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a cura di Fr.I. - 26 luglio 2007


Dieci riforme per sbloccare l'Italia
Walter Veltroni sul
Corriere della Sera del 24 luglio

Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull'onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento. Ma oggi quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall'attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall'Unione Europea.
E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l'intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà.
Dirsi «democratici», oggi significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell'integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità.
Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia», ovvero dell'autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica. Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell'occupazione del potere e nell'ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell'esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune.
La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un'assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un'altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia.
Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato… Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».
Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l'antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un'inversione di tendenza: dalla divisione all'unità, dall'invadenza alla sobrietà, dall'arroganza inconcludente alla forza dell'efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.
Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.
Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.
Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.
Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.
Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi. Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.
Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.
Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.
Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.
Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità.
Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell'agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un'emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l'Italia tra le grandi democrazie d'Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.


Veltroni: dieci proposte senza base
Valentino Parlato su
il Manifesto del 25 luglio

«Dieci riforme per sbloccare l'Italia» questo il titolo di un impegnato intervento del sindaco di Roma, Walter Veltroni sulla prima pagina del Corsera di ieri. L'annunzio suscita grande interesse, comincio a leggere e mi colpisce l'analisi che Veltroni fa dello stato della democrazia in Italia: obiettivo e impietoso. Per affrontare l'attuale crisi - scrive Veltroni - «è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità». Fatta questa premessa, così prosegue Veltroni: «Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della crazia, ovvero dell'autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del demos ovvero della legittimazione popolare della politica».
Fatta questa diagnosi condivisibile, Veltroni elenca le sue dieci riforme salvifiche che il Partito Democratico dovrebbe realizzare. Elenchiamole: 1) fine del bicameralismo perfetto; 2) drastica riduzione del numero dei parlamentari; 3) riforma elettorale per ridurre la frammentazione; 4) più poteri al presidente del consiglio; 5) quorum rafforzati in difesa della Costituzione; 6) corsia preferenziale per i provvedimenti governativi; 7) disciplinare diversamente la composizione dei gruppi parlamentari e rivedere le norme sul finanziamento ai partiti; 8) federalismo fiscale; 9) obbligo del 40% di donne nelle liste; 10) voto ai sedicenni per le amministrative.
Dieci proposte, certo discutibili, ma di grande peso e che pongono un interrogativo di massimo peso: ma se la politica è - come è - quella descritta da Veltroni come sarà possibile realizzarle? E la proposta, ancorché generosa, di obiettivi impossibili e incredibili non corre il rischio fortissimo di accrescere la marciscenza della politica così ben descritta dallo stesso Veltroni?


La Forleo: contesto i miei "ex colleghi
In pubblico ostenta indifferenza, ma con gli amici si sfoga: troppe volte la legge non è uguale per tutti. "Ho apprezzato l´articolo di Cordero su Repubblica: finalmente un insigne giurista che spiega come stanno veramente le cose"
Dario Cresto-Dina su
la Repubblica

Clementina Forleo è allegra, nonostante sia diventata un bersaglio in movimento della politica. Ancora una volta. Dice che nella sua storia professionale le è capitato di sbagliare e che ha sempre accettato le critiche, anche le più pesanti «quando sono frutto di onestà intellettuale». Possiede una passione culturale e antica per i proverbi del Sud, la sua terra. Così, «c´è il dolce e c´è l´amaro», deve avere pensato ieri mattina, nell´ufficio al settimo piano del palazzo di giustizia di Milano.

Ci sono le accuse di molti politici, ultime quelle di Piero Fassino che ha visto nella sua ordinanza espressioni da querela, attacco che lei liquida con un no comment. Poi c´è la quasi totale indifferenza dimostrata nei suoi confronti in questi giorni di bufera dall´associazione magistrati,

Infine ci sono le amnesie di professionisti che non dovrebbero permettersi mai l´alibi dell´oblio: «Mi spaventano quegli ex colleghi diventati parlamentari che fingono di non conoscere le leggi, oppure di averle dimenticate all´improvviso».
Il dolce sono le molte telefonate di solidarietà ricevute, qualche fiore. «Eppoi ho apprezzato l'articolo di Franco Cordero su "Repubblica". Finalmente un insigne giurista, evidentemente disinteressato e imparziale, ha voluto sottolineare come la legge Boato consenta al giudice di intervenire anche d´ufficio e come il gip abbia comunque l´obbligo, in quanto pubblico ufficiale, di segnalare possibili indagati non ancora iscritti come tali. E possibili reati». Si sofferma in particolare su due parole: disinteressato, imparziale. E su una formula: anche d´ufficio.

