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sulla stampa
a cura di P.C. - 11 luglio 2007


L'Italia ai Margini
Andrea Bonanni su
la Repubblica

Se andrà in porto la candidatura di Dominique Strauss-Kahn a direttore del Fondo monetario internazionale, formalizzata ieri dai ministri europei nonostante la presa di distanze dei britannici, la Francia stabilirà un record difficilmente eguagliabile assicurandosi contemporaneamente la guida del FMI, della Banca Centrale europea (Jean Claude Trichet), della Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo (Jean Lamierre) e dell´Organizzazione mondiale del commercio (Pascal Lamy). Praticamente tutte le poltrone delle grandi istituzioni economico finanziarie disponibili per gli europei saranno monopolizzate da Parigi. E l´Italia? Se ci va bene, Tommaso Padoa-Schioppa dovrebbe succedere a Gordon Brown nella presidenza del Comitato dei ministri che governa le scelte di fondo FMI.
Un posto sicuramente di prestigio ma di scarso potere effettivo, che per di più la candidatura di Strauss-Kahn potrebbe mettere in forse, visto che molti dei Paesi emergenti contestano il predominio europeo nel Fondo monetario internazionale.
Sono lontani i tempi in cui il nostro Paese, con Prodi alla presidenza della Commissione Ue, Mario Monti a capo dell´antitrust europeo, Giuliano Amato vicepresidente della Convenzione per la Costituzione e lo stesso Padoa-Schioppa in un ruolo chiave alla Bce, poteva vantare in Europa un´influenza addirittura superiore al suo effettivo peso politico ed economico. Oggi gli unici italiani che ricoprono incarichi internazionali di rilievo sono Franco Frattini, uno dei cinque vicepresidenti della Commissione europea, e Lorenzo Bini Smaghi, uno dei sei membri del comitato esecutivo della BCE: due poltrone che difficilmente avrebbero potuto esserci negate. Su un piano certamente inferiore ma non meno importante, vale la pena di ricordare che l´Italia resta gravemente sottorappresentata sia a livello dei direttori generali della Commissione, sia, e in modo forse ancora più penalizzante, a livello dei responsabili politici del Parlamento europeo.
Ai tempi del governo Berlusconi, questa vistosa marginalità italiana poteva facilmente spiegarsi con la diffidenza generalizzata degli altri governi verso il nostro Paese, con la modestia del personale politico a disposizione e con il relativo disinteresse del centro-destra verso l´Europa e i suoi equilibri di potere. Ma un simile ragionamento non può certo valere per il governo di Romano Prodi, che, almeno nelle dichiarazioni programmatiche, ha fatto dell´Europa una delle sue massime priorità.
E allora la spiegazione va cercata nell´eterna incapacità italiana di "fare sistema", di avere gioco di squadra e di sapersi astrarre dalle beghe della politica interna quel tanto che è necessario per concentrarsi efficacemente su una programmazione di lungo periodo della propria presenza internazionale. Non è un caso che Strauss – Kahn, un socialista, sia spinto e appoggiato da un governo francese di centro destra. E che l´attuale direttore dimissionario del FMI, lo spagnolo Rodrigo Rato, fosse stato ministro del governo di centro-destra di Aznar ma venne designato per quella poltrona dal centro-sinistra di Zapatero.
Ma il motivo più vero della perdurante marginalità italiana risiede nella incompatibilità sempre più evidente tra gli equilibri precari della sua politica interna e l´esigenza di linearità e coerenza richiesta dalla politica internazionale di un Paese moderno. Una contraddizione che ieri, alla riunione del consiglio Ecofin, era addirittura plateale.
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Fino a che questo governo avrà bisogno dei richiami di Juncker, dei moniti di Almunia, degli incoraggiamenti di Trichet per giungere a decisioni che dovrebbe essere perfettamente in grado di prendere da solo, è evidente che si troverà in uno stato di inferiorità sia psicologica sia politica rispetto ai partner.
Invece di dare la scalata all´Europa, il "sistema Italia" è ridotto ad appoggiarsi alla stampella europea per poter sopravvivere a se stesso e alle proprie contraddizioni. In queste condizioni il recupero delle posizioni internazionali perdute durante gli anni del centro-destra rimane, evidentemente, un miraggio irraggiungibile.


