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a cura di Fr.I. - 17 settembre 2007


I "falchi" Usa premono per il blitz "Tutte le opzioni sono sul tavolo"
Nel ruolo della colomba Condoleezza Rice che si oppone alla tesi di Cheney di un attacco immediato
Mario Calabresi su
la Repubblica

New York - Nella domenica in cui il ministro degli Esteri francese lancia l´allarme per un nuovo e imminente conflitto, quello iraniano, il tema occupa le prime pagine dei principali quotidiani americani. L´attacco ai laboratori e alle centrali in cui il regime di Teheran sta mettendo a punto il nucleare made in Iran sarà davvero il prossimo passo dell´Amministrazione Bush, l´ultimo lascito della presidenza repubblicana? I pareri sono discordi: il dibattito occupa i giornali, i centri studi ed è entrato a far parte della campagna elettorale, discusso sia dai repubblicani sia dai democratici. Ma i pareri sono discordi perché anche la Casa Bianca sarebbe divisa, lo schema, ancora ieri lo ripeteva il New York Times, è sempre lo stesso e semplificando può essere letto con Dick Cheney nella parte del falco e Condoleezza Rice in quella della colomba.
Il vicepresidente sarebbe sostenitore di un´azione mirata e preventiva contro le strutture dove si prepara il nucleare iraniano, per impedire che il regime di Ahmadinejad possa arrivare a possedere la bomba atomica. Mentre il segretario di Stato è impegnata in una politica che tenga insieme l´offensiva diplomatica e un progressivo rafforzamento delle sanzioni contro Teheran. Lo schema della Rice, che da studiosa dell´Unione Sovietica ripete un modello già sperimentato con Mosca, si muove all´interno dell´Onu con la convinzione che l´isolamento crescente dell´Iran possa indebolirlo e spingerlo alla trattativa.
Il 21 settembre i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania, si vedranno per discutere una nuova bozza di risoluzione che prevede più dure sanzioni per spingere Teheran a rinunciare al programma nucleare.
In quella sede gli Stati Uniti solleciteranno l´adozione di una terza risoluzione con nuove e più stringenti sanzioni economiche, come ha spiegato il sottosegretario del Dipartimento di Stato Nicholas Burns.
Certamente entrambe le opzioni, quella diplomatica e quella militare e i dossier correlati, sono sul tavolo del presidente, insieme ai piani per un´azione mirata che il Pentagono ha pronti da tempo. «Tutte le opzioni sono sul tavolo e gli Stati Uniti non escludono alcuna strada», ha ribadito il capo del Pentagono, Robert Gates parlando alla Fox tv, ma ha poi sottolineato che «l´Amministrazione è convinta di continuare a cercare di rispondere alla minaccia iraniana intensificando gli sforzi diplomatici e le pressioni di natura economica».
Non è casuale che l´Iran sia tornato al centro dell´attenzione proprio questa settimana: nel momento in cui, seppur in modo parziale, gli Stati Uniti pensano all´inizio del ritiro delle truppe dall´Iraq la questione iraniana torna a porsi con forza.
Teheran infatti si appresterebbe ad essere il protagonista principale sulla scena mediorientale e ad aumentare la sua influenza in tutte le aree di crisi, da Bagdad a Gaza passando per il Libano. Proprio la Rice ha sottolineato che «l´Iran riempirebbe immediatamente il vuoto lasciato da una partenza delle truppe americane». Il generale David Petraeus nella sua audizione al Congresso americano della scorsa settimana ha sostenuto che Teheran «sta cercando di trasformare le milizie sciite in una forza simile a Hezbollah per portare avanti i suoi interessi e condurre una guerra per procura contro l´Iraq e le forze della coalizione».



