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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 settembre 2007


La missione impossibile di Condoleezza
Bernardo Valli su
la Repubblica

Altro sangue di esponenti anti siriani a Beirut, in un quartiere cristiano, e tensione tra Israele e Gaza, considerata un (supposto, probabile) caposaldo iraniano in Palestina, mentre l´inviata della Casa Bianca, Condoleezza Rice, arriva a Gerusalemme armata di propositi ragionevoli, purtroppo inflazionati dalla (a lungo) inconcludente politica imperiale. A questi avvenimenti si deve aggiungere il nuovo annuncio di Teheran, stando al quale la Repubblica islamica, fondata da Khomeini più di quarto di secolo fa, disporrebbe di armi sufficienti per rispondere e distruggere Israele, nel caso di un suo eventuale attacco aereo.
La segretaria di Stato americana sperava probabilmente di trovare un clima più accogliente. La sua missione è di preparare, o meglio ancora di rendere possibile, la conferenza della pace voluta da George W. Bush. Conferenza che dovrebbe tenersi a Washington in novembre, ma della quale non si conosce ancora la data esatta, né il numero dei partecipanti. Né se potrà essere inaugurata. Il sangue di Beirut e ancor più il nuovo drammatico capitolo di Gaza non sono certo segnali positivi. Un fallimento, prima ancora dell´inizio, sarebbe il definitivo insuccesso mediorientale per il presidente americano giunto al suo ultimo anno alla Casa Bianca. E un disastro, non solo per i paesi della regione, tenendo conto del dilemma («bombardamento dell´Iran o bomba atomica iraniana») che ci accompagnerà, come un incubo nel 2008.

Le più intricate, agitate situazioni mediorientali vanno tuttavia analizzate con idee semplici. E laiche. Comincio dunque dall´avvenimento politicamente più rilevante: la decisione israeliana di dichiarare «entità nemica» la striscia di Gaza, popolata da quasi un milione e mezzo di palestinesi, e dal giugno scorso governata dai secessionisti islamici di Hamas. I quali rifiutano (al contrario dell´Autorità Palestinese insediata a Ramallah e controllata dalla laica Al Fatah) di riconoscere lo Stato ebraico.
La dichiarazione del governo di Ehud Olmert, rinvigorito dalla presenza di Ehud Barak, l´energico ministro della difesa al quale si può attribuire l´iniziativa, mette adesso Gaza sullo stesso piano dei paesi nemici, della Siria e dell´Iran. Nell´immediato questo dovrebbe consentire, sul piano della «legalità internazionale», di adottare sanzioni severe, quali la riduzione dell´energia elettrica (che a Gaza dipende per più del cinquanta per cento da Israele) o dei carburanti indispensabili alla vita della collettività, e di limitare i passaggi di frontiera al solo transito dei generi alimentari o del materiale sanitario. Queste sanzioni non sarebbero «legittime» se Gaza fosse ancora considerata «un territorio occupato» come la vicina Cisgiordania. E comunque non saranno applicate, sempre secondo il governo israeliano, prima di un esame delle conseguenze sul piano umanitario.
La dichiarazione di Gaza «entità nemica» è stata provocata dai continui lanci di razzi Qassam sul territorio israeliano che i ripetuti interventi di Tsahal non sono riusciti né a stroncare né a frenare, e che i dirigenti di Hamas, pur non essendone i diretti responsabili, non sono stati capaci o non hanno voluto impedire. Nonostante abbiano più volte promesso di intervenire a Damasco con gli esponenti della Jihad Islamica, dai quali dipenderebbero quei lanci.

L´Autorità Palestinese ha condannato la dichiarazione di Gaza «entità nemica», che rende «legittime» le sanzioni contro un milione e mezzo di palestinesi. Pur essendo in aperta tenzone con gli islamisti secessionisti di Hamas, il presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen), già accusato di essere un collaboratore di Israele, rischia di subire la collera dei palestinesi, di Cisgiordania o d´altrove, solidali con i loro connazionali di Gaza.
Questo accade proprio mentre è in corso un´aspra discussione sulla natura della Conferenza di Washington. Per parteciparvi Mahmud Abbas chiede che ci sia sul tavolo una «dichiarazione di principi», in cui si parli in modo esplicito del futuro Stato di Palestina. E questa sua esigenza è resa ancora più irrinunciabile dalla minaccia delle sanzioni ai danni dei palestinesi di Gaza. Mentre il primo ministro Ehud Olmert vuole o deve limitarsi, vista la sua fragile posizione politica in patria, a «una dichiarazione di intenzioni». La quale è insufficiente anche per l´Arabia Saudita, la cui (non esclusa) presenza a Washington, accanto a Israele, sarebbe un avvenimento eccezionale. Senza precedenti. Uno schieramento di paesi arabi moderati (sunniti), con Israele, in novembre, attorno al presidente degli Stati Uniti, significherebbe la nascita di quella «santa alleanza» contro l´Iran (sciita), che si è profilata sull´orizzonte mediorientale negli ultimi mesi. E che adesso appare ancora più incerta.


