciò che era stato detto sull´opportunità della guerra in Iraq si è rivelato non solo falso nei principi, ma anche disastroso nei risultati. Peraltro, gran parte dell´amministrazione americana vorrebbe convincersi che alla fine si possa ottenere che anche l´Iran, come già la Libia e la Corea, rinuncino all´arma atomica. A quest´argomento il partito della fermezza risponde che i libici e i coreani hanno creduto nella realtà della minaccia americana, mentre a loro parere ciò non sarebbe più vero nel caso degli iraniani.
Senza dubbio, la situazione attuale non è in alcun modo identica a quella che ha preceduto la guerra in Iraq. Può darsi che l´Iran non sia lontano dal possedere quelle armi di distruzione di massa che l´Iraq non aveva. Le intenzioni aggressive e antioccidentali dei dirigenti iraniani sono assai più credibili dei sospetti che si potevano avere sulle mire recondite di Saddam Hussein. Tutto questo, è essenziale precisarlo nel momento in cui si prende in considerazione l´eventualità di un conflitto con Teheran.

Le rinnovate inquietudini manifestate in alcuni articoli del New York Times, così come nell´ultima dichiarazione di Bernard Kouchner, sembrano sorgere da una constatazione fatta dalla maggior parte degli interessati: a tutte le proposte di negoziato le autorità iraniane avrebbero opposto un atteggiamento di indisponibilità, tanto astuto quanto provocatorio. Di parere diverso è il direttore dell´Aiea Mohamed El Baradei, molto imbarazzato dalle dichiarazioni di Bernard Kouchner, che secondo lui pregiudicano il suo impegno in favore di un compromesso. Di fatto, il premio Nobel egiziano propende per la soluzione proposta come ultimo ricorso da James Baker, già Segretario di Stato di George Bush padre: avviare con l´Iran un negoziato complessivo su tutti i temi e in tutti i campi, tranne quello nucleare, e vedere se i vantaggi offerti agli iraniani inducano in alcuni dei dirigenti di Teheran la tentazione di un ritorno alla saggezza. Per Bernard Kouchner, i compromessi con l´Iran, che pure vanno ricercati con costanza e tenacia, non condurranno alla pace se non saranno accompagnati da una minaccia credibile.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


Ossessione Rai
Vittorio Emiliani su
l'Unità

«Rigida, incapace, inefficiente», in pesante passivo, «vittima della politica». Per cui, alla fine, il Senato impone all'emittente radiotelevisiva di Stato la presentazione di un piano industriale congelandone intanto le nomine ed entrando così ben dentro la gestione di Viale Mazzini. Potrebbe essere la pietra tombale della Rai come impresa e l'hanno scolpita ieri il ministro dell'economia Padoa-Schioppa e il voto del Senato (caso unico al mondo, credo).

Il ministro nelle cui braccia l'azienda pubblica ricade (ma non riposa), dopo quelle di Giulio Tremonti, secondo la più sciagurata delle leggi in materia, firmata per il centrodestra da Maurizio Gasparri. Padoa-Schioppa, dopo un anno di verifica, ha revocato il mandato - com'era in suo potere - al consigliere Petroni, nominato dal Berlusconi ed ha designato, al suo posto, Fabiano Fabiani.

Sulle cui qualità, competenze e curricula nessuno può aver nulla da dire. Soltanto che, siamo onesti, è decisamente arduo farlo passare come uomo super partes. Temo che il ministro dell'Economia, apprezzato tecnico, abbia commesso un errore di grammatica politica non designando, al posto di Petroni, un attrezzato dirigente del proprio dicastero, il più politicamente neutro possibile. Con ciò avrebbe dimostrato da subito che intendeva entrare nel mezzo dello stagno Rai unicamente per cercare una via d'uscita manageriale,

