G8 2001: in un video inedito del «Genoa legal forum», il massacro della democrazia e la messa in mora dello stato di diritto. Immagini che raccontano una guerra contro la partecipazione politica. Tra ordini contraddittori, gestione militare della piazza e violenza pianificata. Una ferita ancora aperta. Mentre l'ex capo della polizia De Gennaro, inquisito per falsa testimonianza sull'irruzione alla Diaz, ieri ha negato ogni responsabilità.
Usa, risarcite 500 vittime dei preti pedofili, cifra record
sommari de l'Unità
L'Arcidiocesi della chiesa cattolica di Los Angeles ha accettato di pagare un risarcimento record di 660 milioni di dollari (pari a 485 milioni di euro) ad oltre 500 vittime di abusi sessuali compiuti da preti pedofili. Si tratta del risarcimento più alto mai accordato dalla Chiesa cattolica americana, da quando lo scandalo degli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti sui minori venne alla luce nel 2002. L'accordo sarà sottoscritto lunedì.
Iraq, il premier Al Maliki: «Pronti al ritiroUsa»
sommari de l'Unità
Due americani su tre considerano fallimentare l'offensiva lanciata dall'amministrazione Bush in Iraq. Lo rivela un sondaggio domenicale di Newsweek, che segna un record negativo per il consenso alla politica estera del presidente. La prossima settimana nuova battaglia al Senato Usa per il ritiro. E il premier iracheno Al Maliki si dice «pronto».
"Uniamo Spagna e Portogallo
La proposta del Nobel Saramago: fondiamo le due nazioni, chiamiamole Iberia
Alessandro Oppes su la Repubblica
MADRID - Il Portogallo inglobato dalla Spagna, una grande penisola con un solo paese che potrebbe, chissà, chiamarsi Iberia. È la profezia del Maestro che non vuole essere chiamato profeta. José Saramago, da anni in «esilio volontario» sull´isola di Lanzarote, nell´arcipelago delle Canarie, torna di rado nella sua Lisbona. Ma ogni volta, basta un breve soggiorno per alimentare la polemica. Morirà il Portogallo? Scomparirà dalle carte geografiche? Il Nobel ne è più che convinto.
Per 48 ore, seduto sul divano della sua casa, conversa con un giornalista del Diario de Noticias, parla di politica e di letteratura, della vita e della morte. Annuncia la creazione di una fondazione che porterà il suo nome, rivela che sta scrivendo un nuovo libro, e predice l´imminente scomparsa del suo paese d´origine. «Credo che finiremo per integrarci», sentenzia.
«Quando guardiamo alla penisola iberica, che cosa vediamo? Osserviamo un insieme, che non è diviso in pezzetti, che è un tutto unico composto di nazionalità, in alcuni casi di lingue diverse, ma che ha vissuto più o meno in pace. In caso d´integrazione, che cosa succederebbe?», si chiede Saramago. «Non smetteremmo di parlare portoghese, non smetteremmo di scrivere nella nostra lingua, e certamente con dieci milioni di abitanti avremmo tutto da guadagnare in termini di sviluppo in questo tipo di avvicinamento e di integrazione territoriale, amministrativa e strutturale».
«Saremmo, allora, una provincia della Spagna?», gli chiede il giornalista del Diario de Noticias. «Sarebbe proprio questo», risponde Saramago senza esitazione. «Abbiamo già l´Andalusia, la Catalogna, il Paese Basco, la Galizia e la Castiglia La Mancha, e avevamo il Portogallo. Probabilmente la Spagna dovrebbe cambiare nome e passare a chiamarsi Iberia». Lo scrittore è convinto che i portoghesi accetterebbero la fusione tra i due paesi. «Non è una cessione, non si tratta di far fuori un paese: continuerebbe a esistere in altro modo. Ripeto che non si smetterebbe di parlare, di pensare e di sentire in portoghese. Saremmo qui quel che i catalani vogliono essere e saranno in Catalogna».
