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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 giugno 2007


Domande al nuovo leader
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Pertanto sta negoziando da posizioni di forza e chiede sin d'ora il sostegno dei suoi sulle riforme elettorali e istituzionali che ha in mente. Ma, appunto, cosa ha in mente? È bene chiederselo subito visto che in passato (quando Veltroni era segretario dei Ds e non fece bene) sbagliò, per esempio, sul sistema elettorale. Il problema è che in media gli attribuiscono idee contraddittorie. Leggo che Veltroni intende proporsi come "sindaco d'Italia" (è lo slogan di Mario Segni), ma leggo altrove che è per il sistema semipresidenziale francese. Sono due formule diversissime. La prima è caratterizzata dalla elezione popolare diretta del capo del governo, la seconda dalla elezione diretta del capo dello Stato. Non posso credere che Veltroni le confonda. Forse le confondono i giornalisti. L'altro giorno sentivo su una televisione "ammiraglia" che lo scarto tra voti e seggi era dovuto, nelle elezioni francesi, al premio di maggioranza. Ma la Francia non ha premio di maggioranza. Del pari ogni tanto leggo che dal referendum Guzzetta sul sistema elettorale nascerebbe un sistema bipartitico. Assolutamente no (anche se sono per il referendum, non lo vendo raccontando balle). Non è detto, allora, che chi fa confusione sia Veltroni. Però un sospettuccio, e nemmeno tanto piccolo, lo covo. L'elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l'intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso. Ma in Italia l'idea piace. Piacque a D'Alema (per sé) ai tempi della Bicamerale, sotto sotto piace (per sé) a Prodi, e piace anche da tempo (per sé) a Veltroni. Che l'esperimento sia fallito nell'unico Paese che l'ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del "sindaco d'Italia " sia ingannevole e impraticabile. Non so se Veltroni abbia davvero detto che lui non si impelagherà in "astruse discussioni sulle riforme", perché gli basta sapere che "premierato significa un governo che può decidere". Ma proprio no. Le strutture di governo che danno governabilità sono parecchie: presidenzialismo, semi-presidenzialismo, premierato inglese, cancellierato tedesco. Pertanto chi non distingue pasticcia. E non vorrei che Veltroni ci introduca in una notte hegeliana nella quale tutte le vacche sono nere, e cioè sembrano uguali.


