prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 4 settembre 2007


Tasse, pressing del Pd su Prodi
G.D.M. su
la Repubblica

ROMA - Sulle tasse si consolida l´asse che lega Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Dopo la sintonia su possibili nuove alleanze del Partito democratico, il leader della Margherita condivide le parole del sindaco di Roma: la riduzione della pressione fiscale non va rimandata, si può e si deve fare subito. E a loro si unisce Piero Fassino. Anche per il segretario dei Ds è giusto coniugare il rigore "con misure per ridurre le imposte".
Dunque le affermazioni di Rutelli sono quelle di un vicepremier che si prepara a portare la sua offensiva dentro il governo, in contrasto con le posizioni di Prodi e Padoa-Schioppa. "Dobbiamo dare un messaggio già dalla prossima finanziaria. Sono convinto - dice il presidente di Dl - che ci siano le condizioni per fare una manovra attenta alla difesa del potere d´acquisto delle famiglie, soprattutto quelle a basso reddito, dando impulso per la crescita".
La risposta di Palazzo Chigi non si fa attendere. Ed è una gelata rispetto all´uno-due della coppia Veltroni-Rutelli. La linea è quella dettata dal ministero dell´Economia: prima il risanamento dei conti, poi il resto. "Questo non significa che le tasse saranno tagliate nel 2011", dicono gli uomini del premier. Ma bisogna seguire un doppio binario: riduzione del debito e dopo delle tasse, perché non bisogna far pagare ai "cittadini i pesanti interessi del buco dei conti". Il segnale immediato invocato da Rutelli è quindi considerato dal premier molto difficile ma non impossibile: "Non si può stabilire da un giorno all´altro - raccontano -, molto dipenderà anche dalle richieste e dalle riunioni dei prossimi giorni". Insomma, è uno stop. E un invito alla cautela finché non saranno più chiare le cifre, "di cui non si parlerà fino al 30 settembre". Anche Pierluigi Bersani dice di non apprezzare questa sorta di gara su cosa viene prima, le tasse o il taglio della spesa. Ed Enrico Letta è favorevole a "una manovra leggera".
Rutelli torna anche sulla manifestazione del 20 ottobre. Per dire basta alla sinistra radicale: "Non si può solo contestare. Ho detto fin dall´inizio che quella iniziativa è sbagliata. Quando c´è tanto da fare per il paese, per la sua economia e per la ripresa". Gli risponde il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero, dirigente di Rifondazione. "Rutelli dice che la sinistra è solo capace di contestare, ma non è così vogliamo solo maggiore giustizia sociale". E aggiunge: "Ad esempio Rutelli chiede che vengano abbassate le tasse anche ai ricchi mentre noi chiediamo di dare una casa agli sfrattati, diritti certi agli anziani non autosufficienti e che siano tagliate le spese della politica e la precarietà del lavoro. Questi sono problemi veri, non contestazioni".



