
sulla stampa
a cura di P.C. - 28 giugno 2007
Dopo lo strappo la coerenza
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
Non è stato reticente. Ha persino fatto un uso limitatissimo dell'ossimoro, la forma politico-lessicale che rappresenta il rifugio preferito della sinistra italiana. C'era grande attesa per i contenuti programmatici del discorso torinese di Walter Veltroni e il sindaco di Roma non ha deluso. Ha raccolto la sfida e posizionato la sua candidatura alla leadership del Partito democratico lungo la linea della discontinuità. In un discorso che ha avuto forse il difetto di essere troppo lungo, ha spiegato al suo popolo come le grandi narrazioni dei padri costituenti e le culture del Sessantotto abbiano esaurito la loro funzione storica.
Innovando anche rispetto al recente passato, Veltroni non ha riproposto improbabili terze vie o riformismi indolori. Ha invece detto chiaro e tondo che esiste una sinistra della conservazione.
...
Non è casuale del resto che il governatore Mario Draghi sia stato il più citato da Veltroni: tre volte. Ma ora, varcato il Rubicone, il futuro leader del Pd sarà chiamato alla sfida della coerenza. In fondo anche Massimo D'Alema nella sua pur breve esperienza a Palazzo Chigi si pose l'obiettivo di piegare la sinistra conservatrice, cercò il dialogo proprio con il Blair di allora che governava osannato il Paese più veloce d'Europa, ma non riuscì a tenere il punto, capitolò di fronte alla Cgil e perse sfida e poltrona. Molti di coloro che ieri hanno applaudito la discontinuità veltroniana l'avranno fatto con sincerità, ma chi avesse coltivato retropensieri può aver pensato di giocare proprio questa carta: l'eterna difficoltà della sinistra italiana a compiere il tragitto che separa il dire dal fare.
Calato il sipario sulla kermesse di Torino, parte ora la gara alla leadership del Pd. E' semplicemente ridicolo pensare che si possano formare cento liste "per Veltroni", con un programma così netto una lista basta e avanza. Lo strappo blairiano del sindaco di Roma avrà, intanto, l'effetto di ridisegnare la mappa delle candidature alternative. Sembra difficile che ci possa essere spazio per un concorrente con programma nordista. Chi vorrà sfidare Veltroni e speriamo proprio che ci sia qualcuno disposto a farlo dovrà dunque puntare su un'identità tradizionale. Solo così saranno primarie vere.
Walter di governo
Riccardo Barenghi su La Stampa
Non è stato un discorso da segretario, o più probabilmente da presidente di un partito che nasce. È stato un discorso da premier. Ma non di un premier che (forse) verrà tra qualche anno, di un premier di oggi o di domani, comunque del presente. Questa è l'impressione che si ricava dal lungo, anche troppo lungo, intervento che ieri pomeriggio Walter Veltroni ha pronunciato nel Lingotto di Torino.
Certo, il Partito democratico di cui lui sarà il leader non è mancato, anzi il sindaco di Roma ha spiegato con dovizia di particolari che genere di forza politica dovrà essere, nuova, aperta alla società civile, che vada oltre le rispettive storie e ideologie dei fondatori. Ma il cuore del discorso è stato il governo, anzi meglio: il programma del governo. E non quello che farà lui se e quando riuscirà a vincere le elezioni, bensì quello attuale, quello guidato da Romano Prodi (cui ovviamente Veltroni ha riservato tutti gli onori possibili, e implicitamente anche l'onore delle armi).
...
Sulla Tav, che va fatta senza discussioni ulteriori. Sull'ambiente, che va difeso con i sì e non con i veti. Sulla legge elettorale, che se il Parlamento non la cambia allora ci penserà il referendum. E infine, ma forse soprattutto, sulla politica: che dev'essere riformata nel senso che deve poter decidere. Il governo e il suo premier soprattutto, ancor più del Parlamento. Il quale va a sua volta riformato e ridotto nel numero di membri, snellito nelle sue procedure farraginose e burocratiche. Insomma una politica rapida, agile e decisionista (a qualcuno ha ricordato Craxi).