La parabola del “buonismo”
Filippo Ceccarelli su
la Repubblica

Politica, sentimenti e degenerazioni sentimentali, ormai. Potere e benevolenza, conflitto e premura, strategia e morbidezza. Nella giornata in cui il centrosinistra ritrova finalmente un leader, dopo mesi e mesi di vane zuffe varrà la pena di chiedersi come è possibile che Walter Veltroni, preteso buonista per eccellenza, e comunque accreditato fondatore del buonismo, sia riuscito nella straordinaria impresa di fare fuori tutti gli altri senza nemmeno sporcarsi le mani.
"Oddio – ha esclamato Sabrina Ferilli – ancora con questa storia del buonismo!". E tuttavia per una volta converrà accantonare il pur legittimo fastidio dell´attrice, che oltretutto con Veltroni ha un bel debito di riconoscenza, avendola egli difesa, freschissimo sindaco, dagli strali del priore della chiesa di Santa Sabina, sopra il Circo Massimo, allorché la Ferillona volle spogliarsi davanti a 500 mila tifosi che festeggiavano il terzo scudetto della Roma.
E già questo singolare patrocinio, se si vuole, sposta parecchio in là l´orizzonte del buonismo. Categoria politica ormai abbastanza antica, come si intuisce da uno strillo di copertina dell´Espresso, "Buonismo, malattia infantile del centrosinistra", comparsa sotto il faccione del futuro leader del Partito democratico nel febbraio del 1995. Non solo, ma già una decina di anni orsono la parola è entrata nel Lessico Universale della Treccani come: "Ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari".
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L´agiografia veltroniana, d´altra parte, si configura come un genere giornalistico particolarmente contagioso che arriva a lambire addirittura Il Secolo d´Italia (letto, s´immagina, dai lanciatori di slip). Ma il personaggio è obiettivamente garbato. Di più, è una persona decisamente piacevole. Ma la politica, come diceva De Mita, è la politica; e quindi vive anche - e mai come oggi - di seduzioni e rappresentazioni che travalicano la sfera privata dei suoi protagonisti. Per cui Veltroni, che pure teorizza "la forza dei piccoli gesti", certamente ne compie a iosa: e perciò rinuncia alla scorta, cede il palco riservato dell´Opera agli studenti del Conservatorio, converte i regali di compleanno nell´acquisto di un videoproiettore per i minori incarcerati. Un giorno, non lontano dalla moschea, ha visto un ragazzo che abbandonava per terra una bottiglia di birra: e allora il sindaco ha fatto fermare la macchina, è sceso, ha avvicinato il giovane facendogli raccogliere la bottiglia per deporla in un cestino.
E comunque: non è il tratto personale in discussione. Molto più interessante, semmai, è indagare sul trionfo del preteso buonismo veltroniano su una scena pubblica sempre più connotata da cattiverie, maleducazioni e volgarità.
Da questo punto di vista il "modello Roma", dove un asilo nido è stato ribattezzato "Coccole & Co", dice molto più di quello che gli analisti sociali freddamente classificano come "politiche simboliche". Un vero e proprio "pozzo di San Patricio", parafrasando il titolo del più buonista dei romanzi veltroniani: lapidi e targhe mirate; intitolazione di vie e parchi in segno di riconciliazione; ricerca di "eroi" e sensibilità al dolore dei personaggi della cronaca (premiazioni, case trovate, funerali pagati); permessi retribuiti ai dipendenti comunali che facciano volontariato; impegno personale del sindaco nei confronti di vecchi, bambini, disabili, esuli. Poi sì, certo, si esagera pure - e ai romani, che i loro problemi continuano sempre ad averceli, non è che siano tanto disposti ad esultare all´unisono con il loro sindaco per l´insperato ritrovamento del cane "Fiocco". Ma pazienza.
Lo stesso Veltroni è intervenuto più volte sul suo stesso buonismo. L´ha fatto, c´è anche da dire, con appuntita sottigliezza lasciando com´è ovvia da parte Peter Pan e San Francesco, due fra i suoi più gettonati ispiratori, ma La Rochefoucauld ("Gli sciocchi non hanno la stoffa per essere buoni") e addirittura Machiavelli che scrive: "Però che a un popolo licenzioso e tumultuoso gli può da un uomo buono esser parlato, e facilmente può esser ridotto nella via buona".
Si tratta in effetti di un´antica risorsa del comando, nella sua accezione tenue, mite, soffice, e però spesso anche mascherata, alla Forlani, per intendersi, non a caso fiabescamente soprannominato "Il Coniglio Mannaro". Eppure, nel corso del tempo, Veltroni non ha mai troppo apprezzato di essere definito come buonista: "Visto che ho la temperatura bassa - ha spiegato una volta - mi rodo il fegato e domino la rabbia. Ma non vorrei che la gentilezza fosse scambiata per qualche cos´altro". E già: "Dal buono al fesso - ha integrato la moglie Flavia, pure consultata sull´argomento - ci vuole un attimo". C´è da dire che quest´attimo venne bruciato da Berlusconi nell´ormai remoto 1995: "Veltroni è un coglione" gli scappò detto in un piano-bar di Cernobbio. Poi rettificò, i giornalisti avevano sentito male. La rettifica che lo aspetta nei prossimi mesi rischia comunque di essere per lui più complicata.
Più scabroso è la dinamica interrelazionale, se così si può dire, con l´antagonista storico di Veltroni, e cioè D´Alema. Perché il buonismo nasce anche in chiaroscuro, in controluce, in controtendenza e in alternativa a un supposto - e anche in quel caso abbastanza documentabile - "cattivismo" dell´attuale ministro degli Esteri. Ha detto Walter diversi anni fa: "Massimo ha una forma di comunicazione molto dura, molto severa, un po´ sprezzante nei confronti degli altri, e questo non aiuta". Decisamente no, a giudicare da come sta per finire il torneo per la guida del Partito democratico. Anche se poi, ed è sempre Veltroni a parlare, "scavando, probabilmente si scoprirebbe che io non sono poi così buono". Probabilmente. Per quanto intima, la politica resta sempre un po´ ambigua.


