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a cura di Fr.I. - 19 settembre 2007


Il fantasma della recessione
Federico Rampini su
la Repubblica

La recessione è alle porte. Al di là dell´iniziale euforia di Wall Street, sempre pronta a festeggiare un calo del costo del denaro, il vero messaggio contenuto nel taglio dei tassi d´interesse americani è la preoccupazione.
Dagli Stati Uniti questa inquietudine viene esportata nel resto del mondo: il dollaro crolla, il petrolio schizza alle stelle, mentre i dubbi sulle perdite nascoste nei bilanci delle banche europee restano aperti. La "volatilità" dei mercati, e con essa l´instabilità dell´economia reale, è destinata a proseguire nei prossimi mesi malgrado l´eccezionale sforzo compiuto dalle banche centrali per arginare la paura. La Federal Reserve, essendo la più vicina all´epicentro iniziale di questa crisi, ha dovuto compiere una giravolta spericolata. Ancora un mese fa la banca centrale Usa considerava l´inflazione come il pericolo maggiore, e di conseguenza era pronta ad alzare i tassi. Poi è successo il finimondo. Il bubbone dei mutui insolventi è scoppiato, trascinando con sé gli hedge fund, il private equity, e via via una crisi di fiducia generalizzata ha prosciugato anche le forme di credito più normali ed essenziali per il funzionamento dell´economia. La Fed ha dovuto trarne le conseguenze con una sterzata drammatica. Il taglio di mezzo punto dei tassi d´interesse è il doppio della misura su cui scommetteva la maggioranza degli operatori sui mercati: la dice lunga sul livello di preoccupazione di Ben Bernanke, il banchiere centrale della più grande economia del pianeta.

I segnali premonitori di una recessione sono ormai tanti. Al crollo dei valori delle case si è aggiunta la riduzione dei posti di lavoro, il rallentamento dei consumi, il taglio del potere d´acquisto provocato dal caro-benzina. Sta forse arrivando il Giorno del Giudizio per un´America malata di debiti: deficit nel commercio estero, deficit pubblico, debiti privati delle famiglie che da anni vivono al di sopra dei loro mezzi. È lecito dubitare che la riduzione del costo del denaro sia la cura giusta per un malato di questa natura. Non solo per motivi etici, ma soprattutto per ragioni di stabilità economica nel lungo periodo, la politica del denaro facile è controversa. È il credito a buon mercato ad avere creato varie bolle speculative, dai prezzi immobiliari fino alla proliferazione di strumenti finanziari "derivati" che hanno diffuso la cancrena del rischio nei luoghi più impensati. La Fed purtroppo ha solo questo strumento a disposizione per cercare di evitare la recessione. «Chi ha solo un martello in mano – è l´antico detto di Wall Street – finisce per credere che tutti i problemi sono chiodi». Al drogato in crisi di astinenza – l´America sommersa nei debiti – questa cura regala un´altra somministrazione di droga. Se è così i problemi sono solo rinviati, non risolti.

La debolezza del dollaro è uno dei modi classici con cui l´America ci contagia coi suoi virus. Se arriva la recessione Usa essa colpirà l´economia italiana due volte: con la riduzione delle importazioni di "made in Italy" sul mercato americano; e con il peggioramento della nostra competitività nel mondo intero causata da un euro sopravvalutato. C´è un altro male insidioso che l´America ha propagato in mezzo a noi: i debiti originati dai mutui insolventi sono finiti ovunque, non sappiamo ancora quanta parte si è introdotta nei nostri risparmi.

In genere le banche sono tenute a calcolare il valore dei titoli "a prezzi di mercato", ma che succede quando intere categorie di titoli sono invendibili sul mercato e quindi non hanno più alcun prezzo? A quel punto le banche possono comportarsi in maniera discrezionale, per non dire arbitraria. Quanto si sa delle perdite subìte dalle banche italiane? Quanta parte del buco verrà scaricata sui risparmiatori italiani, ignari che nei loro portafogli-titoli e fondi d´investimento c´è del marcio? Il ministro Padoa Schioppa ha già ventilato qualche preoccupazione sui fondi pensione. Tocca al governatore della Banca d´Italia Mario Draghi agire con fermezza sul nostro sistema bancario, perché la verità si sappia in fretta. In Inghilterra ci sono voluti tre giorni di puro panico, e una misura senza precedenti nella storia britannica (l´annuncio che la banca centrale assicura tutti i depositi dei risparmiatori) per riportare la calma. Quando la fiducia vacilla, ricostruirla è un´operazione difficile e costosa.


Il minore dei mali
Massimo Gaggi su
Corriere della Sera

NEW YORK — L'economia Usa ha la febbre e la Federal Reserve, tagliando i tassi di mezzo punto, le somministra una medicina da cavallo con molti effetti collaterali indesiderati: dall'abbassamento delle difese contro l'inflazione al rischio che i mercati considerino il calo del costo del denaro una mezza «amnistia» per i finanzieri più spregiudicati, arrivati alla resa dei conti con la crisi dei mutui «subprime ».
Wall Street festeggia: pochi secondi dopo la decisione della Banca centrale Usa l'indice Dow Jones si impenna di oltre 200 punti, mentre Jim Cramer — popolarissimo e pittoresco conduttore della rubrica «Mad Money» (denaro pazzo) della rete televisiva Cnbc — s'inginocchia con le braccia levate al cielo: «Sul mercato azionario torneranno i compratori, le famiglie consumeranno di più, l'economia riprenderà fiato: questa non è una buona notizia, è manna dal cielo».
Ma dietro questa fiammata euforica c'è la realtà di una Fed che fino a qualche settimana fa era decisa a non ridurre il costo del denaro e che invece è stata costretta a farlo e in misura molto consistente: cosa che, date le circostanze, la lascia con ben poche munizioni da usare in caso di un ulteriore avvitamento della crisi.