Insomma, se «il vero male di cui la Rai ha sofferto e soffre è un rapporto col potere politico che ne indebolisce la funzione civile, che ne limita la vitalità culturale e che la fa soffrire come impresa che opera sul mercato» (parole lapidarie anche queste di TPS), Tommaso Padoa-Schioppa, e con lui il governo Prodi, avrebbe dovuto percorrere energicamente la strada della più trasparente neutralità tecnica. Rimediando con ciò, almeno in parte, al meccanismo della legge Gasparri che, guarda caso, ha partorito il più lottizzato dei Consigli di Amministrazione della Rai

D'altro canto, se si affida alla Commissione parlamentare di Vigilanza, cioè ai partiti che la compongono, e non più ai presidenti delle Camere, tale compito, oggi per nove consiglieri, il patteggiamento lottizzatorio non può che essere garantito in partenza. E così è stato, originando lo stallo, l'impaludamento di questa grande azienda oggi tanto appesantita. Come consigliere di amministrazione per quattro anni (un record) sotto la presidenza di Roberto Zaccaria, posso ben testimoniare che uno dei nostri problemi di fondo era costituito proprio dal frequente tentativo della Commissione di Vigilanza di sovrapporsi a noi amministratori come il vero gestore della Rai. Tuttavia l'essere stati designati dai presidenti della Camera, Violante, e del Senato, Mancino, ci metteva in parte al riparo assicurandoci uno spessore di autonomia decisivo.

Lo spettacolo concitato e confuso offerto ieri a Palazzo Madama da tutti gli schieramenti conferma che la questione strategica sta lì. Non credo che ci sia un altro Parlamento al mondo in cui si sia discusso con altrettanta ossessività dell'azienda radiotelevisiva di Stato. In altri Paesi il Parlamento dà indirizzi generali (su quelli della nostra Commissione di Vigilanza abbiamo raccolto un volume…), concorre alle nomine, magari, come in Francia, attraverso i presidenti dei due rami più quello della Repubblica, e poi, se il Consiglio di Amministrazione fa bene, viene rinnovato, e se no, viene mandato a casa alla scadenza. Ma non c'è questo accanimento politico-parlamentare così diretto sul corpo e sulla mente, su ogni parte vitale della radio e tv pubblica. La quale, va detto e ribadito, esiste in tutti i Paesi avanzati, difesa da un ben più alto canone e da solidi organismi di garanzia sovraordinati. Una Fondazione o un Consiglio Superiore dell'audiovisivo. Nominati nel modo più garantista. Per i cittadini e per l'azienda.

Giorni fa il candidato alla segreteria del Pd, Walter Veltroni, ha proposto di abolire il CdA della Rai sostituendolo con un amministratore unico super partes. Mi permetterei di suggerire il contrario: abolirei semmai la Commissione parlamentare di Vigilanza (lasciandole compiti di indirizzo) e nominerei Consiglio di amministrazione e presidente alla francese o alla inglese (oppure alla svedese). Nel Regno Unito il direttore generale di BBC è durato anni e anni. In Germania quello della potente ZDF, Dieter Stolte, è andato via soltanto perché dopo vent'anni aveva raggiunto l'età della pensione.

Se questo fosse un Paese che ha ancora a cuore le sorti della cultura e dell'informazione, del pluralismo culturale, il Parlamento, invece di accapigliarsi come nella più desolante Isola dei famosi, salvagente (pensate un po') della disastrata Raidue, dovrebbe unire le forze e dedicarsi sul serio a varare una buona legge europea per il sistema radiotelevisivo e per la Rai. La base c'è ed è il progetto Gentiloni.

Che, a mio avviso, e lo scrissi subito, ha il non piccolo difetto di dare troppo spazio ai partiti per la formazione della Fondazione destinata a garantire l'azienda di Viale Mazzini. Immette le Regioni, è vero, dove però il rapporto di subordinazione alla logica partitica è persino più forte che a livello centrale. I garanti devono risultare super partes sul serio, al di sopra di ogni sospetto. Inoltre l'azienda va ristrutturata, smagrita, rilanciata, anche mettendo sul mercato una rete. Non Raiuno però, la cui cessione ridurrebbe l'emittente pubblica ad un 20 per cento di ascolti in tutto. Ma Raidue, per esempio. Purtroppo, visto in diretta lo spettacolo di ieri al Senato, c'è da dubitarne assai. Allora viene anche l'idea che, per disperazione, sia meglio privatizzare tutto e buonanotte. Per disperazione però. Unici al mondo.