Meno tasse, si comincia dalla casa
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Si parte dalla casa. Nel governo cresce il partito di chi vuole redistribuire ai contribuenti onesti il gettito rastrellato dalla lotta all'evasione. Una redistribuzione che partirebbe proprio dalla casa. La guerra delle finanze contro il "nero" si conferma vincente, visti i dati record su fabbisogno e extragettito diramati ieri. Si conferma a fine anno un "tesoretto" di 4 miliardi che molti nel governo vorrebbero redistribuire soprattutto alle famiglie, visto che stavolta per le imprese le misure dell'anno prossimo potrebbero essere tutte a saldo zero, cioè senza spese per le casse pubbliche. Sull'effettiva quantità di risorse a disposizione c'è da verificare l'andamento della spesa, ma la restituzione va fatta, insistono molti ministri, man mano che si avvicina la scadenza del 10 settembre, giorno in cui sono chiamati a rapporto all'Economia con le loro proposte. Tra gli altri a insistere per aliquote più leggere c'è il vicepremier Francesco Rutelli, oltre a tutto il fronte riformista dei Ds. Proprio l'operazione Ici consente di mantenere la promessa. Si penserebbe di aumentare lo sgravio Ici sulla prima casa dagli attuali 104 euro annui a 250 euro, più del doppio.
MISURE PER L'AFFITTO L'operazione costerebbe circa 2,5 miliardi di euro da destinare alle casse dei Comuni, titolari dell'imposta. Lo sgravio allieverebbe le spese di oltre il 70% delle famiglie italiane che vivono in case di proprietà. Resta ferma l'intenzione di varare misure equivalenti per chi vive in affitto, attraverso detrazioni fiscali. Quanto alla cedolare secca del 20% sulle rendite degli affitti, si varerà soltanto per chi è disponibile a cedere l'alloggio ad un affitto concordato con uno sconto di circa il 19% rispetto ai prezzi di mercato. I tecnici stanno ancora lavorando per conoscere la portata di questa misura. Fin qui le operazioni che agiscono sulla leva fiscale e su cui molti premono, visto che la (fruttuosa) lotta all'evasione ha fatto alzare la pressione fiscale a livelli di guardia. Per questo le risorse recuperate dovranno andare ad abbassare le aliquote legali. Molte le pressioni per alleggerire il carico dei lavoratori dipendenti a reddito basso, con detrazioni più corpose dall'imponibile o operazioni analoghe.
Sempre in fatto di casa, però, spuntano anche nuove spese. Ieri il ministro Paolo Ferrero e l'Anci (l'associazione dei Comuni) hanno chiesto un "segnale forte" per la casa. Che non è esattamente l'Ici, ma uno stanziamento di circa 1,5 miliardi per mettere la parola fine alle proroghe degli sfratti e far ripartire l'edilizia popolare. L'intervento, che è il frutto del lungo lavoro del tavolo sulle politiche abitative avviato da Antonio Di Pietro con altri tre colleghi di governo, avrà bisogno di un finanziamento immediato in manovra (pena ritrovarsi gli sfrattati per strada) e di un piano pluriennale di investimenti. Ma stando alla regola voluta dall'Economia (niente nuove tasse per nuove spese) sarà difficile reperire le risorse. Al ministero di Ferrero fanno notare che i tagli loro non saprebbero proprio dove farli: sono altre le amministrazioni con spese "folli". Insomma, il 10 settembre porteranno solo la lista della spesa.

Il ministero per la famiglia punta ad aumentare la "dote fiscale" per i figli. La dote sarebbe costituita da un assegno unico che unisce le attuali detrazioni agli assegni familiari. Già oggi si ricevono 2.500 euro annui (a scalare con l'aumentare del reddito), ma per il 2008 si vuole fare di più. Così come si vuole raddoppiare la dotazione del fondo per i congedi parentali, oggi fermo a 40 milioni. Anche al ministero della Bindi non propongono tagli, ma spese. Stessa aria al Lavoro. Per Cesare Damiano c'è da finanziare il "pacchetto" welfare: 2,5 miliardi per le pensioni basse e i giovani precari. In luglio le misure sono state finanziate per metà: mancano 1,2 miliardi. "Tagli? Non ne possiamo fare, anzi ci servono risorse", spiegano in Via Veneto. Una formula trovata per aumentare (e gratificare) gli ispettori del lavoro è stata quella di destinare parte delle risorse sottratte al sommerso ai premi di produttività e a nuove assunzioni. Ma oltre questo non si è ancora andati.

Intanto i conti fanno ben sperare. Il fabbisogno va a gonfie vele. Nei primi otto mesi migliora di circa 11 miliardi rispetto all'anno scorso e si piazza a quota 25,1. Il saldo di cassa del solo mese di agosto è risultato pari a 2,7 miliardi, ben 5 miliardi in meno di quanto occorresse alle casse pubbliche un anno fa (7,7 miliardi). Insomma, i conti si confermano in ordine. Ma il merito delle performance va in gran parte alle entrate, che continuano a crescere. In un comunicato di ieri le Finanze hanno confermato l'andamento positivo della "raccolta". In otto mesi l'erario ha incassato l'8% in più rispetto a un anno fa. In particolare sono andate benissimo le autoliquidazioni (modello F24) Ire, Ires e Irap che crescono del 22%. Gli uffici del viceministro Vincenzo Visco confermano un extragettito non stimato di 4 miliardi. Ma nessuno vuole chiamarlo "tesoretto". Non si vuole riaprire una corsa alla spesa proprio alla vigilia della manovra. Ma la verità è che nessuno sa (ancora) dove e come razionalizzare le spese. Se gli annunci sugli sgravi fiscali si moltiplicano, non si sentono le voci di chi dovrebbe rivedere le spese.