I vicoli ciechi della sinistra
Pietro Ichino sul
Corriere della Sera

Uno dei motivi per cui nasce il Partito democratico — non il principale, ma neppure uno dei meno importanti — è la necessità per i liberal-democratici di uscire dai vicoli ciechi in cui la sinistra italiana si è cacciata nell'ultimo decennio in materia di politica del lavoro, pregiudicando la propria capacità progettuale, impedendosi di partecipare da protagonista al dibattito europeo su questi temi. La sinistra ci si è cacciata ogni volta che, per paura della discussione su qualcuno dei suoi vecchi punti fermi, ha scelto di difenderlo con uno slogan tassativo, quasi un precetto catechistico, che mirava a troncare la discussione sul nascere, ma anche a bruciarsi i ponti alle spalle, a precludersi qualsiasi futuro ripensamento.
Per esempio: quando, intorno al 2000, si è incominciato — anche in seno al centrosinistra, con un progetto di legge di Tiziano Treu — a discutere della possibilità e opportunità di riformare la protezione contro i licenziamenti individuali, i Ds e la Cgil, seguiti ovviamente dalla sinistra radicale, hanno proclamato l'articolo 18 dello Statuto sacro e intangibile, in quanto "baluardo a difesa della libertà e della dignità della persona nel luogo di lavoro"; e su questo slogan hanno organizzato manifestazioni oceaniche. Lo slogan è falso, poiché nessuno può seriamente sostenere che centinaia di milioni di europei lavorino in condizioni poco dignitose e di sostanziale servaggio, perché privi dell'articolo 18; ma evocare la dignità e la libertà della persona umana era una mossa comoda ed efficace per chiudere la discussione prima ancora che si aprisse.
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Ora il Libro verde sulla politica del lavoro dell' Unione Europea ci invita esplicitamente a ripensare la disciplina dei licenziamenti per motivi economici; ma il centrosinistra italiano si è posto in condizione di non poter partecipare utilmente a questa discussione: l'argomento è off limits. Saprà il Pd, con misura e intelligenza, liberarsi da questo blocco mentale?
Qualche cosa di analogo accade sulla delicata questione della possibilità di differenziare gli standard minimi di trattamento per i lavoratori nelle regioni più povere e con disoccupazione più alta: qui la chiusura preventiva della discussione senza appello è affidata allo slogan "no alle gabbie salariali". In realtà, lasciare uno spazio alla contrattazione collettiva decentrata per differenziare il livello e la struttura delle retribuzioni, tenendo conto delle condizioni peculiari di ciascuna regione, è proprio il contrario dell'imporre una "gabbia": la vera "gabbia", semmai, è lo sbarramento che impedisce di farlo.
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Musharraf, la vittoria di Pirro
Igor Man su
La Stampa

Uccidetemi pure: il martirio mi porterà in Paradiso": così avrebbe gridato Abdul Rascid Ghazi alle teste di cuoio pachistane che dopo sei giorni di macelleria lo avevano snidato nella cantina della Moschea Rossa di Islamabad (Ial Masjid). Ma a codesta versione della intifada dei cosiddetti "irriducibili", i guerriglieri pachistani che praticano il Takfirismo, antica dottrina purista rinata dopo la Guerra dei Sei giorni, irrobustitasi in Iraq a partire dal 2003, il portavoce del presidente Musharraf replica affermando che Ghazi "è stato raggiunto da colpi d'arma da fuoco mentre tentava di fuggire coprendosi coi corpi di donne e bambini".
Che Ghazi sia morto da martire ovvero tentando di sfangarla come un uomo qualunque, per noi ha scarsa importanza. Ne ha tanta, invece, nella Umma, la rissosa comunità islamica che dopo l'assassinio di Sadat (colpevole d'aver voluto l'infitah, la politica della porta aperta all'Occidente) è passata dalla rassegnazione alla contestazione. Quest'ultima ha infinite facce e diversi modi di manifestarsi ma un unico bersaglio: l'Occidente postcolonialista.
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Per gli islamici dell'Umma, il nemico da castigare è Israele: non tanto perché opprima i "fratelli palestinesi" ma perché gli arabi oltranzisti non perdonano ai reduci dei campi di sterminio di aver umiliato ben cinque munitissimi eserciti arabi nel 1948. Ancora: tutti credono che Sadat sia stato ucciso per aver fatto la pace con Israele. No, questa è la "terza colpa" del raîss che strinse la mano a Begin. La prima è quella d'aver "svenduto l'Egitto al capitale straniero". Lo uccisero perché "corrotto sulla terra". Ed è appunto con i "corrotti sulla terra" che ce l'hanno i takfiristi. Essi combattono contro gli americani in Iraq, in perfetta consonanza con al-Qaida che torna a minacciare Rushdie, "musulmano apostata", ma proclamano che "il vero nemico è fra noi" ed è semplicemente "il musulmano non osservante" (cfr. S. Saleem Shahzad). Da qui l'obbligo di vigilare & agire. La tragedia della Moschea Rossa origina dalla volontà del carismatico Ghazi di "punire il deviato deviante", cioè il presidente Musharraf del dimezzato Pakistan. Sì, dimezzato poiché le dure montagne del Waziristan nord e sud sono in fatto i santuari degli "irriducibili" di al-Qaida. Che combatte sì contro gli americani ma tresca con l'apostata presidente Musharraf sfuggito a ben quattordici attentati, tutti di matrice takfirista.
Le teste di cuoio hanno vinto soltanto una battaglia. La follia messianica del Takfirismo ha assunto l'aureola del martirio. Che fare? Ricordate San Valentino? Lo scontro feroce che segnò la fine dei vari clan mafiosi negli Stati Uniti fu possibile perché la polizia lasciò che si scannassero vicendevolmente. Non intervenne se non a strage conclusa. Non sarà "elegante" dir questo ma i fatti son fatti.