Doppio preludio di guerra
Igor Man su
La Stampa

Hamas, entità nemica» e, come tale, sottoposta a immediate sanzioni economiche. Così ha deciso ieri il Consiglio di Difesa di Israele. Le sanzioni saranno dure non fosse altro perché sono gli israeliani ad avere i rubinetti dell'energia e dell'acqua, e non da oggi. Castighi severi ha subito una disgraziata popolazione, un milione e mezzo di palestinesi, sin dai tempi in cui la Striscia di Gaza era sotto tutela egiziana. Sharon, che personalmente curava il dossier-Gaza, non è mai riuscito a spegnere questo vero e proprio accesso di fissazione ch'è la Striscia: negli anni il mitico generale è sempre andato avanti e indietro, a mezzadria ora con la forza, ora con audaci colpi di scena: lo smantellamento delle colonie, per citare la decisione più clamorosa (rivelatasi tuttavia sterile).

Paradossalmente la decisione del Consiglio di Difesa israeliano, definita dal portavoce di Hamas una «dichiarazione di guerra», anziché una manifestazione di forza è la spia della fragilità del governo presieduto dal controverso Olmert.

Non è un mistero che i razzi fatti in casa dai militanti di Hamas ancorché rozzi ottengano in Medio Oriente, non soltanto in Palestina, un congruo successo psicologico e mediatico. Mai nella sua Storia Israele si è preoccupata di dichiarar guerra al nemico di turno.

A torto o a ragione, Israele s'è mosso sempre in anticipo, senza scrupoli diremo diplomatici. Svanito Sharon, i suoi anemici successori non sono riusciti a partorire una decisione magari discutibile secondo i nostri parametri ma davvero efficace, sotto il profilo della sicurezza e della politica internazionale.

Da qui le pressioni sul governo perché metta fine ai bombardamenti dei razzi Qassam sugli inermi villaggi israeliani. Fonti bene informate vogliono che Olmert abbia nel cassetto un piano per «far pulizia a Gaza». Esso, in fatto, tradisce una grande tentazione: «Dare una mazzata alla forza militare di Hamas - eliminare i capi della “entità nemica” e questo per ridurre il pericolo d'un secondo fronte nel caso (non improbabile) d'una guerra con la Siria». Tutto ciò per far riguadagnare il prestigio perduto da Tsaal nell'ultima guerra del Libano.

Nel retropensiero di Olmert tutto questo ambaradan dovrebbe irrobustire il periclitante Abu Mazen aprendo finalmente la strada alla grande madre di tutte le soluzioni: la confederazione dell'Alta autorità (?) palestinese col Regno di Giordania. Fra gli obiettivi di codesto piano, infine, la liberazione del caporale Shalit rapito da Hezbollah.

Il piano può incantare l'uomo della strada frustrato dalla supposta inerzia del governo Olmert, non certo un personaggio come il segretario di Stato Condy. Il presidente Bush resta una tormentata incognita. Malraux definiva il mondo islamico «un minestrone ribollente». La bomba omicida di Beirut con la sua connotazione simile agli attentati «di stampo siriano», preludio della funesta guerra con Hezbollah soltanto pareggiata da Israele, tradisce la mano assassina del partito di Dio.

E dire Hezbollah e lo stesso che dire Iran.


Sui tassi Bernanke ha scelto il male minore
Mario Blatero su
Il Sole 24 Ore

Ieri a Wall Street la giornata è stata tranquilla sui mercati, molto agitata sul fronte del dibattito economico: i più preoccupati per la drastica decisione della Federal Reserve di ridurre di 50 punti base i tassi di interesse interbancari, parlano (come Businessweek) di «palliativo», di rischio di «contraccolpo » e accusano Ben Bernanke, il governatore della Fed, di «scherzare col fuoco».