Qui nel palazzone della giustizia milanese raccontano che la Forleo ha dovuto prendersi dieci giorni di ferie per concludere a casa l´ordinanza sulle intercettazioni dei politici di entrambi gli schieramenti con i protagonisti delle scalate Antonveneta e Bnl, ma giurano anche che questa ragazza più sopportata che amata su al settimo piano, gode invece del sostegno e della stima dell´intera procura, perché lei, come ha voluto precisare dopo l´intervento del presidente Napolitano al Csm, è una che «rimane soggetta, come sempre, solo alla legge».

Ma non si può sempre tacere. Prendiamo la questione dell´amica Giulia Bongiorno, per esempio, accreditata con ironia come sua portavoce. «Ma quale portavoce, è solo il mio avvocato. Purtroppo ormai succede che anche un giudice abbia bisogno di trovarsi un avvocato. Ho scelto Giulia non perché è una donna o perché è mia amica, ma semplicemente perché la ritengo in questo momento uno dei migliori penalisti italiani e le invidio la sua energia».
Clementina Forleo è stata educata con rigore e con rigore lavora. Un anno fa in un´intervista a Claudio Sabelli Fioretti per il Magazine del Corriere della Sera spiegò una sua regola fondamentale: «Ogni magistrato dovrebbe fare prima il poliziotto. Come ogni poliziotto dovrebbe fare prima l´immigrato. Come tutti i politici dovrebbero ricordarsi che i loro nonni sono stati a loro volta immigrati. Immigrati non si nasce. Lo si diventa per fame». Lei non lo dice, ma a palazzo la storia si conosce. Alcuni giorni or sono le hanno portato due borseggiatori rumeni per la convalida dell´arresto. I due uomini hanno sollevato la maglia e le hanno mostrato la schiena. Avevano profonde ferite verticali ancora rosse di sangue. Lei ha sì confermato l´arresto, ma li ha fatti fotografare e ha passato gli atti al pm perché indaghi su chi e come ha provocato quello scempio. La legge sopra tutto.
A chi la conosce bene, alle persone di cui si fida, Clementina Forleo spiega spesso che troppe volte, invece, la legge non è uguale per tutti. C´è un rapporto malato tra la giustizia e la politica, sia che si tratti del centrodestra sia che tocchi al centrosinistra.

Qui, al numero uno di via Freguglia, pm, giudici, avvocati e giornalisti si dividono tra l´amore e l´odio. La Clementina o è una rompicoglioni oppure un giudice coraggioso. Potesse, lei farebbe sue entrambe le definizioni. Nutre infatti un affetto e una straordinaria considerazione per Ilda Boccassini e ha apprezzato il coraggio dei colleghi Woodcock e De Magistris, anche se è purtroppo convinta che i coraggiosi (e a volte i rompicoglioni) vengono abbattuti inesorabilmente: «Chi ha coraggio non fa carriera».
Senza fare di tutte le erbe un fascio le piace spiegare che in questo paese, in quasi tutti i mestieri, va sempre più di moda un vecchio proverbio pugliese: Bada do´ mmitti li pieti, tisse alli putaturi l´antieri. Guarda dove metti i piedi, raccomandò il capo dei contadini ai potatori. In Italia nessuno vuole rischiare di cadere dall´albero. E a chi le chiede: ma tu, Clementina, non ci tieni alla carriera? risponde: «Mai sognato di fare la soubrette o di darmi alla politica».


E Cécilia Sarkozy «liberò» le infermiere bulgare
Ritorno a casa dopo 8 anni. Gheddafi strappa all'Ue un indennizzo e la promessa di buoni rapporti.
Massimo Nava sul
Corriere della Sera

PARIGI — Cécilia Sarkozy, moglie del presidente francese, ha ottenuto la liberazione delle infermiere bulgare da 8 anni prigioniere in Libia.
Il successo della missione libica va sul suo conto, quanto lo sarebbe stato l'insuccesso, perché è il frutto di queste qualità, accompagnate da una buona dose di fortuna e rischio. Qualcuno si morderà le dita per non aver osato prima di Sarkozy, molti criticano la Francia e la disinvoltura del suo presidente, ma alla fine è l'Eliseo a incassare un risultato importante. Addirittura straordinario, se alla liberazione delle infermiere seguirà la piena normalizzazione dei rapporti con la Libia, Paese il cui ruolo può essere vitale nelle relazioni fra il nord e sud del Mediterraneo e nella polveriera mediorientale.
In politica, come in tanti campi della vita, il risultato conta. Sarkozy ne ha fatto uno stile e una filosofia personali, che sfuggono alle demarcazioni ideologiche e per questo non trovano paragoni o imitatori credibili. Per il presidente francese, gli effetti dell'azione sono più importanti dei principi, anche se spesso proprio il risultato esalta i principi, in questo caso umanitari.

