
sulla stampa
a cura di P.C. - 13 luglio 2007
Gli Orazi e i Curiazi
Luca Ricolfi su La Stampa
Nessuno sa, al momento, come si concluderà la partita delle pensioni, ossia la doppia questione dell'età pensionabile e dei coefficienti di trasformazione. Anzi, veramente, nessuno sa neppure se ci sarà una qualche conclusione nei prossimi giorni, o se invece tutto verrà rimandato alla Finanziaria del 2008. O magari ancora più in là, visto che nulla esclude che il Governo cada prima di Natale, e nulla assicura che - ove invece sopravvivesse - non saprebbe trovare il modo di rimandare al futuro almeno le patate più bollenti (revisione dei coefficienti?).
Se però guardiamo al modo in cui si è dipanata, nell'ultimo anno, la guerra di tutti contro tutti - sindacato, governo, riformisti, massimalisti - c'è almeno un punto che è ormai chiarissimo. I leader massimalisti e sindacali discendono direttamente dagli Orazi, mentre i leader riformisti discendono dai Curiazi. Ricordate la leggenda che ci raccontarono a scuola?
Durante il regno di Tullo Ostilio, nel VII secolo avanti Cristo, Roma e Alba Longa erano impegnate in un sanguinoso conflitto. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue fra i due eserciti, i sovrani delle due città decisero di affidare le sorti del conflitto a una sorta di duello finale fra i tre migliori combattenti di Roma e i tre migliori combattenti di Alba Longa. La scelta cadde sui tre gemelli Orazi per Roma, e sui tre gemelli Curiazi per Alba Longa. Inizia il combattimento e in breve tempo due Orazi su tre restano uccisi. L'Orazio sopravvissuto, vistosi in grave inferiorità numerica, decide di agire d'astuzia. Anziché affrontare i tre Curiazi in uno scontro impari, uno contro tre, finge di fuggire verso Roma, facendosi così inseguire dai Curiazi che però - essendo l'uno illeso e gli altri due feriti - finiscono col distanziarsi tra loro. A questo punto l'Orazio superstite si lascia raggiungere dall'unico Curiazio illeso e, voltandosi a sorpresa, lo trafigge uccidendolo. È poi un gioco da ragazzi farsi raggiungere dagli altri due, stanchi e feriti, e ucciderli uno dopo l'altro. Così Roma conserva le sue truppe e, senza colpo ferire, sottomette Alba Longa.
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Ci vanno bene gli aumenti ai dipendenti pubblici e la stabilizzazione dei precari, di produttività e meritocrazia si parlerà poi, a un altro tavolo. Cominciamo a portare a casa l'aumento delle pensioni minime, poi - a un altro tavolo - affronteremo il problema dell'età pensionabile. Quanto alla revisione dei coefficienti non c'è tavolo che tenga: non vogliamo neanche sentirne parlare, e smettetela di voler mettere in mezzo i giovani, che al loro futuro ci pensiamo noi Orazi.
Si può, di fronte alla Caporetto riformista, provare un sentimento di tristezza, visto che su parecchi punti - meritocrazia, efficienza della pubblica ammninistrazione, pensioni - il buon vecchio Dpef del 2006 diceva cose sacrosante. E tuttavia, devo confessarlo, i sentimenti che provo con maggiore intensità sono di ammirazione e di stupore. Ammirazione, perché la sinistra massimalista - che pesa rispetto a quella riformista come 1 Orazio a 3 Curiazi - ha giocato davvero bene la sua partita, vincendo con l'astuzia una guerra che sul piano dei rapporti di forza sembrava perduta. Ma anche stupore, lo stesso segreto stupore che, da bambino, avevo provato ascoltando per la prima volta la storia degli Orazi e dei Curiazi: possibile che i tre Curiazi fossero così ingenui?