La caccia al tesoretto
Massimo Riva su
la Repubblica

«Sarà una Finanziaria di dimensioni molto inferiori a quella dell´anno scorso», ha anticipato il ministro Bersani, mentre il suo collega Ferrero si è sbilanciato su una cifra precisa: dieci miliardi. E non basta: le prime indiscrezioni confermano che non vi saranno aggravi fiscali, ma solo alleggerimenti da definirsi in corso d´opera. Dopo anni di manovre ben più ampie e pesanti, questa sarebbe una buona notizia. Coerente con gli impegni di risanamento assunti con l´Europa e dunque pure con quei severi giudici che sono i mercati finanziari, dove ci si aspetta che l´Italia tenga fede al proposito di tenere il deficit 2008 entro il tetto massimo del 2,2 per cento.
E, al tempo stesso, utile e opportuna sul piano domestico perché verrebbe incontro al diffuso desiderio di una redistribuzione del ricavato dagli evasori fiscali a vantaggio dei contribuenti onesti.
Si tratta, tuttavia, di capire se e quanto le ottime intenzioni del ministro Padoa-Schioppa saranno condivise e accettate prima dai suoi colleghi e poi dal Parlamento. Al riguardo c´è un´altra buona novella di questi giorni che si presenta come un´arma a doppio taglio: può semplificare la ricerca delle soluzioni, ma anche complicarle di parecchio. La novità è che il gettito tributario 2007 mette a disposizione del bilancio sette-otto miliardi in più rispetto alle stime fornite dal governo nel Dpef di luglio.
Questa autentica manna rischia di essere politicamente esplosiva perché su di essa hanno già allungato occhi rapaci dal centro coloro che vorrebbero procedere subito ai primi tagli di tasse (magari già con la rata Ici di fine anno) e da sinistra quelli che premono per misure immediate a favore dei più poveri ovvero per rivedere l´accordo su Welfare e pensioni.
A quanto si sa, l´ipotesi di manovra immaginata dal Tesoro prevede un´operazione in due tempi. Subito un decreto che impegni quattro-cinque miliardi dell´extragettito 2007 per finanziare un blocco di opere infrastrutturali, soprattutto da parte di Anas e Ferrovie. La logica di questa mossa è duplice: non soltanto quella di non lasciare a secco i cantieri aperti (come fece il governo Berlusconi nel suo ultimo anno), ma anche quella di dare un robusto sostegno a una congiuntura economica in frenata per effetto della crisi dei mutui subprime. Un discorso ineccepibile.
Il secondo pezzo della manovra consisterebbe nella Finanziaria vera e propria, che così sarebbe una legge quanto mai snella e leggera perché dovrebbe sostanzialmente occuparsi di coprire il fabbisogno 2008 relativo al nuovo contratto del pubblico impiego e al riformato impianto dell´età pensionabile e del Welfare.
Tutto bene, se non ci fosse quella parte cospicua della maggioranza di governo che chiede a gran voce di anticipare al 2007 le prime misure di un allentamento della pressione fiscale, oggi tanto opportuno politicamente quanto ancora temerario sul piano contabile. Come la Commissione di Bruxelles e la Banca centrale di Francoforte non si stancano di ricordare al paese più indebitato di Eurolandia.



