prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 20 giugno 2007


Strada: "Finito un incubo ora potremmo tornare"
Condizioni Kabul deve lasciarci lavorare senza chiederci di distinguere tra amici e nemici Per noi ci sono solo malati e feriti. Il leader di Emergency: mai avuto dubbi su Hanefi, è uno di noi.
Nicola Lombardozzi su
la Repubblica

C´era una bottiglia di brut abbandonata da due mesi nel frigo di casa Strada a Kabul. «L´avevo dimenticata quando avevamo deciso di lasciare l´Afghanistan. Stasera ce la scoleremo insieme, io e il mio vecchio amico Hanefi». Gino Strada prova a trattenersi ma è felice e si sente: «È finito un incubo. E ora bisogna lavorare per farne finire un altro. Quello di Emergency ferma, degli ospedali chiusi, dei malati che aspettano. Se le autorità afgane mi daranno le garanzie che abbiamo chiesto potremo ricominciare. Riavviare il motore sarà un lavoro duro ma non vediamo l´ora di farlo».
Cominciamo da Hanefi. Eravate preoccupati per la sua salute, come l´ha trovato?
«Per sapere veramente come sta ci vorranno controlli e accertamenti clinici ma devo dire che l´ho trovato allegro e spiritoso come ai vecchi tempi. Insomma mentalmente integro, questa è la cosa più importante».
Addirittura allegro e spiritoso?
«Lui è uno così, che ama scherzare. Sono entrato nel cortile del carcere per prenderlo e portarlo via e mi è venuto incontro ridendo, dicendo in pashtun: ciao fratello come stai? Se penso a quello che ha passato, novanta giorni in isolamento, le angosce, la rabbia... Ma è uno tosto. Sa resistere».
Le ha raccontato qualcosa della sua vita in cella? Aveva contatti con l´esterno?
«Non ancora. Per ora voleva solo salutare i familiari, riposarsi un po´. Certamente aveva modo di sapere cosa accadeva di fuori».
Dunque sapeva della morte del giornalista interprete Adjmal Nashkabandi che sembrava essere stato liberato con Mastrogiacomo?
«Sapeva e la cosa lo ha addolorato molto».
E adesso che programmi avete?
«Riposo e controlli medici. Poi probabilmente un incontro con il presidente Karzai che ci ha fatto sapere che vuole vederlo. Il resto è ancora da stabilire. Conoscendo Hanefi potrebbe anche aver voglia di aiutarci a ricominciare la nostra attività».
Quindi è scontato che Emergency riaprirà i suoi ospedali in Afghanistan?
«Non è scontato. Diciamo che adesso c´è un certo ottimismo. Noi abbiamo chiesto condizioni precise per riaprire i nostri centri. Incontreremo le autorità afgane per sapere se queste condizioni ci sono».
Non ha ancora incontrato nessuno?
«Fino alla liberazione di Hanefi non ho voluto incontrare nessuno. Adesso è diverso. Noi abbiamo chiesto soprattutto che venga riconosciuta la nostra neutralità. Che ci venga consentito di curare chiunque, afgano, europeo o taliban che sia. Non possiamo certo accettare che i pazienti vengano classificati in amici o nemici».

Dottor Strada, alla fine di questa storia, come valuta l´incarcerazione di Hanefi: uno spiacevole errore giudiziario o un tentativo di dare un colpo a Emergency?
«Non lo so. Certamente è stato un trattamento, molto duro, anche nel contesto difficile dell´Afghanistan».

C´è qualcuno da ringraziare in particolare?
«Sì, l´ambasciatore italiano Ettore Sequi. Un vero compagno di viaggio che ha fatto il suo dovere ma anche molto di più».
Visto quello che ha passato in questi mesi, si è mai pentito di essersi dato da fare per liberare Mastrogiacomo?
«Assolutamente no. Né io né Hanefi che pur è finito in galera. Del resto questo è lo spirito di Emergency. Se c´è da poter fare qualcosa per cercare di salvare una vita umana, non c´è nessuna controindicazione di alcun tipo, religioso, politico. Ci si prova come abbiamo sempre fatto prima di essere costretti ad andarcene. E come speriamo di ricominciare a fare».