Il tempo di una firma
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Il tempo sta scadendo, nella raccolta delle firme per il referendum sulla legge elettorale (il 24 luglio è l'ultimo giorno utile). Ma il tempo è ormai irrevocabilmente scaduto per una soluzione parlamentare che possa rendere vano l'iter referendario. Nei mesi scorsi chi ha auspicato che il Parlamento trovasse una concordia bipartisan, con la stesura di un testo necessariamente condiviso per lo meno dai maggiori partiti dei due schieramenti, ha sperato anche che quel traguardo potesse essere raggiunto in tempi certi e ragionevoli. Invece il traguardo si è allontanato ancora di più. Nessun testo preparatorio appare credibile come base di discussione utile per approdare a una soluzione. Ognuno gioca per sé. E anche il tema della riforma elettorale si appresta ad entrare nell'elenco oramai sterminato delle occasioni mancate, ennesima vittima di quel morbo della non-decisione tratto caratteristico di quest'ultima stagione politica.
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Tempo scaduto, dunque. Ma non è scaduta, se entro il 24 luglio verranno raccolte tutte le firme necessarie, la possibilità che l'impasse della non-decisione possa essere sfidata da un referendum in cui è posto l'obiettivo di rafforzare la democrazia dell'alternanza e la diminuzione del potere di ricatto dei piccoli partiti. Come ha scritto Giovanni Sartori già nel gennaio scorso in un articolo che ha interpretato autorevolmente l'impegno di questo giornale sui temi sollevati dai referendari, a consigliare l'adesione non è tanto l'assetto elettorale (ovviamente discutibile) che scaturirebbe dall'esito della consultazione ma la convinzione che qualunque soluzione alternativa possa assomigliare a un pasticcio desolante. Perciò gli ultimi, decisivi giorni della raccolta di firme saranno seguiti dal
Corriere mettendo a disposizione dei referendari una tribuna quotidiana per spiegare i termini di una battaglia ancora in corso. Sperando che basti una firma per arginare la deriva della non-decisione.
Mezze primarie
Lucia Annunziata su La Stampa
Sono favorevole a che Enrico Letta, Rosi Bindi e chi altro vuole (con un occhio a un ripensamento di Bersani e Finocchiaro) partecipino alle primarie di ottobre.
Per una ragione in apparenza futile: le primarie alla fine operano con la stessa logica di un concorso di bellezza. A parteciparvi si coglie in ogni caso un risultato rilevante: chi perde ne esce comunque con una raccolta di voti, identità e pubblicità. Chi perde, insomma, può riprovare a fare Miss Italia, e nel frattempo è di certo solidamente installato come Miss Piemonte.
Nota irriverente, ma fondata: in Usa, dove sono davvero il perno del sistema politico, le primarie vengono chiamate in gergo proprio così, il Beauty Contest. A ogni livello, dal più basso al più alto, vengono utilizzate dai vari politici per sondare le acque, saggiare la propria squadra, valutare il proprio appeal, farsi pubblicità. Per trovare insomma un proprio posto sulla mappa della politica.
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Se si guarda infatti alle obiezioni che si fanno sul se, perché, come e chi debba presentarsi o meno alle primarie, sono fondate su argomenti che non riguardano davvero la selezione dei candidati, ma la conservazione degli equilibri interni dei partiti e della coalizione. Prendiamo ad esempio l'idea del "disorientamento", cioè quella teoria secondo la quale un candidato alternativo è possibile solo se ha una piattaforma alternativa, sennò "disorienta" gli elettori: in realtà una piattaforma alternativa non esiste - se ci fosse porterebbe l'aspirante contendente in un'area politica diversa. Nelle primarie si giudica invece l'interpretazione della stessa linea, si confrontano capacità personali, caratteristiche etiche e culturali di diversi approcci, si mette alla prova la capacità pubblica di gradimento e gestione dei candidati. Insomma, nelle primarie c'è un fattore umano fondamentale, che è fuori dei partiti, e che costituisce l'elemento intorno a cui si scrive il patto di fiducia personale fra elettore e eletto.
