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sulla stampa
a cura di P.C. - 25 giugno 2007


La vera sorpresa
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Ha forse ragione Gianfranco Fini quando afferma ( Corriere del 23 giugno) che con la candidatura di Walter Veltroni "cambierà tutto" nella politica italiana, e dunque anche nel centrodestra? Forse sì e forse no. Tutto dipenderà da come
Veltroni sceglierà di giocarsi, fin dalle primissime mosse, la sua discesa in campo. Già mercoledì, quando il sindaco di Roma ufficializzerà la candidatura a leader del Partito democratico, capiremo, dalle cose che dirà, se ci saranno in prospettiva cambiamenti veri e seri nella politica italiana, a sinistra come a destra.
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La seconda conseguenza negativa discenderebbe dalla prima. Se il Partito democratico non acquista una netta identità (in opposizione alla sinistra massimalista) non potrà neppure tentare di recuperare al centrosinistra quel rapporto con il Nord del Paese che è stato compromesso dalla politica del governo Prodi. I sondaggi potranno anche inizialmente premiare Veltroni. Ma alla fine, non potendo convincere il Nord, il centrosinistra (a meno di clamorosi errori della destra) perderà le elezioni. E le capacità mediatiche del neo-candidato premier non basteranno a scongiurare il risultato.
La terza conseguenza negativa riguarderebbe l'opposizione: il centrodestra potrebbe continuare a vivere di rendita senza rinnovarsi, senza arrivare a un chiarimento fra le sue contrapposte anime, senza superare i gravi problemi che già compromisero l'azione del governo Berlusconi (a proposito: Berlusconi continua a sostenere che non ci furono pecche nel suo governo. Ma questo è proprio ciò che non può mai affermare chi ha perso le elezioni).
La seconda strada che ha di fronte Veltroni, quella della leadership democratica,
è più complessa della prima, più difficile ma, in prospettiva, più utile alla sua parte politica e anche al Paese. E più sorprendente.
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La UE pronta a processare gli sconti ICI alla Chiesa
Curzio Maltese su
la Repubblica

C´è chi in Italia è abituato a ottenere privilegi da qualsiasi governo e autorizzato a non pagare il fisco, ma sul quale nessuno osa moraleggiare. Pena l´accusa di anticlericalismo. L´anomalo rapporto fra Stato italiano e clero è invece finito da tempo sul tavolo dell´Unione europea, che si prepara a mettere sotto processo il nostro Paese per i vantaggi fiscali concessi alla Chiesa cattolica, contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza. Oltre che alla Costituzione, meno di moda. Al centro del caso è l´esenzione del pagamento dell´Ici per le attività commerciali della Chiesa. La storia è vecchia ed è tipicamente italiana.
Varato nel ´92, bocciato da una sentenza della Consulta nel 2004, resuscitato da un miracolo di Berlusconi con decreto del 2005, quindi decaduto e ancora recuperato dalla Finanziaria 2006 come omaggio elettorale, il regalo dell´Ici alla Chiesa è stato in teoria abolito dai decreti Bersani dell´anno scorso.
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L´affannosa contraddizione è stata segnalata all´autorità europea dall´avvocato Alessandro Nucara, esperto in diritto comunitario, e dal commercialista Carlo Pontesilli, due professionisti di simpatie radicali che affiancano e assistono il drappello dell´orgoglio laico.
A questo punto la commissione per la concorrenza europea avrebbe deciso di riesumare la pratica d´infrazione già aperta ai tempi del governo Berlusconi e poi archiviata dopo l´approvazione dei decreti Bersani. In più, la commissione ha chiesto al governo Prodi di fornire un quadro generale dei favori fiscali che l´Italia concede alla Chiesa cattolica, oltre all´esenzione Ici.
Che cosa potrà succedere ora? Un´infrazione in più o in meno probabilmente non cambia molto. L´Italia dei monopoli, dei privilegi e delle caste è già buona ultima in Europa per l´applicazione delle norme sulla concorrenza e naviga in un gruppo di nazioni africane per quanto riguarda la trasparenza fiscale. Quale che sia la decisione dell´Ue, i governi italiani, di destra e di sinistra, troveranno sempre modi di garantire un paradiso fiscale assai poco mistico alla Chiesa cattolica all´interno dei nostri confini. Magari tagliando ancora sulla ricerca e sulla scuola pubblica.
E´ triste constatare però che senza le pressioni di Bruxelles e la lotta di una minoranza laicista indigena, l´opinione pubblica non avrebbe neppure saputo che gli enti religiosi continuano a non pagare l´Ici almeno al 90 per cento. Nonostante l´Europa, la Costituzione, le mille promesse di un ceto politico senza neppure il coraggio di difendere le proprie scelte.
Nonostante le solenni dichiarazioni di Benedetto XVI e dei vescovi all´epoca dei decreti Bersani: "Non ci interessano i privilegi fiscali".
Nonostante infine siano passati duecento anni da Thomas Jefferson ("nessuno può essere costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso") e duemila dalla definitiva sentenza del Vangelo: "Date a Cesare quel che è di Cesare".