Bersani: “Serve un partito da combattimento”
Massimo Giannini su
la Repubblica

"Ora - non mi dite che sono uno sconfitto. Cosa fatta capo ha: guardo avanti, io sono così...". Da buon pragmatico della bassa emiliana, Pierluigi Bersani prova a girarla in positivo. Costretto dal peso dell´apparato diessino, neanche fosse l´ombra del "comitato centrale" del vecchio Pci, ha dovuto rinunciare suo malgrado a correre con Veltroni per la leadership del Pd. Avrebbe voluto. Alla fine si è arreso alla logica dell´uomo solo al comando. Per disciplina di partito. Ma adesso, dopo un´ora di conversazione, non lo si può immaginare come il Pangloss di Voltaire, che ce le prende da tutte le parti ma resta convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili. "È stato un errore - confessa a bassa voce il ministro - e io l´avevo detto fin dall´inizio: partito nuovo, proposta nuova, meccanismi nuovi. Per la leadership è meglio una scelta plurale. Non mi hanno ascoltato...".
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Ma in questo giudizio, evidentemente, sta comunque un´idea di Partito democratico non del tutto omogenea rispetto a quella vagheggiata dal sindaco di Roma. "Io - spiega Bersani - voglio che il Pd sia il partito delle riforme. Non più un partito riformista: questa formula mi ha stancato, ti puoi definire riformista quando le riforme le hai fatte, non più solo quando prometti di farle. Per questo serve un linguaggio fatto di proposte chiare e concrete, che la gente capisce: non rispondi più ai bisogni radicali del Paese, se vivi di un meccanismo comunicativo in cui usi una stessa parola con cinque significati diversi". L´uomo del Nord non lo dice, ma il riferimento può valere per tutti i nodi che il centrosinistra di oggi non riesce a sciogliere: dalle pensioni al referendum. Non solo. Bersani va oltre: "Voglio che il Pd sia un partito da combattimento, sui contenuti: io non voglio lasciare incustodita la parola "sinistra", che per me vuol dire battersi per i valori del lavoro, della democrazia, della cittadinanza. Voglio che il Pd sia un partito a vocazione maggioritaria, ma pronta a fare la traversata nel deserto. Un partito popolare, perché deve mobilitare il popolo. Un partito federalista, perché deve avere un fortissimo radicamento territoriale. Deve essere aperto, libero, capace di dire cosa pensa, e deve essere costruito con forme diverse da quelle cui allude questa nostra falsa partenza...". Il messaggio alle nomenklature Ds e Margherita è implicito, ma un attimo dopo viene in chiaro: "Riterrei inammissibile che la scelta del comitato dei 45 sulla selezione dei candidati regionali avvenga in modo diverso da quella del leader nazionale. Noi non possiamo avere un leader del Pd votato direttamente dagli elettori a Roma, e tanti leader scelti da Ds e Margherita sul territorio. Sarebbe la fine".
Ce n´è in abbondanza. Ma per fare che cosa, ora che ha dovuto rinunciare a candidarsi alle primarie d´autunno? Viene il sospetto che lo sbocco sia una bella "corrente" del Pd, come succedeva alla vecchia Dc. "Sì, qualcuno magari ci proverà. Ma io non mi ci metto dentro. Se non ho fatto il candidato, tanto meno farò il feudatario...". Allora, in nome dell´unanimismo sovietico della Quercia, non resta che una bella "lista Bersani per Veltroni". "No - risponde - non credo nelle liste nazionali di appoggio a un solo candidato. Sa cosa sogno? Io per il 14 ottobre sogno un´assemblea dove si presentano 2.500 persone, e ognuna si porta dietro solo ciò che pensa, e non si presenta lì perché appartiene a una cordata. È una costituente, giusto? E allora serve l´ambizione dei costituenti, non la strategia della pattuglia. Almeno, io ci andrò con questo spirito: da uomo libero, come dev´essere il nuovo partito".
Belle parole. Belle immagini. resta il dubbio: perché uno così ha dovuto rinunciare a correre. Viene il sospetto che avrebbe potuto battersi di più, contro la campagna di persuasione dei suoi capi. Viene a molti, ma non a lui: "Sa cosa mi ha fatto più piacere, in tutta questa storia? Che tutti quelli con cui ho parlato, dopo la mia decisione, mi hanno dato atto di una cosa: il mio coraggio. Mi potrete dire che non sono abbastanza ambizioso, ma non che mi manca il coraggio". Anche se lui non è mai stato veltroniano, e forse non è più dalemiano, farà la sua parte: "Molto umilmente, nel mio piccolo mi considero un "bersaniano". E a questo punto vorrei che ciascuno, dentro al nuovo partito, portasse solo un pezzo di sé, non più del partito dal quale proviene. Solo così vinciamo la sfida". È con questo spirito che, alla fine, il "ministro che piaceva al Nord" ha deposto le armi e ha pronunciato il suo "obbedisco". Ora vede il bicchiere mezzo pieno, nella candidatura solitaria di Walter: "Ha ridato fiducia ed entusiasmo, questo non c´è dubbio. E poi, mi ha fatto osservare un amico: con le difficoltà che purtroppo ha il governo, forse una scelta unitaria sulla leadership serve anche a rassicurare i nostri. La città brucia, Annibale è alle porte, e noi che facciamo, ci mettiamo a scegliere il fiorellino? Forse ha ragione lui...".