Davanti a una crisi attesa da molti, ma che ha sorpreso tutti per il modo in cui si è presentata e per la sua complessità, Bernanke non ha certo tirato i remi in barca: ha imposto ai direttori della Fed (alcuni dei quali ancora sabato scorso dicevano di voler lasciare i tassi invariati) un intervento che, favorendo un ulteriore indebolimento del dollaro, fa pagare buona parte del conto della crisi all'Europa che esporta, agli investitori asiatici e mediorientali che hanno i forzieri pieni di biglietti verdi e anche ai consumatori americani che, da un lato, vedono ridursi il costo dei loro debiti, dall'altro pagheranno di più per la benzina e gli altri prodotti d'importazione.
Ora l'America corre un grosso rischio: l'inflazione in questo momento sembra sotto controllo, ma con il petrolio di nuovo a livelli record, l'economia cinese surriscaldata (prezzi che corrono al 6,5 per cento) e le materie prime sotto pressione (quelle agricole risentono dell'accresciuta domanda del mercato asiatico, mentre sui cereali si è abbattuto l'effetto «biofuel »), una fiammata può essere dietro l'angolo.
Bernanke ne è consapevole, ma alla fine ha scelto la via che era stata indicata anche dall'altro «grande vecchio» della scienza economica americana: quel Martin Feldstein che molti consideravano il successore «naturale» di Greenspan e che nei giorni scorsi aveva sostenuto la necessità di un taglio «aggressivo » dei tassi, riconoscendo che ciò potrebbe favorire una ripresa dell'inflazione, ma aggiungendo che, oggi, questo è il minore dei mali.

La Fed ha quindi deciso di intervenire per contrastare la trasmissione del «contagio» finanziario all'economia reale. Certo, con gli strumenti limitati che può mettere in campo, Bernanke non è in grado di invertire le tendenze né di risolvere la crisi dei mutui, ma può ridare fiducia alle banche e cerca di evitare nuove crisi di liquidità che potrebbero diventare l'incidente capace di trasformare una bassa crescita in una recessione. Al tempo stesso cerca di spingere un Paese che vive da anni al di sopra dei suoi mezzi, verso un riequilibrio doloroso ma inevitabile: meno importazioni, più export e riduzione dei posti di lavoro nelle imprese che si ristrutturano per divenire più competitive.
E' un tentativo di riprendere il cammino che merita l'attenzione di un Paese come l'Italia che, mentre attorno tutto cambia, è ancora una volta tentato di restare a braccia conserte, soddisfatto di essere solo sfiorato dalla crisi dei mutui «subprime».
Che, oltretutto, facilita la raccolta di risparmio per finanziare il nostro enorme debito pubblico.


Il paese, un giornale e la voglia di cambiare
Editoriale di Ezio Mauro su
la Repubblica

Repubblica R2
Se un giornale è parte della vita di un Paese e non della sua rappresentazione, oggi più che mai deve interpretare la spinta italiana al cambiamento, il bisogno di innovazione: cominciando da se stesso. "Repubblica", in fondo, è nata 31 anni fa proprio da questa premessa: credere che il cambiamento è possibile anche in Italia, operare perché si compia.

Trent'anni dopo, "Repubblica" cambia la struttura e la concezione stessa del giornale, portando a compimento l'intuizione di Eugenio Scalfari che unì per la prima volta proprio qui il codice del settimanale con quello del quotidiano.

Da oggi infatti "Repubblica" si fa in due. Lo sfoglio principale conterrà le notizie più importanti della giornata, ciò che bisogna conoscere per capire, con uno sforzo in più di chiarezza grafica e di ricchezza informativa.

Nel cuore del quotidiano, nasce "R2", che raccoglierà ogni giorno i servizi speciali di "Repubblica" con le sue grandi firme. Un giornale di inchieste, storie, dossier, reportage e racconti per approfondire fatti e protagonisti della grande cronaca italiana e internazionale, della cultura, degli spettacoli. Con questa offerta informativa originale e autonoma, non si potrà più dire che i giornali sono tutti uguali. E anche la politica dovrà guadagnarsi il suo spazio nella nuova sezione, con questo semplice criterio: no alla politica che parla di se stessa, sì alla politica che parla delle persone e del mondo.

Al centro del giornale, i commenti e le lettere dei lettori sono preceduti da una pagina nuova, dedicata alle "Idee", che presenta ogni giorno un documento inedito di qualche testimone del tempo, materiale utile per la battaglia culturale, quella che ci sta più a cuore nella fase che stiamo vivendo. Tre parti diverse per un solo giornale, dunque, tenute insieme da ciò che più ci lega ai nostri lettori: quella certa idea dell'Italia che "Repubblica" continua a testimoniare trent'anni dopo, fedele all'obbligo di cambiare restando se stessa.


La terra trema sotto la casta
La Seconda Repubblica e lo spontaneismo
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

La terra trema ormai sotto i piedi della Casta. Per la prima volta il popolo bue la minaccia davvero. Finora i signori del potere se ne sono infischiati della rabbia crescente di un elettorato che si sente irretito nell'impotenza (a dispetto dei rombanti discorsi che lo proclamano, poverello, sempre più sovrano). Ma ecco che, inaspettatamente, Beppe Grillo entra nella tana del nemico e, alla festa dell'Unità di Milano, spara a mitraglia contro gli ottimati Ds. Fino a meno di un anno fa Grillo sarebbe stato subissato dai fischi; invece, è stato subissato da applausi. Un episodio che richiama alla mente la caduta della Bastiglia. Di per sé quell'evento della rivoluzione francese fu un nonnulla; ma ne divenne il simbolo.