Tony Crescenzi, analista obbligazionario di Miller Tabak, lancia l'allarme inflazione: torneremo a tassi a due cifre, come negli anni Ottanta? Kathy Lien, capo strategie di Forex Capital Markets, pronostica un ulteriore indebolimento del dollaro a breve e di conseguenza un rialzo del greggio; un po' tutti,Paul Krugman in testa, parlano di archiviazione del moral hazard, quel "rischio morale" che a lungo fu bandiera del Fondo monetario internazionale e più recentemente di Ben Bernanke: non si possono salvare i colpevoli, chi ha sbagliato paghi.

Krugman spara a zero anche su Alan Greenspan, principale responsabile, secondo lui, della bolla immobiliare, con la politica di tassi all' 1%, e «ipocrita perché ora, nel suo libro, critica i tagli fiscali di Bush, ma quando era il momento li sosteneva». Nouriel Roubini, ex economista al Tesoro americano, convinto che ci sarà una brutta recessione, approva il taglio ma afferma che «arriva troppo tardi, la recessione la soffriremo lo stesso» perché i consumatori non troveranno più la sponda di un tempo data dall'indebitamento facile grazie agli aumenti dei valori immobiliari. Richard Weiss infine, responsabile degli investimenti alla City National Bank riassume la percezione di molti: «Non è inusuale che un malato chieda e ottenga più morfina dal dottore per alleviare i suoi mali. Il problema è che se ricevi davvero una doppia dose di morfina significa che sei molto malato ».

Economia in difficoltà, segnali di panico, dollaro in crisi, inflazione al galoppo, mercato immobiliare comunque segnato e irresponsabilità morale. Fra sei mesi e chissà, forse anche prima, sapremo chi avrà avuto ragione, se Bernanke o i suoi critici. Gli unici a celebrare sono gli indici di borsa. E, comunque sia, Bernanke sta mostrando i muscoli, ha preso in contropiede il mercato e gli economisti. E da buon esperto di recessioni ha imparato una cosa: voler mostrare rettitudine morale, costringendo chi si trova in difficoltà e chi è stato magari causa del male a pagare fino in fondo, non è necessariamente nell'interesse della collettività.

Resta la domanda più pressante: quale sarà la prossima mossa della Fed? La risposta è chiara: in presenza di nuove turbolenze, vi saranno altri tagli. Per occuparsi dell'inflazione, ci sarà sempre tempo.


Partito democratico cinque cose da fare subito
Mario Pirani su
la Repubblica

NON prendiamoci in giro. La nascita del Partito democratico non sta maturando attraverso una «fusione calda», malgrado le speranze suscitate e che erano sembrate coagularsi in due momenti: i congressi di scioglimento di Ds -Margherita e la presentazione della candidatura Veltroni. Dopo quei passaggi ci si attendeva un rilancio che aprisse subito le porte del costituendo partito a forze sociali fin qui mortificate, a intelligenze creative fin qui messe ai margini, a spiriti liberi pronti a impegnarsi.
La delusione è, per contro, palpabile. Il timore che la perigliosa iniziativa sfuggisse di mano alle due nomenclature di riferimento ha prodotto un macchinario selettivo barocco e antidemocratico. Il suo funzionamento è difficilmente comprensibile, di nessuna attrattiva, dissuasivo nei confronti di ogni desiderio di partecipazione. Lo spezzatino delle liste per circoscrizione, la duplicazione delle medesime (più di una per candidato), la designazione delle candidature ad opera di piccoli gruppi di vertice addetti alla bisogna, il rifiuto di permettere le preferenze, così da controllare e gestire rigidamente l´ordine di ogni lista dei designati, (ricalcando l´aborrita – a parole – legge elettorale vigente): questi gli aspetti salienti del marchingegno messo in piedi.
Ben altro sarebbe stato l´effetto se si fosse votato in tutta Italia per i soli candidati alla leadership (Veltroni, Letta, Bindi, ecc.) attraverso un voto cui partecipassero per internet o per suffragio al seggio tutti i militanti e i simpatizzanti che lo volessero (le tecnologie computerizzate di controllo impediscono ormai le duplicazioni), versando una quota e sottoscrivendo un breve impegno di adesione.
L´aver inoltre applicato alla Costituente un federalismo spinto, accompagnando all´elezione del segretario nazionale, quella dei leader regionali, oltre ad aver scatenato in ogni capoluogo una lotta personale asperrima, ha tracciato i binari di un partito localistico, prefigurando una federazione di micropotentati, di feudi di signori delle tessere e dei voti, restii a far propri i valori di una politica nazionale e ancor meno europea. Alla partizione ideologica di partenza si assommerà, così, quella regionalistica.