L'ipnotico Sarkozy
Bernardo Valli su
la Repubblica

I depositari della dottrina liberista, ovviamente anglo-sassoni, studiano il fenomeno Nicolas Sarkozy con una curiosità in cui diffidenza e apprezzamento si alternano. Giudicano genuine le sue dichiarazioni in favore di un´autentica economia di mercato, perché accompagnate da un´adeguata politica fiscale e da una altrettanto ortodossa riforma del mercato del lavoro. Ma sono al tempo stesso perplessi di fronte al suo interventismo in favore dell´industria nazionale.
Già quando era ministro delle finanze, Nicolas Sarkozy, pur definendosi un liberista, forzò le regole europee e usò il denaro pubblico per evitare che la francese Alstom cadesse nelle mani della tedesca Siemens.
E lunedì sera, come presidente della Repubblica si è eccezionalmente autoinvitato a Bruxelles per spiegare ai tredici ministri delle finanze dell´Eurogruppo perché la Francia potrebbe ritardare il pareggio del bilancio, previsto per il 2010. Parigi chiede più tempo, forse due anni se necessario, per non intralciare il rilancio dell´economia e l´attuazione delle riforme strutturali previste. La tattica non coincide dunque con le convinzioni.
Liberismo e protezionismo si confondono. In barba agli anglo-sassoni che due mesi fa salutarono l´elezione di Nicolas Sarkozy, convinti che la Francia avesse infine un presidente meno incline agli interventi dello Stato. Insomma più "americano". Dunque meno colbertista, come si dice riferendosi al Grande argentiere accentratore del re Sole.
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Appena reduce da Bruxelles, dove aveva (secondo un cronista parigino) ipnotizzato i ministri delle finanze alla vigilia scettici, se non proprio ostili, Nicolas Sarkozy è ripartito per Algeri, e poi per Tunisi, Rabat, Atene, i Balcani, dove sta gettando in queste ore le basi di una vagheggiata Unione Mediterranea. E prima ancora, a Parigi, era stato al ristorante (il palazzo dell´Eliseo è "troppo solenne"), con vari sindacalisti. Appena eletto era partito per Malta per una vacanza di lusso, ma appena rientrato aveva raggiunto Tolosa, per rassicurare gli operai (che producono Airbus) minacciati di licenziamento. Aveva poi dedicato qualche ora agli insegnanti. E anche ad alcuni giornalisti stranieri (tra i quali il sottoscritto). In seguito c´era stato il primo vertice europeo, conclusosi con un successo personale, poiché la sua proposta di un Trattato costituzionale semplificato ha sbloccato la paralisi dell´Unione. E questo non è che il diario abbreviato di due mesi di super attivismo, con un´Assemblea Nazionale che già sforna leggi e un governo "leggero" che studia e applica le riforme.
Claude Guénant, segretario generale dell´Eliseo, paragona il neo presidente a de Gaulle, mentre François Fillon, il primo ministro, evoca Georges Pompidou, successore del generale e considerato l´autore del miracolo economico francese negli anni Sessanta e Settanta. I paragoni storici fanno parte del rituale, si sprecano, durante lo "stato di grazia" di cui il capo dello Stato usufruisce all´inizio del mandato, quando le crisi non hanno ancora diradato l´euforia della vittoria elettorale. I critici ovviamente non mancano. Sottolineano con sarcasmo che de Gaulle, il fondatore della Quinta Repubblica, non discuteva con i sindacalisti al ristorante. Era un monarca repubblicano, che lasciava al governo il compito di governare. Mentre Nicolas Sarkozy si comporterebbe come un autocrate-manager, che si occupa di tutto, riducendo il primo ministro e i ministri a semplici esecutori. Un presidente che, proprio come fa un manager, spende parte del suo tempo nel tentativo di recuperare, non senza successo, i personaggi di rilievo dei partiti concorrenti, in particolare i socialisti, al fine di creare l´impressione di leader carismatico di destra che estende i suoi confini a sinistra. Ultimo spettacolare gesto, in quel senso, è la patrocinata candidatura alla presidenza del Fondo Monetario Internazionale di Dominique Strauss-Kahn, uno dei più rispettati dirigenti del Partito Socialista. Il quale, ottenuto il sostegno dei Paesi europei, ha accettato di concorrere alla carica, che gli calza a pennello essendo stato un apprezzato ministro delle finanze in un governo di sinistra.
Nicolas Sarkozy si considera un pragmatico. Pur essendosi definito un uomo della destra repubblicana (cioè democratica), allunga lo sguardo (le mani, dicono i socialisti) a sinistra. Si vuole pragmatico in politica come in economia, dove salta, appunto, dal liberismo al protezionismo. Una sua frase viene spesso citata: "È inutile inventare ancora una volta l´acqua calda. Tutte queste teorie economiche. Anch´io a volte mi ci perdo. Quel che voglio è che le cose funzionino". È un seguace del metodo che consiste nel guardare quel che si fa di meglio, con successo, negli altri Paesi, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Danimarca, o altrove. A differenza dei suoi predecessori, di Valéry Giscard d´Estaing e di Jacques Chirac (e della stessa Ségolène Royal), e di tanti primi ministri e ministri dei passati governi, Nicolas Sarkozy non è un "enarca", come sono chiamati coloro che hanno frequentato l´Ena (Scuola Nazionale dell´Amministrazione), dove si è formata larga parte della classe dirigente, di sinistra e di destra, nella Quinta Repubblica. E dove si impara il culto dello Stato. Né ci sono "enarchi" maschi nel suo governo. La sola eccezione era Alain Juppé, il quale non essendo stato eletto alle legislative ha dovuto rinunciare alla carica di vice primo ministro. Non essere un "enarca" significa non avere forti riflessi colbertisti. Si dice che lasci un notevole spazio al pragmatismo. I critici sostengono che favorisca l´improvvisazione. Altri che liberi da schemi ormai rivelatisi soffocanti.