«Gli Usa si preparano a bombardare l'Iran»
Rivelazioni del New York Times: la linea dura del vicepresidente Cheney sta prevalendo sulla via diplomatica della Rice. Il ministro degli Esteri francese Kouchner: «Pronti al peggio, cioè alla guerra»
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — Il vicepresidente Richard Cheney sta vincendo il braccio di ferro sull'Iran con il Segretario di Stato Condoleezza Rice, ed è possibile che tra pochi mesi il presidente George Bush faccia bombardare Teheran. Lo scrive il New York Times, mentre a Londra il Daily Telegraph
afferma che il Pentagono ha pronti due piani, un blitz solo sugli impianti atomici iraniani e uno più vasto su 2 mila obiettivi anche militari e industriali. A Parigi ha dato l'allarme Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri francese: «Bisogna prepararsi al peggio, cioè alla guerra» ha detto Kouchner chiedendo all'Ue nuove misure contro Teheran «ma bisogna anche negoziare sino alla fine perché un Iran con l'atomica sarebbe un vero pericolo per tutto il mondo». Secondo il Washington Post,
in vista di una rappresaglia iraniana in Medio Oriente la Siria ha mobilitato le forze armate avvisando Israele che su ordine di Teheran Hezbollah l'attaccherebbe con i missili.
Sull'Iran, Cheney e Rice, riferisce il New York Times, sono ai ferri corti. «Gli alleati del vicepresidente dicono pubblicamente che bisogna rovesciare il regime degli ayatollah », osserva il giornale, e in privato caldeggiano un bombardamento diretto o tramite Israele. I sostenitori del Segretario di Stato insistono invece su una soluzione diplomatica: venerdì Nicholas Burns, vice della Rice, cercherà di convincere i partner degli Usa all' Onu, la Cina, la Russia, la Francia, la Germania e l'Inghilterra ad adottare più aspre sanzioni contro Teheran. Se il tentativo fallisse, Bush adotterebbe la linea di Cheney: giovedì nel discorso sull' Iraq, il presidente ha detto che impedirà all'Iran «di avere armi nucleari e dominare il Golfo persico e il Medio Oriente ».

In tv il ministro della Difesa Robert Gates ha detto che «per il momento ci basiamo sulla diplomazia» ma che «tutte le opzioni siano sul tavolo». I democratici temono che Bush attacchi l'Iran anche per cambiare la dinamica della campagna elettorale, dove i repubblicani sono dati per sconfitti, e lo hanno comunicato ai diplomatici europei a Washington. Dai sondaggi, la maggioranza degli elettori è propensa all'uso della forza contro Teheran: se i democratici lo denunciassero potrebbero perdere voti.


Sputnik
Come lo Sputnik cambiò il mondo
Uno speciale de
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La politica rovesciata
Riccardo Barenghi su
La Stampa

Rapidissimo, come nessuno si aspettava, Beppe Grillo ha fatto il suo primo salto mortale: scende in politica. Anzi, non esattamente: invita il suo popolo a farlo, a condizione però che rispetti i requisiti che tra qualche giorno lo stesso comico genovese metterà in rete. E il suo popolo, i cosiddetti grillini, già si divide: chi è d'accordo con entusiasmo e chi invece si sente tradito. A questi ultimi la politica fa talmente orrore che chiunque, anche se si tratta del nuovo leader della protesta contro questa (e sottolineiamo questa) politica, scenda in qualche modo nell'agone diventa automaticamente uno di loro. Un ladro, un corrotto, un uomo che cerca solo il potere, insomma un mascalzone.

Dopo di che, figuriamoci, se i cittadini decidono di fare politica in prima persona non si può che esserne contenti, se formano liste civiche, se si mettono in gioco direttamente, costringendosi a sporcarsi le mani (perché la politica è purtroppo anche questo), se tentano nelle forme che troveranno più adatte di entrare nel gioco e cambiarne metodi e contenuti, a cominciare proprio dai partiti che la politica governano, non si può che guardare con attenzione a questo esperimento. Riuscirà, non riuscirà, è presto per dirlo. Anche se la nostra storia ci insegna che la democrazia diretta finora non ha mai funzionato.