Semplificando, si può dire che ha messo in campo qualche idea di sinistra, qualcuna in più di destra e molte di centro. Un mix perfetto per quello che vuole essere, e che lui vuole che sia, il "suo" Partito democratico. Certo non ha fatto contenti gli alleati della Cosa rossa, che formalmente apprezzano ma sotto sotto sono preoccupati dell'esordio dell'"uomo nuovo". Il quale però ha scelto un profilo diverso dal politico normale, quello che si preoccupa innanzitutto di non scontentare nessuna delle forze politiche che lo tengono in piedi. Ci sarà modo e tempo per mediare e ricucire, il personaggio conosce il mestiere. Stavolta lui ha voluto parlare più che altro al Paese, e in particolare a quel Nord dove ha scelto di esordire. Proprio perché sa che se non ricomincia da lì, se non prova a recuperare il terreno perduto in questa enorme e fondamentale zona dell'Italia non ci sarà alcuna possibilità per risalire la china e ribaltare i rapporti di forza che oggi vedono l'Unione molto al di sotto del centrodestra (al di là degli ultimi sondaggi che Veltroni ha citato, ma che appaiono piuttosto miracolistici).
Dunque, leader nuovo, forte e combattivo. Che pensa di sapere quel che serve al Paese e come metterlo in pratica. Peccato solo che abbia un problema non di poco conto, e cioè che per attuare un programma di governo come quello che lui ha illustrato bisogna esserci al governo, possibilmente come presidente del Consiglio. Ma oggi quel posto è occupato da Prodi...
Veltroni disegna il suo Pd
Goffredo De Marchis su La Stampa
TORINO - Ai "nuovi italiani", "ai nostri figli, ai nostri nipoti" Walter Veltroni offre un "partito del nuovo millennio". Che su molti temi non può e non deve distinguere tra destra e sinistra, che si candida a guidare un governo capace di decidere "perché, vedete, l´eccesso di decisione si chiama dittatura, ma si può perdere la democrazia anche per un difetto di decisione". E´ il "suo" Partito democratico, che da ieri pomeriggio ha un segretario in pectore nella figura del sindaco di Roma, anche se si voterà solo il 14 ottobre per scegliere leader e rappresentanti dell´assemblea costituente. Quello che parla al Lingotto di Torino per un´ora e 35 minuti, davanti a 5000 persone divise tra la sala principale e quella attigua con il maxischermo è certo il Veltroni che conosciamo, l´uomo delle emozioni e dei sogni. Ma è anche il politico sul quale l´esperienza amministrativa ha lasciato un segno evidente, rendendolo più concreto, feroce avversario di un sistema in cui "tutti hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere". È un messaggio anche al sindacato e alla sinistra, "una sfida ai conservatorismi di destra e di sinistra".
...
Il Veltroni decisionista è la bussola che guida l´intero lungo discorso, segnato da molti applausi. Il più deciso, da una platea direttamente interessata, è sulla Tav. "Va fatta. Non farla significa più inquinamento, minore competitività". In platea Sergio Chiamparino annuisce e riceverà più tardi una standing ovation chiamata dal "collega". Decisionista è anche sulle tasse: "Pagare meno, pagare tutti". Come? Lo spiega parlando di aliquote, dati, affitti. Il "nuovo patto generazionale" è l´obiettivo del Pd, "la lotta alla precarietà" la sua grande frontiera. I mutamenti climatici sono un problema di oggi, "non del futuro". Per combattere questa nuova battaglia, la ricetta di Veltroni è "l´ambientalismo dei sì". Poi, c´è il tema della sicurezza. Più forze di polizia sulle strade, invoca Veltroni. Ed è tutto tranne che buonista quando parla degli stranieri. Accoglienza e integrazione per chi viene qui rispettando le leggi. "Severità e fermezza" con gli altri, "con chi viene per far male agli altri o sfruttare donne e bambini". Questi vanno assicurati alla giustizia, "senza se e senza ma".