I dati più recenti sull´opinione dei portoghesi riguardo a una possibile integrazione con la Spagna risalgono a poco più di un anno fa, quando un sondaggio del settimanale Sol arrivò alla conclusione che il 28 per cento della popolazione era favorevole alla fusione. Di questi, solo il 12 per cento sceglierebbe Madrid come capitale del nuovo paese mentre l´88 per cento opterebbe per Lisbona. Secondo un´altra inchiesta, realizzata poco dopo a Madrid da Ipsos per la rivista Tiempo, il 45,7 per cento degli spagnoli sono favorevoli all´unione. Tra di loro, il 43,4 per cento vogliono che il paese continui a chiamarsi Spagna mentre il 39,4 sceglierebbe come nome Iberia. La Monarchia continua a essere la forma di governo preferita (poco più del 50 per cento), ma quasi un terzo della popolazione opterebbe per la Repubblica.
Secondo Saramago, integrazione non vorrebbe dire che i portoghesi saranno governati dagli spagnoli. «Ci sarebbero i componenti dei partiti di entrambi i paesi, che avrebbero una rappresentanza in un Parlamento unico con tutte le forze politiche di Iberia. E come già accade in Spagna, dove ogni regione autonoma ha il suo Parlamento, così anche noi avremmo il nostro».
Parigi, 10mila biciclette contro lo smog
Due ruote self-service per spostarsi nella capitale e ridurre l´inquinamento. Entra in funzione il sistema di Vélib: i mezzi a noleggio in 750 stazioni Saranno il doppio entro l´anno.
Giampiero Martinotti su la Repubblica
PARIGI - Diecimila biciclette per una delle città europee più refrattaria alle due ruote: da ieri i parigini hanno a disposizione un nuovo sistema di trasporto per ridurre l´inquinamento e favorire gli "spostamenti ecologici". Un metodo che ha dato ottimi (e inattesi) risultati a Lione e che il sindaco socialista, Bertrand Delanoe, spera di imporre nella capitale. In sostanza, grazie a un sistema elettronico basato su tessere di abbonamento e carte di credito, abitanti e turisti possono noleggiare una bicicletta in un posto e lasciarla in un altro. A fine anno, stazioni e bici saranno raddoppiate, ma il sistema dovrà superare numerosi ostacoli: il maltempo, in primo luogo, ma anche l´assenza di vere piste ciclabili esclusivamente riservate alle biciclette, l´eccessiva densità del traffico automobilistico, lo scarso civismo sulle strade. La prima giornata, del resto, ha mostrato lo scarso entusiasmo dei parigini: vuoi per le vacanze, vuoi per il fine settimana, la corsa alle bici non c´è stata. Ma per verificare l´efficacia o meno del progetto ci vorranno parecchi mesi.
L´idea di base è semplice: permettere a chiunque di spostarsi in bicicletta per andare al lavoro, al cinema, dalla fidanzata, a teatro o dove gli pare. I parigini non sono grandi pedalatori, ma Delanoe è fiducioso: «In materia di trasporti, la domanda segue l´offerta». Quest´ultima non è da poco: 750 stazioni, a distanza fra loro di circa 300 metri, e oltre 10.600 biciclette già a disposizione, che diventeranno il doppio a fine anno. A ogni stazione una sorta di parchimetro per pagare. Gli abbonati annuali (29 euro) avranno una tessera elettronica. Chi intende usufruire del servizio per un giorno (1 euro) o una settimana (5 euro) potrà pagare con carta di credito. Tessere e carte serviranno anche per sbloccare le biciclette e confermare la loro restituzione. Oltre al prezzo dell´abbonamento, si pagherà in base all´uso ma in tutti i casi la prima mezz´ora sarà gratuita. Un modo per incitare i parigini a usare la bicicletta. Il costo per il comune sarà pari a zero: in seguito a un appalto, il sistema è stato dato in gestione a una società privata, che in cambio ha avuto il ricco mercato delle affissioni pubblicitarie.