Certo, grazie a questo contratto diretto, il partito diminuisce il suo controllo sul candidato. E questo è alla fine il dilemma vero che si sta sviluppando dietro la domanda "mi candido o meno". Tenere in campo un solo candidato, Veltroni in questo caso, nato per partenogenesi della attuale classe politica, è una garanzia di continuità per questa stessa classe dirigente. È un tentativo di sopravvivenza, legittimo e fatto in buona fede; ma il segno rimane quello, molto italiano, di regolamentare l'impatto di queste primarie, "aggiungendole" al sistema politico in vigore, facendo un qualche aggiustamento, così da produrre un'ennesima riforma-non-riforma, con magari qualche posto in più così da accontentare tutti.
Ma i processi a metà non sono mai andati a buon fine: le primarie addomesticate fatte per Prodi, cui venne dato il voto ma non il totale consenso della coalizione, sono un esempio perfetto. Così come perfetto è l'esempio del modo con cui si è poi dovuti arrivare a nominare Veltroni. Viceversa, accettare fino in fondo il gioco alla fine rimette in giro tutti. Letta, Bindi e chi altro (ripeto: Bersani e Finocchiaro dovrebbero ripensarci) presentandosi fanno, è vero, uno strappo oggi con gli equilibri di coalizione, ma aprono una partita per un domani in cui possono tornare in campo anche un Fassino, un D'Alema, un Rutelli, insomma tutti gli attuali numeri uno, che sono troppo giovani - francamente - per pensare di fare o i Grandi Fratelli o i Padri della Patria.
Gli onorevoli senza barberia
Filippo Ceccarelli su la Repubblica
"Non essenziale": con questa formula di sintetica, asettica e interlocutoria genericità, nell´ambito dell´indagine conoscitiva sui costi della politica, l´ufficio dei questori della Camera dei deputati sta per aprire il caso della barberia di Montecitorio.
E in qualche modo è un segnale. Se ne parlerà la settimana prossima in aula, insieme a tante altre cose. Difficile che la chiudano. Ma forbici, shampi e lezioncine per la preziosa cura dei capelli degli onorevoli entrano comunque nel discorso pubblico. Non è solo un fatto simbolico, o bio-politico. In tempi di pretesa austerity in questo ramo del Parlamento sono stati assunti sei nuovi barbieri. In tutto dieci sono, in elegante tenuta.
Difficile che la chiudano: sarebbe davvero la fine di un´epoca. Sembra impossibile, in Italia immaginare un Palazzo senza la sua barberia, emblema logistico della separatezza, zona franca del potere, intimità condivisa da una vera e propria "Casta", vedi il libro di Stella e Rizzo (oltre 500 mila copie!). C´è sempre stata, d´altra parte, la barberia: è nel costume barbieresco nazionale. A Montecitorio è un posto, molti legni, molto chiaro, che si sforza di imitare le architetture liberty floreali del Basile. Tentativo riuscito così così. Ma soprattutto ha un suo fascino per così dire radioattivo: ci si sono fatti barba e capelli i Padri della Patria. Tutti.
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In un romanzo giallo uscito qualche mese fa con il significativo titolo "Onorevoli omicidi" (Koinè) il prolifico presidente della Commissione Giustizia Pino Pisicchio ambienta proprio nella barberia la rivelazione e la propagazione della morte, appunto, di un deputato all´interno del Palazzo. "Non fondamentale" definisce la barberia uno dei questori che bene o male, in modo ancora piuttosto debole e complicato (Una menzione? Una lettera? Un emendamento? Un ordine del giorno? Un´impuntatura? Un´auto-punizione?), comunque il tema della barberia almeno l´ha sollevato.