Esorcizzare i contraccolpi sull'esecutivo
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Oggi, dal Lingotto di Torino, Walter Veltroni dirà un sì scontato alla propria candidatura alla segreteria del Partito democratico. Ma riceverà un abbraccio dai vertici dei Ds e della Margherita, che nasconde più di un'insidia. Il modo in cui Piero Fassino e Francesco Rutelli cercano di scoraggiare candidati alternativi, come il ministro diessino Pierluigi Bersani ed il sottosegretario a Palazzo Chigi, Enrico Letta, sa di paradosso. Finisce per fare apparire il sindaco di Roma come il garante di un'unità voluta e temuta dai vertici di partito. Tanto che Romano Prodi, silente per giorni sull'operazione che ha portato a puntare su Veltroni, chiede "un ruolo plurale dei contendenti": e cioè la competizione aperta. E, dicendo che il proprio governo non tramonterà oscurato dal Pd, avverte che non si farà mettere da parte facilmente.
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Il tentativo prodiano è quello di resistere alla nascita del Pd, senza esserne archiviato e travolto. La scelta "di sinistra" sulle pensioni è considerata la prima contromossa del premier per assicurarsi ancora l'appoggio dei settori estremisti della coalizione: anche se bolla come "falso" il cedimento a Rifondazione e Pdci. Vuole mostrare a Ds e Margherita che la liquidazione dell'Esecutivo non è affatto scontata. Sotto voce, si indovina un confronto a distanza fra Prodi a Palazzo Chigi e Veltroni alla segreteria del Pd, col primo deciso a combattere per non essere scalzato; e determinato a impedire che sia un altro governo a portare il Paese alle urne. Insomma, da ieri i suoi avversari sanno che si è aperta la resa dei conti finale.
Su questo sfondo, le incognite per Veltroni non sono poche. Il sindaco della capitale avrà quasi certamente un avversario da sfidare. E dietro l'avversario si potrà intravedere la sagoma, se non di Prodi, di molti prodiani; e di quanti, soprattutto in alcune realtà del Nord, chiedono una candidatura non diessina. Gli inviti a Enrico Letta perché si faccia avanti, spuntati d'incanto da alcune regioni settentrionali, sembrano il frutto di un'operazione alternativa nei fatti all'investitura di oggi al Lingotto. "Veltroni di entusiasmo ne ha molto e lo darà a tutti", lo benedice il premier. Ma ha l'aria di una benedizione con beneficio d'inventario: durerà se e finché il Pd non entrerà in rotta di collisione con il governo.


Primo, partire dal basso
Sergio Chiamparino su
La Stampa

Torino è una città del Nord in cui il centrosinistra ha un radicamento forte, frutto del permanere di insediamenti culturali tradizionali e di una capacità innovativa cresciuta tra gli Anni Novanta e oggi. Anche per questo può essere un buon punto di partenza per Walter Veltroni e le sfide che lo attendono. Oggi la politica italiana, la destra e la sinistra, incorpora e trasmette assai di più la strada percorsa che quella da percorrere. Il passato più del futuro. Se si vuole innovare bisogna mettere in conto che i confini e le categorie di destra e sinistra, così come oggi sono declinate, sono destinate a essere messe in discussione.
Il Nord non è una "questione", non è un problema da risolvere. È una realtà che, più immersa del resto del Paese nelle dinamiche della competizione e dell'inclusione globale, pone domande e problemi alla politica e molti di questi obbligano a rivedere profondamente i paradigmi teorici con cui si guarda a essi.
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Infine, una criticità fiscale, che nasce dalla sensazione che ciò che si paga sia troppo in relazione a ciò che la politica dà, in tempi spesso troppo lunghi rispetto alle esigenze. Una percezione alimentata ulteriormente dalla babele di posizioni che spesso si manifestano sui diversi temi. C'è dunque bisogno di una politica sentita più vicina dai cittadini, una politica che, soprattutto, sappia far seguire alla necessaria discussione l'indispensabile e conseguente decisione. Questo è quel che chiede alla nuova politica l'Italia (e non solo il Nord) che fa.