Veltroni non manca di ringraziare "il fondatore dell´Ulivo, Prodi". Garantisce il sostegno pieno a un governo "che sta ottenendo dei risultati". Grazie anche a Fassino (in prima fila al Lingotto) e Rutelli. Una citazione per D´Alema "con cui decidemmo l´intervento in Kosovo". Per dire che a volte la pace non può solo essere difesa, "ma va ricostruita". La laicità dello stato non si mette in discussione, sapendo però "che chi crede non può lasciare fuori dalla porta la sua fede, anche nella vita pubblica". E la candidatura a segretario? Veltroni adesso sta per concludere, suda, si asciuga la bocca con un minuscolo fazzolettino di carta. Certo che è in campo e se ci saranno avversari bene, "ma con piattaforme programmatiche diverse", avverte. "Democratico è la parola più bella che ci sia", spiega citando Gustavo Zagrebeslky, un altro omaggio a Torino. "E´ per me un onore e una grande responsabilità. La politica non è una passeggiata solitaria nella quale si scelgono le soste e i percorsi. E´ un meraviglioso viaggio collettivo. Facciamolo, per una volta, in allegria". Nel momento in cui torna a metterci la faccia dice che il "suo programma di vita è un altro e ci sono dei luoghi del mondo e del mio cuore nei quali dovrò tornare". Recita la bellissima lettera di una studentessa romana che doveva partire con lui e invece è morta di leucemia due mesi prima. Ci sono persone più sfortunate di tutti noi, laggiù. E mai come oggi il suo "mal d´Africa" sembra sincero. Però i "nuovi italiani" chiamano e quel viaggio, per il momento, è rimandato.
La veltronomics che guarda il Nord
Alberto Statera su la Repubblica
Una lunga, ansiosa e preoccupante buona mezz´ora è trascorsa nella Sala Gialla del Lingotto, luogo simbolo al tempo stesso della working class e della capacità di rilancio dell´industria italiana, prima che la politica veltroniana dell´"I care" lasciasse finalmente spazio alla politica del "Problem solving", quella post-ideologica della soluzione dei problemi, che da Torino a Trieste tutti nel Nord chiedono al centrosinistra e al nascente Partito Democratico.
La scenografia, i megaschermi che rimandavano verdissime e tondeggianti colline toscane, alternate a romantiche Pievi soffuse di luci e a occhi azzurri di bambini, in quei minuti hanno fatto temere, fortemente temere, alla prima fila della sala, tutta targata Nord Ovest, ma completamente orba del Nord Est, compresi quelli che una volta Massimo D´Alema definì i sindaci "cacicchi", che il leader designato, dopo Alcide De Gasperi, parlasse "ad humanitatem", scivolasse nella nota simbologia veltronica, nell´iconografia africana, magari sul "Giovane Holden" e "L´anima di Hegel e le mucche del Wisconsin".
...
Ce ne è anche per i sindacati conservatori nella maratona vocale del Lingotto: sono conservatori, tutti centrati a difendere solo chi un posto di lavoro ce l´ha già. Tre citazioni invece assai commendevoli per Mario Draghi nella "Veltronomics", che concede un plauso alla riforma del risparmio varata dal precedente governo di centrodestra, che consentì il ricambio di Antonio Fazio in Banca d´Italia dopo lo scandalo dei "furbetti", le cui code avvelenate fluiscono anche nella nascita del Partito Democratico.
Alle fusioni tra banche, italiane o straniere, proclama Walter in versione "Goldmann Sachs", non vanno frapposte barriere se si vuole accrescere la competitività a favore dei consumatori. E basta credere che la politica finanziaria rigorosa sia figlia dell´ideologia e non della necessità di abbattere il debito pubblico: "Per troppi anni la sinistra si è accomodata nella logica del tassa e spendi", ha ammesso Veltroni. Ma ora non si può aspettare che tutti paghino il dovuto per ridurre il carico fiscale sui contribuenti onesti. E ha persino dato una scadenza: tre anni.
"Non sanno neppure dov´è Sesto San Giovanni", così Massimo Cacciari ha bollato i vertici romani della sinistra di governo.