Intanto, e in premessa, cosa si deve intendere per «antipolitica »? La dizione è ambigua: sta per «uscire» dalla politica, estraniarsi; oppure per «entrare» a tutta forza nella politica per azzerarla (il caso di Grillo). Ciò premesso, le novità sono due.
Primo, Grillo entra in politica avendo prima creato una infrastruttura tecnologica di supporto e di rilancio: Internet, blog, e un radicamento territoriale assicurato, ad oggi, dai 224 meet up
(gruppi di incontro) che in un giorno raccolsero 300 mila sottoscrittori per una legge di iniziativa popolare.

Secondo. Grillo ci sa fare. Non propone un nuovo partito (il 32°, come ironizzano a torto gli altri 31), ma un movimento spontaneo che li spazzi tutti via. Inoltre ha messo subito il dito sul ventre sensibile della Casta: il controllo dei voti. Se vogliamo davvero sapere quale sia lo stato di putrefazione del Paese, la fonte non è Grillo ma il libro La Casta di Stella e Rizzo. Quel libro ha venduto un milione di copie — un record di successo mai visto — eppure non ha smosso nulla. Gli italiani dovrebbero esprimere la loro protesta «razionale» continuando a comprarlo. Ma anche così dubito che la Casta ascolterebbe. Perché Stella e Rizzo non controllano voti. Invece Grillo sì. Lo ha già dimostrato e si propone di rincarare la dose al più presto. Per le prossime elezioni amministrative Grillo sosterrà liste civiche spontanee «certificate » (da lui) che escludano iscritti ai partiti e personaggi penalmente sporchi. Ne potrebbe risultare uno tsunami. Anche perché il grillismo capitalizza, oggi, sulla retorica (ipocrita) di esaltazione dello «spontaneismo» dispensata da anni sia da Prodi come da Berlusconi.
Hegel elogiava la guerra come un colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra, e nemmeno approvo le ricette politiche «al positivo» del grillismo (a cominciare dalla stupidata della ineleggibilità di tutti dopo due legislature; stupidata che l'oramai infallibile incompetenza del nostro presidente del Consiglio ha già approvato). Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata — solo una ventata — che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili.


Ideologia e buonsenso nella sfida della moschea
Lo stop di Cofferati
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

A Bologna ha vinto il buonsenso. Di tutti coloro che — chi da sempre e chi soltanto in extremis — hanno capito che una moschea non può essere imposta contro la volontà della cittadinanza. Specie se a beneficiarne è un gruppo radicale, l'Ucoii, che predica la distruzione di Israele, inneggia ai terroristi mediorientali e mira a monopolizzare l'islam in Italia.
A maggior ragione se il risultato finale sarebbe stata la creazione della più ampia e solida roccaforte dell'estremismo islamico in Europa.
Ma il dubbio sulle reali intenzioni dell'amministrazione Cofferati è forte. E' evidente che il dietro-front che l'ha indotta a revocare la delibera sulla costruzione di una mega-moschea di 6 mila mq all'interno di una cittadella islamica di 52 mila mq, è la consapevolezza che si sarebbe ribellato non solo il quartiere di San Donato ma tutta la città. Una consapevolezza scaturita solo all'ultimo dopo aver finalmente deciso di ascoltare l'umore dei residenti nell'area dove sarebbe dovuta sorgere la moschea. Perché non lo si è fatto prima? E perché si continua a negare il diritto dei cittadini a esprimersi liberamente, tramite un referendum, su una questione che è oggettivamente problematica e che inevitabilmente avrà delle pesanti ricadute sul piano della sicurezza, del valore degli immobili e della convivenza? Perché limitare la consultazione al «Comitato dei residenti», mettendolo sullo stesso piano degli esponenti dell'Ucoii al tavolo delle trattative? Perché si è deliberatamente ignorato che la permuta dei terreni del Comune con il Centro islamico dell'Ucoii era di fatto una regalia sostanzialmente illegale, così come denunciato dallo stesso Ufficio legale e persino dalla Segreteria generale di Palazzo D'Accursio? E perché infine lo stesso Cofferati, dopo aver annullato il progetto della mega-moschea, continua a insistere che la moschea si farà comunque e si dovrà fare al San Donato?
La spiegazione sta nell'approccio ideologico di chi, come l'assessore all' Urbanistica Virgilio Merola, sostiene «la necessità e la volontà di costruire un nuovo luogo di culto islamico, che è un diritto che va garantito». Da quando in qua in Italia la moschea è «un diritto» che «va garantito» dalla pubblica amministrazione? Cosa dovrebbero pensare tutti gli italiani a cui lo Stato o gli enti locali non garantiscono la casa o il lavoro o l'istruzione che sono sanciti come un diritto dalla Costituzione? E perché non si parla mai dei «doveri» che dovrebbero ottemperare gli islamici fruitori di diritti, a cominciare dall'adesione piena e incondizionata alle leggi, ai valori e alle regole della civiltà occidentale che non accetta compromessi sulla sacralità della vita e sulla dignità della persona?

Noi ci auguriamo che Cofferati, interpretando correttamente e onestamente la volontà della maggioranza dei bolognesi, desista definitivamente dal progetto di una nuova moschea da regalare all'Ucoii

Già in passato Cofferati ha dato prova di sensibilità nel raccogliere la preoccupazione crescente dei bolognesi per il venir meno della sicurezza in una città che si sente tradita dopo essere stata fin troppo magnanime con gli immigrati, così come ha confermato la sua capacità ad assumere provvedimenti efficaci a contenere il disagio della popolazione. L'ha fatto ritenendosi giustamente responsabile principalmente nei confronti dei suoi elettori, anche se ciò gli ha creato problemi con il suo partito e con gli alleati nel governo locale. Ebbene oggi solo se saprà essere il sindaco di tutti i bolognesi, riuscirà a uscire dall'empasse in cui è sprofondata la sua giunta con lo scellerato accordo con l'Ucoii. Ma se dovesse immaginare di fare il furbo facendo rientrare dalla finestra la moschea che è uscita dalla porta, allora vorrà dire che preferisce lasciare all'opposizione il compito di rappresentare l'interesse autentico dei bolognesi. E a quel punto non servirà nulla sfogarsi con il Calderoli di turno.