Mille grazie Sarcozy
Carlo Bastasin su
La Stampa

Dopo la riunione dell'Ecofin, ieri a Bruxelles, i margini negoziali del governo nella difficile trattativa sulle pensioni e sulle politiche di spesa si sono ulteriormente ristretti. La debolezza della politica di bilancio italiana non è stata oggetto di attacchi diretti da parte dei paesi partner solo perché ieri tutti erano concentrati sulla questione francese. La presenza di Sarkozy, e il suo atteggiamento frontale nei confronti degli impegni di bilancio, ha consentito a Padoa-Schioppa di guadagnare due mesi e mezzo di tempo, fino alla presentazione della Legge Finanziaria, per convincere Bruxelles. In questi 80 giorni il governo dovrà tappare due falle che possono mandare di nuovo all'aria i conti pubblici, suscitare la reazione dei paesi partner e impedire quindi all'Italia di uscire dalla "procedura" per il disavanzo eccessivo nonostante il favorevole andamento dell'economia.
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La posizione relativamente debole della Commissione nella riunione di ieri, presa di petto da Parigi, ha anche evitato al governo italiano osservazioni più penetranti sullo scarso sforzo di risanamento del biennio 2007-2008 e nel merito sul mix di spese e tasse della politica di bilancio. Il commissario Almunia ha riconosciuto l'inedita trasparenza con cui il Dpef individua le spese aggiuntive "eventuali" che normalmente venivano occultate nei bilanci, ma non è entrato - vale la pena di dire: non ancora - nel giudizio delle politiche. Per la prima volta da anni, l'aggiustamento di bilancio infatti è interamente rimandato ad anni successivi, dal 2009 in poi, tanto che gli obiettivi di bilancio rivisti nel Dpef sono peggiori del quadro a legislazione vigente. Se c'era bisogno di quantificare il costo finanziario della fragilità di governo ci si è riusciti perfettamente. Il miglioramento rispetto alle cifre del programma di stabilità (deficit previsto nel 2007 al 2,8%, contro il 2,5% del Dpef) è un debole paravento. Se le maggiori entrate fiscali fossero state destinate a riduzione del deficit, l'anno si chiuderebbe con un disavanzo al 2,1%. Il divario tra le richieste della Commissione e l'impegno del governo si amplia ancora nel 2008 quando il deficit previsto dal governo sarà del 2,2% contro l'1,5% atteso da Bruxelles. Nel 2008 inoltre dovranno essere reperiti altri 11 miliardi per impegni già sottoscritti. Se dovesse fallire il finanziamento delle spese eventuali, il deficit salirebbe sopra il 3 per cento.
Se l'obiettivo del governo era quello di legarsi all'albero maestro per sfuggire al canto delle sirene spendaccione, diciamo che certamente i nodi razionali sono molto robusti. I margini di manovra sono nulli, i comportamenti in tali circostanze, viste le minacce, dovrebbero solo essere virtuosi. Ma in genere alle sirene non è mai importato molto che il veliero affondasse.