Veltroni, che più romano non si potrebbe, ha cominciato ieri dal Lingotto a prendere confidenza col Nord, con il discorso che la platea nordista voleva sentire, soprattutto negli acuti. Come quello sulla sicurezza: punire senza se e senza ma gli immigrati che commettono crimini, perché la sicurezza è un diritto fondamentale senza colore politico, come sostengono i sindaci della tolleranza zero, capeggiati da Flavio Zanonato a Padova e Sergio Cofferati a Bologna. Ma basterà questo a Nord Est, dove il malessere è più acuto e i cui rappresentanti hanno oggi disertato il Lingotto (morettianamente: "Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono"), a recuperare pezzi di sinistra dopo tanti anni di incomprensioni? Di pregiudizi della società nordestina verso il centrosinistra e del centrosinistra nei confronti di un modello di sviluppo fondato sulla piccola industria, sulle comunità locali e sull´individualismo, che non ha mai voluto capire a fondo? State certi che qualcuno si alzerà a dire che Veltroni ieri al Lingotto è stato forse palingenetico rispetto a tanti tabù della sinistra, non solo radicale, ma che ci vuole "ben altro", secondo la teoria del "benaltrismo" che per tanto tempo ha segnato la sinistra.
Prossimo test fondamentale per il Partito Democratico e per il suo leader in pectore mercoledì 4 luglio a Padova, nel Nord Est, dove il malessere è più profondo.
Il derby degli oni
Massimo Gramellini su La Stampa
L'Italia è il Paese che amo" (Berlusconi, 1994). "Parlo da italiano che ama il suo Paese" (Veltroni, 2007).
Dopo un decennio sprecato in inutili preliminari, è finalmente iniziata ieri la madre di tutte le sfide televisive: Silvio contro Walter, il derby degli Oni per stabilire una volta per tutte chi sia il vero allievo di Mike Bongiorno.
Silvio Oni e Walter Oni. Il Padrone contro il Collezionista, le due anime di questo Paese che si divide fra chi sogna di comprare la squadra o l'attrice del cuore e chi si accontenterebbe di conoscerla e andarci a cena. Il duello finale fra uno che considera la tv sua figlia (quella commerciale l'ha creata lui) e il figlio della tv: in senso letterale, il padre di Walter è stato il primo direttore del telegiornale Rai.
Berlusconi gode ancora di un lieve vantaggio, ma da ieri sera Veltroni è in rimonta feroce, avendo dimostrato di saper usare gli stessi schemi da soap opera e lo stesso buonsenso del suo avversario, con un'aggiunta di sobrietà secchiona che piacerà anche alle "vecchie zie": quella parte di borghesia anziana e colta del centrodestra, anticomunista da una vita ma che osserva con simpatia questo signore educato che dichiara guerra alla volgarità, cita bambine strappacuore e dice "grazie" a chi gli porta un bicchiere d'acqua sul palco. E forse potrebbe persino votare la Forza Italia di sinistra che ha appena preso le mosse dal Lingotto fra le colline verdi dei maxischermi, la risposta attesa da dieci anni ai cieli azzurri di Berlusconi.
...
A sentirlo parlare in apnea per un'ora e mezza non sembra che stia leggendo su un gobbo laser, misteriosa e invisibile creatura di cui abbiamo appreso ieri l'esistenza, ma che stia recitando a memoria un discorso provato e riprovato per tutta la vita. Una spremuta di ovvietà meravigliosamente televisive. Il Buonsenso Assoluto. Diverso ma speculare a quello che Berlusconi ha venduto per anni prima di tornare al governo, senza riuscire poi a metterne in pratica nemmeno una briciola. Probabile che Veltroni sia atteso da analoga sorte. Che i sindacati e Bertinotti gli rideranno in faccia quando ripeterà loro ciò che ha detto al Lingotto, invitandoli a occuparsi dei giovani e non solo degli anziani, a tutelare più i precari vogliosi di lavorare che gli iperprotetti abituati a oziare.