Il matrimonio a termine salva l'amore
Fernando Camon su
La Stampa

Il matrimonio deve scadere dopo sette anni, per legge, senza che nessuno dei coniugi lo chieda. Dopo, se vogliono, possono risposarsi. In sette anni ogni matrimonio, salvo poche eccezioni, si logora, e i coniugi tirano avanti per non affrontare lo stress della separazione e le spese legali. E così vivono da infelici. Il matrimonio a termine è la loro liberazione. Una legge che istituisse il matrimonio a termine sarebbe benefica per l'umanità laica. È la proposta della signora Gabriele Pauli, alto esponente della Csu, partito cristiano-conservatore della Baviera, alleato della Cdu della cancelliera Angela Merkel. In Germania la proposta è molto dibattuta e osteggiata, e la polemica dilaga in Europa. Domanda: che differenza c'è fra il matrimonio a termine e il divorzio? Enorme. Il divorzio è una spaccatura dentro un'unione che doveva durare, perciò è un trauma per tutti (coniugi, parenti, figli), mentre la scadenza prestabilita non traumatizza nessuno, né coniugi né figli né parenti. Pare un'idea improvvisa, e invece ha una storia alle spalle. In Scene da un matrimonio, Bergman dice che il matrimonio con scadenza salverebbe gli sposi dalla condizione di «analfabeti dei sentimenti», costretti a vivere nell'obbligo, che è la morte dell'amore. Bergman dice anche di più: è il marito che pianta moglie e figli e va a vivere con l'amante, ma dopo una lunga convivenza con l'amante gli viene nostalgia della moglie, torna da lei, pare un incontro casuale, senza necessità e senza futuro, e invece i due finiscono a letto: la separazione li restituisce al ruolo di amanti. Dunque: è il matrimonio che spegne l'amore, non è che si odia la moglie, no, si odia il matrimonio: se rompi il matrimonio, quella che fu tua moglie ridiventa la tua amante. Del matrimonio a termine si parlava molto, da noi, quando girava un libriccino di David Cooper caro ai giovani, La morte della famiglia. Ne parlavano le femministe. Ne accenno anch'io, nella Donna dei fili, che è un romanzo-diario di una donna in analisi: la donna vede l'uscita dalla nevrosi nell'uscita dal matrimonio. 



C´era una volta il grillo parlante
Giovanni Valentini su
la Repubblica

Nella celeberrima favola di Collodi, a un certo punto il povero Geppetto finisce senza colpa in prigione, Pinocchio resta solo in casa e sente un richiamo dal muro di una stanza:
- Crì-crì-crì!
- Chi è che mi chiama?
- Sono io!
- Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
- Io sono il Grillo Parlante e abito in questa stanza da più di cent´anni.
- Oggi però questa stanza è mia e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
- Io non me ne andrò di qui, se prima non ti avrò detto una gran verità.
- Dimmela e spicciati.
- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.
Il dialogo, come si sa, cresce via via d´intensità, Pinocchio inveisce contro quel "Grillaccio del mal´augurio, fino a quando il burattino infuriato prende un martello di legno, lo scaglia contro il Grillo Parlante e questo rimane secco, stecchito, appiccicato alla parete. A parte l´occasionale omonimia, la storiella si attaglia come un apologo alla ribellione via Internet con cui Beppe Grillo ha innescato dal suo sito un´ondata minacciosa di antipolitica.
Si potrebbe anche commentare che quando la politica diventa comica, il minimo che possa accadere è che i comici facciano politica. Ma serve a poco ironizzare su un fenomeno del genere. E comunque, occorrono risposte serie, concrete, responsabili.
La politica, la buona politica, non si fa certamente a colpi di "vaffa". Ma piuttosto che scagliare il martello dell´insofferenza contro il cosiddetto "grillismo", sarebbe senz´altro più utile reagire al malcontento popolare con scelte e comportamenti virtuosi. Altrimenti, si rischia di confondere l´effetto con la causa, di scambiare la luna con il dito che la indica o viceversa.
Rispetto a tutti i precedenti di vecchio e nuovo qualunquismo, questa rivolta popolare ha una caratteristica in più: l´amplificazione mediatica della Rete, un potente moltiplicatore che agisce come un moderno tam-tam, un "passaparola" telematico che annulla le distanze di spazio e di tempo. Non a caso nella classifica "Technorati" al marzo 2007, riportata da Bruno Pellegrini nel suo libro "Io? Come diventare videoblogger e non morire da spettatore", il sito di Grillo figura al primo posto in Italia e al ventesimo nel mondo.
Ma non basta. Dal suo osservatorio istituzionale il Garante sulla privacy, Francesco Pizzetti, giustamente avverte: "Il caso Grillo rivela un fenomeno con cui dobbiamo fare i conti. La realtà virtuale della Rete, attraverso la partecipazione e la mobilitazione collettiva, diventa realtà materiale. Anche se questa fosse antipolitica, sarebbe comunque una manifestazione politica". E da studioso del diritto e costituzionalista, lancia un duplice segnale su cui farebbero bene a riflettere i Signori della politica: "Da una parte, dobbiamo garantire innanzitutto la piena libertà del dibattito pubblico su Internet. Dall´altra, bisogna evitare una deriva plebiscitaria o assemblearistica".
C´è un altro aspetto, infatti, che è stato trascurato nel dibattito sul "caso Grillo": e cioè, la protezione del "popolo dei blog". Osserva il Garante: "Finora abbiamo tutelato l´individuo e la sicurezza dei dati personali, adesso bisogna tutelare la collettività e la democrazia. Pensiamo, per esempio, all´archiviazione dei dati per cinque anni e al rischio di vendette politiche: è necessario impedire che il potere possa perseguire o reprimere questo fenomeno di crescita del dibattito politico. È proprio in assenza di regole che aumenta la tentazione del controllo o del condizionamento".
La questione, evidentemente, non è solo mediatica. Si tratta di garantire una libertà politica fondamentale, di pensiero e di opinione, anche quando si manifesta attraverso la Rete. In caso contrario, l´ondata di antipolitica potrebbe trasformarsi in un boomerang senza produrre alla fine alcun risultato concreto.