Quando i mascalzoni erano onesti
Alfio Caruso su
La Stampa

Il generale De Lorenzo giocò pesante nell'Italia dalla democrazia monca, asfissiata da odi e compromessi. Prima da responsabile del Sifar, poi da comandante dei carabinieri, De Lorenzo fu detentore di un potere nel quale lecito e illecito facilmente si mescolavano e s'ingarbugliavano. Lui e molti altri militari dell'epoca facevano coincidere il dovere con la difesa della Patria dalle mire dell'Unione Sovietica. Che questo poi si traducesse in uno spregiudicato superamento di codici e di regole veniva ritenuto un male necessario. Ma a modo loro il senso dello Stato lo possedevano e lo rispettavano. Mai il generale minacciò di svelare segreti e presunti altarini.
De Lorenzo fu il primo destinatario di una legge ad personam per consentirgli di mantenere la guida del Sifar pur essendo stato promosso; proseguì l'usanza sviluppata dall'Ovra di accumulare dossier (Andreotti osservò che d'ignoto in Italia era rimasto soltanto il Milite); sovrintese al piano Solo: secondo i nemici il canovaccio di un golpe, secondo gli estimatori una normale misura preventiva per l'ordine pubblico; fu iscritto a un'importante loggia massonica riservata, la Giustizia e Libertà dipendente dalla Gran Loggia di piazza del Gesù, e gli facevano compagnia diversi colleghi, i cui nomi saranno poi ritrovati nella P2 gelliana. Insomma a rileggere quei funambolismi e quei sotterfugi ci si accorge che purtroppo niente è cambiato, che forse aveva ragione Montanelli allorché asseriva che in Italia i servizi o sono deviati o non sono. Tuttavia i documenti ci raccontano che pure da tessitori di trame possono tenersi comportamenti coerenti e seri. Ci si può battere in modo onesto per una causa sbagliata. È possibile affermarlo pure per gli attuali protagonisti della vicenda Sismi?
Il finto colonnello Adalberto Titta guidò dal '48 una struttura particolare, quasi clandestina. La chiamavano Anello, doveva servire per le operazioni dove esiste la licenza di uccidere cara a James Bond. Ma Titta non era stato raccomandato dal don Verzè dell'epoca, nel bene e nel male aveva contato il suo passato di maggiore pilota nella regia Aeronautica e nella Repubblica di Salò. E quando venne fuori che Anello aveva contribuito alla fuga di Kappler, che Titta aveva condotto le trattative con Cutolo per la liberazione di Cirillo, i suoi capi ebbero il buon gusto di abbozzare. Il generale Pollari, invece, afferma che niente sapeva dei dossier su magistrati, politici, giornalisti stilati dal dottor Pompa. Fosse anche vero, qual è l'affidabilità di un servizio segreto il cui capo non s'accorge che il principale collaboratore gioca una partita del tutto personale?