I sogni, si sa, muoiono all'ingresso di Palazzo Chigi. Ma fino a un minuto prima voleranno altissimi, regalandoci una campagna elettorale memorabile. Oni contro Oni. Che nessun Ini o Ino si azzardi a rovinarci lo spettacolo. I due Oni, ovviamente, si temono e si detestano. Walter considera Silvio corrotto e volgare, ma lo dice alla Veltroni: alludendo di continuo al rivale senza mai dargli la soddisfazione di nominarlo. Silvio reputa Walter il prototipo del sinistrorso parassita e invidioso, ma lo esterna alla Berlusconi: mettendolo al centro di qualche barzelletta. Una volta disse: "Il Pallone d'oro lo darei a Veltroni, con quella faccia... sembra un pallone!". Incarnano i due italiani-tipo, di destra e di sinistra. O forse lo stesso italiano che si guarda dentro due specchi. Di sicuro sono i soli politici che assomigliano ai loro elettori e a cui i loro elettori vorrebbero assomigliare. Gli unici che riescono ancora, anche ieri, a infarcire i loro discorsi di parole belle e impossibili come "Allegria!". Mike Bongiorno non è dunque vissuto invano.
Margherita: pochi in platea
Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera
TORINO È uno di quei pomeriggi di politica pura, appassionante. Solo che poi la politica è anche, è ancora questo. Far scorrere lo sguardo sulla platea. E cercare, controllare, contare. Andiamo in processione dietro a Walter Veltroni, sceso dal palco, sollevato di peso dagli uomini della scorta, baciato da labbra di militanti sconosciute, e quindi toccato e applaudito, ma intanto, con rapide occhiate, i cronisti si cercano e si chiedono: ne hai visto qualcuno?
Dai, nemmeno uno?
Ma no, lascia stare: guarda che Dario Franceschini sarà il vice di Veltroni. Un altro, almeno un altro della Margherita, c'è o no?
...
Lì accanto c'è l'ex senatore Franco Debenedetti. "Le dirò: era stupefacente che, in pochi giorni, ogni problema fosse stato risolto ". Prosegua, senatore. "E che tutti poi si scoprissero ammiratori sinceri di Walter, e che il suo successore, a Roma, per fare un esempio, fosse Gentiloni... ". Forse non casualmente, il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, tra i potenti della Margherita, la cui presenza era pure stata annunciata, non è venuto. E non c'è nemmeno Linda Lanzillotta, ministro per gli Affari regionali, e rutelliana di ferro. A proposito: Francesco Rutelli è negli Stati Uniti, mentre Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, s'è limitato a chiedere al suo collega di Torino, il diessino Sergio Chiamparino, di "esprimere ogni sostegno a Walter...".
Però c'è molta Quercia (si può ancora scrivere?) in platea. Ecco Claudio Burlando e Piero Marrazzo, governatori di Piemonte e Lazio. Ma ecco, soprattutto, Piero Fassino. Un'ovazione, quando è entrato. Grande affetto. E rispetto, gratitudine. In fondo, è venuto a metterci la faccia. Da solo. In un giorno non qualsiasi.
Assolta la professoressa che punì lo studente bullo
Francesco Merlo su la Repubblica
È una sentenza esemplare che sarebbe addirittura perfetta se, chiudendo con l´assoluzione il processo alla professoressa, ne avesse aperto un altro a carico del padre del bullo, educatore diseducativo che ha dato, a nessun titolo se non le sue nari, della "cogliona" all´encomiabile insegnante che aveva punito suo figlio: insegnante di lettere, di umanesimo e di buone maniere.
È infatti il padre che andava e andrebbe processato, è lui il principale responsabile delle deficienze del figlio deficiente. Ed è facile immaginarlo a Palermo questo padre "masculu" che pretendeva un risarcimento di venticinquemila euro, un ovvio personaggio di quell´universo ridicolizzato da Brancati: " 'A ttia ti dissi deficiente? A me figghiu? Dammi il quaderno ché rispondo io alla tua maestra". E scrisse: "Non solo mio figlio non è un deficiente, ma lei è una cogliona".
Attenzione però: non è Palermo che ha prodotto l´apparente eccezionalità del caso. In tutta Italia infatti le istanze familistiche la difesa del figlio nostro, u figghiu miu, a creatura, il piccinin, er pischello, il toso hanno ormai il sopravvento sulle prerogative istituzionali della scuola, sulla formazione del cittadino. Saggiamente infatti la sentenza di Palermo ricorda il terribile caso del ragazzo suicida a Torino perché trattato da omosessuale, maltrattato da un branco di deficienti che diventano, senza capirlo e senza volerlo, per ignoranza e per deficienza appunto, una banda di assassini, di istigatori al suicidio.
