Caro direttore
Palermo, una capitale europea, come fosse Bagdad. Accadde 15 anni fa, il 19 luglio 1992. Quando in via D'Amelio un'autobomba piazzata da criminali mafiosi fece strage di Paolo Borsellino e dei poliziotti che lo scortavano.
Paolo Borsellino: «Una di quelle creature rare che ogni tanto il cielo manda su questa terra. Ad una terra che non se la merita». Queste parole di Nino Caponnetto ci interpellano sul che fare per «meritarsi » davvero uomini come Borsellino.
Sembrerà una bestemmia, ma sul punto persino la mafia può insegnarci qualcosa. Tre anni fa ad esempio la mafia ha «celebrato» a suo modo l'anniversario di via D'Amelio. L'ha celebrato dando fuoco ad una decina di ettari coltivati a grano, ormai prossimi alla mietitura, nella zona di Portella delle Ginestre. «Normale» gesto di protervia delinquenziale? Di più: l'avvio di una strategia di aggressione contro le Cooperative con le quali giovani coraggiosi si organizzano per lavorare le terre confiscate ai mafiosi. In un territorio dove l'egemonia mafiosa impedisce ogni regolare sviluppo dell'economia, violentando il futuro di intiere generazioni, queste Cooperative esprimono una grande voglia di riscatto, sono la tangibile speranza di un forte rinnovamento sociale e culturale. È per ricacciare indietro riscatto e speranza che gli attacchi (incendi e danneggiamenti) cominciati tre anni fa si sono via via intensificati ed estesi. Ecco allora che anche la belva mafiosa può insegnarci qualcosa. Può aiutarci a capire che non teme i proclami, ma le azioni positive. Come quelle delle Cooperative, appunto. Perché l'olio, il vino e la pasta prodotti coltivando le terre confiscate ai mafiosi sono antimafia robusta e concreta. La dimostrazione che la legalità oltre che manette può essere piattaforma di lancio per diritti, opportunità, migliore qualità della vita. Quei prodotti sono sintesi di dignità e indipendenza conquistate col lavoro. Sono recupero (parziale ma simbolicamente sempre più significativo) delle ricchezze rapinate dalla mafia alla collettività mediante il sistematico drenaggio delle risorse e la «vampirizzazione » del tessuto economico legale, a forza di estorsioni, usure, truffe, appalti truccati, tangenti, riciclaggio Dunque, un modo serio per fare memoria di Paolo Borsellino (per «meritarci» tutti i morti di mafia che hanno dato la vita per il nostro Paese in segno d'amore come testimonianza della loro fede laica o religiosa) è anche sostenere queste Cooperative e tutte le attività finalizzate al reimpiego a fini socialmente utili dei beni confiscati ai mafiosi, in forza della legge 109 del 1996 per la quale «Libera» (l'associazione guidata da Luigi Ciotti) raccolse a suo tempo oltre un milione di firme.
Un altro modo per «meritarsi» Paolo Borsellino è fare tesoro delle parole che egli, pochi giorni prima di essere ucciso, pronunziò alla commemorazione di Giovanni Falcone organizzata dall'Agesci di Palermo, nel trigesimo della strage di Capaci. Borsellino (che sapeva di essere condannato a raggiungere l'amico) consegnò ai giovani un suo testamento spirituale, secondo cui «la lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti aiutasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità ». Dopo le stragi, per un certo periodo (due/tre anni) sembrò che questo puzzo potesse finalmente scomparire. Oggi, invece, lo si sente di nuovo. Vi sono politici, amministratori, imprenditori, operatori economici, medici che ancora intrattengono abitualmente proficui rapporti, d'affari o di scambio, con mafiosi o con stabili collaboratori dell' organizzazione. Queste vergognose complicità o contiguità dovrebbero far rizzare i capelli in testa a tutti. Invece, quelli che si indignano sono sempre di meno. Meglio turarsi il naso fingendo di non sentire il puzzo. O cercare di esorcizzarlo autoconvincendosi che così va il mondo. Intanto, chi viene colto con le mani nel sacco può sempre contare sulla solidarietà dei suoi capi cordata, locali e nazionali. Come se la verità e certa politica fossero diventate incompatibili. Come se certa politica autoassolvendosi in perpetuo volesse stingere, fino a cancellarle, le frontiere fra lecito ed illecito, morale ed immorale. Ma così, invece di «meritarsi» Paolo Borsellino, si disperde la ricchezza che nasce dal suo sacrificio. Si calpestano la sua esperienza e la sua memoria. E le mafie prosperano.