La fase attuale è, per contro, di rapido e rovinoso smottamento del rapporto di fiducia tra la democrazia rappresentativa e masse crescenti di cittadini, molti dei quali o sfiduciati o preda di ogni ventata demagogica e distruttiva. Potremmo attardarci ad analizzarne le cause, capire quali sono state le realizzazioni sottovalutate e gli errori non perdonati del governo Prodi (il maggiore dei quali, a mio avviso, è stato quello di sostenere ad ogni occasione che l´elettorato è destinato a capire domani, forse fra qualche anno, la giustezza delle cose di cui oggi si lamenta). Potremmo, inoltre, elencare le ancor più gravi pecche in cui sono incorsi i partiti (culminate da ultimo in un impeto suicida nell´apertura delle porte del Festival dell´Unità all´appello squadristico di Beppe Grillo per la distruzione di ogni partito presente e futuro, tranne ovviamente il suo).
Qui ed ora urge, però, ben altro che acute disamine politologiche. Urge prendere atto di una situazione, confermata da tutti i sondaggi (vedi quello di Diamanti del 18 us) e descritta su queste colonne da Eugenio Scalfari con uno dei più drammatici pezzi che abbia mai concepito in tutta la sua vita e di cui sottoscrivo ogni parola («Il popolo cerca il giudizio universale», Repubblica, 16 us).
Aggiungo, però, che se oggi «c´è un crescente rifiuto di questa politica, di questi partiti, di questi uomini politici» e se gli appelli di Beppe Grillo danneggiano solo la sinistra e fanno ben contento Berlusconi «che da 15 anni fa politica in nome dell´antipolitica», ebbene questo desolante quadro è il frutto non di una mutazione antropologica che ha reso il popolo di sinistra refrattario ai valori della politica ma della delusione amarissima per il degrado etico, la pochezza, la litigiosità, l´incoerenza, la presunzione, l´arroganza, la proterva occupazione del suolo pubblico di ogni ordine, grado e qualità a cui una parte notevole dei ceti dirigenti dell´arco governativo si è lasciata andare in questi anni, senza incontrare resistenza e denuncia da parte di chi dissentiva tacendo. Questo ha sovente anche cancellato la percezione della differenza, nell´azione pratica e persino nelle parole, tra destra e sinistra.
Eppur tuttavia c´è ancora una possibilità reale di riscossa. Non è affatto detto che almeno la metà degli italiani, che ha votato centro sinistra nelle ultime elezioni politiche e amministrative, sia perduta per sempre o stia passando armi e bagagli nel campo di Berlusconi e Beppe Grillo, uniti sotto spoglie diverse in un unico disegno. C´è un dato nell´ultimo sondaggio Demos-Eurisko, su cui Ilvo Diamanti si sofferma («Repubblica» 16 settembre), che indica chiaramente uno spazio di ripresa, laddove afferma: «La candidatura di Walter Veltroni ha smosso le acque stagnanti in cui rischiava di affondare il Pd... Insieme a Fini egli appare ancora il leader politico più amato dagli italiani.....L´elettorato potenziale del Pd è molto più ampio di quello attuale. Le stime oggi gli attribuiscono poco più del 26% dei voti ma la quota di coloro che ritengono possibile votarlo è molto più ampia. Intorno al 44%. La componente dei «democratici indecisi» è costituita in larga misura (40%) da elettori incerti «se» e «per chi» votare... sulla soglia che separa speranza e delusione». Ecco, dunque, il campo dove Veltroni dovrebbe giocare la sua partita. Con rapidità, spregiudicatezza, coraggio.
Affrontando la questione di fondo che lui non ha fin qui eluso ma non ne ha fatto, certo, il centro della sua campagna: la crisi attuale della politica e la necessità urgente di rifondarne il messaggio.