Troppo forti sono sempre state, e sono tuttora, le maglie dei partiti perché qualcun altro dall'esterno riesca a infilarcisi dentro. A meno che non faccia un suo gioco personale, utilizzando la leadership che si è conquistato nella società civile per poi rapidamente omologarsi e «vendersi» il suo patrimonio sociale e popolare in cambio di un qualche posticino nel mondo che conta. Anche qui la storia e la cronaca sono piene di esempi del genere. Ma sostenere che pure Beppe Grillo finirà così sarebbe disonesto e pregiudiziale, almeno fino a prova contraria alla quale speriamo sinceramente di non dover assistere.

Non è mandando a quel paese i partiti che si salva l'Italia, ha detto giustamente ieri Piero Fassino nel suo ultimo discorso da segretario dei Ds. In contemporanea è arrivata l'ultima proposta di Walter Veltroni, fuori i partiti dalla Rai, basta con il Consiglio di amministrazione lottizzato, facciamo un amministratore unico e lasciamo che l'azienda lavori libera da lacci e lacciuoli. Hanno ragione entrambi. Ma viene da chiedere a Fassino: chi ha mandato a quel paese i partiti, Grillo o milioni di cittadini italiani che da anni dimostrano un'insofferenza e un distacco sempre più radicali? E viene da chiedere a Veltroni: perché non ha fatto questa proposta vent'anni fa, quando era responsabile informazione del Pci, o dieci anni fa, quando era vicepremier e la Rai di allora fu lottizzata a sua immagine e somiglianza? E a entrambi: non pensate sinceramente che il vaffanculo (per esteso, senza ipocristie verbali) che oggi vi arriva sia soprattutto colpa vostra e dei vostri colleghi, a sinistra come a destra?



Il congedo dei Ds: Una lunga storia d'amore
Giovanni Visone su
l'Unità

Le lacrime di Piero Fassino scuotono l'epilogo di un lungo comizio, l'ultimo comizio di un segretario dei Democratici di sinistra ad una Festa de l'Unità. È come un sussulto. Ci voleva. Perché quelli che lo ascoltano sotto una fastidiosa pioggerellina di fine estate, lo salutano con un applauso sincero e affettuoso. Quando mi giro vedo decine di occhi lucidi. Lacrimoni. Veri singhiozzi. «È stata una lunga storia d'amore – scandisce Piero con la voce rotta – lo devo a tutti voi, siete tutti voi che devo ringraziare». Qualcosa oggi finisce davvero. «Siamo arrivati alla conclusione», sospira Fassino. E quel sospiro vale forse più del messaggio carico di speranza che lo segue: «Se oggi mi rivolgo a voi non è per un addio, ma per partire insieme per un nuovo viaggio. Adesso caro Walter tocca a te».

Eccolo, dunque, il futuro. Siede sul palco, fra ministri, dirigenti e ragazzi della Sinistra Giovanile, proprio alle spalle dell'ultimo segretario. Walter Veltroni è arrivato fianco a fianco a Massimo D'Alema e a Dario Franceschini, tutti applauditissimi. Romano Prodi, invece, non c'è: è a Bologna, ma ha preferito restare a casa sua. Ci sono, in sua vece, i fedelissimi Ricky Levi e Santagata. E c'è il sindaco Cofferati, non sul palco, ma nella tribunetta laterale, accanto al braccio destro di Veltroni, Walter Verini.

Scene dalla fine di un partito. Non ci sono i 300mila militanti attesi dagli organizzatori, saremo in 50mila. Qualcosa, forse, significa. La Festa de l'Unità è la misura plastica del corpo del partito, termometro dei suoi umori e sismografo dei suoi mutamenti. Cinque anni fa, l'arena stracolma della Festa de l'Unità di Bologna aveva mostrato l'orgoglio di un partito che qualcuno voleva morto e che invece aveva deciso di rialzare la testa («Abbiamo vinto ad Asti, Verona, Gorizia…», ripeteva allora Fassino, elencando le città strappate alla destra e pochi mesi fa riperse). Un anno fa, a Pesaro, avevamo raccontato un partito inquieto, incerto sulla meta e presago di scissioni. Oggi quello che si mostra a Bologna è il partito che si scioglie. La decisione è stata presa molti mesi fa.