Nel 1972 il ministro designato Donat Cattin si rifiutò platealmente di giurare per andare a farsi i capelli. Sul finire degli anni novanta Fini cercò di imitarlo, con tutti i limiti del caso, scegliendo per il barbiere il giorno della presentazione del governo D´Alema. Forlani era un vero habituè ed aveva un approccio un po´ cicisbeo: spuntatina adatta al nuoto, piano con la lozione, niente riflessi azzurrini, e piano pure col phon "che mi si brucia il cervelletto". Sempre spiritoso, Arnaldo.
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E sulle pensioni Prodi gioca il tutto per tutto
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA Prodi è convinto di chiudere oggi, "sono convinto di chiudere l'accordo sulle pensioni con i sindacati ". E certo il suo ottimismo stride con l'ennesimo bollettino di guerra, al termine di un'altra giornata in cui il governo non ha trovato un porto in cui riparare. Al Senato è andato sotto sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Alla Camera si appresta a mettere la fiducia sul "tesoretto " perché non c'è accordo nell'Unione, mentre la sinistra radicale è pronta ad astenersi sul Dpef nelle commissioni Ambiente e Trasporti, contro i progetti delle Grandi Opere.
Il Professore convive ormai da tempo con i fantasmi del '98, e per una volta concorda con il Cavaliere, secondo cui Prodi non cadrà per un incidente di percorso in Parlamento ma per una trama politica ordita dai suoi alleati. "Io però non mollo, andrò fino in fondo ", ha ripetuto ieri il premier, sfidando lo sguardo dell'interlocutore di turno: "E dopo di me non c'è nulla. Ci sono solo le elezioni".
Anche su questo punto è in sintonia con l'eterno rivale, sebbene nessuno al momento possa ipotecare il futuro, mentre impazza la lotteria sul prossimo capo di governo, e un potentissimo funzionario dello Stato - depositario di molti segreti e confidenze - scommette che "non saranno né Marini né Dini né Veltroni i successori di Prodi a palazzo Chigi, bensì Giuliano Amato, che porterà il Paese alle elezioni".
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"Conoscendo il carattere di Prodi, starà fuori dalla grazia di Dio", ha commentato il segretario del Prc con i suoi: "Quella di Rutelli è una posizione da ribaltonista, da tradimento del mandato elettorale". Ma la "forzatura " del leader diellino secondo Giordano "può esserci di aiuto perché ci tira fuori dall'angolo, spinge il premier a proporsi nel ruolo di garante e magari può far ripartire il feeling tra noi e lui". Il pensiero, ovviamente, va alla trattativa sulle pensioni. Al momento restano le divergenze tra il capo del governo e gli alleati, né le mediazioni finora hanno ridotto la distanza. A dire il vero, hanno irritato persino gli esponenti dell'area riformista: "Io non sono mai stata femminista diceva giorni fa la Lanzillotta ma ipotizzare l'aumento dell'età pensionabile per le donne, così da consentire agli uomini di andare a riposo prima, mi pare una bestialità ". È sulle pensioni che Prodi si gioca molto se non tutto. Sulle pensioni e sulla legge elettorale, che è all'origine della instabilità della maggioranza. "Sono pronto a impegnare il governo sul sistema tedesco", ha sussurrato il premier ai dirigenti del Prc: "Però dovete convincere i partiti più piccoli ad accettare lo sbarramento al 4%". Verdi e Pdci non ne vogliono sapere, Mastella men che meno. Intanto il tempo passa, e senza accordo il tic-tac del referendum avvisa che la bomba ad orologeria si appresta a esplodere. Ieri il Cavaliere ha criticato il ricorso alla consultazione popolare, che in realtà sta segretamente sostenendo, come lascia intendere Rotondi, suo fedelissimo alleato democristiano: "Io sto raccogliendo le firme, e ho capito che può venire utile a Berlusconi. Lui non si può muovere perché altrimenti si scatena la Lega".