La spesa intoccabile
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Ricordate la filosofia reaganiana dell'affamare la bestia-Stato? "Mettete un tetto alle tasse, basso possibilmente, perché questo è l'unico modo efficace di limitare la spesa pubblica ". Poiché il Paese non può tollerare un aggravio del disavanzo, alcune spese dovranno per forza essere tagliate affinché l'insieme possa stare sotto il tetto. E pazienza se, essendo il governo incapace di riqualificare la sua spesa, cioè fornire gli stessi servizi a minor costo, alcune spese utili, quelle più facili da sospendere o rimandare, dovranno essere tagliate in tutta fretta e molte spese inutili procederanno imperterrite. Presto o tardi i governi impareranno a fare economie. Molti esponenti della sinistra tradizionale (ma anche del centro e della destra "tassa e spendi", non pochi nel nostro Paese) seguono una filosofia opposta: "Partiamo dai bisogni di intervento pubblico (chi li definisce?). Da questi si risale all'ammontare della spesa e, se non ci deve essere disavanzo, anche all'ammontare delle imposte". Insomma, per i "reaganiani" — molto pochi nel nostro Paese — la variabile indipendente sono le tasse, e le spese si adeguano; per i "tassa e spendi" è vero l'opposto: la variabile indipendente sono le spese, e le tasse seguono, come l'intendenza di Napoleone.

Questa è una caricatura, ovviamente. Nel nostro circo politico-mediatico le posizioni sono più vaghe, e pochi hanno il coraggio di prendere una posizione dura come quella espressa due giorni fa dal ministro dell' Economia. Se ci si riflette un attimo, non fa alcuna differenza quale variabile si assume come indipendente, purché questa sia definita con precisione. Padoa-Schioppa è partito dalle spese e ha detto: al momento la prossima Finanziaria prevede circa 20 miliardi di nuove spese. Non un euro del loro finanziamento deve provenire da un aggravio della pressione tributaria e tutto da risparmi di spesa in altri capitoli di bilancio: se questi non sono documentati in modo credibile, i 20 miliardi di nuovi impegni si riducono in proporzione. E ha aggiunto che fra pochi giorni presenterà un documento dove sono indicati con esattezza molti ambiti nei quali le spese possono essere sostanzialmente ridotte senza compromettere servizi o trasferimenti utili e giusti.

Se ci si riflette un altro attimo, questa posizione può essere resa facilmente compatibile con quelle assunte da Montezemolo o da Veltroni, i quali, senza compromettere equilibri di bilancio o servizi e trasferimenti "utili e giusti ", vorrebbero anche ridurre la pressione fiscale. Basta spremere dal contenimento delle spese inefficienti qualcosa di più di quanto vuole ricavare il ministro dell'Economia: non solo i 21 miliardi previsti per la prossima Finanziaria e compatibili con un rapporto deficit/ Pil del 2,2%, ma qualche miliardo in più che può servire a ridurre le tasse. Sulle imprese, come vuole Montezemolo; sui proprietari di prima casa, come vuole Rutelli. Nessun contrasto, dunque, anzi una surenchère in direzione rigorista: rispetto a chi vuole "anche " ridurre le tasse, Padoa- Schioppa è un realista e un moderato.

Lo è veramente? Siamo tutti ansiosi di leggere il documento della Commissione tecnica sulla finanza pubblica che indica come effettuare risparmi di spesa consistenti. Nel frattempo vorremmo motivare il nostro scetticismo, nella speranza che risulti smentito. Tagliare spese inutili senza compromettere quelle utili, per un importo di 20 miliardi e passa e nel giro di un anno, è un compito che definire difficile è puro eufemismo.