Come sempre avviene in questi casi, l'Eliseo è al centro d'insinuazioni. La Francia ha «scippato» sulla linea del traguardo un risultato diplomatico dell'Europa? E che cosa ha dato in cambio Sarkozy a Gheddafi? I socialisti si domandano se sia stato pagato un riscatto. Un sito ambientalista sospetta addirittura che Sarkozy abbia offerto tecnologia nucleare. E fa naturalmente discutere il ruolo della moglie Cécilia, soprattutto all'inizio della missione, quando — a quanto pare — nemmeno il ministero degli Esteri sarebbe stato informato.
Che l'esuberante moglie del presidente sia alla ricerca di un ruolo e che il marito, per amore o per non alimentare pettegolezzi sulla coppia presidenziale, voglia assolutamente che ne abbia uno, è fuor di dubbio.

Come Hillary Clinton, la prima ad avere un ufficio alla Casa Bianca, Cécilia ha un proprio ufficio all'Eliseo, con tanto di addetto stampa e consigliere diplomatico. Ma sarebbe ridicolo ridurre la missione libica a una disinvolta iniziativa concepita in camera da letto. Accanto a Cécilia, minuto per minuto, c'era sempre Claude Guéant, il segretario generale dell'Eliseo, da anni il più fidato consigliere di Sarkozy, oltre che il più ascoltato. Nulla è stato lasciato al caso. Cécilia ha rappresentato l'Eliseo senza coinvolgere ufficialmente il presidente. E Sarkozy, di solito loquace, ha rotto il silenzio a missione compiuta.


Riforma pensioni, i dubbi di Draghi
E la Ue: accordo positivo ma costoso
Il Governatore: aggiustamento così graduale che forse non ne vedremo la fine
sommari del
Corriere della Sera

BRUXELLES — La riforma previdenziale era necessaria e va applicata fino in fondo, anche se lascia molte questioni aperte: è questo il giudizio di Joaquín Almunia, commissario europeo all'Economia, sull'accordo firmato tra governo e sindacati in materia pensionistica. «Diversi aspetti vanno ancora risolti per avere un impatto positivo sulle finanze pubbliche a medio termine — ha aggiunto Almunia —. Anche dopo la riforma, infatti, la spesa pensionistica rimane tra le più alte d'Europa».
Sulla vicenda è intervenuto pure Mario Draghi, concedendosi una battuta di spirito. «Non si può pensare di alzare l'età della pensione da un giorno all'altro — ha detto il governatore di Bankitalia —. L'aggiustamento deve essere graduale. Ma ora è così graduale che forse non ne vedremo la fine».


Il paravento della privacy sulle pensioni d'oro dei consiglieri altoatesini
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

E' successo di nuovo. Impermeabile alle sentenze già emesse, alle polemiche sui costi della politica, alle invocazioni per una maggiore trasparenza sull'uso del pubblico denaro, il presidente dell'assemblea consiliare del Trentino-Alto Adige, Franz Pahl, si rifiuta di dare i nomi di chi riceve dalla regione le 183 pensioni degli ex «deputati» locali che pesano sul bilancio 11.100.186 euro, pari a una media di 5.054 euro al mese. E perché? Per la privacy! Così ha risposto, il legnoso esponente della Svp ad Antonella Mattioli che per l'Alto Adige gli chiedeva l'elenco: «Piaccia o no, non darò mai l'elenco degli ex consiglieri regionali che percepiscono il vitalizio. C'è la legge sulla privacy e la rispetto. Punto e basta». Ciò detto, si è piantato sulla sua posizione rigido come un paracarro. Sordo alle proteste del presidente del consiglio provinciale Riccardo Dello Sbarba, che gli ricordava come il bollettino regionale pubblichi già i redditi dei consiglieri con dentro «tutto, dallo stipendio alle eventuali proprietà immobiliari» fino al possesso di «un motorino catalizzato». Sordo al rimbrotto del compagno di partito e presidente della giunta provinciale sudtirolese, Luis Durnwalder: «Quell'elenco deve essere divulgato: non ha senso nascondere i nomi degli ex consiglieri che vengono pagati con i soldi del contribuente. Anche perché pare che ci sia qualcosa da nascondere. In realtà i vitalizi, così come gli stipendi dei politici, sono regolamentati con legge». Sordo alla reazioni infastidite dei compaesani.