Sarà una coincidenza, ma è l'ennesima: i percorsi dei due rivali coincidono. Entrambi non vogliono concedere spazio agli alleati che puntano al cambio della guardia. Prodi deve contrastare il passo a Veltroni per restare a palazzo Chigi, mentre Berlusconi deve stroncare la resistenza di Casini per tornarci. Il resto è ammuina, tattica, annusamento. Basta pensare a quello che è avvenuto sere fa, alla festa in onore di Valentino, durante la quale il Cavaliere ha corteggiato Rutelli: "È ora di metterci d'accordo... Troviamo un'intesa anche sulla legge elettorale... Se voi abbandonate i comunisti noi tagliamo i nostri rami secchi...". Il giorno dopo il vicepremier l'ha raccontato ai suoi. Commento finale: "E mica crederete a Berlusconi?". Nessuno crede più a nessuno. Succede tra avversari, ma anche tra alleati.
I conti (lacunosi) col passato
Gianni Oliva su La Stampa
Invasori o liberatori? Alleati o nemici? Come sono rappresentati dalla nostra memoria nazionale l'8ª armata britannica del generale Montgomery e la 5ª armata americana del generale Patton, che nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 sbarcarono sulla costa meridionale della Sicilia iniziando la campagna d'Italia? A oltre sessant'anni dall'avvenimento, la rielaborazione continua a oscillare tra oloegrafia, omissioni, riserve. Una memoria confusa, incoerente, con una forma sottintesa di ipocrisia. Un esempio illuminante: a Catania, nel cortile interno del municipio, la città commemora i nomi di 35 "suoi figli che offrirono con sereno coraggio la vita combattendo con le truppe angloamericane per restituire alla patria libertà e giustizia"; nel muro accanto, un'altra targa ricorda invece "il nefasto bombardamento dell'8 luglio 1943, che oscurò il cielo seminando morte e distruzione". Nessun riferimento aiuta a capire che il bombardamento su Catania fu operato da quelle stesse truppe alleate accanto alle quali avrebbero combattuto i 35 giovani etnei.
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Fedele alla sua missione di ricostruire l'immagine di una generazione, la storiografia ha taciuto: a tutt'oggi, ad esempio, non esiste una ricostruzione complessiva dei bombardamenti e delle loro logiche strategiche, né una quantificazione delle vittime. E non si ricorda mai lo sbarco del 9 luglio 1943, politicamente troppo complesso per essere rielaborato da una coscienza collettiva lacunosa. Nel nostro Paese il biennio 1943-45 continua ad alimentare periodicamente contrapposizioni interpretative e strumentalizzazioni politiche. "Un passato che non passa", dicono in molti. O, forse, solo un passato che non è stato ancora affrontato dalla prospettiva giusta: quella di un'Italia che nel 1945 non è un Paese vincitore, ma un Paese vinto.
Dai Pacs ai Dico ai Cus
Edmondo Berselli su la Repubblica
In principio erano i Pacs, che hanno generato i Dico, da cui sono venuti i Cus. Questi ultimi sono i "Contratti di unione solidale", il cui testo è stato presentato ieri dal presidente della commissione giustizia del Senato Cesare Salvi al comitato ristretto della commissione, e che di fatto sostituiscono nell´iter parlamentare il disegno di legge sui "Diritti e doveri dei conviventi" elaborato in avvio di legislatura da Rosy Bindi e Barbara Pollastrini.
Non è attraente come sigla, la parola "Cus", ha un che di sovietico, se non peggio: ma questo sarebbe il meno, perché alle sigle ci si abitua, come pure alla loro scomparsa. Il punto vero è che il dibattito che si svilupperà sui Cus riprende esattamente gli stessi termini della discussione che si era sviluppata sui Dico, senza che nel frattempo nessuno dei problemi che i Pacs all´italiana intendevano affrontare sia stato affrontato.
E così entrerà nel lessico sclerotizzato della politica un´altra sigla a cui è poco prevedibile che corrisponderà un contenuto effettivo. Non si capisce infatti, o almeno non lo sa il cittadino comune, perché e dove si siano inabissati i Dico, ossia non si conosce con chiarezza la ragion politica e la ragion pratica che li hanno affondati. Né si intuisce per quale motivo i Cus dovrebbero avere sorte migliore nelle acque parlamentari.