Fassino nel gulag: onore alle vittime
Fabrizio Dragosei sul
Corriere della Sera

MOSCA — Alcuni venivano eliminati direttamente sui camion che la polizia politica bolscevica, l'Nkvd, usava per trasportarli al luogo dell'esecuzione. Gli altri li finivano con un colpo alla nuca. E poi giù, nella gigantesca fossa comune in uno dei luoghi dell'orrore staliniano. Nel bosco di Levashovo, tra pini e betulle che oramai sono stati inglobati dalla San Pietroburgo in continua crescita, lapidi e targhe ricordano le migliaia di vittime innocenti cadute nelle varie campagne di omicidi organizzate dal regime. Tra loro anche parecchi italiani, rifugiati nel paradiso dei lavoratori e finiti nella gigantesca macchina repressiva. Proprio a Levashovo, che assieme ai siti moscoviti di Butovo e Kommunarka, nasconde le maggiori tracce dell'ignominia bolscevica, si terrà venerdì una cerimonia alla quale parteciperà anche il segretario dei Ds Piero Fassino. "È un obbligo morale e politico onorare la memoria di quelle vittime che per troppo tempo sono state disonorate. È per questa ragione che ho sentito il dovere di accogliere l'invito. Credo che sia giusto che il segretario dei Ds ci sia. I Ds sono diversi dal Pci, ma ne conservano la storia", ha detto alla presentazione del libro di Gabriele Nissim sulla figlia di uno dei fuoriusciti italiani assassinati. "La responsabilità morale di Togliatti e di altri capi comunisti nelle tragedie degli italiani in Unione Sovietica non sfugge a nessuno", ha aggiunto Fassino.
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"Nella regione di Leningrado c'erano pochi italiani, e così le vittime sepolte qui a Levashovo non sono molte ", spiega Razumov, "per ora ne ho trovati una quindicina". Altri sono finiti a Butovo, come alcuni abitanti dell'Hotel Lux di Mosca che ospitava le famiglie dei fuoriusciti del Komintern. "Noi ragazzi la notte sentivamo dei rumori e la mattina dopo una famiglia di nostri amici era scomparsa. Ma ci spiegavano che in realtà si trattava di nemici del popolo, e noi ci credevamo. Meravigliandoci di come ci erano sembrate persone per bene", ha raccontato al Corriere Mirella Pastore, figlia dell'esponente del Pci Ottavio, poi rientrato in Italia dopo la guerra. Sarà possibile dare un nome a tutte le vittime di Levashovo? E rimandare in Italia le salme dei fuoriusciti uccisi lì? "È impossibile identificare i singoli morti. Le fosse comuni sono un caos. Noi lavoriamo sui nomi, sui documenti", spiega Razumov.
Roberto Barbetti, regista e poeta; Gino De Marchi; Antonio Lonzar o Lanzer, elettricista di Pola; Viktor Marchisetti, sposato con Dora Lichtenberg, cugina di secondo grado dello zar, accusato di spionaggio per i tedeschi. Per tutti c'è ora un cubo di granito con una scritta in italiano e in russo. Dice Razumov: "Lavoriamo con in mente le parole della nostra poetessa Anna Akhmatova: "Vorrei ricordarvi tutti, nome per nome"".