Ciò nonostante, imporre Vélib (sigla che significa "bici in libero servizio") non sarà semplice. Parigi, infatti, non si presta alle due ruote. La città è relativamente piccola (105 chilometri quadrati) e molto densa, senza contare il fatto che ciclisti e pedoni rispettano raramente i semafori rossi. La giunta di sinistra ha moltiplicato la creazione di piste ciclabili, passate da 180 a 380 chilometri in sei anni. Ma nella maggior parte dei casi i ciclisti si ritrovano sulle stesse corsie di autobus e taxi, i cui conducenti sono spesso e volentieri un po´ troppo disinvolti. Il problema della sicurezza è insomma uno dei principali ostacoli alla moltiplicazione delle bici. La giunta spera comunque di realizzare con il nuovo sistema 200 mila spostamenti al giorno su due ruote. E i difensori di Vélib sostengono, non a torto, che la moltiplicazione dei ciclisti spingerà gli automobilisti a un comportamento più prudente. Meno credibile, invece, l´invito a usare la bicicletta per combattere l´inquinamento: nella capitale vivono solo 2,1 milioni di abitanti, altri nove milioni vivono nell´hinterland. Le bici in self-service, insomma, saranno un piccolo aiuto, non la panacea ecologica che qualcuno vorrebbe far credere.
Per il Partito Democratico
Furio Colombo su l'Unità
Chi avesse assistito nella mattina di venerdì 13 luglio al dibattito al Senato sul riordino dell'ordinamento giudiziario avrebbe notato subito un grave errore nel manifesto per il Partito democratico firmato da Rutelli, Chiamparino, Cacciari, Follini. Quel manifesto, pubblicato lo stesso giorno da Europa col titolo Il coraggio delle riforme dice: «È finita la lunga stagione in cui la coesione del centrosinistra è stata garantita dall'antagonismo verso Berlusconi». Ecco la prova dell'errore.
Il senatore Gerardo D'Ambrosio si era appena alzato a parlare sulla legge che deve cancellare la nefanda riforma Castelli quando la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco è scesa nell'emiciclo per urlare all'ex procuratore della Repubblica di Mani Pulite: «Delinquente, assassino, zitto assassino, questo è il tuo giorno!». Anna Cinzia Bonfrisco, pur essendo immensamente volgare nonostante capelli e trucco già pronti per una festa e un abito argento da pubblicità dei cioccolatini, non è matta. E infatti il senatore Schifani ha ingiunto a D'Ambrosio di chiedere lui scusa alla senatrice insultante. E Buttiglione le ha baciato la mano. Tutti hanno ricevuto gli ordini e il messaggio. La sera prima Berlusconi era in televisione, due dirette di Rai e di Sky (oltre al Tg 2). Dirette che non toccheranno mai a George W. Bush quando avrà lasciato la Casa Bianca e non toccheranno mai a Chirac, a Shroeder, persino al carismatico Tony Blair. Insomma, mai a nessuno, in Paesi di normale democrazia.
In Italia Berlusconi è tutt'ora in grado di stare, come vuole e quando vuole, al centro della scena. È in grado di prendersi la diretta e di incitare il Paese alla rivolta. Berlusconi in una piazza di Napoli ha mentito per due ore. Ha detto persino (citazione) «Ho fatto più di trenta riforme, 106 opere pubbliche e 12 codici». Proprio così. Ha detto «12 codici». E ha chiamato l'Italia alla rivolta. I suoi senatori ci stanno.
Invano i capigruppo Zanda dell'Unione e Russo Spena di Rifondazione difendono D'Ambrosio e invocano il ritorno alla ragione. La manifestazione indecente si porta via una buona ora nella triste storia di questo Senato. Ma il punto è stato fermamente segnato.
Berlusconi è (politicamente) vivo e combatte insieme a loro. Perché ripetere il grande errore di negarlo? A beneficio di chi? Non del Partito democratico.
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Ma ecco ciò che sto per dire ai lettori di questo giornale, a coloro che mi seguono la domenica e che rispondono con e-mail di obiezioni e sostegno, approvazione e dissenso ai miei interventi: intendo candidarmi alla segreteria del nascente Partito democratico. Questo, vi è chiaro, non è l'annuncio del giornale l'Unità, che resta libero e aperto a tutte le candidature (speriamo molte). È l'annuncio di un candidato.