Lo sconquasso del supereuro.
L'imprenditore: «Così esportare è impossibile»
Gianfranco Tosetto su
Il Sole 24 Ore

Caro direttore, sono il proprietario del Gruppo Zanella, specialista in pantaloni di alta gamma e leader sul mercato americano. Il nostro fatturato per il 90% è rappresentato dalle vendite negli Usa: con l'euro a questi livelli sul dollaro stiamo vivendo un vero sconquasso. Proprio l'anno scorso con i miei soci abbiamo preso una decisione che rafforza il made in Italy (le nostre produzioni sono al 100% italiane, sia nei tessuti che nella confezione) investendo 4 milioni di dollari in una nuova sede a New York.
Ci siamo installati nel dodicesimo piano del Coca Cola Building, il prestigioso edificio in Quinta strada all'incrocio con la 55esima. Sono duemila metri quadri, dove lavorano 40 persone. La nostra azienda è uno dei tanti gioiellini italiani che fanno business all'estero,ma oggi fare impresa è quasi impossibile. Le cause? Drenaggio di risorse finanziarie per abbattimento dei margini nella conversione dei dollari in euro quando si incassa; impossibilità di alzare ancora i listini; le novità su pensioni e Tfr che sottraggono ulteriori risorse; le tasse elevate; l'aumento dei tassi d'interesse. Quanto pensiamo ancora di reggere? Noi abbiamo già ridotto in un anno del 10% le risorse umane, tagliato drasticamente i piani di sviluppo all'estero, ridimensionati gli investimenti pubblicitari. Le preoccupazioni di tanti manager, a cominciare da Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne, le ha ben riportate l'articolo di Nicoletta Picchio, sul Sole- 24 Ore di venerdì 21 settembre: personalmente, la situazione delle imprese in Italia la vedo proprio nera.