La partita del dalemismo
Massimo Giannini su
la Repubblica

Nel giorno in cui il centrosinistra celebra il rito ecumenico del veltronismo, come l´epifania laica della Terza Repubblica, resta ancora da chiedersi un´ultima cosa: che ne sarà del dalemismo. Interpellare il diretto interessato non aiuta, ma dice qualcosa del suo stato d´animo. Mentre Veltroni prepara con la consueta cura la cerimonia torinese e inverte il suo collaudato clichè, anteponendo finalmente le "risposte" ai "sogni", D´Alema dice di pensare a tutt´altro.
"Sono appena tornato da Parigi. Sto partendo per Vienna. Per i miei gusti, a Roma ci sto anche troppo, e vivaddio l´Italia mi pare sempre più lontana. In agenda ho una priorità: riempirla solo di impegni internazionali...". L´alba di Walter, il leader post-moderno che unisce, quello che ha viaggiato e viaggia con bagaglio leggero tra le macerie ideologiche del '900, può davvero coincidere con il tramonto di Massimo, il leader storico che divide, quello che ha incarnato e incarna la forza dell´identità più profonda della sinistra italiana e del socialismo europeo? Il seducente soft power del primo segretario del Partito democratico può sancire davvero la sconfitta definitiva del ruvido hard power dell´ultimo presidente dei Democratici di sinistra?
Per rispondere a queste domande, bisogna prima capire come e perché, in 24 ore, il ministro degli Esteri ha deciso di chiudere la sua "partita a scacchi" col sindaco di Roma. Era cominciata nel '94, quando il vertice del Bottegone Rosso consegnò al primo le chiavi del partito, a dispetto della base che aveva votato il secondo.
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Se si mettono in fila i fatti di quest´ultimo anno e mezzo, verrebbe da pensare a un lento crepuscolo del dalemismo. Nella parabola più recente, oltre all´eccellente lavoro alla Farnesina, l´uomo si segnala per i suoi passi indietro. La presidenza della Camera, la presidenza della Repubblica, ora la leadership del Pd. Rinunce che rivelano una generosità, ma che in qualche caso la negano. L´incoronazione di Walter poteva nascere dal gesto pubblico e solenne del king-maker, che ha fatto per decenni la dura battaglia della sinistra riformista e che ora ha pieno titolo per passare il testimone a una risorsa più fresca, al servizio di un disegno più ambizioso. La dalemiana mossa del cavallo matura invece nella stanza chiusa del Campidoglio, e tutt´al più si ratifica in modo un po´ ellittico nello studio televisivo di Floris. Così una decisione seria e responsabile rischia di apparire come il sintomo di una debolezza. D´Alema lo negherà fino alla morte, rivendicando solidi argomenti morali, non solo la cinica realpolitik togliattiana o la ferrea disciplina berlingueriana: "Noi sappiamo come si sta al mondo. Noi abbiamo una grande storia alle spalle. Possiamo litigare anche in modo aspro. Ma il Pci ci ha insegnato che c´è un momento in cui un progetto conta più di ogni personalismo...". Ma l´impressione di una scelta sofferta e subìta, più che convinta e preordinata, resta lo stesso.
Se invece si valuta la visione politica, il dalemismo è più attuale che mai. Ci sono intuizioni che restano. Le regole della Bicamerale, dal premier eletto dal popolo al doppio turno alla francese alla riduzione dei parlamentari, sono oggi il cardine intorno al quale ruota il dibattito sulle riforme. Il discorso di Gargonza, la necessità di sfondare al centro e andare "oltre la sinistra" e il suo vecchio insediamento sociale, sono oggi il cuore della disputa sul riformismo. La sfida alla sinistra radicale e sindacale, dalla riscrittura del Welfare all´opportunità di non giocare solo in difesa la partita dei diritti agitando il contratto di lavoro davanti alle fabbriche (come disse a Cofferati al congresso dell´Eur del '97) resta oggi il tema-chiave del confronto sulla modernizzazione del Paese. Lo stesso progetto del Partito democratico, nato 5 anni fa da un faccia a faccia con Prodi, resta oggi l´unica speranza per un centrosinistra maggioritario, che aspira a riunire la cultura laica e cattolica dopo il crollo di tutti i Muri.
Massimo ha individuato per primo questi nodi, ma non ha avuto la forza di scioglierli. Oggi tocca a Walter provarci. E qui, al di là di tutti i mal di pancia, sta anche un altro merito di D´Alema: per quanto obbligato, il suo via libera evita la lotta intestina, esiziale per la sinistra e mortale per il Partito democratico. Ora il sindaco è in campo. Deve metterci la faccia, e rischiare in prima persona. Deve spiegare agli italiani cosa pensa dello scalone previdenziale e delle liberalizzazioni, dell´Afghanistan e della laicità dello Stato. Intanto il Pd può finalmente nascere. E poi, come si diceva una volta, "chi ha più filo da tessere tesserà". Nel frattempo, il dalemismo ha due possibili sbocchi. O si rivela davvero una semplice "categoria dello spirito", come l´ha sempre definita con un po´ di civetteria il suo stesso ispiratore. Oppure si riorganizza come "corrente" del Pd, come lasciano pensare la lista di Bersani o le parole di Latorre. Quanto a D´Alema, tutti gli sbocchi sono ancora possibili. L´uomo ha mille risorse. E se non è un Maradona, al contrario di quello che scrive un ingeneroso Peppino Caldarola è molto, molto più di un Cassano, cioè solo "talento e cattive compagnie". Qualunque sia la squadra, qualunque sia il ruolo, può sempre fare la differenza.
Resta il paradosso di un capo che, come dice Benigni nel suo show dantesco, è sempre spendibile per gli incarichi più importanti, secondo il triplice luogo comune "c´ha i baffi, c´ha la barca, è il più intelligente di tutti", ma non riesce mai a capitalizzare fino in fondo il suo potenziale sul mercato politico. Resta il paradosso di un ministro degli Esteri che era pronto per il Quirinale, e che invece oggi va in tv a dire "faccio un lavoro appassionante che per fortuna mi tiene lontano dalle piccole questioni che agitano i media di questo paese". Mentre c´è un sindaco di Roma che aveva promesso di andarsene in Africa, e invece adesso avrà in mano i destini della sinistra e presto, forse, anche quelli dell´Italia.