Il discorso di Fassino, prima di sciogliersi nella commozione finale, è puntuale e pignolo come sempre. Un mix di storia e futuro. La promessa di un partito nuovo e l'orgoglio di quello che si lascia. «La storia siamo noi non è solo una canzone», «la storia siete voi» e «i valori non cambiano con il trascorrere del tempo».

Il lungo elenco delle buone cose fatte dal governo, l'appello al centrodestra per le riforme istituzionali e la nuova legge elettorale, la lunga digressione sulle relazioni internazionali del partito nuovo. Ma forse il passaggio più significativo del discorso di Fassino è la risposta che il segretario dei Ds prova a dare all'onda antipolitica cavalcata del Vaffa Day di Beppe Grillo, lo stesso Grillo che meno di ventiquattrore fa ha scosso anche la Festa de l'Unità, a Milano. La ricetta di Fassino è sempre la stessa: «Raccogliere il disagio». Farsi carico. E per questo chiede trasparenza per il finanziamento dei partiti, limitazione di tutti i Cda a 5 membri, selezione meritocratica dei manager pubblici e riduzione delle consulenze esterne, riforma della Rai, cancellazione degli aumenti numerici dei consigli regionali, riduzione dei parlamentari. E poi norme di comportamento elementari «Andare allo stadio o al cinema pagando il biglietto, fare la spesa al supermercato, accompagnare i figli a scuola con la propria macchina, prenotare le analisi mediche in fila allo sportello».

Per dire no alla «caricature demoagogiche e alle denigrazioni populistiche», Fassino si affida alla memoria di Enrico Berlinguer. La citazione dal più amato segretario del Pci sembra un lascito che Fassino consegna al partito democratico: «La politica è una cosa che può riempire degnamente una vita». Anche nel Partito Democratico Fassino vuole portare subito una nuova tensione etica. Attraverso una sorta di codice di autoregolamentazione che vincoli i membri dell'assemblea costituente. E poi chiedendo apertura alla società civile, conferma del metodo delle primarie ad ogni livello e limite di mandato.

Così, dunque, finisce la Quercia. E ora tocca a Veltroni, che della Quercia è il figlio più amato e popolare. Resta ultimo dubbio. Che fine faranno ora le feste de l'Unità? Fassino rassicura subito i militanti. Tra «le cose buone» da salvare al trasloco e portare nella nuova casa del Pd, le feste ci sono di sicuro. Ricorda che a Firenze si sono già candidati per l'anno prossimo, anche se a dire il vero hanno parlato di una «Prima Festa del Partito Democratico». Non proprio la stessa cosa. O forse sì.


La forza di Piero
Antonio Padellaro su
l'Unità

Se, cifre ufficiali, nell´arena della Festa sono arrivati in cinquantamila, allora erano quanti quelli della piazza di Beppe Grillo. Il che semplicemente per dire che pure in questa Italia insofferente e scontenta a nutrire ancora fiducia nella ammaccata democrazia dei partiti son pur sempre in tanti. E se, malgrado tutto, le istituzioni tengono e forse un giorno ce la faranno a tornare pienamente credibili anche per quelli dell´altra piazza, il merito è anche di uomini come Piero Fassino. Piero non ha bisogno di commemorazioni anche se ieri si è commosso e ha commosso perché era l´ultimo discorso da segretario della Quercia alla Festa dell´Unità. Che a partire dall´anno prossimo sarà conclusa dal prossimo leader del Pd: «Adesso caro Walter tocca a te».

La vita politica di un leader come Fassino non finisce certo qui. Ma indubbiamente ,ieri, a Bologna egli ha chiuso una importante pagina, oltre che personale, della intera politica italiana e dunque un bilancio va fatto. Non è stato facile, sei anni fa, prendere le redini di un partito piegato dalla dura sconfitta elettorale subìta da Berlusconi e che s´interrogava incerto sul proprio futuro. Non è stato facile riorganizzarlo, restituirgli un progetto e un´identità e farne la punta di lancia di una coalizione che da quel momento in poi ha vinto tutte le elezioni. Una riscossa che ha riportato Romano Prodi a palazzo Chigi. Che con Giorgio Napolitano ha eletto per la prima volta un «comunista» al Quirinale.