Immagino una prima legittima obiezione: ma non avevamo detto di fare spazio ai giovani? È una obiezione giusta è non c'è alcuna risposta logica se non questa: ognuno fa (deve fare) quello che può, quando può. Se lo fa bene, in una situazione che interessa tutti (o tanti) come questa, lo fa per passare il risultato agli altri. Che vuol dire: prima di tutto, per cambiare il gioco. O almeno per arricchirlo, se ci riesce, naturalmente.
La seconda obiezione è mia, nella forma di una incertezza. Si può partecipare alle elezioni primarie per la segreteria del Partito democratico, con una serie di regole che sembrano scritte per gli apparati dei partiti (i due grandi, Ds e Margherita), i soli ad essere presenti e a poter agire in fretta su tutto il territorio del Paese?
Vorrei ricordare che le elezioni primarie americane si svolgono nell'arco di molti mesi, Stato per Stato, luogo per luogo, quasi mai con coincidenza e sovrapposizione di date, e che ogni singolo episodio (vincere o perdere nel Vermont o in quale graduatoria ci si piazza nelle primarie del Maine) si riflette sia nel luogo sia nella opinione pubblica nazionale (nel 1980 Bush padre prevaleva su Reagan in alcune singole primarie, ma Reagan guadagnava sempre più favore nei sondaggi, anticipando i risultati delle votazioni successive).
Non dubito che gli addetti al disegno definitivo di percorsi e di regole - proprio perché scelti e nominati e insediati in base, devo pensare, a esperienza e buon senso - si porranno il problema più importante per questa nuova entità politica: come si nasce nel nuovo partito (dalla partecipazione alla candidatura) se non si è figlio di uno dei due partiti?
Intendo infatti rappresentare coloro che figli dei partiti non sono, non hanno alcun passato partitico da ricordare o da dimenticare. Intendo portare al centro dell'attenzione dei nuovi democratici lo squilibrio sociale nel quale vive il nostro Paese e la cui descrizione e interpretazione abbiamo affidato - chissà perché - soltanto agli uffici studi di banche e imprese, mostrando invece una sorta di istintivo fastidio, quasi una reazione allergica, se, quando parlano i sindacati.
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Userò ancora per un momento il manifesto Rutelli-Chiamparino- Cacciari-Follini per indicare la diversità (e anche, se volete, l'estraneità) della mia candidatura rispetto a ciò che fino ad ora è stato detto e anche celebrato.
Dicono i nostri, fra l'altro, che «modernizzare l'Italia non è solo indispensabile ma può essere popolare». Affermo che la vera innovazione e modernità del Partito Democratico non è una gettata di cemento in più o in meno ma riconquistare, attraverso comunicazione chiara e immediata, attraverso il contatto continuo e l'ascolto, la partecipazione dei cittadini, che sono, o si sentono adesso, troppo lontani dai punti di decisione e troppo estranei ai modi in cui si decide. Vicenza è un capolavoro negativo, da non ripetere. Nessuno, mai, (tranne la finta rappresentanza istituzionale di un sindaco inadeguato) ha interpellato o ascoltato i cittadini di quella città sulla base Usa da costruire. Il mio modello sono i town meeting (assemblea di città o di villaggio) di Bill Clinton. S'intende che la decisione finale era responsabilità del presidente. Ma prima il presidente girava mezza America per spiegarsi e ascoltare, due atti essenziali di un governo moderno.
«Coesione sociale è il futuro», affermano i coraggiosi di Rutelli. Ma coesione sociale è un punto di arrivo, non di partenza. Sul terreno troviamo un'Italia spaccata e divaricata in cui gli operai vengono ammoniti a non pretendere troppo sulle pensioni, ma è moderno stare bene attenti alle giuste richieste delle imprese.
Aggiungono i coraggiosi che bisogna dare «potere alla creatività dei giovani, un ascensore sociale che torni a far salire talenti, merito, lavoro».