Antipolitica e sindacato del “no”
Andrea Romano su
La Stampa

Era forse scontato che i sindacati rispondessero picche al piano del ministro Nicolais per la razionalizzazione del pubblico impiego. Era invece molto meno prevedibile che Veltroni fosse investito dalla scomunica preventiva di amici e nemici solo per essersi detto pronto a discutere una proposta di diversa applicazione dell'articolo 18 ai neoassunti. D'altronde, qualche settimana fa il piano di Nicolais era stato lanciato con uno slogan informale che annunciava «meno uscieri, più ingegneri». Immaginiamo l'entusiasmo di un sindacato nel quale i primi sono largamente più rappresentati dei secondi e dove saranno stati in molti a pensare «intanto teniamoci gli uscieri, per gli ingegneri vedremo più avanti». Da qui l'esercizio di quel potere di interdizione che ancora una volta i sindacati mostrano di volere utilizzare ben prima che un'iniziativa di riforma venga pienamente articolata dal governo.

Ad oggi i rapporti tra Pd e sindacato sono ancora fermi alle buone maniere. Molto educatamente, tutti i principali attori si scambiano generosi complimenti sulla ventata di novità che il nuovo partito porterà nella politica italiana e sull'insostituibile funzione del sindacato italiano così come esso è oggi. Il dubbio è che si tratti per l'appunto di un gioco delle parti, dietro il quale si preparano sommovimenti che rischiano di sfuggire al controllo dei piloti al comando.

La stagione di fermenti che sta per aprirsi nel sindacato confederale rappresenta però una grande finestra di opportunità per il centrosinistra e in particolare per il Partito democratico. Sì, perché la scomparsa dei tradizionali puntelli permetterà al Pd di ripensare il proprio rapporto con la rappresentanza sindacale. Forse persino all'insegna del recupero di quell'autonoma responsabilità di iniziativa e decisione che in tutti i grandi partiti socialisti europei ha segnato negli ultimi anni il metro dell'innovazione. Nessuno di questi partiti ha assunto una «postura antisindacale», ma tutti (e in primo luogo il Labour britannico e la Spd tedesca) hanno saputo concretamente ridurre il potere di veto e interdizione esercitato dai sindacati. In fondo si tratta di fare ciascuno il proprio mestiere. Che per un sindacato è quello di rappresentare le ragioni dei propri iscritti e che per un partito politico è quello di governare sulla base di un mandato e di un programma.

Per riuscire a sciogliere quel potere di veto bisogna innanzitutto crederci, credere nella responsabilità della politica e nel dovere di realizzare buone idee di governo anche quando si sfidano le consuetudini. Agli inizi di luglio Mario Monti aveva chiesto a Veltroni di dimostrare la propria capacità di innovazione rimettendo in discussione la pratica della concertazione così come si applica all'Italia, ovvero superando i poteri di veto del sindacato e i residui di quella concezione secondo cui la sovranità risiederebbe in fabbrica e non nei cittadini. Ieri Veltroni ha provato a fare un passettino in quella direzione, dicendosi pronto quanto meno a discutere la proposta presentata a Milano da Tito Boeri e Tiziano Treu. La fatwa da cui è stato investito per mano di Ferrero e Damiano, divisi sul progetto di Partito democratico ma uniti dalla fede nell'intangibilità eterna dell'articolo 18, mostra quanta strada rimanga ancora da fare nel centrosinistra per affermare un principio di sana responsabilità della politica. Un principio che, dove applicato, rappresenterebbe anche la risposta più forte all'ondata sgangherata ma forte di milioni di voci dell'antipolitica.


Il mio ritorno a Gomorra
Roberto Saviano racconta: quelle saracinesche chiuse a Casal di Principe  
Roberto Saviano su
la Repubblica

CASAL DI PRINCIPE (CASERTA) - "Abbassa 'sta cosa" dicono i ragazzi ai reporter indicando la telecamera. Urlano: "La camorra non esiste". E ci credono. Per loro è business, imprenditoria, metodo aziendale Quando me ne sto per andare mi circondano "Proprio 'nu bellu romanzo hai scritto" Romanzo: sinonimo di invenzione, storiella, fesseria. Ma qualcuno di loro l´ha letto di nascosto.
La città finge disinvoltura. Ma in realtà c´è ansia. Ogni volta che qualcuno viene da fuori, che viene a prendere possesso della piazza del paese, ogni volta che si parla di qualcosa di cui non si vuole parlare l´aria diviene come rarefatta. Grumosa. Mancavo da un anno, e tutto sembra identico a Casal di Principe. I politici nazionali non la frequentano molto. La conoscono per voci lontane. Ogni tanto finisce in qualche statistica: la città con più Mercedes al mondo, quella con più omicidi d´Europa. Ma sembrano record del passato. Ora tutto è cemento, rifiuti, mozzarelle. Terra dove ci sono più imprese edili che cittadini. Salgo sul palco e sento la vicinanza di molte persone, molte venute da fuori, e molte del paese che non ne possono più. Dei clan, del loro paese associato ai clan.
In piazza le saracinesche e le finestre sono chiuse. Il lunedì c´è riposo, dicono per giustificarli, non è per timore dei clan che i negozi sono chiusi. Ma nessun commerciante avrebbe rifiutato di triplicare le proprie vendite.
Vedo arrivare Renato Natale, l´ex sindaco. E´ strano. Quando glielo racconto non ci crede. Da adolescenti nella testa di molti c´era il mito del Che. Io avevo lui come eroe. Proprio mentre lui era sindaco uccisero Don Peppino. L´esecuzione del parroco che scrisse un documento «per amore del mio popolo non tacerò». Non tacere, parlare: proprio quello che in queste ore sembra essere così difficile, pericoloso. Renato Natale tentò di combattere con gli strumenti da amministratore l´impero di cemento dei clan, iniziando dal paese, da quello che loro ritenevano il feudo. Una volta gli scaricarono davanti a casa chili di merda di bufala. E quando decise di chiudere con paletti Piazza Mercato, ritrovava i paletti davanti al portone sradicati dalle ruspe dei clan.
Lui li rimetteva e i clan li sradicavano di nuovo: una simbolica guerra che durò tempo. Ma ce la fece. La piazza divenne luogo di ritrovo dei giovani di tutta la zona. In quella piazza vi fu il raduno straordinario della popolazione di Casale insieme a centinaia di scout provenienti da tutta Italia per il trigesimo della morte di don Peppino Diana.