Già allora il Garante, seccato per come venga «spesso lamentato che le pubbliche amministrazioni giustificano la propria decisione di non fornire informazioni ai giornalisti dietro una supposta applicazione della legge sulla privacy», ribadiva di aver già spiegato che la legge 675/96 (quella sulla tutela dei dati sensibili) e poi il «Codice privacy» non avevano affatto «inciso in modo restrittivo sulla normativa posta a salvaguardia della trasparenza amministrativa ». Morale: «La disciplina sulla tutela dei dati personali non può essere in quanto tale invocata strumentalmente per negare l'accesso ai documenti». Fatti salvi, ovvio, i dati sulla fede religiosa, i gusti sessuali, le malattie. Tolti quelli, si ha diritto a sapere tutto sulle «situazioni patrimoniali di coloro che ricoprono determinate cariche pubbliche o di rilievo pubblico».
Chiaro, no? Eppure la stessa scusa ipocrita e ridicola non finisce di essere invocata. Dal Tirolo alla Sicilia. Come nel caso, tempo fa, della lista dei 397 giovani assunti per chiamata diretta e senza concorso in alcune municipalizzate e società miste di Palermo: «Per ragioni di privacy quei nomi non ve li diamo». Spiegava il vice del sindaco Diego Cammarata, Giampiero Cannella: «Io li renderei pubblici, ma si rischia la gogna mediatica, un clima da Unione Sovietica, mi sembra una violenza ingiusta verso chi era disoccupato e ora ha finalmente un posto di lavoro ». Anche il difensore civico Antonino Tito, invitato a intervenire, si sfilò: «Non ho il potere di fare questa richiesta ». Quando finalmente i nomi saltarono fuori, si scoprì che tra i 397 c'erano anche Giuseppe e Tania Tito. I figli. Pura coincidenza, si capisce. Pura coincidenza.


Cool Calcutta
Nella metropoli che era il simbolo di tutta la povertà indiana ora comanda una nuova borghesia sofisticata, intellettuale e moderna. Ma c'è anche un'inedita lotta di classe che la contrappone ai ceti rimasti esclusi dalla globalizzazione
Alessandro Gilioli su
L'espresso


I bengalesi, gente ironica, ci scherzano su. E dicono che se a Parigi si va per la torre Eiffel e a Roma per il Colosseo, a Calcutta invece i turisti vengono per vedere i poveri. I famosi poveri delle 'bustees', i quartieri di cellophane dove quando arriva il monsone il mondo diventa fango: metafora di ogni miseria planetaria, santificata dal premio Nobel a Madre Teresa ed eternata da Dominique Lapierre ne 'La città della gioia'.

Ma sì, è vero, a Calcutta ci si va per guardare i senzatetto, i lebbrosi, gli scarafaggi, le puttane da 300 rupie nel quartiere Sonagchi, i bambini di due anni che dormono sui marciapiedi a Sudder Street, i moribondi con le mosche negli occhi sdraiati al sole davanti al tempio di Kali. E i poveri non deludono mai chi arriva fin qui armato di videocamera, accolgono gli stranieri con una questua organizzata e insistente che nasconde un racket con regole precise e boss senza scrupoli, ma il turista non lo sa e si impietosisce facilmente, in fondo i postulanti hanno facce e malanni di fronte a cui è difficile non estrarre il portafogli.

Sono i figli dei figli dei profughi della Partition, quelli scappati nel '47 dal futuro Bangla Desh musulmano, e campano ancora adesso come cinquant'anni fa. Magari li hanno trasferiti appena più in periferia, negli sterrati accanto all'aeroporto, ma restano tagliati fuori dal grande boom che sta trasformando il volto della città tutto attorno e sono indifferenti ai nuovi quartieri di grattacieli che sorgono accanto alle loro baracche con nomi seducenti come Sunrise Valley (quasi terminato) o Megacity (pronto nel 2010).