Traducendo dallo stretto politichese, io dirò (direi, se risulterà possibile candidarsi) che ci si deve impegnare nel sostegno - e rifinanziamento - della scuola pubblica e dei suoi insegnanti; che occorre motivare le banche a sostenere con prestiti sulla parola i giovani universitari che non hanno la protezione di una famiglia agiata, ma meritano il prestito (come negli Usa e in Inghilterra) in base ai voti; che il merito non conta niente nel mondo del precariato e della raccomandazione. E che dunque tutto ricomincia dalla squalifica del familismo professionale (i genitori fortunati a cui subentrano figli o nipoti fortunati) e dal ritorno di concorsi bene organizzati e tecnicamente irreprensibili.
Nel manifesto dei coraggiosi trovo una frase inspiegabile in un testo politico. È la seguente: «È urgente uscire dall'inverno demografico». Sono stupito e dirò perché. Il problema di governare è creare accesso alle scuole, anche quelle specialistiche, anche quelle costose; al lavoro, attraverso un disegno dei percorsi che non abbandoni i giovani alla solitudine (più soli, più poveri); alla casa, attraverso progetti e programmi che, da decenni, non esistono più. Tutto ciò è urgente, ed è responsabilità pubblica. I figli sono una splendida scelta privata su cui i politici, in un contesto politico, non hanno niente da dire.
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Trovo strana, infine, e un po' minacciosa, la frase finale (dunque, in senso retorico, la più importante) del manifesto Rutelli-Chiamparino-Cacciari-Follini che alcuni considerano fondativi del nuovo Partito Democratico. Trascrivo: «La maggioranza che ha vinto deve governare i cambiamenti. Sappiamo che potrà essere confermata solo se soddisferà le attese degli elettori. Altrimenti il Partito Democratico dovrà proporre una alleanza di centro sinistra di nuovo conio. Per non riconsegnare l'Italia alle destre. Ma soprattutto per non essere imprigionato dal minoritarismo e dal conservatorismo di sinistra, né della paralisi delle decisioni».
Il problema grave posto da questa frase è che prefigura uno spostamento di scena in cui esce dalla inquadratura una parte della sinistra, arbitrariamente definita da un presunto vertice illuminato. Ed entra in scena una parte della destra, indicata con la elegante espressione «un centrosinistra di nuovo conio».
Sostengono gli illuminati che «Veltroni a queste ragioni si ispira». Non mi risulta. In ogni caso propongo di battermi per un Partito Democratico meno gassoso e più fondato sulle cose, non tante. Ma chiare e sempre spiegate.
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Proverò a riassumere.
Il Partito Democratico a cui penso è perfettamente cosciente del perdurare della minaccia Berlusconi, che continua a essere visto, anche fuori dall'Italia, come l'incognita allo stesso tempo ridicola (vedi le sue domande parafasciste e un po' insultanti per la folla di Napoli) e pericolosa per la nostra vita pubblica. Lo sbarramento a Berlusconi si realizza con la presentazione (già avvenuta) e il sostegno (di cui siamo in attesa) di una legge che ponga invalicabili ostacoli al conflitto di interessi.
Il Partito Democratico a cui penso si fonda sulla più rigorosa legalità, vuole sapere tutto dello spionaggio militare a cui sono stati sottoposti magistrati e giornalisti nei cinque anni del governo Berlusconi, e sull'intreccio di quello spionaggio con le intercettazioni private da parte di una grande impresa esente da conseguenze e sugli effetti mediatici di tutta l'operazione.
Quanto è stata deviata, inquinata, cambiata, avvelenata da quella vasta operazione illegale l'informazione su tutto ciò che sappiamo delle vicende italiane?
Il Partito Democratico in cui intendo impegnarmi propone come temi fondamentali i diritti civili, il lavoro, la scuola, la salute, la ricerca, l'ambiente, la casa. Tutto ciò nel quadro - rigorosamente confermato - della Costituzione italiana. Si tratta di settori e aspetti della vita a cui il mercato (grande e superiore eroe della modernità) non provvede o che preferisce ignorare quando il costo non ha immediata contropartita. Le grandi democrazie ci dicono che la contropartita è costituita dai due valori della fiducia e della partecipazione dei cittadini.