Le superbanche al muro contro muro
Francesco Manacorda su
La Stampa

Muro contro muro. Ci sono pochi altri modi per definire la situazione che si è creata tra Intesa-Sanpaolo e Unicredit-Capitalia dopo la decisione delle ultime due di fondersi, con tutto quel che ne consegue nella catena di partecipazioni che parte da loro, passa da Mediobanca e arriva in Generali, sfociando poi proprio nell'azionariato di Intesa-Sanpaolo. Muro contro muro: da qualche settimana i protagonisti non fanno che insistere ciascuno sulla sua posizione. Unicredit sottolinea il fatto che in Mediobanca scenderà dal 18% che oggi ha assieme a Capitalia fino al 9,4%. Intesa-Sanpaolo replica che una cosa è avere due azionisti diversi ciascuno con il 9% e un'altra averne uno solo che pur con una quota dimezzata non ha più davanti nessun altro grande socio in potenziale contraddittorio. Posizioni entrambe sostenibili, ma quello che non pare possibile è che alla fine sarà l'Antitrust - con gli strumenti che ha a disposizione - a dipanare la matassa ingarbugliata delle partecipazioni incrociate. E decisamente difficile appare che si passi per una soluzione di mercato "puro", magari una bella Opa su Generali da parte di chi la vede troppo soggetta a nuovi azionisti e intende garantirne l'autonomia.
Quel che è certo è che mano a mano che aumentano le concentrazioni "formalizzate" nel mondo bancario, assumono evidenza anche quelle concentrazioni informali di potere che il sistema considerava come dato acquisito. E se una speranza si può avere nel duello tra i due grandi gruppi bancari è quello che i loro interessi confliggenti riescano a smuovere un po' il grande consociativismo della finanza italiana. Non sarà facile, ma potrebbe essere comunque un patto avanti. La "foresta pietrificata", lo ha decretato lo stesso inventore del termine Giuliano Amato, non esiste più. Ma nel sottobosco sembra ci sia ancora molto lavoro da fare.


Kabul e gli errori dell'Occidente
Guido Rampoldi su
la Repubblica

Prim´ancora che essere giuste o ingiuste, etiche o ciniche, le guerre, tutte le guerre, si dividono in perse oppure vinte. Nessuno può dire che in Afghanistan l´Alleanza atlantica stia vincendo.
Basterebbe questa semplicissima constatazione per suggerire ai governi occidentali di prendere molto sul serio la richiesta del ministro della Difesa Arturo Parisi, che nelle prossime ore chiederà alla Nato di discutere quanto prima la conduzione della missione Isaf. Parisi sollevò la questione già due mesi fa, con un´intervista proprio a questo giornale, ma anche se avesse taciuto, oggi gli alleati non potrebbero ignorare le critiche durissime rivolte all´aviazione statunitense dal presidente Karzai. Chi però s´illudesse che al presidente afgano basti annunciare che "le stragi non saranno più tollerate" per essere esaudito, prenda atto di una cosa.
Da almeno tre anni il suo ufficio, i suoi collaboratori, perfino i suoi parenti, protestano con Washington per quella guerra aerea troppo spesso scriteriata.
Già nel 2004 chi scrive raccolse in una corrispondenza da Kabul l´insofferenza di Jamil Karzai, nipote di Hamid e consigliere per la sicurezza nazionale, per la sordità con la quale Pentagono e Casa Bianca reagivano alle proteste afgane, consegnate a congressmen, generali e diplomatici. Tre anni dopo non solo le stragi di civili si ripetono ma è perfino plausibile che una certa sommarietà sia ormai programmatica.
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Per la Nato non si tratta di aprire un dibattito accademico sulla guerra moderna ma di prendere atto che la conduzione del conflitto finora è stata sbagliata. Di questo a Bruxelles v´è una certa consapevolezza, come dimostrano alcune rettifiche compiute in corso d´opera per rendere più "politico" l´intervento nell´Afghanistan meridionale e per correggere la folle idea anglo-americana di affamare i contadini sradicando i campi di papavero.
Nondimeno pare difficile trattenere i riflessi pavloviani di comandi, piloti e fanterie che con le loro reazioni muscolari continuano a regalare consensi ai Taliban, o perlomeno s´inimicano alleati potenziali tra gli afgani. Più esattamente, sembra difficile riportare all´unità un intervento occidentale che, avverte da tempo Parisi, ne include almeno due, diversi tra loro per metodi, strategie e comportamenti. Da una parte gli americani, e in qualche modo i britannici, che s´affidano ad un uso troppo sommario della forza; dall´altra gli altri europei, meno esposti e anche per questo più "politici" (forse fin troppo, notano alcuni critici). Ma un dibattito onesto non può omettere che anche gli europei hanno le loro colpe, non fosse altro perché per tre anni hanno tenuto i loro contingenti a Kabul e lasciato che nel resto del Paese se la sbrigassero gli americani. Un´Europa saggia e coraggiosa ne dovrebbe trarre la lezione seguente: defilarsi per evitare oggi alcuni rischi può comportare doverne affrontare di ben maggiori domani.