Qui niente è scontato. Renato Natale mi saluta e vedendolo, proprio mentre sono sulla piazza, mi salgono come un doloroso rigurgito i ricordi di episodi terribili. Antonio Cangiano vicesindaco di Casapesenna rifiutò di far vincere a un´impresa di un clan un appalto nel paese, loro che vincevano gare in ogni parte del nord Italia. Gli spararono alla schiena costringendolo per sempre sulla sedia a rotelle. E poi Federico. Federico Del Prete, sindacalista. Aveva iniziato a denunciare con un´azione costante i crimini minuscoli, le estorsioni agli ambulanti. E poi aveva persino aperto un´indagine che permetteva di vedere in alcuni esponenti del corpo dei Vigili Urbani il vero strumento utilizzato dalle cosche per controllare il territorio: dall´estorsione al controllo dei cantieri. Era riuscito a far vedere ciò che sino ad allora era parso indimostrabile. E in un momento in cui si discuteva delle troppe macchine blu date a sottosegretari e ministri, Federico Del Prete lo andarono a trovare nel suo ufficio. Non aveva protezione. Era al telefono quando 6 proiettili calibro 7,65 lo uccisero. E´ la storia di un´Italia resistente le cui lapidi sono portate nella voce di chi ricorda questi episodi, e li passa di bocca in bocca, mentre mi chiedo come mai in questi giorni, in queste ore, i governi, questo governo abbiano davvero fatto così poco.

Sulla mia sinistra i ragazzotti di sempre. Soliti modi di fare. Occhiali, vestiti che se fosse passato qualsiasi pubblicitario o stilista li avrebbe immediatamente presi come testimonial dei propri prodotti. Mi guardano gli anelli che indosso. Li indossano anche loro. Tre, simbolo lontano. Padre figlio e spirito santo. E l´anello dello spirito santo è quello della sinistra, la mano che si da a colui al quale non si concede rispetto. Le telecamere non riescono a non riprenderli. Loro si avvicinano, «abbassa 'sta cosa», mettono le mani sugli obiettivi.
Per molti che vengono da fuori è come arrivare in uno strano luogo, quasi magico. Ciò che fuori è cinema e delirio, qui è realtà. Le misure di sicurezza sono imponenti, mi dicono che ci sono persino i cecchini: che ad una manifestazione pubblica in una piazza debbano esserci i cecchini è difficile spiegarlo in Europa. I ragazzi della mia scorta sono tranquilli, non hanno chiesto nessun rafforzamento e mi placano con una frase che non ho più dimenticato, «noi non dobbiamo mica fare paura a nessuno, perché nessuno ci fa paura».
C´è una scena quasi divertente. Ogni volta che sibilo parola o qualcuno accenna a qualcosa che possa somigliare al suono del mio nome, i ragazzotti annodano le braccia subito, di scatto. Prima ciondolanti, con le mani nelle tasche dei jeans e i polsi piegati in avanti. Poi, appena mi viene data la parola, scattano. Come soldatini. Tutti a braccia conserte, come a dimostrare che non c´è un solo applauso. Neanche l´intenzione di avvicinare un palmo all´altro. La dimostrazione che nessuna sorta di vicinanza è possibile tra loro e questo giullare. Questo buffone.

Camorra è una parola che non sopportano, sa di crimine comune, quello che loro individuano a Napoli. Rapinarolex, ladri d´auto. Qui c´è imprenditoria, investimento. I clan di qui costruiscono l´Emilia Romagna, investono in Romania, si comprano Casinò in molte parti del mondo, e alberghi, e commerciano nel burro e nelle bufale, nei trasporti e nei rifornimenti di carburante. Dov´è la camorra? I soldi del racket e del narcotraffico sono fatti con metodo aziendale, qui si è svolta la più grande truffa alle assicurazioni d´Italia. L´estorsione è una partecipazione all´economia dei clan da cui poter dopo aver pagato ricevere benefici, prestiti, protezioni con le banche.
Dov´è la camorra? E´ un invenzione. La tesi dei loro avvocati è sempre la stessa da anni. Qui ci sono solo imprenditori accusati di mafiosità da concorrenti sleali. E il sangue? Anche per questa domanda c´è una risposta. Vecchi rancori familiari risolti con sparatorie, retaggi di una terra isolata.

In piazza c´è don Nicola, il padre di Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi divenuto celebre per il soprannome Sandokan, e per la sua capacità di combinare affari milionari nel settore del cemento con una disciplinata ferocia: dall´alta velocità alle grandi ristrutturazioni, in grado di nascondersi da latitante al centro di Casal di Principe mentre le polizie di mezzo mondo lo cercavano.