Il Partito Democratico di cui parlo capisce e si fa capire, in uno sforzo di comunicazione che non tollera zone d'ombra, segreti e cose non dette. Non vuole la solitudine disorientata dei cittadini con cui nessuno parla, spiega, ascolta prima di decidere.
Il Partito Democratico di cui stiamo parlando non sarà il congiungersi di due burocrazie di partito ma l'afflusso libero di cittadini decisi a essere protagonisti della vita pubblica e non spettatori passivi.
L'impegno è un paesaggio finalmente normale in cui la sinistra è a sinistra e la destra a destra, contando non sulla contaminazione o l'incrocio dei poli ma sulla chiarezza e sul riconoscimento reciproco, una volta espulsa l'illegalità e il conflitto di interessi dalla scena pulita della vita pubblica italiana.
Sinistra è lo spirito della tradizione solidaristica europea, dello schierarsi socialista e cristiano con i più deboli, della tolleranza liberal e multiculturale di impronta americana, tutti valori che sono il più vicino possibile alla pace, alla giustizia, alla eguaglianza almeno come punto di partenza. L'impegno è di restituire al cittadino laico lo stesso riguardo, rispetto e attenzione che viene dedicato al credente e alle gerarchie religiose del credente.
Per tutte queste ragioni chiederò, se sarà possibile - ai cittadini che si orientano a sostenere e dare vita e anima al Partito Democratico - di considerare la mia candidatura indipendente e laica che propongo nello stesso spirito con cui alcuni si candidano, in questo periodo, alle elezioni primarie americane. Lo spirito è dare un contributo di proposte e di esperienza, che altrimenti non ci sarebbe. Lo spirito è far sapere ai cittadini che voteranno in queste elezioni primarie che si apprestano a scegliere tra veri candidati e vere proposte alternative.
La vostra risposta di lettori sarà il primo modo di rendere possibile questa candidatura. Essa è soggetta, come già detto, a un chiarimento e a una condizione. Il chiarimento è che l'Unità, con questo articolo, ospita la mia intenzione. È un annuncio, non un endorsement (cioè quando i grandi quotidiani americani, sotto elezioni, dichiarano le loro scelte politiche ai lettori).
La condizione è che le regole consentano davvero la partecipazione di candidati senza apparato di partito e scorta di carica.
Sono due le lezioni, amare e sconfortanti, che si possono trarre dal dibattito sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Ed è indicativo che nessuna delle due riguardi il provvedimento, povero, come povera era la riforma Castelli che questa ha modificato. La prima è che il Paese non supera il trauma di Mani pulite. Ha superato, «all'italiana», quello del terrorismo: oblio, perdonismo, elezione al Parlamento di vecchi condannati, trasformazione di altri in eroi o maestri di pensiero, interpretazioni compiacenti della Costituzione per concedere la grazia a qualche favorito.
Sono rimaste solo le vittime di quella stagione a rammentare allo Stato che non ha fatto niente né per loro né per sé stesso, se non far scorrere il tempo affinché tutto venga sepolto.
Mani pulite, invece, non passa neanche col tempo. Se in Senato sono nati incidenti, è perché la ferita non si rimargina. Né si rimarginerà se chi ieri era imputato siede oggi in Parlamento, talvolta assolto, davanti a chi era giudice, se chi era giudice siede accanto a chi era avvocato, se chi faceva tintinnare le manette si confronta con il vecchio malcapitato, se l'uno si rivolge all'altro chiamandolo «dottore», «avvocato», «professore», se ciascuno rivendica le proprie benemerenze giudiziarie ed esibisce le vecchie medaglie, e nessuno avverte che non è il caso di intervenire a replicare i vecchi ruoli. Un passato non sanato che non diventa storia incombe sul nostro presente non guarito che non si fa progetto.