Veltroni, un discorso contro l'immobilismo
Alessandro Capponi sul
Corriere della Sera

ROMA — Veltroni non vuole che sia buonista, il discorso che terrà mercoledì pomeriggio nella sala gialla del Lingotto di Torino. È praticamente ultimato: l'ha scritto ieri, da solo, fino a sera, quando — polo celeste a maniche corte — ha accolto nel suo appartamento romano i suoi più stretti collaboratori, da Claudio Novelli a Walter Verini, fino a Marco Causi, dal 2001 assessore al Bilancio capitolino, docente d'economia e già consulente della presidenza del Consiglio durante il primo governo Prodi. Una riunione notturna per controllare le sfumature, per rileggere, per correggere, per trovare il modo migliore per sciogliere i nodi più complessi: del discorso, sì, e quindi del centrosinistra, del Paese, del rapporto tra le coalizioni. A Torino, senza megaschermi o giochi di luci, senza avere alle spalle le immagini di Luther King, quasi senza citazioni, Veltroni sembra intenzionato a "picchiare duro" — per usare l'espressione di chi ha visto quel testo— sui mali del Paese. Primo tra tutti, l'immobilismo della politica.
La sua idea — del Pd, ma anche del centrosinistra e del rapporto con la destra — è che la politica debba tornare a risolvere problemi: quindi basta con i veti incrociati, con gli ostruzionismi e con le condizioni da imporre agli alleati. È ora di tornare alla politica del fare, una politica che si pieghi agli interessi del Paese: quindi, soprattutto, agli interessi della gente. Il Pd che ha in mente Veltroni, come spiegano i suoi collaboratori, "deve avere un'anima popolare ed essere liberale nel senso più pregiato del termine" e dovrà cambiare il modo stesso di fare politica in Italia.
Oggi Veltroni partirà per la Romania, in veste di sindaco. Saranno, comunque, due giorni importanti per la politica, si continuerà a discutere. Ieri, ad esempio, il ministro Bersani ha letto su Repubblica quella frase di Piero Fassino in merito alle altre possibili candidature alla guida del Pd — "la nostra gente vuole coesione, per una volta che possiamo presentarci uniti, perché dividerci?" — e ha commentato con i suoi collaboratori che l'obbiettivo è ampliare il confronto, il pluralismo e l'interesse dei cittadini e quindi "un'eventuale mia partecipazione alle primarie non sarebbe una spaccatura ma un arricchimento. Ben altre sono le divisioni che non vuole la nostra base". Bersani, pur non sciogliendo ancora la riserva se candidarsi o no, potrebbe anticipare la sua idea di Pd domani, in occasione della riunione dei giovani parlamentari e segretari regionali e di federazione dei Ds.