Fassino non ha un carattere semplice, soprattutto quando gli gira male. Ma è un uomo schietto, abituato a dire le cose in faccia e a farsele dire. Un segretario ancora giovane ma vecchio stile, con una visione forse un po´ leninista dell´organizzazione ma con la quale ha rafforzato l´orgoglio dei militanti e il rispetto degli avversari. Senza il lavoro di Fassino non ci sarebbe il Pd, ha detto Prodi. Ma il suo merito maggiore pensiamo sia un altro. Non è facile guidare un partito, il tuo partito, allo scioglimento in un partito ancora da costruire. Non è facile pagare per quell´obiettivo il prezzo amaro di una scissione da parte di amici e compagni con i quali per una vita hai condiviso tutto. Non è facile chiedersi ogni giorno se quella sarà la scelta più giusta o l´errore più grave. E non è stato facile potendo candidarsi alla guida di quel nuovo partito decidere di cedere il passo a un altro candidato in nome di un interesse più alto della propria legittima ambizione. E cioé il futuro del Pd. Questo significa essere classe dirigente. Questa è la forza di Fassino.


ANDREA CAMILLERI
«Orgoglioso di loro, aiutiamoli con l'esercito»
Lo scrittore: ben vengano i soldati, darebbero coraggio a chi ancora paga il pizzo
Felice Cavallaro sul
Corriere della Sera

ROMA — Andrea Camilleri ascolta fiero al tigì la dichiarazione di Giuseppe Catanzaro, il presidente degli industriali di Agrigento che non si piega davanti agli attentati. E lo scrittore che nella vicina Vigata, immaginaria ma non troppo, ha impiantato le storie del commissario Montalbano evoca la stessa reazione avuta a Caltanissetta da un altro presidente provinciale degli imprenditori, un suo amico, Antonello Montante: «Il primo accetta la sfida e non si piega. L'altro caccia via dalla Confindustria chi paga il pizzo. Tanti si ribellano alla mafia. Questa è una svolta. Sta accadendo quello che ci aspettavamo da tempo, che la cosiddetta società civile facesse sentire la sua voce».
Nonostante una estate infuocata dalle vampe del racket, lei non guarda con pessimismo la sua terra?
«Sono contento dei miei siciliani. Di quelli che con coraggio dicono no. Ma, attenzione, i pericoli crescono e queste persone perbene vanno protette sul serio. Viceversa sarebbe una resa dello Stato».
A che cosa pensa?
«Penso con fastidio all'inquietudine di chi s'allarma quando qualcuno, come è accaduto fra gli stessi industriali, ventila la necessità di schierare l'esercito a difesa».
Lei sarebbe favorevole?
«E che male c'è? Madonna mia, mica sono stranieri i nostri soldati. Che c'è offesa? L'esercito italiano sono i figli nostri. Non vedo che cosa ci sia di drammatico a far pattugliare loro le strade, a supporto delle forze dell'ordine. Sarebbe una cosa temporanea».
Qualcuno le ricorderà il rischio di una riduzione di libertà individuali.
«L'abbiamo già avuto e non s'è ridotto niente. Mandarlo a Napoli è sembrata una bestemmia. In Sicilia lo sarebbe meno. Non vedo che cosa ci sia di contrario in una situazione di emergenza».
Il commissario Montalbano lavorerebbe meglio in una Vigata presidiata dall'esercito?
«Per le indagini impiegherebbe meglio i suoi uomini, sottraendoli al presidio del territorio. Inoltre, vedere aziende, negozi, centri commerciali ben controllati incoraggerebbe chi ancora non si è ribellato a farlo».
Per accelerare i tempi di quella svolta?
«I nostri mutamenti sono lenti in Sicilia, come la risacca. Segnati dall'onda lunga. Ma nel momento in cui si cambia, muta proprio il Dna e, a rivoluzione avvenuta, è difficile che si torni indietro ».