I bimbi di Rignano sul Tg5
ed è bufera su Mimun
In onda un video con lo psichiatra. Le famiglie: via il direttore
sommari de la Repubblica
ROMA - Bufera sul Tg 5 dopo la messa in onda ieri sera, durante il telegiornale delle 20, di un video con le immagini della perizia effettuata dai consulenti della procura di Tivoli su quattro bambini vittime di presunti abusi a Rignano Flaminio. L´avvocato di parte civile Antonio Cardamone, ha invitato il direttore Clemente Mimun a dimettersi per le molteplici violazioni delle leggi penali e civili e della Carta di Treviso, richiamando il precedente di Gad Lerner al Tg 1.
San Giuliano, protesta contro la sentenza
Genitori bruciano schede elettorali Dopo l'assoluzione dei sei imputati la prima iniziativa di disobbedienza civile cui seguirà
la restituzione dei soldi e delle medaglie d'oro conferite dall'allora presidente Ciampi
"Se è stata colpa del terremoto e nostra che abbiamo mandato i bimbi a scuola
ci sembra giusto restituire i soldi: i funerali dei nostri figli li paghiamo noi". su la Repubblica on line
SAN GIULIANO DI PUGLIA - Si sono riuniti poco prima di mezzogiorno in circolo intorno al braciere, sotto il sole cocente, e con gli accendini hanno dato fuoco alle schede elettorali, lasciando i resti bruciacchiati davanti al municipio del villaggio temporaneo di San Giuliano. Così i genitori dei bimbi morti cinque anni fa nel crollo della scuola Jovine hanno manifestato la loro rabbia contro la decisione del giudice di Larino (Campobasso) di assolvere i sei imputati e hanno preso "le distanze da questo Stato".
Nella scuola elementare crollata nel 2002 c'erano 56 alunni: 27 morirono, 29 sopravvissero, due di loro riportando lesioni permanenti. I genitori delle vittime oggi erano in piazza, indossando magliette con le foto dei figli scomparsi e la scritta "l'illegalità diventa legalità". Insieme ai sentimenti di dolore e rabbia, il rammarico per la mancata adesione della popolazione dei Comuni limitrofi all'iniziativa.
"E' una giornata di disobbedienza civile con cui prendiamo le distanze da questo Stato" ha detto il presidente del Comitato vittime di San Giuliano, Antonio Morelli. "Ci sentiamo traditi da questo Stato, al punto di vergognarci di essere italiani. Giovedì prossimo restituiremo al prefetto i soldi dei funerali dei nostri figli: considerando che è stata colpa del terremoto - ha sottolineato - e dei genitori che hanno mandato i bimbi a scuola, ci sembra giusto restituire i soldi; i funerali dei nostri figli li paghiamo noi".
«Qual è la politica estera italiana?», ha chiesto il 18 luglio l'Ambasciatore di Israele Gideon Meir, rispondendo con una domanda a una domanda del Corriere della Sera.
Ho posto la stessa domanda alla Commissione Esteri del Senato nel pomeriggio del giorno 17. La ragione di questo interrogarsi ansioso e tutt'altro che tranquillizzante, è stata provocata da una dichiarazione del ministro degli Esteri Massimo D'Alema nel corso di una Festa de l'Unità.
D'Alema ha detto: «Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese. Hamas è un movimento popolare. Hamas è stato democraticamente eletto. Per l'Occidente non riconoscere un governo democraticamente eletto non è una grande lezione di democrazia».
Come si vede il tema è il Medio Oriente, i rischi della pace, la nuova e pericolosa condizione creata dalla spaccatura violenta avvenuta in modo sanguinoso (200 morti) fra Hamas e Al Fatah, che erano parte di un governo di unità nazionale. E, alla fine, il pericolo è per la sopravvivenza di Israele e la possibilità che ci sia mai, dopo questo drammatico percorso, uno Stato palestinese. E' chiaro a tutti ormai, che senza Israele non ci sarebbe mai stata neppure la rivendicazione di uno Stato palestinese (Giordania ed Egitto si erano già attribuite parti del territorio che avrebbe dovuto diventare Palestina). E senza la permanenza stabile e sicura di Israele e del suo diritto alla pace (parole di Prodi nel suo recente viaggio) non ci sarà mai alcuna patria dei palestinesi ma soltanto guerra senza fine.