La disoccupazione ancora in calo: è al minimo dal '92
sommari de
l'Unità

Nel primo trimestre dell'anno il numero delle persone in cerca di una occupazione è risultato in calo dal 7,6% al 6,4%. Il tasso destagionalizzato (a parità di giorni lavorativi) è al 6,2%, livello minimo dal '92.


Sospesi 14 leghisti: hanno dato l'assalto ai banchi del governo
La presidenza della Camera decide all'unanimità. Rammarico di Bertinotti per quanto accaduto in Aula
Wanda Marra su
l'Unità

LA DECISIONE dell'Ufficio di Presidenza è arrivata dopo circa 3 ore di discussione. Gabriele Albonetti, Questore dell'Ulivo, aveva proposto inizialmente una sospensione di 15 giorni. Poi si è arrivati alla mediazione, portata avanti dal Presidente Bertinotti, di optare per soli 10 giorni, permettendo così all'Ufficio di Presidenza di deciderli all'unanimità (fatta eccezione, ovviamente, per il Segretario d'Aula del Carroccio, Stucchi). Nessuno della Cdl si è opposto, infatti. Questo non ha impedito a Bertinotti di esprimere il suo «profondo rammarico» per il fatto che sia dovuti ricorrere a questi provvedimenti «per dei comportamenti che devono restare estranei alla dialettica parlamentare».

D'altra parte non è la prima volta di sospensioni in massa (sempre la Lega deteneva il precedente primato di 11 nel 1996). Ma il Carroccio, che si aspettava una sanzione, anche se meno pesante (probabilmente 7 giorni), l'ha presa male, tanto da decidere l'autosospensione dell'intero gruppo. E da annunciare “lotta dura”, nonostante i ripetuti appelli alla concordia di Napolitano. Spiega Roberto Maroni: «Siamo sconcertati. È una decisione senza precedenti, una decisione politica contro un partito dell'opposizione». E promette battaglia, annunciando che tale decisione mette una pietra sopra «ad ogni possibilità di dialogo tra la Lega e la maggioranza». Che il Carroccio stia alzando il tiro è evidente: Maroni ribadisce l'intenzione del suo partito di salire al Colle per chiedere elezioni e parla di un comportamento del centrosinistra che smentisce anche il tentativo di trovare un accordo su federalismo fiscale e Senato federale oggetto dell'incontro di Prodi con Bossi.

Oggi ci sarà, comunque, un incontro tra Bossi, a Roma, e i parlamentari del Carroccio per decidere come andare avanti. E intanto il Comitato per il partito unico della Cdl scarica la Lega arrivando ad insinuare che «nasce il sospetto che ci sia nella Cdl più di uno al quale fa comodo, al di là dei proclami, che Prodi resti ancora a Palazzo Chigi».


Veltroni e la controinchiesta sulla morte di Pasolini
Il comune di Roma ai pm: Pelosi fu soltanto un'esca, ucciso da un gruppo. Raccolte 700 firme.
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