Non basta il coraggio di pochi...
«Il coraggio è legato alle conseguenze che quel no produce. E molti non lo trovano ».
Il problema resta quindi convincere chi ancora paga?
«I mafiosi vorrebbero vedere tutti, imprenditori e commercianti, "mettersi a posto". Immaginifica espressione di Bernardo Provenzano. Adattarsi equivale a finanziare indirettamente la mafia».
Questo accentuarsi dei fuochi mafiosi è legato al «dopo-Provenzano»?
«C'era da aspettarselo dopo la cattura. Quando il commissario Cortese l'arresta, il padrino dice una frase che colpisce: "Voi non sapete quello che state facendo". Già, era riuscito a imporre con il suo "carisma", chiamiamolo così, la politica della immersione: gli affari senza sparatorie e stragi, con tangenti a tariffa fissa, al 2 per cento».
Arrestato Provenzano, si è tornati ai vecchi metodi?
«Si brucia, si minaccia e fra un po' credo che comincerà una guerra fra bande. Come accadeva un tempo. È cresciuta la pressione su quelli che pagano. In maniera geometrica. A Caltanissetta decidono di espellere chi si piega perché le richieste sono diventate forti e violente».

Non dovremo mica rimpiangere Provenzano?
«Ottima cosa l'arresto, naturalmente. Ma adesso dobbiamo fare in modo che finisca l'anzianità di servizio per latitanza. Il futuro potrebbe essere segnato da reazioni sempre più dure. E anche per questo occorre un controllo più capillare del territorio. Da affidare ai soldati, ai figli nostri».


Il «Complotto» Telecom
Rinaldo Pianola su
l'Unità

A un anno di distanza dalle dimissioni di Marco Tronchetti Provera dalla presidenza di Telecom Italia ritorna di moda la teoria del "complotto". Mentre si avvicina, forse, il giorno della formalizzazione del passaggio di proprietà del gruppo di telecomunicazioni alla cordata formata dalle banche italiane con la spagnola Telefonica, sui giornali della grande finanza riprende a soffiare l´aria della canonizzazione di Tronchetti Provera, vittima, secondo una ricostruzione un po´ parziale, di indebite pressioni del governo Prodi che avrebbe addirittura impedito importanti accordi finanziari e industriali finalizzati allo sviluppo della Telecom.

Così Il Sole-24 Ore ha ragione quando lamenta che un anno fa si parlava troppo della Telecom e oggi se ne parla troppo poco, ma la conoscenza e l´analisi dei fatti del settembre 2006, contrariamente a quanto elenca con puntualità il giornale della Confindustria citando l´amarezza e le accuse di Tronchetti Provera, si prestano a ricostruzioni e valutazioni che possono portare a conclusioni diverse.

C´è un altro punto di osservazione interessante che, denunciando il "complotto", andrebbe tenuto presente. Per spiegare le dimissioni di Tronchetti Provera si può, infatti, partire, da cinque giorni dopo: il 20 settembre, quando viene arrestato Giuliano Tavaroli, responsabile della sicurezza di Pirelli-Telecom. Ecco: vista dal 20 settembre la decisione di Tronchetti Provera di lasciare la guida per tutelare l´impresa dalle presunte o reali incomprensioni con il governo assume tutta un´altra dimensione e rilevanza.

L´inchiesta e poi l´arresto di Tavaroli, preceduti dal "suicidio" di Adamo Bove, la scoperta delle attività di intercettazione illegale e di dossieraggio effettuata dall´ex capo della security Telecom con i suoi sodali, le connivenze con i servizi segreti, sono fatti gravissimi che attendono un chiarimento. Le inchieste sono aperte e vedremo dove arriveranno. Ma per ricordare la gravità di questi fatti ci permettiamo di segnalare le valutazioni di due gip che rispetto alla dottoressa Clementina Forleo godono di una minore visibilità mediatica. Il gip Paola Belsito, un anno fa, scrisse che Tavaroli «agiva con grande frequenza mediante operazioni fuori sistema, non riferiva costantemente a nessuno se non al presidente», cioè a Tronchetti Provera. Poi il gip Giuseppe Gennari sostenne che «ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione fra blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non già l´azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario». Hanno ragione i gip? Cosa sapeva Tronchetti Provera degli spioni? Le sue dimissioni sono state la sola strada per evitare che la procura estendesse ai vertici Telecom la responsabilità di non aver vigilato sulle attività criminose di alcuni suoi dipendenti.