Per questo ieri Sinistra per Israele ha detto in un comunicato: «Stupore per la presa di posizione del ministro degli Esteri e vice Presidente del Consiglio nel governo dell'Ulivo». È lo stesso stupore da me espresso alla Commissione Esteri del Senato e a cui il ministro ha risposto impegnandosi a parlare alle Camere sulla posizione Italiana in Medio Oriente il 24 luglio prossimo. Sarà, speriamo, un contributo di chiarezza lungo un percorso complicato e difficile in cui le cose dette e fatte in Israele dal presidente Prodi non sembrano coincidere con la recente affermazione del ministro degli Esteri. Resta comunque grande sia il rischio di sopravvivenza di Israele sia l'eventualità che, ancora una volta, i palestinesi siano usati dai nemici giurati di Israele come materiale sacrificabile pur di far danno e - se possibile - di cancellare quel Paese, secondo il proclama lanciato al mondo, dal presidente dell'Iran Ahmadinejad.
Può essere utile rivedere alcune ragioni.
1. Hamas è una organizzazione che è stata eletta sulla base di un programma di guerra, terrorismo e distruzione di Israele. Siamo sicuri che saremmo altrettanto gentili se il governo di uno Stato europeo fosse democraticamente eletto sulla base dell'impegno di mettere a ferro e fuoco lo Stato vicino? Non è per evitare simili pericoli che sono nate ed esistono ancora le Nazioni Unite?
2. Del programma terroristico e negazionista di Hamas si è detto: sono solo parole, linguaggio di disperati. Si è detto: diamo tempo e spazio e i leader di Hamas si dimostreranno statisti. Con questa speranza il presidente palestinese Abu Mazen aveva dato vita con Hamas ad un governo di unità nazionale. Ma Hamas, con un durissimo e improvviso colpo militare, ha fatto strage degli alleati palestinesi di Al Fatah, uccidendo lì casa per casa, e ha conquistato per sé la striscia di Gaza.
3. Il ministro degli Esteri italiano è stato il primo, un anno fa, a vedere il pericolo Hezbollah e a dare inizio alla costituzione di una efficace forza di pace ONU fra Libano e Israele, dopo la guerra dell'altra estate. La domanda è come sia possibile, un anno dopo, mentre tutti i pericoli intorno a Israele sono intatti, che lo stesso ministro si faccia sostenitore di un riconoscimento di Hamas senza chiedersi se l'evento elezioni democratiche che ha stabilito la prevalenza di Hamas, non sia stato sovvertito e cancellato dalla violenta e sanguinosa occupazione della striscia di Gaza e dallo sterminio, in poche ore, di tutti gli avversari politici e di molti innocenti. Possibile che una simile prova di violenza spietata non faccia differenza?
4. Il ministro degli Esteri italiano ha mostrato molte volte di saper lavorare cautamente a questioni complesse e pericolose in cui il lavoro diplomatico è simile alla paziente prudenza di chi cerca di disinnescare pericolose trappole esplosive.
Quale può essere oggi - dopo la visita di Prodi a Gerusalemme e la inequivocabile prova di sostegno dell'Italia alla democrazia israeliana - il senso della dichiarazione di fiducia verso Hamas da parte del ministro D'Alema mentre Hamas continua a confermare il suo impegno di distruzione di Israele, insieme a Hezbollah e al potente sponsor della fine di Israele, il Presidente iraniano? Quale può essere, in un difficile lavoro diplomatico svolto finora con attenzione ed esperienza, una improvvisa dichiarazione di preferenza per la più pericolosa delle parti in gioco? Dobbiamo pensare che il ministro D'Alema vorrà spiegare, chiarire, se necessario correggere, il più presto possibile.
Onda d'urto atomica a Kashiwazaki
La scoria infinita In Giappone il disastro nucleare occultato. E sull'Ucraina una nube chimica
Marina Forti su il Manifesto
Altroché «piccola fuga» radioattiva, «senza conseguenze» ambientali. I dirigenti della centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, hanno dovuto ammettere ieri che sono ben più gravi le conseguenze del terremoto avvenuto lunedì nella provincia di Niigata, isola di Honsu, circa 250 chilometri a nord della capitale Tokyo.