I nostri lettori, ma credo la stragrande maggioranza degli italiani al di fuori della «casta», volevano e vogliono dei segni concreti di cambiamento: 1) Un governo snello ed efficiente, di 15 ministri, di cui 7 o 8 donne e 45 sottosegretari, non di più; 2) Un taglio drastico dei privilegi e degli stipendi del pletorico ceto che vive sulla politica: più di mille parlamentari, diecine di migliaia di consiglieri regionali, comunali, provinciali, delle comunità montane e quant´altro; 3) Un disboscamento delle migliaia e migliaia di società a partecipazione pubblica, degli assessorati inutili, delle sovvenzioni clientelari; 4) La fine della lottizzazione delle cariche negli enti pubblici, nelle Asl, nei ministeri; 5) L´estromissione dei partiti dalla Rai.
Basterebbe questo per rompere il clima di delusione e rassegnazione, recuperando, quanto meno, incerti e indecisi. Veltroni, certo, potrebbe obbiettare che queste cose non dipendono ancora da lui. E´ vero, ma è pur possibile, come ha suggerito Piero Fassino all´ultima Festa dell´Unità, vincolare nel corso della prossima Costituente ad alcune decisioni, regole e norme di comportamento tutti i dirigenti e gli esponenti istituzionali del nuovo Partito, raccogliere e rispondere - è sempre Fassino che parla - «all´indignazione nel vedere il merito, la capacità, la fatica dello studio travolti da concorsi truccati, appalti guidati, assunzioni di favore».

Per questo deve dire ora che tipo di governo ha in mente. Deve proporre ora un tavolo Stato-Regioni che riporti i governi locali a dimensioni anche di spesa compatibili con la pubblica decenza. Deve dire ora come vuol mettere fine alla lottizzazione.
Ed, infine, dovrebbe anche aggiornare schemi invecchiati di comunicazione. Ad esempio le cose che ha detto e scritto negli ultimi mesi sono ricche di idee e proposte giuste. Avvolte, però, in articoli troppo lunghi, in discorsi troppo alti ancorché accattivanti, redatti con un linguaggio non sempre adatto a tradursi in un messaggio immediato, secco, comprensibile a tutti. Mi dicono abbia aperto un blog. Ne faccia ampio uso e tramite internet entri in contatto, il più possibile, con quanti non può incontrare direttamente. Lasci perdere le defatiganti mediazioni. Non c´è più il tempo. Si rivolga direttamente alla gente. Gli è ancora possibile farsi ascoltare.


Istat, cresce l'occupazione nel secondo trimestre
L'istituto rileva un aumento degli occupati pari allo 0,5% su base annua
su
La Stampa

ROMA - Lieve ripresa della crescita del numero dei lavoratori italiani. Nel secondo trimestre dell'anno, comunica l'Istat, il numero di occupati è stato pari a 23.298.000 unità, con una crescita su base annua dello 0,5% (+111.000). Nel primo trimestre 2007, invece, l'incremento annuo è stato dello 0,4%. L'occupazione aumenta solo al Nord (+0,7%) e al Centro (+2%) ma scende al Sud (-0,9).



Il Papa e la «rivolta» antitasse: la storia si ripete
Ratzinger evoca la Ribellione delle statue, nel 387 ad Antiochia: alcuni corsi non cambiano
Luigi Accattoli sul
Corriere della Sera