Si sa soltanto che come per molti fenomeni della politica di questi mesi, dal "tesoretto" allo "scalone", l´apparenza è già pronta a sostituire la sostanza: la sigla prevarrà sul dispositivo di legge, l´acronimo si trasformerà in un totem linguistico, il suono stesso della parola "Cus" in un simbolo che verrà brandito dalle schiere dei sostenitori e degli oppositori, in una specie di sterile stenografia del confronto pubblico.
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Sicché si ha la sensazione di un gioco di prestigio: con una mossa a sorpresa spariscono i Dico; con un´abile trovata appaiono i Cus; e all´applauso dei laici integrali, o dei "laicisti", come li chiama la Cei, si unisce già la scomunica dei cattolici intransigenti, che non accettano "il matrimonio di serie B"; mentre i più radicali già rimpiangono che non sia stata presa in considerazione la soluzione più definitiva e forse più razionale, cioè l´estensione del matrimonio civile agli omosessuali.
Si avverte tuttavia un sentore di cinismo, forse involontario ma persistente, in questo gioco di sigle che si sovrappongono, scompaiono, riappaiono. Il carosello delle formule, Pacs, Dico, Cus, trasforma in un´astrazione ogni dilemma implicito nella legge; la loro cancellazione dall´agenda pubblica riduce a scenetta da teatro dell´assurdo ogni eventuale drammaticità presente nella vita autentica delle coppie di fatto.
A sua volta, ogni contraddizione istituzionale ma anche "filosofica", relativa alla regolamentazione delle unioni civili, viene annichilita: non serve a nulla porsi la domanda, certo irritante, se è giusto che a condizioni scelte soggettivamente, cioè a libertà, debbano corrispondere necessariamente dei diritti. Ciò che conta è far volteggiare un orientamento qualsiasi, a favore o contro, intorno alle bandierine dei Dico diventati Cus.
Con la conseguenza implicita che se ogni volta si riesce a trasformare un problema empirico, e anche una questione etica e politica, in una sigla, ciò equivale a prendere la realtà e sfumarla in un miraggio. Che non è propriamente il compito della politica, ma è l´espressione in cui si manifesta una qualità manipolatoria che riduce il messaggio al mezzo, e mortifica il cittadino a consumatore di slogan.
I sommersi da salvare
Raffaele La Capria sul Corriere della Sera
Diciamo la verità, chi legge oggi Moscardino di Pea? E chi, se non gli addetti ai lavori, legge i saggi di De Robertis? E Cardarelli, Bilenchi, quanti lettori hanno? E Soffici? Papini? Questi scrittori dimenticati fa rivivere Leone Piccioni nel suo libro Memoria e fedeltà (a cura di Santino G. Bonsera, Quaderni del Circolo Silvio Spaventa Filippi, Erreci Edizioni). Tra questi, quasi tutti "sommersi", solo Gadda e Ungaretti sono i "salvati". A proposito di Ungaretti, una volta ho chiesto per curiosità a Renata Colorni, che dirige la collana I Meridiani di Mondadori, qual era il Meridiano tra tutti più venduto.
Quello di Ungaretti, mi rispose.
Quello appunto curato da Leone Piccioni.
Nella lettera a me indirizzata che apre il suo libro Piccioni ricorda che gli avevo domandato: "Chi sono i tuoi autori di riferimento? " In verità io sapevo già chi erano, ma la mia domanda era stata fatta per provocarlo, per sentirlo parlare a viva voce dei suoi autori. Perché, se si riesce a vincere la sua burbera riluttanza e la sua ritrosia, quando Piccioni parla di quegli autori è un piacere starlo a sentire.