Ammissioni col contagocce. Prima la quantità d'acqua radioattiva riversata nella baia antistante la centrale: sono 1.200 litri, non il litro e mezzo detto il giorno prima. Poi l'agenzia di stampa Kyodo ha riferito che un centinaio di fusti di scorie a bassa radioattività sono stati travolti dalla scossa, e parecchi si sono aperti. La notizia è stata confermata nel pomeriggio da un portavoce di Tepco (Tokyo Electric Power Company, l'azienda che ha in gestione l'impianto elettronucleare), il quale ha aggiunto che solo metà dei complessivi 22mila fusti di scorie immagazzinati presso la centrale erano stati controllati fino a quel momento. Non solo: ha ammesso che «piccole quantità» di sostanze radioattive sono state emesse nell'atmosfera: cobalto-60, iodio e cromo-51.
Ora 12 mila persone sono state evacuate nella città di Kashiwazaki, circa 95mila abitanti, e nelle vicinanze della più grande centrale nucleare al mondo. Gran parte degli sfollati ha trascorso la seconda notte accampata in scuole e ricoveri di fortuna, e non sarà l'ultima. Il sisma, di magnitudo 6,8, ha ucciso 9 persone e ne ha ferite un migliaio, ha distrutto o danneggiato quasi 800 case, reso impraticabili strade e ponti, tagliato le forniture di acqua, gas ed elettricità, danneggiato diversi impianti industriali nella zona: un bilancio pesante. Ma forse il più pesante degli aftershocks, «scosse d'assestamento», riguarda proprio la sicurezza nucleare.
Subito dopo il sisma un incendio era scoppiato presso un trasformatore della centrale, e le fiamme erano state estinte nel giro di un paio d'ore: nulla di grave, pretendevano i dirigenti dell'impianto, nessun pericolo. Ma non era così, e ora tutti i commenti si riassumono in una domanda: quali sono le reali conseguenze del terremoto che ha travolto il territorio di Niigata?
Il ministro dell'industria ieri ha ordinato che la centrale di Kashiwazi-Kariwa, con i suoi 7 reattori nucleari, resti disattivata finché non sarà perfettamente garantita la sicurezza - ovvero per un periodo ancora indeterminato. Qualcuno avanza dubbi sull'approvvigionamento di Tokyo: capace di generare 8.212 megawatt, quella centrale fornisce buona parte dell'elettricità consumata nella capitale giapponese, proprio al picco dei consumi per il gran caldo estivo.
Il portavoce di Tepco comparso ieri davanti ai giornalisti ha detto che i sette reattori della centrale sono stati concepiti per resistere a terremoti: ma fino a una certa intensità, inferiore al sisma che si è verificato lunedì. E' crollato così uno degli ultimi miti dell'industria nucleare: che sia possibile costruire impianti intrinsecamente capaci di resistere anche ai terremoti.
Ucraina, sotto la nube killer
Sfollati, feriti, stranieri in fuga dal paese: la verità sull´avvelenamento da fosforo mentre le autorità di Kiev minimizzano
Renato Caprile su la Repubblica
LEOPOLI (Ovest Ucraina) - Il vento, adesso tutto dipende dal vento. Come dire che la vita o la morte sono nelle mani del caso. In che direzione infatti si sposterà l´immensa nube di fosforo giallo che da due giorni incombe sull´ovest dell´Ucraina? Verso la Bielorussia, la Polonia, la Romania o verso Leopoli che da quel concentrato di veleni dista poco più di cinquanta chilometri? E se dovesse piovere, come purtroppo sembra possibile, che cosa accadrà? Che danni faranno alla salute miliardi e miliardi di particelle tossiche liberate nell´aria? Siamo o no di fronte a una nuova Chernobyl? Nessuno sembra in grado di rispondere. Le autorità di Kiev si limitano a minimizzare: si può bere, respirare, mangiare carne e verdura, fanno sapere. Si direbbe che non è successo niente. Sembra il tragico remake di quel lontano 1986. Ma la gente non ha dimenticato, non si fida più.