La Cia brutta, sporca e cattiva di Angleton, di Offie, di Allen poteva impiegare un graduato dei Carabinieri, ma non spingerlo fino a diventare il numero 2 dell'apparato, com'è accaduto con Mancini. Allora non bastava essere cagnolini fedeli, occorreva sbrigarsela bene con il mestiere. A Mancini viene attribuito il merito di aver indicato, attraverso una propria fonte, un importante arsenale di Saddam nella prima guerra del Golfo. La leggenda, però, racconta che nel '56 gli agenti del Sifar, dopo aver annunciato agli statunitensi l'esistenza del memoriale Krusciov sugli orrori dello stalinismo, strapparono a malapena una gratifica. All'ombra della Guerra fredda e delle ideologie poteva anche capitare. Ma oggi all'ombra dei soldi?


Il Papa: i protestanti non sono una chiesa
Luigi Accattoli sul
Corriere della Sera

CITTÀ DEL VATICANO — Cristo ha "costituito sulla terra un'unica Chiesa" che trova la sua "piena identità" soltanto nella Chiesa cattolica, risentendo ogni altra Chiesa o comunità ecclesiale di una qualche "carenza" rispetto a quell'identità: lo afferma un documento della Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede pubblicato ieri che ha immediatamente provocato reazioni allarmate e polemiche da parte di ortodossi e protestanti.
Il documento, firmato dal prefetto della Congregazione, cardinale William Levada, e approvato da Benedetto XVI, è di sole sei pagine. Si intitola: "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina della Chiesa".
Le risposte sono cinque e nel loro insieme costituiscono una specie di assicurazione — si direbbe rivolta al movimento tradizionalista, lefebvriani in testa — sul fatto che il Vaticano II non ha "rivoluzionato" la "dottrina sulla Chiesa", ma l'ha soltanto "sviluppata, approfondita ed esposta più ampiamente". La prima domanda suona infatti: "Il Concilio Vaticano II ha forse cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa?".
Le cinque domande girano intorno a quest'affermazione del documento conciliare Lumen Gentium (1964): "L'unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica". La dottrina precedente (per esempio Pio XII nella enciclica
Mystici corporis, 1943) diceva "è". Perché dunque l'identità è diventata sussistenza? E che vuol dire questa parola?
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Sempre riaffermando posizioni già note, il testo di ieri spiega come il "titolo di Chiesa" vada riconosciuto alle Chiese ortodosse ma non a quelle protestanti: perché le prime — pur "carenti" della "comunione" con il vescovo di Roma — condividono con la Chiesa cattolica "sacerdozio ed eucarestia", mentre le seconde mancano del "sacerdozio ministeriale " e, pertanto, "non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico ". Quelle nate dalla Riforma non sono dunque Chiese ma "comunità ecclesiali".
Come già la dichiarazione del 2000, anche le "risposte" di ieri hanno provocato vivissime proteste da parte del Patriarcato di Mosca ("Non siamo d'accordo "), della Chiesa Copta d'Egitto ("Colpisce la sensibilità delle Chiese ortodosse e protestanti "), dell'Alleanza riformata mondiale ("Siamo sconcertati"), della Comunità delle Chiese protestanti d'Europa ("Un'idea monopolistica del cristianesimo e un attacco all'identità altrui") e della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ("Un vistoso passo indietro nei rapporti con le altre comunità cristiane").


   11 luglio 2007