ROMA — E adesso? Adesso che tentano di stanarlo con una proposta impossibile — fare il sindaco di Roma e insieme il segretario del primo partito di un governo in grave difficoltà —, Walter Veltroni anziché rifugiarsi in Africa si inoltra nel proprio passato. E riapre un caso degli anni in cui iniziava la sua vita politica: l'assassinio di Pier Paolo Pasolini.
Nel 1973 un gruppo di ragazzi della Fgci romana andò a trovare lo scrittore, che dal partito tempo prima era stato espulso per indegnità morale, e che era stato molto duro con il movimento studentesco.
Erano il capo dei giovani comunisti romani, Gianni Borgna, il responsabile culturale, Goffredo Bettini, un intellettuale destinato ad altri lidi, Nando Adornato, e il più giovane di tutti, un diciottenne con i capelli lunghi fin sulle spalle e un grande paio di occhiali. Racconta Walter Veltroni: «Credo di essere stato il primo del gruppo ad aver conosciuto Pierpaolo, al tempo del Sessantotto. Avevo 13, 14 anni, ero nel comitato di base del liceo Tasso, e Pasolini veniva a sentire le nostre riunioni. Era molto attento, molto curioso di quanto pensavamo e scrivevamo. Il rapporto continuò. Eravamo un bel gruppo: con Adornato, che dirigeva la nostra rivista Roma giovani, c'erano Marco Magnani, Fabrizio Barca, Giorgio Mele. Pierpaolo venne con noi in piazza di Spagna a manifestare contro la garrota e la pena di morte...». Pasolini comincia a prendere parte alla vita della Fgci romana. Va al festival di Villa Borghese del '74, poi a quello del Pincio del '75, dove tiene un dibattito fino alle 2 del mattino con 5 mila persone tra cui, seduto in prima fila accanto a Petroselli, Borgna, e Veltroni, c'è Fabrizio De André, che ha appena finito il suo primo grande concerto. Nel giugno di quell'anno, Pasolini appoggia la candidatura di Borgna alle amministrative con un appello a votare Pci — «il paese pulito nel paese sporco...» — pubblicato sull'Unità, dopo che la nomenklatura del partito aveva seguito con sospetto il dialogo tra i giovani e lo scrittore. A novembre, Pasolini è ucciso. Dal diciassettenne Pino Pelosi «in concorso con ignoti», come stabilì il tribunale dei minori con una sentenza impugnata dalla magistratura ordinaria, secondo cui gli «ignoti» non erano mai esistiti.
Due anni fa, uscito dal carcere, Pelosi parlando a Raidue ha ritrattato la confessione dell'epoca: a uccidere sarebbe stato un gruppo che avrebbe minacciato di morte lui e i suoi genitori se avesse parlato. Il Comune di Roma, per volontà di Veltroni e di Borgna, si è costituito parte offesa. E quando il caso è stato subito richiuso, il Comune ha affidato a Guido Calvi, senatore e storico avvocato del partito, una controindagine. Che ora è pressoché conclusa, e sarà depositata in procura, per chiedere una nuova inchiesta e un vero processo. Allo stesso scopo ieri mattina, mentre all'Auditorium infuriava la contestazione a Prodi, nell'attigua libreria Borgna insieme con Andrea Camilleri, Mario Martone, Dacia Maraini e Carla Benedetti presentava le 700 firme raccolte tra letterati di tutto il mondo, da Bernard-Henri Lévy in giù.
«Sono convinto che la morte di Pasolini sia un punto-chiave della vicenda italiana — dice Veltroni —. È giusto, per la memoria di Pierpaolo e per quanto è stato tolto a Roma e al paese, che si faccia luce. Il delitto dell'idroscalo è un mistero, indagato in libri e film. Ora noi chiediamo alla magistratura di andare sino in fondo». Non si tratta, sostiene il sindaco, di alimentare la retorica del doppio Stato, di evocare il fantasma delle dietrologie, o anche solo di «farsi un'idea» diversa da quella ufficiale. «Come in tutti questi casi, "farsi le idee" è compito degli inquirenti. Io posso dire qual è la mia impressione: le cose non sono andate come ha raccontato Pelosi. Se non altro per il fatto che ha cambiato troppe volte versione. È un'impressione diffusa; per questo siamo in molti a chiedere di indagare in profondità su una morte strana, oscura».



Unipol-Bnl, nuova inchiesta dalle dichiarazioni di Ricucci
Indagati anche Fazio e Caltagirone
sommari de
l'Unità


Stefano Ricucci parla, rilascia interviste e oltre a muoversi un grosso polverone nei palazzi della politica, si muove anche la magistratura. La Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo sulle vicende legate alla fallita scalata alla Bnl di tre anni fa. Nomi già noti e ipotesi di reato che vanno da insider trading a aggiotaggio. Oltre a Ricucci, Coppola e Statuto, anche l'ex governatore di Bankitalia Fazio e l'imprenditore Caltagirone.