Ecco perché il day after il deragliamento tra i villaggi di Ozhidiv e Zakomarie del treno merci partito dal Kazakhistan - e l´esplosione di 400 tonnellate di fosforo giallo dirette in Polonia - dalla regione di Leopoli quelli che potevano, i ricchi e gli stranieri, hanno già fatto le valigie.
Ma tutti gli altri - centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini - sono rimasti qui ad aspettare e pregare. Chiusi in casa davanti alla televisione dopo una corsa al supermercato per fare scorta d´acqua e di viveri. In città all´una del pomeriggio di ieri non si trovava più una sola bottiglia di minerale o una scatoletta di tonno a pagarle a peso d´oro.
«Andarsene, ma dove? Per poi tornare e trovare la casa saccheggiata? No, grazie. Non ho scelta, io resto. Spero solo ci stiano dicendo la verità».
Quando come in questo caso il «killer» è invisibile, rimanere tranquilli è un´impresa da saggi o da incoscienti. E a quelli che non sono né saggi né incoscienti - ai più insomma, soprattutto genitori - non è restato altro che prendere d´assalto ospedali e cliniche. Un occhio arrossato, un inizio di raffreddore del loro figlioletto, è sembrato loro il primo sintomo di una malattia di cui si sa poco.
Le notizie dal fronte, da quei villaggi lontani continuano a essere frammentarie e contraddittorie. Avvicinarsi al luogo dell´incidente, impossibile. Il governo ha schierato l´esercito. Non si passa, dunque. Bisogna fidarsi dei bollettini ufficiali. Delle verità di Stato in un paese in cui la trasparenza fatica ad imporsi.
Ed eccole le cifre ufficiali: un migliaio di sfollati, 1093 per la precisione, e una settantina di ricoverati - 19 sono bambini tra i 3 e il 12 anni - dei quali solo sette sarebbero in condizioni critiche. Tutti vigili del fuoco, i primi che hanno invano tentato di spegnere l´immane rogo. Ma voci non controllate parlano di morti. Due, tre, una decina. A chi credere, dunque?
C´è una gran voglia di credere che la situazione sia davvero sotto controllo e che l´incendio sia stato davvero domato. Ma c´è sempre quell´altra campana.
Gli schiumogeni terrebbero solo a bada le fiamme, poi una volta svanito il loro effetto il fosforo continuerebbe ad esplodere.
Quanto alle ipotesi sulle cause del disastro, gli investigatori ne privilegiano soprattutto una: il cattivo stato dei binari e quello dei carri-cisterna che trasportavano il fosforo, da cui sarebbero poi fuoriuscite 400 tonnellate.
Il fosforo giallo, utilizzato per la fertilizzazione e gli esplosivi, è ritenuto una sostanza tossica di prima categoria e può avere effetti letali in una concentrazione di un decimo di grammo. Si incendia facilmente a contatto dell´aria sprigionando un gas mortale. Secondo fonti mediche coperte dall´anonimato tra due, quattro giorni, quando i primi sintomi si manifesteranno, si potrà fare un più credibile bilancio dei danni alle persone. Così come non si esclude che nelle zone più colpite possa registrarsi un´impennata di casi di cancro al fegato e ai reni nell´arco dei prossimi cinque, dieci anni.