Europa o no la Turchia ora sceglie
Aldo Rizzo su
La Stampa

A un mese dalle elezioni generali, già convocate anticipatamente come compromesso di una grave crisi costituzionale, la Turchia vive un'incredibile fase di confusione, che minaccia, oltre che di riacutizzare il fronte interno, di aprirne altri due all'esterno, in Iraq e nei già precari rapporti con l'Unione europea. Tutti contro tutti, o quasi. Anche perché nessuno svolge un ruolo politico chiaro, c'è un intreccio d'intenzioni e di retropensieri (che cosa giova a chi), da far impazzire un politologo (eventualmente anche italiano...).
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Di fronte a un simile quadro, interno turco e geopoliticamente più ampio, che può avere sviluppi improvvisi, in un senso o in un altro, le ipotesi sono due. Una è di dire, di trovare conferma, che la Turchia non è adatta all'Europa in quanto tale e che, al massimo, può esservi associata perifericamente, ciò che peraltro i turchi rifiutano. L'altra è di fare un notevole, certo, esercizio di pazienza, di capire che "salvare" un cruciale Paese di frontiera come la Turchia è interesse dei turchi quanto, e ancor più, dell'Europa e dell'Occidente, quindi lasciando aperto un concreto dialogo. Questa è la linea, in questo caso "bipartisan", dell'Italia, ribadita da D'Alema ad Ankara nei giorni scorsi. Ma, ovviamente, anche i turchi, militari e civili, laici e islamici, devono cominciare a fare una loro riconoscibile parte.