Ma i veri 'new luckies' del Bengala occidentale - i grandi beneficiati della globalizzazione, con redditi occidentali e abbonamenti a riviste come 'W'o 'Monocle' - già snobbano questi ghetti dove si accaserà la piccola borghesia post fordista e si ritrovano parecchie miglia più in là, nei locali di quella che loro chiamano 'cool Kolkata': la Calcutta da bere con i suoi bar di design come il Cha, dove si sorseggiano infusi di ibisco chiacchierando di Second Life e di Britney Spears, o con le sue Spa di lusso come il Vedic, dove la tradizione indiana del benessere naturale si mescola ad ambienti new age vagamente californiani. E la sera, a ballare, andranno in club come l'Incognito o l'Anticlock oppure decideranno di fare 'hotelling' passando da un cinque stelle all'altro fino a uccidere la notte al Sonar Bangla (Bengala d'oro), lo Sheraton di 16 acri ideato dal designer Kerry Hill ispirandosi ai 'bagaanbari', le antiche case di campagna sui laghi:

Insomma può gongolare il pontefice massimo del boom economico bengalese, quel Buddhadeb Bhattacharjee che con il suo partito comunista vince regolarmente le elezioni locali e per questo viene chiamato 'il Buddha rosso', talmente popolare che a volte a camminare per la città sembra di essere in un Festival dell'Unità di trent'anni fa, con tutte quelle bandiere rosse piene di falci e martelli che spuntano a ogni incrocio, e i poster sui muri con le immagini di masse popolari in marcia verso un radioso avvenire.

Ma basta chiacchierare un po' con la gente o leggersi una copia del 'Telegraph' per capire che l'iconografia militante è poco più di un abbaglio perché il 'Buddha rosso' è ormai su posizioni talmente moderate da sfiorare il puro liberismo e per questo viene coccolato dai maggiori capitalisti indiani - a iniziare dalle potenti famiglie Birla e Tata - di cui Bhattacharjee sposa ogni iniziativa industriale, anche a discapito degli interessi dei contadini le cui terre vengono espropriate o acquistate a prezzi bassissimi per lasciare spazio alle nuove fabbriche.


La vera storia del «Pasticciaccio»
Il capolavoro di Carlo Emilio Gadda cinquant'anni dopo: così cambia la scena del crimine
Paolo Di Stefano su
la Repubblica