Ti sembra all'improvviso di averli accanto, di sentirne le parole, di conoscerli non solo come scrittori ma come persone, con le loro abitudini, le loro debolezze, le loro idiosincrasie e i loro tic. E questo si prova leggendo Memoria e fedeltà, il senso della vicinanza e della confidenza, la letteratura come pane quotidiano, come nutrimento necessario dell'anima. Vita e letteratura nelle sue pagine sembrano inscindibili: "De Robertis non era diverso per un allievo dalla cattedra al caffè, dalla conversazione alla lezione. Raccoglieva i suoi allievi preferiti al Caffè San Marco per poi spingersi in una passeggiata fino ai Lungarni o alle Cascine. (...) Piccolo di statura, mingherlino, con una bellissima faccia e degli occhi pieni di luce, camminava lentamente con il suo bastoncino chiacchierando con gli studenti che lo accompagnavano, o pensando e leggendo. Ai tempi della nostra frequentazione giovanile sui Lungarni leggeva Petrarca, ogni giorno due sonetti o una canzone, riflettendoci lungamente...". Ecco non solo un ritratto vivo, ma l'atmosfera di certe sere a Firenze, l'aria di quel tempo che sembra così lontano, l'idea di una vita letteraria che oggi non c'è più, fatta di incontri, di conversazioni al caffè, di passeggiate. E non sembra di vedere anche lui, l'autore di questo libro, il giovane e fervente Leone Piccioni accompagnarsi e animatamente conversare col suo maestro? "Della letteratura italiana del Novecento si occupavano in quegli anni in pochi, ma si aveva a che fare con persone di alto profilo: dopo la lezione di Serra, De Robertis appunto, Cecchi, Gargiulo, Solmi, Debenedetti, e i più giovani Bo e Contini. (...) Un panorama certo molto diverso da quello di oggi: erano tempi in cui il lavoro del critico era facilitato rispetto ai nostri giorni. Scarsa era la produzione letteraria rispetto a quella di oggi (...) ed era più facile distinguere nella letteratura, come diceva De Robertis, gli ufficiali dai sottufficiali... ". Questa differenza tra quell'epoca e la nostra, che corre dietro miti spesso inconsistenti e considera ufficiali gente che non merita neppure la ramazza, è il sottotesto di questo libro e fa trapelare l'amarezza per lo stato presente della nostra cultura e per la sua "iniqua" indifferenza verso una letteratura che sta a cuore a Piccioni. Questa amarezza trapela anche dalla lettera da lui a me diretta, quando, dopo aver fatto l'elenco dei suoi autori di riferimento, aggiunge la frase: "Anche se credo che poco t'interessi". Perché crede che poco m'interessi se gliel'ho domandato? Perché in realtà quella frase non riguarda me, ma la situazione presente della nostra cultura, che si è mostrata "incapace di maturare un giudizio privo di rancore" su molti autori di cui Piccioni scrive in questo suo libro.
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E infine il testimone si trasforma in divertito chroniqueur: "Cardarelli era amico sincero dei fratelli Conti... si era fatto prestare (da loro) un po' di soldi. Ma un giorno viene a sapere che in un incidente d'auto i due fratelli sono morti. Si preoccupò subito di essere almeno presente alla cerimonia funebre (...). Erano da poco iniziate quelle tremende pratiche che precedono il funerale: con la fiamma ossidrica gli operai avevano cominciato a chiudere le bare. Cardarelli assistette compunto e scosso a tutta quella cerimonia, fino a che le casse non furono completamente chiuse. Allora disse: "E ora si può dire che i conti sono saldati"".
Ecco come il critico, il testimone, il chroniqueur si alternano in questo libro e ne rendono gradevole la lettura. La stessa varietà si ritrova negli altri saggi dedicati con devozione critica e ironica partecipazione a Saba, Pea, Gadda, Bilenchi, De Robertis, Ungaretti, Soffici, Papini. C'è poi un'appendice con scritti su Foscolo, Leopardi, Pavese.
13 luglio 2007