E poi dov'è la determinazione necessaria? Se dobbiamo giudicare dal recente passato, è difficile non essere pessimisti. Il governo ha avuto almeno due grosse occasioni di risparmio e le ha sprecate entrambe: ha aderito a un contratto collettivo per i dipendenti pubblici troppo oneroso, e senza reali contropartite in termini di efficienza. E ha risolto la questione delle pensioni concedendo troppo ai sindacati, che difendevano un "diritto" ad andare in pensione prima dei 60 anni che è difficile considerare prioritario, così sottraendo risorse a compiti di welfare molto più urgenti e che oggi si ritrova puntualmente di fronte.

Crede veramente, il governo, che sia più facile imporre una cura di risparmi a tutto campo a ministeri ed enti locali? E farlo in modo intelligente e discriminato, evitando inefficienti misure di blocco del turn-over, di assunzione di personale precario, e i soliti "rimedi" cui ci hanno assuefatto i governi passati?


Presidente ombra
Federico Geremicca su
La Stampa

E poi dicono che la politica non è, a modo suo, una scienza esatta. Che presuppone esperienza, tecnica e perfino memoria. Ecco, se qualcuno avesse fatto ricorso almeno alla memoria, forse il centrosinistra non si sarebbe cacciato in questo gigantesco e pericoloso pasticcio che va già sotto il nome di "Prodi e il premier ombra". Sarebbe bastato ricordare che cosa accadde nel 2001 quando, con Giuliano Amato governante a Palazzo Chigi, fu invece messo in pista Francesco Rutelli come candidato premier.

Berlusconi ci sguazzò per l'intera campagna elettorale ("Amato ha fatto così male che nemmeno lo candidano"): una campagna elettorale che, alla fine, lo vide largamente vincitore. Ora, si è soliti sentenziare che la storia non si ripete mai allo stesso modo, ed è in questo che deve sperare l'Unione: perché il dualismo Prodi-Veltroni non soltanto è divenuto evidente, ma sta quotidianamente segnando (a danno del governo) la polemica politica dopo la pausa ferragostana.

Da un po', quando si riferiscono a Veltroni, alcuni ministri lo chiamano “premier ombra”. Altri, come Angius, addirittura “premier in pectore”. "Ci era stato spiegato - ha lamentato ieri il vicepresidente del Senato - che il Pd sarebbe stato garanzia di stabilità, e invece è un fattore di tensione nella maggioranza. Non possono coesistere due presidenti del Consiglio, uno in carica e l'altro in pectore: Prodi e Veltroni la piantino e si mettano d'accordo su come governare l'Italia". Facile a dirsi, più difficile a farsi, considerate le esigenze assai diverse dei due: Prodi punta sulla continuità del proprio lavoro, fida su quella che una volta si sarebbe definita politica “dei due tempi” ed è certo che alla fine il risanamento sarà raggiunto, e con esso la possibilità di metter mano alla riduzione delle tasse; Veltroni, al contrario, non è affatto convinto che il governo abbia quattro anni davanti, chiede risultati spendibili in una eventuale campagna elettorale ravvicinata ed è preoccupatissimo dall'ipotesi di finire lentamente nel pantano nel quale è costretto a muoversi il premier. Non facile raggiungere un' intesa sul che fare.

Se alle difficoltà oggettive si aggiungono poi i sospetti prodiani sulle reali intenzioni del sindaco di Roma e quelli veltroniani su certe manovre del clan del premier, il gioco - anzi il pasticcio - è praticamente fatto. E il risultato può finire per essere quello di ieri: con i giornali che titolano “Tasse, Veltroni contro Prodi”, Rutelli che scende in campo affianco del sindaco di Roma ("Bisogna dare un messaggio di riduzione fiscale già nella prossima finanziaria") e Palazzo Chigi che tiene il punto e se ne frega: "La riduzione delle imposte è un impegno di lungo periodo, la priorità è ridurre il debito". Scontro frontale, e altro che partito di lotta e di governo... Se continuasse così, l'opposizione potrebbe continuare le vacanze, che tanto a far traballare l'esecutivo ci pensa il partito che avrebbe dovuto rafforzarlo.