CITTÀ DEL VATICANO — Forse il Papa teologo ha avuto qualche sentore dell'agitazione della Lega Nord contro le tasse e della protesta del presidente Prodi contro la minaccia dello «sciopero fiscale»: sta il fatto che ieri mattina, all'udienza generale, trattando di Giovanni Crisostomo che ebbe a che fare con una rivolta popolare contro le tasse ad Antiochia, nel quarto secolo, ha improvvisato una battuta sulle vicende umane che si somigliano a distanza di secoli e millenni: «Si vede che alcuni corsi della storia non cambiano ».
Benedetto XVI sta svolgendo il mercoledì una serie di catechesi sui «padri della Chiesa ». Di Giovanni di Antiochia, detto Crisostomo (344-407), cioè «bocca d'oro» a motivo della straordinaria eloquenza, quest'anno ricorre il sedicesimo centenario e il Papa ieri gli ha dedicato un primo profilo.
Arrivato a narrare del periodo in cui il Crisostomo fu prete ad Antiochia (sarà poi arcivescovo e patriarca di Costantinopoli), il Papa ha così accennato alla rivolta delle tasse: «Il 387 fu l'"anno eroico" di Giovanni, quello della cosiddetta "Rivolta delle statue". Il popolo abbattè le statue imperiali, in segno di protesta contro l'aumento delle tasse. In quei giorni di Quaresima e di angoscia a motivo delle incombenti punizioni da parte dell'imperatore, egli tenne le sue 22 vibranti «Omelie sulle statue », finalizzate alla penitenza e alla conversione».
La sua battuta improvvisata Benedetto l'ha buttata là, alzando gli occhi dal foglio, dopo aver letto la parola «tasse». Il Papa non ha detto nulla sugli insegnamenti del Crisostomo al popolo in rivolta fiscale. Erano state abbattute le statue dell'imperatore Teodosio I e della sua famiglia ed erano stati compiuti «atti violenti » contro le autorità. Nelle sue omelie il santo predicatore cercò di convincere il popolo a sottomettersi all'imperatore che descriveva come un «filantropo», mentre il vescovo Flaviano era corso a Costantinopoli per trattenere la mano dell'imperatore che aveva minacciato di distruggere la città. L'azione congiunta del vescovo e del predicatore riuscirono — pare — a riconciliare l'imperatore con i suoi sudditi antiocheni.
Il Papa non ha citato il contenuto delle «Omelie sulle statue » forse per non sbilanciarsi nell'attuale disputa italiana ed europea sulla politica fiscale.



E la lista di Walter si trasformò in salotto
I nomi di Veltroni
Maria Laura Rodotà sul
Corriere della Sera

Forse il Pd è come una signora insicura, che nel vestirsi per la sua grande serata esagera con gli accessori. E si presenta così ingioiellata da apparire ingiustamente kitsch. O forse paga lo scollamento tra classe politica (anche non Pd, ovvio) e Paese reale (anche non grillista, anzi). E fa presentare nelle liste per le primarie molte persone note; degnissime, stimate, a volte popolari; che però, tutte insieme, tutte palesemente parte di qualche élite, più che una «apertura alla società civile», sembrano il cast di Tutti da Fulvia sabato sera. La striscia di Tullio Pericoli ed Emanuele Pirella racconta tic-idee ricevute-pregiudizi- infatuazioni della buona società milanese progressista (o di quel che ne resta). Certe infilate di candidature alle primarie paiono la lista degli invitati a una serata di Milano centro, o a una festa romana.
Pochi scelti da Rosy, una cena ristretta da Enrico, soprattutto tutti da Walter il 14 ottobre.
Un elenco veltroniano è stato pubblicato ieri dal Corriere.

Il mix è da manuale del buon ricevere: un grande architetto, Massimiliano Fuksas, un'imprenditrice anomala, Marina Salamon, una rampolla impegnata, Martina Mondadori, uno scrittore brillante, Roberto Cotroneo; più alcuni insigni studiosi (Enzo Cheli, Augusto Fantozzi) il cui peso culturale è alleggerito dal ginnasta Juri Chechi. Più naturalmente gente del cinema: Michele Placido, Francesca Archibugi, Ettore Scola. Quasi trent'anni fa regista de La terrazza, racconto un po' autocompiaciuto un po' crudele della mondanità intellettualpolitica a Roma. Uno di quel film da rivedere per ricordarsi come mai il centrosinistra diventa antipatico e perde, spesso, tra l'altro.
Anche a Milano il parterre è eccellente. Per dire: un altro grande architetto, Vittorio Gregotti, numero quattro nei «Democratici lombardi per Veltroni», e un collega più giovane attivissimo nelle battaglie urbanistiche cittadine, Stefano Boeri, nella lista «Con Veltroni». Su questioni come il progetto Garibaldi-Repubblica Boeri è in totale disaccordo con Milly Moratti, consigliera comunale e signora importante, ma anche lei è nella lista «Con Veltroni». Sono i positivi effetti dell'ecumenismo veltroniano, magari. Nell'altra lista, quella di Gregotti, sono insieme una storica ginecologa democratica della Mangiagalli, Alessandra Kustermann, e una senatrice teodem fedelissima di Paola Binetti, Emanuela Baio; hanno probabilmente dissensi più profondi del caso Garibaldi-Repubblica, ma pazienza.