La conversione postdatata di Tony Blair
Francesco Merlo su
la Repubblica

Per capire quanto sia scandalosamente "antiinglese" il Tony Blair che oggi esce di scena soffocando il colpo di scena della propria conversione al cattolicesimo, bisogna sapere che per gli inglesi la conversione è sempre una disgrazia, persino quella del cattolico che diventa anglicano o protestante come sono, appunto, il settanta per cento degli inglesi.
Racconta Alexander Dumas, nel "Grande dizionario di cucina" (1873), che la Camera di commercio di Londra temeva e ostacolava la diffusione del protestantesimo a Roma perché così sarebbe entrato in crisi il commercio del salt fish, del pesce sotto sale, l´ottimo cibo di magro che era confezionato dai protestanti inglesi ma consumato dai cattolici italiani il venerdì e nei giorni di quaresima. Un´anima protestante, insegnano i padri calvinisti, ha maggiori possibilità di guadagnarsi il paradiso facendo affari con i cattolici piuttosto che convertendoli. E infatti i protestanti, che per la verità erano in origine dei convertiti, hanno trovato la maniera di inorgoglirsi ritenendo, grazie a Max Weber, di rappresentare la parte più evoluta della cristianità, che nei paesi più arretrati è invece cattolica: gli anglosassoni ricchi in Inghilterra, Germania del Nord e America; i latini poveri in Italia, in Spagna e in Sudamerica.
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Va però detto che, a prescindere dall´Italia politica dove vige il travestimento e il trasformismo, la conversione è un trasloco dell´anima, uno sconvolgimento di relazioni personali e di valori, un rischio totale, uno smarrimento sulla soglia della nuova casa. Ci vogliono forza, carattere e saldezza morale, come insegna san Paolo. Del resto anche Cristo è un convertito: dall´ebraismo dei Padri alla Croce espiativa del "tradimento".
Tra i rischi della conversione c´è l´eccesso, c´è la possibilità di diventare più prussiani del re di Prussia, come denunciò Dante nei riguardi di Costantino che, convertitosi, non avrebbe dovuto donare i territori alla chiesa: "Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote /che da te prese il primo ricco patre!". Altro rischio è la patologia psicosomatica che toccò al nostro Manzoni, il quale trovò Dio e smarrì l´equilibrio, ammalandosi di nervi per tutta la vita. La conversione è per Freud l´introibo dell´isteria. E, persino in economia, ce ne vuole di faccia per convertire il debito pubblico in credito!
Anche se, almeno per una volta, una messa è valsa Parigi, alla fine hanno ragione gli inglesi: la conversione non è un affare. E cambiare religione, cambiare il Dio della Bibbia con quello dei Vangeli, significherà per Tony Blair anche rimettere in discussione politica interna e politica estera. La premiership di Blair è stata fondata sull´etica anglicana del libero arbitrio, del rapporto diretto e personale con un Dio che mai si intrufola nella ricerca biogenetica, nella libertà di sesso, nella decisione di abortire, di divorziare… Certo, anche i cattolici sono arrivati alla secolarizzazione e allo Stato laico, ma sempre devono fare i conti con il peccato, con l´idea di obbedienza, con il Papa, con i vari family day, con le processioni e con le mille democrazie cristiane. E ovviamente con il pacifismo. E´ pessimo il rapporto che i cattolici hanno con la guerra, alla quale danno i nomi più strani pur di non chiamarla guerra: missione di pace, intervento umanitario, polizia internazionale…
E´ dunque un paradosso della storia che esca di scena da cattolico l´uomo che i pacifisti cattolici hanno disegnato con gli stivali, avamposto europeo dell´imperialismo Usa, fantoccio della reazione americana, cagnolino di Bush, strumento del diavolo. Vedremo presto cosa c´è in comune tra loro e il leader politico che ha addormentato il terrorismo cattolico irlandese, ha dato all´Inghilterra dieci anni di grande ricchezza economica, e ha portato in guerra la sinistra credendo nella classe operaia inglese più che nei fedayn. Come tutti sanno, in quella guerra che gli pareva necessaria, Blair ha portato tutto se stesso e tutto il suo paese. L´impietosità dei fotografi dimostrò che in quei pochi mesi Blair era invecchiato di dieci anni, aveva perso peso, serenità e sorriso, i capelli gli erano diventati improvvisamente bianchi. E oggi che esce di scena, Tony Blair ha la terribile maestosità di chi ha saputo fronteggiare il disgusto della guerra, il malessere della storia, il rischio di perdere e di perdersi. Se Dio esiste, è giusto che gli sorrida, che gli conceda lo stato di grazia: non più aversio a Deo ma conversio ad Deum.


   27 giugno 2007