Dicevamo dei sospetti, e sia Prodi che Veltroni - politici di lungo corso - ne nutrono in abbondanza. Il premier non ha mai speso una parola meno che affettuosa nei confronti del sindaco di Roma: ma da giorni ci pensano gli uomini (e le donne) a lui più vicini. Rosy Bindi, per esempio, è settimane che ha messo Veltroni nel mirino. L'ultima ieri: "Non fa bene al governo né al Pd il conflitto giornaliero tra partito e governo, così come questo contrappunto giornaliero di Veltroni ad ogni azione di Prodi". Che, non va dimenticato, ha probabilmente subito - facendo buon viso a cattiva sorte - l'improvvisa accelerazione con la quale furono decise la scesa in campo del sindaco di Roma e la sua potente investitura con le primarie (ancora pochi giorni prima di quella scelta, infatti, alla guida del Pd Prodi voleva uno speaker di sua personale nomina). Se a questo si somma la convinzione prodiana che Veltroni stia diventando la testa di ponte di quanti nella Margherita non lo hanno mai amato (da Rutelli a Marini, per intendersi) si capisce il perché del tener duro del premier di fronte a qualunque sollecitazione arrivi dal sindaco.

Né meno sospettosi circa il reale gioco del capo del governo, naturalmente, sono Veltroni ed i suoi fedelissimi. Per il futuro leader del Pd l'ideale sarebbe un esecutivo che recuperasse consensi nel Paese, durasse ancora un paio di anni e gli lanciasse la volata per la prima sfida a Berlusconi. Ma Veltroni non crede praticamente più che questo sia possibile. L'ultimo mese - con la ripresa di conflittualità nella maggioranza, minacce di crisi e stallo totale sulla legge elettorale - lo hanno convinto, piuttosto, che il bivio di fronte al governo sia riassumibile più o meno così: o una penosa agonia (che renderebbe poi certa la sconfitta elettorale) o un improvviso precipitare verso le elezioni, che ai suoi occhi potrebbe perfino essere il male minore. Quel che è certo, è che per Veltroni è sempre valido il principio che illustrò il suo braccio destro, Bettini, all'avvio dell'avventura delle primarie: "Il Pd non può impiccarsi a questo governo". E che succede, allora, se la sensazione dovesse diventare quella di uno stanco tran tran, di un esecutivo - insomma - che tira a campare?

Se le cose stanno così - e i fatti, per ora, sembrano confermarlo - le tensioni tra la “strana coppia”, premier in carica e presidente in pectore, non potranno che aumentare, a tutto danno dell'azione di governo e del processo di nascita del Partito democratico.



Pesano le ruggini nella Margherita
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Il dualismo esisteva e rimane. Ma il modo in cui viene drammatizzato da alcuni ministri prodiani finisce per farlo apparire esagerato. Romano Prodi e Walter Veltroni sono costretti a convivere; e a rivendicare identità in competizione, senza tuttavia arrivare a una rottura. Per il premier, l'esigenza di sopravvivere alla nascita del Pd significa difendere il governo tenendo a bada le interpretazioni liquidatorie di alcuni alleati. Per Veltroni, si tratta di costruire la leadership incalzando in tempi medi Palazzo Chigi da posizioni più moderate di quelle dell'Unione.

Che tutto questo sia destinato a terremotare il governo è da vedersi. Semmai, il problema sono le tensioni nella Margherita. Ruggini antiche dividono Francesco Rutelli da Prodi, ma soprattutto da ministri come Arturo Parisi e Rosy Bindi. Così, quando la Bindi critica "il contrappunto giornaliero di Veltroni" a Prodi, non si capisce se ce l'abbia col sindaco di Roma, suo concorrente alla segreteria del Pd; o soprattutto con Rutelli. Né è chiaro quanto il premier sostenga l'offensiva ulivista contro Veltroni. Le schermaglie sulla riduzione delle tasse vanno inserite su questo sfondo.

Prodi assume il ruolo del mediatore, oscillando fra meno tasse e meno spese. Esagera il diessino Morando quando parla di "piena sintonia" fra premier e sindaco di Roma. Ma è vero che nel Dpef si parlava di riduzione fiscale se fossero aumentate le entrate ottenute coi soldi degli evasori.
L'opposizione si dice certa che dal braccio di ferro uscirà un governo spezzato. Nella maggioranza, il socialista Boselli considera deleteria la presenza "di due premier": l'attuale e quello, almeno nelle aspirazioni, del futuro. Ma Veltroni ha bisogno di tempo per consolidarsi, dopo l'eventuale elezione il 14 ottobre. E il premier continua a muoversi come se dovesse durare molto. Ieri, sono bastati gli applausi di alcuni turisti emiliani a Roma per fargli dire che la gente è con lui "più di quanto non si pensi".