Come è cambiata la stampa inglese
Piero Ottone su l
a Repubblica

Dello sfogo contro la stampa di Tony Blair, Primo ministro inglese in scadenza, ci si è occupati ampiamente nei giorni scorsi, anche nelle colonne del nostro giornale. Spero che mi sarà consentito, quale corrispondente da Londra di lungo corso (vi trascorsi complessivamente dieci anni), di aggiungere qualche postilla. Blair, quando dice che un uomo di governo del nostro tempo è condizionato dai giornali da mane a sera, certamente esagera. E´ vittima di un´ossessione, perfettamente comprensibile (è stato detto anche questo) in un personaggio molto sensibile all´opinione pubblica. Ho avuto la fortuna di osservare in un lontano passato il portamento di altri Primi ministri di quel paese, da Attlee e Churchill a Eden e Macmillan, e Blair, così giovanile, con l´eterno sorriso stampato sul volto, mi ha sempre fatto l´impressione, piuttosto che di un Primo ministro, di uno specialista in pubbliche relazioni. Detto questo, è pur vero che la stampa inglese è profondamente cambiata: purtroppo, in peggio.
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Poi c´erano i giornali così detti popolari, che avevano un prezzo di vendita inferiore, amavano il sensazionalismo, pubblicavano le fotografie di ragazze procaci: il Daily Mirror, fatto da una coppia geniale, Cecil King editore e Cudlipp direttore, vendeva ogni giorno cinque milioni di copie. E anche il Mirror faceva politica: appoggiava il partito laborista. Ma tutto, notiziario e commenti, avveniva secondo le regole, e quella triade di testate che ho menzionato era depositaria del buon giornalismo. Quando comincia la trasformazione e, mi dispiace dirlo, la decadenza? Rupert Murdoch, attuale editore del Times, lo ha distrutto: nel senso che ne ha fatto un tabloid, addirittura con qualche cosa di simile alla posta del cuore. Gli altri giornali si sono trasformati a loro volta, nell´aspetto e nel contenuto. Insomma: Blair esagera, ma non ha tutti i torti. Possiamo dunque porre due domande: perché c´è stata la decadenza, e che cosa riserva l´avvenire.
Alla prima domanda si dà sempre la stessa risposta: la stampa quotidiana cambia, diventa più popolare e più sensazionale, per reggere alla concorrenza di televisione e internet. E non c´è dubbio che i nuovi mezzi di informazione pongono ai giornali problemi di sopravvivenza. Resta da chiedersi se la strada, diciamo così, del popolare sia quella vincente. E´ lecito dubitarne. I conti del Times non sono noti, perché il giornale fa parte di un gruppo, ma si dice che perde. Può darsi che sia vincente la strada opposta. Se si scrive ogni giorno che il dollaro "crolla", quando perde due punti, la gente non ci crede più, non ci fa più caso. Fermo restando che le notizie, ormai, arrivano prima con la televisione, altre sono le curiosità del pubblico. Quali? E poi: ammesso che la televisione imbarbarisca il pubblico, lo imbarbarisce proprio tutto? Il Times del passato non lo comperavano né i minatori né le dattilografe: lo comperava un altro pubblico, e i suoi conti quadravano. Dove è finito adesso quel pubblico che lo comperava? E´ rimasto senza giornale?
Dice bene John Lloyd, collega inglese, e lo abbiamo letto su queste colonne, che sarà il pubblico, alla lunga, a decidere quali giornali voglia, fermo restando che ci saranno sempre giornali, anche in avvenire. A mio parere vi sarà prima o dopo, in un paese o nell´altro, qualche editore-fondatore che, come i Northcliffe o i Pulitzer o gli Springer del passato, inventerà il nuovo genere: gli altri seguiranno. Ma sono convinto che il nuovo genere, quale che sia, avrà successo solo se rispetterà le grandi regole dell´informazione onesta e per bene: che sono sempre le stesse.


Berlusconi: Montezemolo? La Porta è aperta
Marco Cremonesi sul
Corriere della Sera