L'America nera in marcia contro “l'ingiustizia dei bianchi”
La marcia dopo l´arresto di uno studente al college  Louisiana, neri in rivolta per l´albero dei bianchi
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - IL DRAMMA dell´«albero bianco», dell´albero dei bianchi proibito ai neri, aggiunge un altro nome alla litania senza fine della guerre civile fra americani: dopo Selma, Little Rock, Montgomery, Birmingham, Memphis, Watts, viene il momento di un minuscolo paese nel cuore della Lousiana interna, alle spalle della New Orleans devastata, Jena.
E´ abitato da 2.900 residenti e ora da 5 mila dimostranti che lo hanno occupato, approdati da tutta l´America nera in autobus, come si faceva un tempo, per protestare contro l´ennesima, la vera o immaginaria, «ingiustizia razzista dei bianchi», perpetrata contro sei ragazzi di colore accusati, in una parodia della storia alla rovescia, di avere linciato un ragazzo bianco.
Cominciò tutto, appunto, da un albero, come una storia di serpi e paradisi perduti. Nella Jena High School, la mattina del 31 agosto dello scorso anno, un ragazzo nero interruppe il preside che faceva il solito sermoncino in cortile alla riapertura dell´anno, e chiese il permesso di «sedersi sotto l´albero bianco». Che non era una betulla, ma la pianta attorno alla quale si raccoglievano i ragazzi bianchi, secondo quell´ "apartheid" volontario che regna ancora in tutte le scuole pubbliche superiori d´America: neri coi neri, bianchi coi bianchi.
Puoi sederti dove vuoi, gli rispose il preside, e il ragazzo, fra le risate, le gomitate e i "catcalls", i miagolii e gli ululati dei compagni, andò a sistemarsi tra i visi pallidi. Una smargiassata, condotta da una matricola, un ragazzino di 14 anni che voleva impressionare gli anziani, e le femmine, delle tribù liceali. Se non fosse stato che il mattino dopo, dai rami dell´ "albero bianco" penzolavano tre nodi scorsoi, tre cappi come quelli ai quali "the uppity negroe", il nero ribelle, veniva appeso negli anni dei linciaggi ordinari, per tenere sotto gli altri.
Alcuni studenti bianchi, dopo un´inchiesta interna, furono espulsi. Ma l´interruttore era scattato. Nelle settimane successive, un incendio consumò l´edificio principale, tra accuse reciproche dei gruppi razziali. Pistole comparvero alle feste, scazzottate, insulti, sprangate, risse, in un´escalation di guerriglia verso il 4 dicembre quando uno studente di 17 anni - bianco - fu pestato e dovette essere medicato all´ospedale. Sei compagni di scuola furono incriminati per "lesioni aggravate", naturalmente tutti neri, da allora ribattezzati, come vuole la mistica dei diritti civili, con un´etichetta e un numero: "The Jena Six". I sei di Jena.
Tra lo sbalordimento generale, e la costernazione della Jena non bianca, il pubblico ministero prima inasprì l´accusa, elevandola a tentato omicidio. Poi fu costretto a prosciogliere cinque dei sei imputati, per mancanza di prove, tenendo sotto chiave, e sotto processo, soltanto uno di loro, Mychal Bell, un ragazzo di 16 anni difeso da un avvocato d´ufficio pagato 20 dollari all´ora, il minimo di legge. Un riluttante e indifferente avvocato che durante il processo non obbiettò neppure quando fu formata una giuria di soli bianchi, perché i residenti afroamericani aveva rifiutato di presentarsi, e non chiamò un solo testimone a discarico. Bell fu condannato per "lesioni", ma la corte d´appello respinse la sentenza, ordinando un nuovo processo.
Sarebbe stato un trionfo della giustizia se il giudice della "parrocchia", che in Louisiana è il nome delle contee ancora duecento anni dopo la fine del dominio francese e la vendita napoleonica agli Stati Uniti, non si fosse ostinato a tenere Mychal in carcere, fissando la cauzione alla cifra di 90 mila dollari, che la sua famiglia non può pagare. E qui si è accesa la miccia della collera costante, di quel sentimento di una giustizia bianca e discriminatoria da combattere sempre che produsse, negli anni 90, l´incomprensibile assoluzione di OJ Simpson.

E la domanda rimane: se quei sei fossero stati bianchi, li avrebbero arrestati e incriminati, in Louisiana? Perché gli studenti del cappio sono stati soltanto espulsi e i sei di Jena incriminati e uno di loro chiuso in carcere? Nel frattempo l´albero dei bianchi è stato abbattuto dal Preside e trasformato - in una perfetta metafora - in legna da ardere. L´albero del razzismo brucia ancora.


  22 settembre 2007