Il messaggio prodiano è per chi, nel Pd, ritiene che il governo sia sempre più una palla al piede, se continua ad assecondare i settori comunisti dell'Unione. L'idea di un vertice che ristabilisca una tregua avalla la tesi di uno scontro destabilizzante. Palazzo Chigi non può smentirlo, ma tende a minimizzarlo: anche se la tensione è palpabile. La prospettiva che l'attuale sindaco di Roma si candidi come capo del governo incontra l'insofferenza crescente dell'ala antagonista della coalizione. Ma non è detto che per Prodi sia un male, anzi: può offrirgli margini di manovra insperati.


Sicurezza: la linea dura di Amato
Fiorenza Sarzanini sul
Corriere della Sera

ROMA — Non solo lavavetri. Il pacchetto di misure che il governo discuterà questa mattina prevede un intervento per togliere dalle strade anche ambulanti, mendicanti e graffitari. E per rendere più efficace la custodia cautelare per chi commette rapine, violenza privata e violazione di domicilio. Tra le misure allo studio anche alcune norme per limitare le cosiddette scarcerazioni facili, come aveva annunciato il Guardasigilli. La linea è decisa, più complicato appare arrivare all'approvazione dei provvedimenti, perché c'è la necessità di varare misure che mettano d'accordo i sindaci di tutta Italia e soprattutto perché si deve procedere con un disegno di legge che trovi il consenso di tutti i partiti della maggioranza. E, come è emerso nel dibattito degli ultimi giorni, alcune posizioni rimangono distanti. Le proposte del Viminale sono contenute in una bozza sul "degrado urbano" divisa in quattro punti. Le linee guida già discusse con l'Anci, l'Associazione dei sindaci, prevedono di sostituire le sanzioni pecuniarie con quelle amministrative, più facili da applicare. Il ragionamento è chiaro: è inutile multare chi non ha i soldi per vivere ed è costretto a svolgere mestieri di strada. Dunque si è pensato di introdurre il "lavoro sostitutivo".

In pratica, chi viene sorpreso a vendere merci contraffatte o a lavare i vetri o ancora a imbrattare i muri, sarà condannato a compiere un'attività socialmente utile. Proprio come avviene negli Stati Uniti. Sarà introdotto il reato di "questua molesta" che verrà equiparato a quello di "molestie o disturbo alle persone", già inserito nel Codice penale con una pena che prevede l'arresto fino a sei mesi. Per tentare di arginare il dilagare dei venditori ambulanti, il provvedimento del governo prevederà la distruzione immediata delle merci contraffatte. L'obiettivo è introdurre un deterrente in un mercato gestito dalla criminalità organizzata, che usa e sfrutta gli extracomunitari.

Il pacchetto avrà poi un capitolo dedicato alle cosiddette "aree di pregio". Si tratta di quelle zone delle città d'arte e dei luoghi sottoposti a vincolo, dove i divieti saranno totali e dove dovrà essere potenziato il controllo della polizia municipale. "Si deve evitare — spiegano al ministero dell'Interno — che gli ambulanti si spostino da un comune all'altro cercando di sfuggire alle disposizioni prese a livello locale, ma nello stesso tempo si devono maggiormente tutelare i posti di richiamo, come possono essere le piazze di Firenze e di Venezia o i Fori Imperiali a Roma. Per questo è necessario armonizzare gli interventi in modo che possano trovare rispondenza nelle decisioni dei sindaci". Anche il ministero della Giustizia ha messo a punto una serie di misure e l'attenzione è stata rivolta soprattutto ai reati che destano maggiore allarme sociale. L'esempio fatto in queste ore è quello di Genova, con Luca Delfino che dopo aver molestato e aggredito più volte la fidanzata, l'ha uccisa. L'uomo, nonostante i precedenti specifici, era in libertà. "La legge — hanno sostenuto i pubblici ministeri — non ci consentiva di prendere provvedimenti nei suoi confronti". Per questo si è ipotizzato di rendere obbligatoria la custodia cautelare per il reato di violenza privata e di estendere questa disposizione alla rapina e alla violazione di domicilio.