Don Nicola mi definisce un pagliaccio, un buffone denigratore della propria terra. Accuse necessarie, ovvie. Non è pensabile essere accolto a braccia a aperte. «Cosa hai fatto nella vita? Solo denigrare la tua terra», mi viene detto. E anche questo è un pensiero di molti. Ma che il vecchio padre di Sandokan esclama senza pudore.
E poi l´accusa più atroce: «Quello vuole diventare deputato». Come se ci fosse la sottile insinuazione che si vuol divenire potenti, pronti a chiedere favori e a darne. A spartirsi le torte e i territori. Ai clan fa schifo la politica, è solo lo spazio che può essere o ignorato o usato. Nelle intercettazioni chiamano i politici che sostengono in campagna elettorale «cavallucci da mandare a governare». Don Nicola vuole salire sul palco. Anche lui vuole parlare. I giornalisti venuti da fuori sono sconvolti. Come ogni forma di tragedia in alcuni momenti assume i contorni della commedia così viene voglia di ridere, vedendo questo anziano signore che chiede di parlare. Avrei voluto che gli fosse data la parola: avrebbe decantato la sua terra come ricca e florida, ma denigrata da buffoni e cialtroni in cerca di visibilità. Ed è questo uno dei miracoli della terra di camorra. Creare una specie di soddisfazione continua nella propria quotidianità e verso la propria terra. Al punto tale che il clan di Casal di Principe prende il nome degli abitanti. Casalesi. Un nome che pronunciato a Napoli mette paura, da Secondigliano a Marano. E persino in Sicilia. Degnano di alleanza solo le 'ndrine più ricche. In Italia due clan prendono il nome dai loro paesi identificandosi quindi con essi. I Casalesi e i Corleonesi.

Non è a me che sta parlando don Nicola Schiavone. Non è al Presidente della Camera e neanche al Presidente della Commissione Antimafia. Don Nicola e i ragazzi di Schiavone stanno parlando alla loro gente, stanno parlando alle altre famiglie della confederazione dei Casalesi. E´ ai clan che in realtà stanno mandando messaggi. Pochi se ne accorgono. Don Nicola e i suoi stanno dicendo alle altre famiglie che loro non si fanno scalciare, stanno cercando di difendere la loro leadership, gli Schiavone sono ancora loro i capi formali.
Non si prendono gli schiaffi in volto senza reagire. Circoscrivono la piazza da lontano, come a dire: qui siete venuti in una sorta di riserva, ora che ve ne andate noi restiamo.
Quando me ne sto per andare molti ragazzini intorno all´auto della mia scorta si raggruppano. Visi ancora abbronzati, solito ghigno. «Bello il romanzo che hai scritto». Dicono. Tenendo forte la carica sulla z. Come se la parola romanzo insultasse il libro. E poi ridendo «Proprio nu´ bellu romanzo». Romanzo, sinonimo di invenzione, storiella, fesseria. Non può contenere verità né nomi e cognomi, e indirizzi e sangue. La cosa più inutile e inventata hai fatto: un romanzo. L´inutile. Un inutile che compravano di nascosto, o sbirciavano in singole pagine dove i loro capizona venivano raccontati. Forse persino per sapere o capire quello che le leggende di paese, che creano boss come sovrani, non gli raccontavano.

Quand´ero ragazzo, prima di fare a pugni, prima di sentire le nocche sulle gengive e prima che ci si rotolasse per terra cercando di bloccare con le gambe a tenaglia le cosce di chi stavi sfidando, ci si sfidava a parole. Ecco, mi ricordo che prima di fronteggiarti, le frasi di rito erano degne di uno scontro tra cavalieri, che ad ascoltarle ora farebbero ingolfare la gola di risate. Ma le ricordo ancora: «Io vengo da dove si imparano due cose, a sputare in faccia alla morte e alla paura. Sappi che per me vita e morte sono la stessa cosa». E sento solo ora cosa avrei voluto dire, viso a viso, a molti di quei ragazzi; che io ho imparato a risparmiare la saliva, che vita e morte non sono la stessa cosa e che fino al termine di questa notte proseguirò questo viaggio. Non datevi pace.


«Il dolce e l´amaro», uno sguardo dentro Cosa Nostra
Vincenzo Vasile su
l'Unità

Alla fine di un'estate spesa a disquisire a vuoto della pericolosità dei lavavetri, meriterebbe assai maggiore attenzione e rispetto (da parte della critica, mentre il pubblico ha già dato una buona risposta al botteghino) Il dolce e l'amaro, film di Andrea Porporati presentato alla Mostra di Venezia. È la storia di un piccolo gregario palermitano di Cosa Nostra, interpretato da Luigi Lo Cascio. È la vicenda di un ragazzino cresciuto per le strade del quartiere palermitano della Kalsa, che ha a disposizione uno smilzo repertorio di valori e di modelli, e si lascia affascinare dal mito mafioso. Si tratta delle stesse strade e delle stesse piazze dove nacquero e vissero la loro infanzia Falcone e Borsellino: e il ragazzino futuro killer protagonista di questo film vi incrocia un Fabrizio Gifuni destinato alla toga e a una simile vita (e morte) parallela.

Sono gli anni Settanta e seguenti, e nell'arco di un trentennio viene raccontata la vita quotidiana di un mafioso. Si narra del come e del perché si entri in quel tipo di vita, e del come e del perché se ne possa uscire. Il fatto è che Masino-Lo Cascio un giorno «si pente», cioè inizia a «collaborare» con la giustizia, personificata proprio nel magistrato suo coetaneo interpretato da Gifuni. E ciò avviene per la spinta decisiva di una ragazza - il ruolo è di Donatella Finocchiaro, che cinque anni fa aveva esordito in un intenso ruolo analogo con Angela di Roberta Torre -, e qui pur di non condividere il destino del killer che intanto è arrivato all'apice della sua carriera criminale, ha abbandonato la città: non vuole avere più niente a che fare con un delinquente.