L'effetto-liste è surreale anche se le persone sono serie. Probabilmente spinte a correre per reagire al generale pessimismo sul futuro del centrosinistra e dell'Italia. Forse convinte a mettersi in gioco da esponenti politici con in mente una vecchia idea: dare smalto alle primarie con nomi prestigiosi e/o famosi, da diluire poi in un'assemblea costituente con 2400 eletti. Anche se poi chissà se gli stremati elettori del centrosinistra saranno motivati o irritati da quella che sembra una parata Vip. Nel frattempo, sulle stesse liste sono state fatte battaglie molto complicate, e anche quelle, molto vetero- politiche. Per ottenere collegi utili, buoni posizionamenti, il maggior numero di alleati e fedeli nella costituente. Perché, come si sa, come nell'ultima riforma elettorale, le liste sono bloccate. Chi andrà a votare non potrà scegliere di dare la preferenza al Boeri Con Veltroni o alla Boeri Per Veltroni, tra l'altro, accidenti.


Due volte Heathrow (e costa la metà)
A Pechino l'aeroporto dei record
Tetto a «schiena di drago» e colori della Città proibita. È il più grande del mondo
Progettato dall'inglese Norman Foster, lavori in anticipo sulle previsioni. Maxi investimenti per aumentare gli scali nel Paese: 14 miliardi di euro
Marco Del Corona sul
Corriere della Sera

PECHINO — La fascinazione di Sir Norman Foster per gli hangar, gli aeroporti, per tutto quello che sfiora il volo risale agli anni del suo servizio nella Raf, l'aeronautica militare britannica. Da architetto, ha dato fondo alla sua passione, progettando terminal, dallo scalo di Hong Kong (Chep Lap Kok) alle nuove strutture di Stansted. Adesso va oltre, e con l'immenso Terminal 3 di Pechino non solo aggiunge un progetto importante al suo curriculum, ma si prepara a consegnare il complesso aeroportuale più grande del mondo. La Cina si compiace di un record messo a segno ben prima della fatidica Olimpiade dell'8 agosto 2008:

Ora si provano i sistemi di smistamento bagagli, che contano su 30 chilometri di nastri. I lavori complessivi, avviati il 7 agosto 2004, si concluderanno entro l'anno.
Il Terminal 3 moltiplicherà la capacità dell'aeroporto di Pechino, ora sovraffollato al punto che nei giorni scorsi le autorità aeroportuali hanno annunciato il taglio di alcune decine di voli interni — da e per la capitale — proprio per contrastare una congestione che pareva echeggiare quella delle strade e tangenziali della città. Se le previsioni verranno confermate, nell'anno olimpico l'aeroporto di Pechino farà registrare il movimento di 66 milioni di passeggeri, passando dal nono al terzo posto nella lista degli scali più trafficati.

Oltre il luccichio dell'alluminio della copertura, oltre l'ampiezza della volta, oltre l'uso della luce naturale attraverso una grande vetrata — particolari familiari per chi ha in mente lo stile di Foster — fanno impressione i numeri. Che sono i 50 mila operai impiegati contemporaneamente al culmine dell'intensità e i 99 ettari della superficie occupata, ottenuta anche invadendo aree abitative e sloggiando 10 mila residenti. Con compensazioni erogate secondo meccanismi messi a punto in anni di invasivi progetti idroelettrici, vedi il caso delle Tre Gole. Ci sono poi i 2.900 chilometri di cavi, i 445 ascensori, le 7 mila auto che potranno essere parcheggiate.
La Cina della tradizione, deglutita giorno dopo giorno da cantieri urbani che rendono le città identiche le une alle altre (e le autorità cominciano a sgomentarsene), affiora tuttavia in particolari richiesti dalla committenza a Foster.
La porta d'ingresso nella Pechino dei Giochi doveva anticipare, in qualche modo, i suoi tesori più preziosi. Ecco allora le tinte che riecheggiano i padiglioni della Città proibita, il tetto brunito a schiena di drago, i pilastri affusolati in rosso. Il colpo d'occhio varrà per tutti. Ma ai britannici viene ricordato che quest'ultimo capolavoro del loro Sir Foster, rispetto al londinese Terminal 5 di Heathrow, è costato la metà, è grande il doppio e sarà completato in un terzo del tempo. Per i britannici il colpo d'occhio diventa un colpo basso.


  20 settembre 2007