L'Italia dei salvati e l'Italia dei sommersi, degli affondatori e dei naufraghi, ancora non si riconoscono. Ci trasciniamo il cadavere per non aver saputo chiudere la partita (ad esempio nell'ultima Bicamerale), perché incapace una parte di concedere di più e l'altra parte di accettare di meno. E così si va avanti a parlare di giudici e pubblici ministeri, non della giustizia, che dagli italiani è temuta o a essi denegata. Quale prova migliore che ormai la cura del servizio è tolta dalle mani della politica per essere delegata agli addetti che la esercitano?
Da questo, l'abdicazione dalle responsabilità, nasce la seconda lezione. A destra e a sinistra, manca oggi all'Italia una classe politica autorevole che riesca l'una a essere interlocutrice dell'altra e tutte a due assieme punto di riferimento e guida ferma dell'intero Paese. Perciò vincono le corporazioni e anche le corporazioni si degradano.
Su questo punto, è toccato al senatore Cesare Salvi fare le considerazioni più amare ma anche più appropriate. «Ho nostalgia - egli ha detto - di Michele Coiro, Marco Ramat, Giovanni Palombarini. Ho nostalgia di una magistratura che faceva valere i diritti dei cittadini, che faceva fronte compatto per l'autonomia e l'indipendenza della magistratura ma diceva anche che l'autonomia e l'indipendenza della magistratura non sono il privilegio di un corporazione. Mi auguro che si possa voltare pagina».
City car, tutte costruite in Europa dell'Est
ma chi le fabbrica ha stipendi da fame
Inchiesta: 380 euro al mese a chi fa una Fiat 500, ma ancora meno per chi costruisce
la Aygò della Toyota o la 107 Peugeot. Viaggio nelle fabbriche dove nascono le nuove piccole.
Vincenzo Borgomeo su la Repubblica
Le signore bene, da noi, le comprano piene di accessori, senza neanche guardare troppo il prezzo (sono utilitarie). Ma nell'Europa dell'Est, dove vengono fabbricate, gli operai ricevono stipendi da fame. Ossia 380 euro al mese per i polacchi che costruiscono una Fiat 500, 270 per gli slovacchi che assembrano Toyota Aygò, Peugeot 107, Citroen C1 o la nuova Renault Twingo, appena 166 euro per gli ungheresi che fanno nascere la Opel Agila e la Suzuki Splash e - se possibile - ancora meno (appena 100 euro) per i brasiliani che fabbricano la Volkswagen Fox. Ma questo è un altro discorso.
In Europa, invece, il basso salario degli operai che fabbricano Fiat 500, Toyota Aygò e soci è stato alla base di tutta la strategia di lancio di queste vetture che non a caso vengono fabbricate solo in quei paesi e poi distribuite in mezzo mondo.
Certo, il concetto di "stipendi da fame" è relativo: non è che Fiat, Opel e tutti gli altri colossi industriali europei sfruttino gli operai. Questi stipendi, nei rispettivi paesi, sono dignitosi. Anzi: le cifre che riportiamo in questa inchiesta rappresentano solo la base del salario (che poi cresce un po' con gli straordinari e con il lavoro notturno), ma come ci ha raccontato un sindacalista di un paese dell'Est che preferisce rimanere nell'anonimato, "le nostre fabbriche non sono in Cina, fuori dal mondo. Noi siamo collegati a Internet, vediamo i vostri programmi televisivi e in mezza giornata di macchina possiamo arrivare nei paesi europei più ricchi. Ma con i nostri salari siamo tagliati fuori da tutto. E questo condurrà inevitabilmente a forti tensioni sociali".
Insomma, un cinese che lavora nella fabbrica della Apple e che per l'equivalente di 40 euro al mese fabbrica gli iPod alla fine sta meglio di un polacco che lavora alla linea di montaggio della Fiat 500 o di uno Slovacco che fa i turni alla fabbrica Toyota-Peugeot-Citroen: per il cinese non ci sono possibili confronti di salari con Paesi confinanti. Il suo stipendio ha un solo raffronto: quello con i suoi cittadini.