Lo sport paralimpico vuole abbattere ogni barriera
Tutti dietro a Pistorius, simbolo del futuro
Ginocchia bioniche, caviglie propulsive, sensori per non vedenti: che in futuro permetteranno di fare meglio degli arti veri
Claudio Arrigoni sul Corriere della Sera
MILANO - Il miglior arciere del mondo? Un non vedente. Il miglior ciclista? Un amputato totale di gambe. La migliore golfista? Una atleta completamente amputata di braccio. Non sono fantasie. La tecnologia applicata allo sport abbatterà le differenze. Cambiano le prospettive. La scienza ribalta i luoghi comuni. Una disabilità diventa una nuova abilità. Magari più grande. «Attenzione: se uno non è un campione non c'è tecnologia che tenga. Quello che fa la differenza è la testa, lo spirito, l'allenamento », ammonisce Paola Fantato, campionessa mondiale e paralimpica di tiro con l'arco, prima al mondo a partecipare nella stessa edizione a Olimpiadi e Paralimpiadi. Successe nel '96 ad Atlanta e venne accusata di avere un vantaggio dallo stare in carrozzina perché più stabile. «Per fortuna lo sport è superiore a queste cose », dice ora. Viaggio nel futuro reale, non immaginato, quello che già vi è e potrebbe essere. Rudy Garcia Tolson ha 19 anni. È nato con una sindrome che i primi anni di vita lo ha portato a vivere su una carrozzina a causa di difetti alle gambe. Dopo 15 operazioni, venne scelto di amputargliele. Completamente. È campione paralimpico di nuoto, pratica corsa, football americano, karate, va in skateboard. Soprattutto, è appassionato di triathlon. Ora vuole fare l'Ironman delle Hawaii: 180 km in bicicletta, 3,8 km nell'oceano, una maratona per finire. Lo può fare grazie a protesi sofisticate, che gli permettono anche di pedalare. Domani, fra qualche anno, grazie a ginocchia alle quali si potrà impostare un movimento definito con una serie di modalità diverse, sarà l'arto artificiale a modulare la pedalata. E Rudy sarà ancora più forte. Pistorius ha anticipato il futuro. Ginocchia bioniche, caviglie propulsive, sensori guidati da raggi laser che puntano al bersaglio invisibile al non vedente, gambe artificiali che scandiscono i movimenti su una bicicletta, protesi che muovono la mazza da golf con più forza e precisione delle braccia. Lo sport diventa test per l'utilizzo nella vita di tutti i giorni e viceversa, in una alternanza di ruoli continua. Oscar Pistorius non può camminare con le protesi che ha per correre e neanche stare in piedi fermo, deve continuamente muoversi per non cadere, mentre le protesi che usa normalmente non lo fanno distinguere da un qualsiasi altro ventenne. È un italiano il primo e, per ora, unico, in Europa (gli altri 26 sono negli Stati Uniti) a testare delle protesi per amputati completi di gamba con un ginocchio «bionico». Potrebbero rivoluzionare la vita di chi ha perso un arto. E permettere prestazioni sportive oggi neanche immaginate. Non a caso è uno dei più grandi atleti amputati sopra il ginocchio del mondo, Stefano Lippi. Ha 26 anni. A 17, investito da un'auto a Trieste, la sua città, ha perso la gamba sinistra. Per fortuna ha incontrato Alessandro Kuris, altro triestino, il primo in Italia a usare le protesi che poi sarebbero diventate quelle che usa Pistorius. Ha vinto un argento paralimpico ed è stato campione mondiale nel salto in lungo. Oggi si sta laureando in ingegneria elettronica a indirizzo biomedico con una tesi sullo sviluppo delle protesi in ambito sportivo. «Si è passati da arti meccanici ad arti con controllo elettronico: questa è la strada che rivoluzionerà lo sport e, soprattutto, la vita di un amputato », dice. Il suo è un ginocchio bionico: ha all'interno un motore, collegato con dei sensori al piede della gamba sana, dal quale riceve impulsi derivanti da una soletta collegata a tallone e avampiede. In questo modo, il ginocchio sa come muoversi. «Spinge come un ginocchio normale e imita perfettamente il passo fisiologico», spiega Lippi.
Il futuro non lontano potrebbe essere (il condizionale è dovuto solo a sponsor e risorse economiche) Argo, una barca a vela con velisti disabili e al timone Lars Grael, fratello del famoso Torben, amputato di gamba dopo un incidente di barca quando era uno dei migliori al mondo (e lo è ancora), portare la sfida alla Coppa America. Senza barriere.
All'inizio degli anni '90, negli Stati Uniti, nasce il tiro con l'arco per non vedenti. In Italia arriva nel '92, grazie in particolare a Cecilia Trinci, ex arciera. «Il tiratore cieco è il tiratore assoluto, un non vedente può tirare meglio di un vedente, il movimento non si impara con gli occhi, la vista può migliorare la prestazione, ma non è fondamentale», dice. E si stupisce se ci si stupisce. Un metodo usa un mirino elettronico: un sensore acustico è collegato a un laser che parte da attrezzo e bersaglio. Quando si toccano, l'arciere sente il suono più acuto. La tecnologia migliorerà ancora laser e suono. «Se nascesse un campionissimo non vedente potrebbe non sbagliare mai», spiega Cecilia. Nell'atletica un fenomeno come Pistorius è nato. Non siamo nella fantascienza. Tutto questo già esiste o sta cominciando a esistere. Occorreranno forse regole nuove. Forse no.