Le inchieste di Milano offrono altri interrogativi. Che relazione esiste tra lo spionaggio e l´intrusione informatica nei confronti dell´amministratore delegato di Rcs Vittorio Colao e le sue dimissioni? Qualcuno sa spiegare, inoltre, lo spionaggio del vicedirettore del Corriere della Sera, Massimo Mucchetti, giudicato dai Tavaroli-boys come un avversario della Pirelli? I magistrati, quando avranno terminato le inchieste (e forse è ora di chiuderle perchè pure Tavaroli ha il diritto di sapere di cosa deve rispondere), ci diranno cosa hanno trovato.

Bisognerebbe, adesso, guardare avanti. Che senso ha recriminare ancora, come fa Tronchetti Provera sul Sole-24 Ore, delle svalutazioni miliardarie che dovette effettuare su molte partecipazioni di Telecom, del peso del debito ereditato, o del mancato accordo diretto con Telefonica con cui avrebbe spuntato un prezzo più vantaggioso? Gli si potrebbe replicare di spiegare perchè pagò la Telecom il doppio del valore di Borsa e perchè pochi mesi dopo consentì agli "impresentabili" Gnutti&Consorte di rientrare dalla finestra dopo esser usciti alla grande dalla porta. Ma così non si va da nessuna parte. Comprendiamo che i salotti, i giornali dell´industria e delle banche vorrebbero rintracciare nel passato le cause dei problemi della Telecom di oggi, soprattutto per regolare i conti con Massimo D´Alema al quale non hanno mai perdonato di aver consentito la scalata dell´Olivetti. Ma sarebbe meglio pensare alla futura Telecom, darle una chiara strategia di crescita industriale, consentire al presidente Pasquale Pistorio di poter lavorare in pace. Una volta incassati i miliardi della cessione della partecipazione in Telecom forse anche Tronchetti Provera sarà meno amareggiato: gode sempre di ottima stampa, la signora Afef è così coraggiosa da guardare con simpatia il partito democratico e la Pirelli può rinnovare antichi successi. Siamo cresciuti guardando gli operai della Bicocca entrare ed uscire ogni giorno dalla fabbrica. Saremo in prima fila a tifare per la Pirelli.


La Corte Ue boccia il ricorso di Microsoft
Gianni Rusconi su
Il Sole 24 Ore

Delle tre ipotesi possibili si è verificata quella forse più probabile: la Commissione Europea batte la Microsoft al Primo Grado del Tribunale dell'Alta Corte del Lussemburgo e ciò significa che viene confermata la sentenza emessa il 24 marzo del 2004 dall'organo antitrust della Ue. Il gigante del software si vede respingere in toto o quasi un ricorso preparato con meticolosa attenzione e viene quindi chiamato a pagare la multa di 497 milioni di euro a suo tempo commissionatole e deve incassare (almeno per il momento) una sconfitta storica nella battaglia legale con il massimo organismo comunitario. La Corte, presieduta per l'ultimo giorno da Carlos Westendorp, ha respinto il ricorso in appello della Microsoft su tutti i punti salienti, accogliendo solo quello riguardante la nomina da parte della Commissione di un "trustee" (fiduciario, e cioè un esperto indipendente) deputato a controllare la corretta implementazione delle sanzioni dell'Esecutivo Ue da parte della Microsoft.