È proprio l'incrinatura di questo rapporto sentimentale a spingere il protagonista «Saro» al «pentimento». Questo film ha una sua cruda sobrietà, ricalca episodi di cronaca dimenticati: spiazzati dagli stereotipi correnti, alcuni critici hanno considerato alla stregua di pennellate di colore quel boss detenuto, Renato Carpinteri, che si attribuisce con tanto di firma i quadri di alcuni gregari carcerati (lo faceva abitualmente Luciano Liggio con i pittori-detenuti Gaspare Mutolo e Alessandro Bronzino).

Ci sono, insomma, nella storia della mafia, proprio come si racconta ne Il dolce e l'amaro, anche le vicende esemplari dei «pentiti per amore». O meglio, in diversi casi i mafiosi si pentirono, oltre che per convenienza, non avendo più nulla da perdere, anche «per amore». Quasi tutti sono episodi accaduti negli anni Settanta e Ottanta (durante i quali è ambientato il film). Come a volerci ricordare - controcorrente rispetto alle campagne politico-mediatiche che hanno svilito il contributo dei pentiti - che il pentitismo mafioso cominciò ancor prima della legislazione premiale, e spesso si verificò per la coincidenza di una ricorrente crisi di valori e di sentimenti (tra i pentiti «per amore») con le crisi interne all'organizzazione militare di Cosa Nostra.

Ci sono in questo film padri mafiosi che mandano i figli a uccidere in trasferta, come si fa normalmente per la prima gita fuori porta; e figli mafiosi che favoriranno l'omicidio del padre; i delitti che compiono, tra loro questi ragazzi li chiamano «ammazzatine»; e il primo attentato per conto del racket del «pizzo» assomiglia a un semplice atto di bullismo contro un omosessuale, e viene festeggiato con un bagno, tutti nudi, a Mondello con le turiste scandinave.



Castrazione, perché no
Luigi Manconi - Federica Resta su
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Il sillogismo è semplice e infallibile. Tutte le volte che il richiamo a mezzi forti e norme speciali, provvedimenti d´eccezione e misure drastiche non è accompagnato da rigorosi (meglio se preventivi) test sulla loro reale efficacia, lì si ha demagogia. Vale per le norme sulla violenza negli stadi come per l´emersione del lavoro nero. E vale - forse ancor più - per quanto riguarda gli strumenti destinati a intervenire su quell´inestricabile groviglio che è l´intreccio tra psicopatologia e criminalità. Appena qualche settimana fa, sull´onda di una notizia proveniente dalla Francia, per due giorni si è ripreso a chiacchierare, all´interno del dibattito politico-giornalistico, di «castrazione dei pedofili». È un tema ricorrente.

Si dovrebbe partire, pertanto, da una rigorosissima distinzione tra i diversi trattamenti (terapia psicologica o farmacologia), tra i differenti protocolli (terapia scelta o imposta) e dalla attenta valutazione delle esperienze già realizzate e farne tesoro. Accade raramente in Italia. Non accadde ad esempio quando, nel luglio 2003, l´allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli, in risposta a un´interrogazione alla Camera dei Deputati, preannunciò - un disegno di legge che affidasse «coattivamente all´uso di ritrovati farmacologici la possibilità di impedire la reiterazione del reato nei soggetti già condannati». Era, palesemente, non più che un messaggio ideologico: e tale rimase. Eppure, qualche mese prima, il Comitato nazionale di bioetica aveva già espresso un parere negativo sulla proposta, avanzata dal Procuratore generale presso la Cassazione, di «introdurre un trattamento obbligatorio successivo alla espiazione della pena, modellato sullo schema della misura di sicurezza».

Nonostante ciò, forse anche per l´allarme suscitato dalla vicenda di Rignano Flaminio, in Italia, e da analoghi casi, in Francia, oggi si torna a discutere di «castrazione» per chi abusi sessualmente di minori. Questione che non può non dividere, opponendo chi invoca la «tolleranza zero» per quanti si macchino di reati così gravi (connotati, peraltro, da un alto tasso di recidiva, che con la castrazione si vorrebbe scongiurare) e chi osserva come, in una democrazia, la pena non debba mai arrivare al punto da incidere in maniera tanto profonda sul corpo, la vita, l´integrità e la personalità del condannato (cosa che avverrebbe se si precludesse irreversibilmente una funzione vitale come quella sessuale).

Dalla castrazione fisica, dunque, alla sospensione fisica del diritto alla sessualità. Ma queste potrebbero apparire come «sofisticherie» di fronte al dramma irrisarcibile di un minore abusato. Pertanto, della pedofilia e della sua prevenzione (e repressione) si deve discutere, senza preclusioni e tabù, consapevoli che si tratta di uno dei problemi «più difficili del mondo».

Che riguarda una forma particolare di devianza (quella sessuale), ma anche e soprattutto quel rapporto tra le generazioni, adulti e bambini, che Freud avrebbe potuto definire il vero «disagio della civiltà». Di questo «disagio» parlano i fatti di cronaca ma anche le leggi, mai come in questa materia, tanto frequenti quanto, troppo spesso, inefficaci. E il tema della «castrazione» è quantomai delicato.

La pedofilia non è una malattia psichiatrica da potersi curare facilmente con rimedi farmacologici; secondo la più accreditata letteratura scientifica, è piuttosto "parafilia", ovvero disturbo della personalità o del comportamento, qualificata dalla deviazione dell´interesse sessuale verso i minori. Si spiega così (oltre che sulla base di ragioni giuridico-costituzionali, relative all´indisponibilità dei diritti fondamentali) perché, rispetto alla soluzione "farmacologica", prevalga (almeno nei paesi europei) il modello della terapia psicologica. Il condannato, per potere fruire dei benefici penitenziari o comunque a titolo di misura di sicurezza, è sottoposto a terapia psicologica, individuale o di gruppo, negli «istituti di terapia sociale». La prima condizione di questo trattamento è che per ridurre la recidiva (per essere, cioè, efficace) presuppone la volontaria adesione del condannato al programma riabilitativo.