Non fu il delitto Stern a ispirare lo scrittore bensì il caso Barruca del 19 ottobre 1945: madre e figlio sgozzati. Il 29 giugno 1973, in un articolo apparso sul Corriere della Sera, Giorgio Zampa ricordò come nacque il Pasticciaccio. Era il 1946: Zampa era allora segretario del Mondo a Firenze e suggerì al direttore Bonsanti di affidare al suo amico Carlo Emilio Gadda un commento su un efferato omicidio di cui riferiva proprio in quei giorni il quotidiano fiorentino Risorgimento liberale.
Il direttore accolse la proposta e Gadda accettò l'incarico forse più per cortesia che per autentico interesse. L'Ingegnere passò di rinvio in rinvio, finché dovette ammettere che in realtà la cosa gli era sfuggita di mano e che le cartelle erano ormai una cinquantina... L'articolo si era trasformato in un lungo racconto che lo stesso Bonsanti avrebbe volentieri pubblicato non più sul Mondo ma sulla rivista Letteratura a puntate.
Nel tornare su quel ricordo, Zampa corresse alcuni particolari. Ma rimase nei più la convinzione che il fattaccio che ispirò Gadda fosse il famoso delitto Stern, commesso in via Gioberti a Roma il 24 febbraio 1946. Ne furono vittime due anziane sorelle, trovate in casa con il cranio massacrato probabilmente da un'ex cameriera e da una sua amica che avevano loro sottratto gioielli e valori. Ci sono però evidenti incongruenze cronologiche, poiché è stato dimostrato che il romanzo fu avviato nell'ottobre del '45 e si sa che il primo capitolo del Pasticciaccio apparve sul numero 26 del bimestrale Letteratura stampato puntualmente verso fine febbraio (più o meno in contemporanea con il delitto Stern). Eppure la critica si è ostinata per anni a individuare nel caso Stern l'antefatto del capolavoro. Neppure sul piano della dinamica del crimine, del resto, le cose coincidono. Ora che cade il cinquantenario del Pasticciaccio (uscito in volume, dopo lungo travaglio, alla fine del luglio 1957) e ci si appresta a celebrarlo con un grande convegno romano, un paio di studiosi tornano sulla questione per vederci più chiaro. Sono Franco Contorbia, professore di Letteratura italiana a Genova, e Giorgio Panizza, ricercatore di Filologia a Pavia, che per vie diverse sono arrivati, più o meno, alla stessa conclusione.
Vediamola. Siamo sempre a Roma, ma in Piazza Vittorio 70, nei pressi di via Merulana. È la mattina del 19 ottobre 1945 quando le sorelle Lidia e Franca Cataldi con un coltello da macellaio sgozzano nel suo appartamento non solo la trentaquattrenne Angela Barruca in Belli ma anche il suo bambino Gianni di due anni e mezzo. I giornali, che immediatamente si scatenano sul caso, racconteranno che i corpi senza vita sono stati trovati dal cugino della donna. E che le due giovani assassine, sfollate da Velletri a Colleferro, avevano una certa familiarità con la vittima e le avevano chiesto sostegno a più riprese, ottenendo regali e favori. Le cose si erano inasprite quando la Barruca aveva rifiutato di cedere a Lidia e Franca (minorenne) due pellicce promesse dalle ragazze a una conoscente. Dopo il duplice assassinio, le Cataldi erano infatti fuggite con due volpi argentate.
«Probabilmente — fa notare Contorbia — Zampa consegnò all'amico i ritagli di Risorgimento liberale con le prime contraddittorie versioni del delitto. Ma qualche mese prima rispetto al suo ricordo. Poi lo scrittore continuò a documentarsi per conto proprio. Non va dimenticato che Gadda, sin dagli anni Venti, era un lettore avidissimo di periodici di cronaca nera. Leggeva di sicuro Crimen e Cronaca nera, dove al caso Barruca furono dedicate pagine e pagine. Inoltre, a Firenze frequentando la sede del Mondo a Palazzo Corsini aveva a disposizione tutta la stampa quotidiana e periodica, dove l'omicidio ebbe un'eco straordinaria a livello nazionale». Il caso fu certo sconvolgente per l'opinione pubblica, pur considerando che la guerra appena finita trascinava con sé brutalità d'ogni genere offrendo ricchi e variegati materiali ai cronisti dell'Italia liberata, specie a Roma crocevia della borsa nera. A differenza dell'omicidio Stern, le date dell'episodio Barruca sono perfettamente compatibili con la genesi del capolavoro. Ma soprattutto gli studiosi riscontrano elementi molto forti di vicinanza quanto alla meccanica dell'eccidio, alla scena del delitto, ai tratti dei personaggi che vi prendono parte, alle descrizioni e ai racconti che ne fanno i giornali.
I primi elementi che saltano all'occhio con evidenza in parallelo all'opera gaddiana (che, lo ricordiamo, colloca la vicenda nel '27) sono due: anche qui si tratta di sgozzamento (a Liliana Balducci, la vittima del Pasticciaccio, come alla Barruca viene tagliata la gola), anche qui come nel romanzo a scoprire l'eccidio sarà un cugino della vittima capitato per caso nell'appartamento. Ma nei resoconti, in genere alquanto dettagliati al limite del voyeurismo, riscontriamo molte altre somiglianze con il libro: il corpo della vittima ritrovato supino e appoggiato al divano, i vestiti della donna tirati su, con gambe e mutande in vista; il sangue sparso per ogni dove e calpestato dalle stesse assassine; le macchie di sangue colato nel lavandino.

La cronaca non aiuta tuttavia a chiarire l'annosa questione dell'omicida del Pasticciaccio,
che Gadda, come si sa, ha lasciato irrisolta. Anche se nel trattamento cinematografico realizzato dallo scrittore (che non si tradusse mai in un film: al film di Germi, infatti, Gadda non collaborò), l'assassina risulterà essere inequivocabilmente Virginia, la nipote «fascinatrice», dalla «pubertà facinorosa», la cui sensualità arriva a perturbare la stessa Liliana.
Messo da parte il delitto Stern, Contorbia non esclude che Gadda abbia voluto contaminare il caso Barruca con un precedente episodio di cronaca nera, accaduto nel giugno '45 sempre a Roma: si tratta dell'affaire Tirone, un delitto per rapina con una vittima forse consensuale e con un omicida-corteggiatore aiutato da una banda di complici. Una matassa dalle ambigue coloriture politiche che certo non poteva lasciare indifferente la fantasia labirintica dell'Ingegnere.


I giganti nevrotici di Metzler
sul
Corriere della Sera


  26 luglio 2007