Ciò che più importa però e che l'abuso di posizione dominante contestato alla società nordamericana, che detiene una quota di mercato del 95% nei sistemi operativi per computer, rimane quindi riconosciuto e il dispositivo della sentenza parla chiaro: "La Corte ritiene che la Commissione non sbagliò nel definire la gravità e la durata del comportamento scorretto e non sbagliò a fissare l'entità della multa. Dato che l'abuso di posizione dominante è stato confermato da questa Corte, l'ammontare della multa resta invariato a 497 milioni di euro".
Una somma non indifferente a cui andrebbero aggiunti gli ulteriori 280,5 milioni che la Commissione ha deciso di imputare alla Microsoft per il mancato rispetto degli obblighi a cui era stata condannata per quanto riguarda l'interoperabilità del sistema Windows Server. La Corte ha quindi sposato la tesi dell'organo Ue relativamente al fatto che alla società di Bill Gates è stato chiesto di rendere disponibile alcune particolari specifiche tecniche e non il codice sorgente del software, assicurando in tal senso Microsoft dell'impossibilità per altri produttori di replicare uno a uno il proprio sistema. Ma è sulla mancata disponibilità di Redmond a rendere aperto il protocollo di comunicazione che la questione si è arenata, confermandosi una colpa per Microsoft.
Quanto al "bundle" del Media Player all'interno di Windows, la Corte ha avallato la tesi della Commissione secondo cui Microsoft aveva volontariamente integrato i due prodotti per erigere un muro nei confronti della concorrenza e lasciare ai consumatori pochissime possibilità di scelta. Contravvenendo di conseguenza alle leggi comunitarie in materia di abuso di posizione dominante.



Tutto per un «programmino» di audio-video
Da che cosa è scaturita la condanna dell'azienda di Bill Gates
Il Windows Media Player è venduto con il sistema operativo più diffuso del mondo e non a parte. Di qui l'accusa e la sentenza
sul
Corriere della Sera on line

Una cifra considerevole, 497 milioni di euro, anche per una multinazionale della new economy come Microsoft. In dollari sono 689 milioni. E tutto per un banale «programmino», il Windows Media Player, quasi un'inezia nell'insieme del «pacchetto» che il sistema operativo Windows, nelle sue varie e successive versioni, contiene. Il programma che serve per ascoltare musica e guardare video, quello che automaticamente si apre sul vostro schermo (se avete Windows e non avete caricato altri lettori) è il «sassolino» che sgretola l'impenetrabilità del muro protettivo eretto a difesa del sistema operativo (e del business) dell'azienda di Bill Gates. Di sistemi del genere, ovviamente ce ne sono vari. Oggi tantissimi, un tempo meno, ma comunque i concorrenti, come per esempio RealPlayer, c'erano. Quando sono cresciuti si è cominciato a porre il problema della concorrenza. Alla fine il motivo del contendere sembra minimo. Ma in realtà, sia per la Ue sia per la Microsoft, c'erano in ballo princìpi decisivi: la difesa del mercato da una parte, quella del proprio business e dei codici del software (per evitare clonazioni) dall'altra.

L'Ue, dall'inizio del 2000 ha cominciato a lavorare su un'ipotesi di violazione delle regole di concorrenza. Mario Monti, Commissario Ue alla Concorrenza, ha portato avanti una battaglia dura che pareva all'inizio difficile da vincere.La Microsoft, secondo l'accusa, non metteva a disposizione degli sviluppatori tutti gli strumenti necessari per integrare correttamente gli applicativi con Media Player e, soprattutto, non permetteva ai consumatori di acquistare il suo sistema operativo Windows senza il lettore, Windows Media Player. In questo modo, osserva oggi la Corte nella sentenza che conferma la sanzione decisa dalla Commissione Ue nel 2004, l'azienda di Bill Gates «ottiene un vantaggio senza precedenti» sulla distribuzione dei prodotti, garantita dall'ubiquità dei Windows e in questo mondo «fornisce un disincentivo per gli utenti ad utilizzare i lettori multimediali delle parti terze».

Quindi, conclude la sentenza, «la Commissione non ha sbagliato nel valutare la gravità e la durata della violazione e non ha sbagliato nel definire l'ammontare dell'ammenda. Dal momento che l'abuso di posizione dominante è confermato dalla Corte, l'ammontare della multa rimane invariato a 479 milioni di euro». Ora, si ricorda nel testo, un appello, limitato alle questioni formali, può essere presentato alla Corte di Giustizia entro due mesi dalla notifica.


  17 settembre 2007