Gli inglesi lasciano, festa a Bassora
Enrico Franceschini su
la Repubblica

LONDRA - Con un ammainabandiera all´alba in uno dei palazzi costruiti per Saddam Hussein, è probabilmente cominciato il "tutti a casa" delle forze britanniche dall´Iraq. Per il momento le truppe del Regno Unito si sono limitate ad abbandonare Bassora, la città nel sud del Paese che è stata il quartier generale della zona sotto il loro controllo militare dall´inizio della guerra, e a trasferirsi in una base aerea, di fatto il vecchio aeroporto locale, al di fuori della città, dove già erano stazionati la maggior parte dei soldati di Sua Maestà ancora in territorio iracheno. Ma entro la fine dell´anno il controllo dell´intera provincia dovrebbe essere ceduto alle forze irachene, già rimaste sole da ieri nella città di Bassora: e da quel momento è verosimile che le truppe britanniche scendano progressivamente dagli attuali 5mila uomini fino a un ritiro totale dalla regione.
Quel "tutti a casa", appunto, che il primo ministro Gordon Brown vorrà avere completato, o perlomeno annunciato con un preciso calendario, prima di convocare nuove elezioni in Gran Bretagna, sulla cui data (alcune indiscrezioni parlano addirittura di questo autunno, altre dell´estate prossima) a Londra si fa già un gran parlare.
"Questo non è l´inizio del ritiro dall´Iraq né una fuga", ha detto Brown, prevedibilmente, commentando la notizia del ridispiegamento al di fuori dei confini cittadini di Bassora. "È un´operazione pianificata e organizzata in accordo con le autorità irachene, una mossa che ci porta essenzialmente da una posizione di ruolo combattente a una di supervisione del conflitto". Parole che lascerebbero intendere un miglioramento della situazione sul terreno, tale da permettere alle forze britanniche, per l´appunto, di fare un passo indietro e diminuire la propria visibilità e il proprio impegno. In realtà il palazzo di Bassora in cui erano asserragliati circa 500 tra soldati e ufficiali è stato fino a ieri oggetto di crescenti attacchi quotidiani a colpi di mortaio e di lanciarazzi; e le perdite sofferte dalle forze del Regno Unito in Iraq dall´inizio del 2007, 41 morti, sono le più alte subite in ognuno dei quattro anni dall´avvio della guerra. È vero che nelle ultime settimane a Bassora si registra una fragile calma tra le fazioni rivali islamiche, tra cui quella dell´imam radicale sciita Moqtada al-Sadr, che si contendono il potere per imporre la propria supremazia politica e per controllare il traffico illegale di petrolio. Ma ci sono timori che la partenza delle truppe britanniche dalla città provocherà una ripresa della violenza intestina su larga scala. E comunque l´abbandono di Bassora è stato subito interpretato dagli iracheni di ogni fazione come una sconfitta britannica. "Guardavano in faccia la catastrofe e si sono ritirati a causa dei nostri attacchi", ha dichiarato alle agenzie di stampa Abu Safaa, uno dei combattenti dell´Esercito del Mahdi. "Siamo felici che gli inglesi se ne vadano, questa è la realizzazione dei nostri desideri", si è felicitato Kareem Jameel, un funzionario dello stato che vive vicino al palazzo. Nelle prime immagini mostrate dalla Bbc, perfino i bambini alzano le braccia in segno di vittoria vedendo la lunga colonna di tank e camion britannici che esce da Bassora.
Un´altra immagine, quella dell´ammainabandiera dell´Union Flag sul tetto del palazzo di Bassora, dove al suo posto è stata issata la bandiera dell´Iraq con una breve cerimonia del cambio della guardia fra ufficiali britannici e iracheni, provoca reazioni di tutt´altro tipo a Londra. "Per cosa abbiamo combattuto quattro anni, per cosa sono morti oltre duecento soldati inglesi, se ora ce ne andiamo senza avere ottenuto niente di quanto ci eravamo prefissi?", polemizzano gli editorialisti alla tivù e sui giornali.

Ma se gli inglesi si ritirano, cosa farà Bush?


  4 settembre 2007