Discorso diverso richiede la «castrazione chimica» volontaria, prevista in Germania, Svezia, Norvegia, California e Canada. In Danimarca, poi, dove i violentatori possono scegliere fra lo scontare interamente la condanna in carcere o accettare di seguire un trattamento medico, beneficiando così di una liberazione anticipata, la terapia sembra aver dato risultati efficaci; i casi trattati (25 dal 1989 al 2005) non hanno registrato recidiva. E, tuttavia, questo non consente di eludere alcune domande di fondo.

Di fronte al pericolo di ulteriori violenze sui minori, qual è il limite del diritto e della pena? Fino a che punto si può accettare di comprimere i diritti fondamentali dell´imputato, in nome della protezione di un´infanzia indifesa? Qual è il limite oltre il quale il bisogno di tutelare i bambini non può imporre deroghe alle forme ordinarie e garantiste del diritto penale? Difficile rispondere.

L´efficacia della «castrazione chimica», anche «se fosse capace di estinguere le pulsioni pedofile», è «ben lungi dall´essere dimostrabile scientificamente». Ecco il passaggio cruciale da tenere ben presente. Non disponiamo per ora di ricerche su campioni sufficientemente rappresentativi per trarre un bilancio definitivo, e definitivamente attendibile, dei risultati della «castrazione chimica». I dati sono spesso controversi: e, tuttavia, alcuni devono farci seriamente riflettere. Consideriamo ancora una ricerca, quella condotta nel 1991 in California, che ha dimostrato come nel 7, 4 % dei casi, neppure la "castrazione chimica" ha potuto impedire la commissione di abusi sessuali nei cinque anni successivi al trattamento.

L´argomento più diffuso e «popolare» contro le preoccupazioni garantiste e la tutela dei diritti fondamentali dell´autore del reato - che cos´è la violazione di quei diritti di fronte allo scempio di un bambino? - perde la gran parte della sua forza. Quella percentuale di fallimento tende a vanificare l´argomento prima citato. I diritti in alternativa - quello alla tutela del bambino e quello all´integralità del suo abusatore - risultano inconciliabili e portano, inevitabilmente, a privilegiare il primo quando la deroga al secondo dimostri la sua assoluta necessità (e utilità). Ma se nel 7,4% dei casi non è così, quel 92,6% di successo non è sufficiente a motivare la rinuncia a un diritto per definizione irrinunciabile. E impone, piuttosto, la ricerca di soluzioni diverse, la cui efficacia sia maggiore e la cui capacità di ledere diritti fondamentali sia minore. Tutto ciò - lo sappiamo bene - è opinabile, ma ci sembra consentire un approccio più corretto e produttivo al problema. Problema che si conferma, come dicevamo, tra i «più difficili del mondo».



Monza taglia 30 milioni al bilancio
La Corte dei Conti: manca la copertura finanziaria. Stop ai cantieri in viale Lombardia e piazza Trento e Trieste. A rischio il restauro di villa Mirabello e gli investimenti per nuove case comunali. Il sindaco: paghiamo gli errori della vecchia giunta.
Riccardo Rosa sul
Corriere della Sera

Un colpo di forbice che costerà alle casse comunali di Monza 30 milioni di euro e alla città il rinvio di un lungo elenco di opere pubbliche compreso il tunnel di viale Lombardia. «Da Roma sono stati chiari — commenta Marco Meloro, assessore al Bilancio —: l'unica alternativa al taglio era l'aumento dell'addizionale comunale e quindi colpire le tasche dei cittadini».
La Corte dei Conti non ha lasciato scampo. Lo scorso 14 settembre, sul tavolo del sindaco Marco Mariani, è arrivata una lettera di due pagine in cui la magistratura contabile dice due cose. La prima: il bilancio presenta gravi irregolarità e non rispetta i termini del patto di stabilità. La seconda: o tagliate o aumentate l'addizionale comunale per pagare la multa. L'assessore Meloro, che ha ereditato il bilancio dalla precedente giunta di Michele Faglia, ha optato per la forbice.
«È una decurtazione pesante, di quasi il 40% — spiega l'assessore —. I servizi però non sono stati toccati». Ma gli investimenti sì, e anche pesantemente. Salta il cofinanziamento di oltre 2 milioni di euro per mandare in galleria viale Lombardia (un intervento che ormai aspetta di partire da almeno tre anni), saltano gli tre milioni per la riqualificazione di superficie di piazza Trento e Trieste, i quasi 2 milioni di euro per il completo recupero di Villa Mirabello, (una delle più belle tenute del Parco di Monza dopo Villa Reale), altri 2 milioni per realizzare la nuova sede del liceo musicale, oltre 6 milioni relativi a una serie di sistemazioni e ampliamenti delle scuole e per finire 3 milioni per la realizzazione di centri cottura delle mense scolastiche. Come è accaduto per esempio a un finanziamento di un milione di euro per la realizzazione di passaggi ciclo pedonali in zone vaibilisticamente difficili come via Stucchi e via Debussy o a uno stanziamento di 4 milioni di euro per la realizzazione di nuove case comunali. Tutte opere rinviate, nella migliore delle ipotesi all'anno prossimo, ma a rischio cancellazione.

L'ultima parola spetta al consiglio comunale. «La giunta ha adottato la delibera poche ore fa — conclude Meloro — e il 24 la porterò in aula per l'approvazione».
Vista la situazione, difficile credere al voto contrario che di fatto spalancherebbe la porta a un aumento delle tasse.


  19 settembre 2007