ARCONATE (Milano) — È insolitamente tranchant, Silvio Berlusconi, quando gli si chiede, ancora una volta, della leadership della Casa della libertà. L'occasione di giornata è la proposta di Gianni Alemanno, quella di una grande convention per rilanciare l'attività politica della coalizione. Il capo del centrodestra è in uno dei "comuni decomunistizzati" del milanese, Arconate, guidato da ormai sei anni da un fedelissimo come l'eurodeputato Mario Mantovani. Ma, appunto, la risposta dell'ex premier è insolitamente secca lui passa oltre: nella piazza del paese, ad attenderlo, c'è anche mamma Rosa.
Poco più si sporge sul secondo argomento della giornata, la possibile discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo. Giusto ieri, su Libero, Vittorio Feltri ha scritto un lungo editoriale invitando Silvio Berlusconi a non fare il bamba e arruolare il presidente di Confindustria nel centrodestra. La risposta è più calorosa soltanto di pochissimi gradi. Silvio Berlusconi dice sì che "le porte della Casa delle libertà sono aperte per tutti". Basta soltanto "condividere i nostri valori, i nostri principi e i nostri programmi ". Giusto un attimo di esitazione prima di aggiungere che i possibili nuovi innesti non devono "essere delle banderuole che una volta vanno di qui e la volta dopo di là".
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Poi, torna il refrain della sinistra estrema. Il problema, dice l'ex capo del governo, non è tanto Prodi: il punto è "la sinistra radicale, che è anti tutto. Anti capitalista, anti mercato, anti europea, anti americana, anti occidente". L'argomento del cuore carica Berlusconi: "Ci sono i Verdi che non consentono che si faccia alcuna opera importante, e sulle pensioni questa gente va contro la realtà delle cifre, vorrebbero che gli italiani smettessero di lavorare sotto i sessant'anni". Insomma: anche se cadesse Prodi, per il centrosinistra non c'è alcuna speranza di risalire la china: "Per un terzo è formato di sinistra estrema, non c'è alcuna possibilità di mettere insieme un governo serio per il Paese. Il problema è che in questo modo tutti gli italiani sono in balia della sinistra estrema, siamo l'unico stato occidentale in questa situazione ".
L'ultimo pensiero, però, è per mamma Rosa, che siede sul palco a fianco del figlio: "Vi comportate bene con i vostri genitori? Io tutti i lunedì faccio colazione con mia mamma, e la sento per telefono tutti i giorni. Mi raccomando, fate così anche voi...".


L'attesa
Editoriale su
Il Foglio

Roma. La prima mossa di Walter Veltroni è stata pienamente in linea con il personaggio, la strategia e la poetica che il sindaco di Roma ha pazientemente costruito attorno a sé in questi anni: l'attesa. Non parlerà prima di mercoledì, a Torino, nel giorno stabilito per il solenne annuncio. Nel frattempo l'attesa ha già acquisito un'eco più forte di qualsiasi parola. Non per nulla il suo racconto recentemente pubblicato dal Corriere della Sera s'intitolava: “Aspetta te stesso”. E dopo essersi tanto atteso, mercoledì Veltroni sarà a Torino, la città del congresso ds che lo elesse segretario. Pronto a ripetere: “I care”. Le prove generali le ha già fatte con il suo comizio-spettacolo sulla bella politica. Un lungo discorso in cui la politica era soprattutto immagine e immagini. Un canovaccio che vale più per la costruzione scenica che per il contenuto. Quella che per i suoi avversari è chincaglieria, paccottiglia, ciarpame. Ma ci sarà pure un motivo se di suoi avversari non ne sono rimasti molti, in piedi, in vista della grande corsa verso la segreteria del Partito democratico. Gli unici che ancora accarezzano l'ipotesi di correre contro di lui sono Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Nel caso in cui dovessero decidersi, e annunciarlo prima del grande mercoledì di Veltroni, costringerebbero il sindaco a rivedere radicalmente il suo primo discorso, e non solo quello. Come dice Beppe Giulietti: “Walter Veltroni ha orrore di ogni frazione, di ogni setta, di ogni spirito di corpo, perché ha l'ambizione di parlare all'intera comunità”. Ragion per cui, precisa lo stesso senatore ds: “Inviterei a diffidare di tutti quelli che dicono in queste ore, compreso il sottoscritto, di essere vicini a Veltroni o suoi portavoce. E inviterei tutti a una grande sobrietà in queste prossime ore”. Inutili dunque gli appelli e le pressioni personali. La cosa più importante è “far percepire che il Pd non sarà la somma del vecchio ma una formazione politica nuova, e che ci sarà posto per i riformisti ma anche per i radicali di ogni natura”. Una grande, irenica, invincibile ammucchiata, che l'inaspettata concorrenza di Letta e Bersani, con il loro riformismo concreto e pragmatico, con la loro insistenza su idee e proposte determinate e identificabili, potrebbe rovinare di colpo. Togliendo a Veltroni, se non altro, la possibilità di presentarsi come l'unico eroe di una favola cominciata con il lieto fine.


   25 giugno 2007