...
Ecco perché questa sentenza è un´assoluzione con l´encomio per avere commesso un fatto che non solo non è un delitto, ma è il suo contrario: è una buona azione, una di quelle rare e sorprendenti in questo parcheggio sfasciato che è la scuola italiana. Nelle sue otto pagine dattiloscritte il giudice di Palermo scrive anche che l´ordinamento italiano non prevede adeguate punizioni per quel bullismo che offende la sfera sessuale. Più propriamente, la scuola italiana di oggi non è attrezzata a liberare i figli dal familismo, dal mammismo, dai padri malandrini che esclamano offesi: "a mme figghiu!". Perciò forse la sentenza si può riassumere così: lasciate che la scuola difenda i figli dai loro genitori.
Una società immobile che punisce i migliori
Nicola Rossi sul Corriere della Sera
C aro Direttore, assolta perché la punizione non ha causato alcun danno psicologico all'alunno. Si è conclusa così la vicenda della docente palermitana processata per abuso dei mezzi di correzione, avendo costretto un suo alunno che aveva dato del "gay" ad un suo compagno di classe a scrivere cento volte "sono deficiente ". Una decisione di assoluto buon senso, molto meno ovvia di quanto non sembri. Perché ci si guardi intorno non sono poi molti i casi in cui sembriamo capaci di distinguere con nettezza i comportamenti negativi da quelli positivi.
Per far solo qualche esempio, non diamo quotidianamente la sensazione, nei fatti, di avere ben chiara la differenza fra i professori universitari che fanno al meglio il loro mestiere di docenti e di ricercatori e che quotidianamente impediscono che si spezzi uno dei fili che lega l'Italia al resto del mondo e coloro, invece, che dell'università conoscono null'altro che la busta paga o che invece nell'università hanno trovato l'ambiente ideale per realizzare la loro innata aspirazione al nepotismo. E ancora, l'interesse della politica sembra spesso rivolto molto più alle imprese male in arnese, a quelle per intendersi che tendono la mano piuttosto che alzare la testa, e molto meno a quelle che investono in beni immateriali e materiali, che conquistano i mercati esteri, che crescono di dimensione, che si aprono alle idee e ai capitali. Per fare un terzo esempio, sono molti gli impiegati pubblici che rendono ai cittadini il servizio che questi si aspettano di ricevere e che spesso rendono anche il servizio che dovrebbe essere reso dal loro collega "temporaneamente fuori stanza". Eppure non riusciamo a rendere loro giustizia trattando come meritano i "nullafacenti", gli assenti, i raccomandati.
...
Riconoscere e difendere il merito, indicare il valore ad esempio, proporre il caso di successo come il punto di riferimento è possibile solo se si ha un'idea di società in movimento, solo se non solo non si teme ma anzi si cerca l'innovazione e si desidera il cambiamento, perché nel cambiamento si intravede la possibilità della crescita e del progresso. Ma, per far solo un esempio, la cultura della nostra classe politica tanto di destra quanto di sinistra rifiuta spesso e volentieri ed in maniera esplicita l'idea del movimento. E' una cultura che si sintetizza in una frase apparentemente innocente comparsa più volte sulle labbra tanto del precedente quanto dell'attuale presidente del Consiglio: "Ma dove vivete! Così fan tutti!". Certo, il primo ne faceva ieri l'argomento di fondo a difesa dell'evasione fiscale ed il secondo ne fa oggi l'argomento di fondo a sostegno delle tesi dei nostalgici dell'intervento pubblico in economia. Ma non è l'oggetto che rileva. E' la logica di fondo che è intrinsecamente conservatrice, nel senso più autentico della parola.
Il primo compito della classe dirigente che verrà il più semplice e il più difficile insieme sta proprio qui. Nel recidere finalmente le radici di un passato non particolarmente glorioso. Nel ricordare al Paese l'ordine delle cose.
28 giugno 2007