INTERCETTAZIONI, DS E FAZIO
Ma stavolta l'Ulivo non conti sul mio voto
lettera di Nicola Rossi sul
Corriere della Sera

Caro direttore, alta e forte si è levata in questi giorni la voce del vicepresidente diessino del gruppo dell'Ulivo al Senato: «È ora di affrontare la questione in Parlamento!», dove — com'è noto — la questione è quella della nuova normativa sulle intercettazioni telefoniche.
A quella voce, notoriamente autorevole e disinteressata, se ne sono presto aggiunte altre dall'uno e dall'altro schieramento politico. Al massimo livello. «Abbiamo il dovere di fermare questo degrado!» ha tuonato il capo dell'opposizione. «Ci troviamo di fronte a un uso improprio delle intercettazioni », gli ha fatto severamente eco un ministro della Repubblica.
Ora, che ci sia urgente bisogno di una normativa che, senza interferire con la libertà di stampa, ci sollevi dall' incombenza di annegare giornalmente nello squallore delle registrazioni e/o dei verbali giudiziari è cosa evidente a tutti. Ma se — come sembra più che probabile — il provvedimento oggi all'esame del Senato dovesse tornare emendato all'esame della Camera, vorrei che fosse chiaro che i proponenti di quel provvedimento non potrebbero contare — per quel poco o tanto che vale — sul mio voto. Anche se ciò implicasse venir meno alla regola — alla quale mi sono imposto fino a oggi di essere fedele (e solo io so con quanta fatica!) — di votare secondo le indicazioni del gruppo parlamentare cui pro tempore appartengo.
Non contino sul mio voto, dunque. E non già perché — come ho detto— ritengo irrilevante o secondaria una nuova normativa sulle intercettazioni. Ma perché questa può solo essere proposta e sostenuta da una classe politica diversa da quella che, sulle pagine dei giornali di queste settimane, ha dato di sé una rappresentazione di straordinaria pochezza. Nulla di penalmente rilevante, non c'è dubbio (almeno per quel che è dato capire a un profano). Molto di politicamente rilevante, però. Perché da quelle intercettazioni emerge un'idea della politica a dir poco avvilente e un'idea del ruolo dei politici francamente umiliante. Una classe politica di questa modestia è — essa sì! — il vero, grande alfiere dell'antipolitica. Un vero e proprio monumento all'antipolitica (opera peraltro — che ironia! — di professionisti della politica). Ma non solo di questo si tratta. Perché da quelle intercettazioni emerge un fallimento politico di prima grandezza: non aver compreso o non aver voluto comprendere il senso di un momento di particolare importanza nella vita della Repubblica. Un fallimento dal quale nessuna classe politica dovrebbe uscire sana e salva.
In questo senso sbaglia chi afferma — e colpisce il fatto che si tratti di un ministro della Repubblica — che è «un grave vulnus per la democrazia e le regole il fatto che si imposti un dibattito a partire da quelle frasi venute fuori in quel modo». Sbaglia perché ho ancora perfettamente presenti — e non credo di essere il solo — le riunioni del gruppo parlamentare diessino alla Camera di 2-3 anni fa — nel pieno della discussione della legge sul risparmio — in cui spiccava l'assoluta fermezza e la tetragona determinazione con cui un viceministro dell'attuale governo si opponeva a ogni incisivo intervento nei confronti della Banca d'Italia inteso a porre le condizioni per un avvicendamento al vertice dell' Istituto. Perché ho ancora negli occhi le perplessità e le esitazioni, le titubanze e i distinguo, le incertezze e le remore che caratterizzavano gli interventi, in quelle stesse riunioni, di un ministro di spicco dell'attuale governo. Perché non riesco a dimenticare il fatto che alcune di quelle riunioni si chiusero con un voto a favore di interventi più incisivi a tutela del risparmio e dei risparmiatori, voto che venne poi regolarmente disatteso. (Del centrodestra so meno, ma mi basta e mi avanza quel che scrive Bruno Tabacci nella sua «Intervista su politica e affari », Laterza).
Gli aspetti penali, dunque, non solo non ci sono ma se anche ci fossero sarebbero, dal mio punto di vista, in questo momento secondari. E' il giudizio politico quello che conta e questo non può che essere negativo: con poche eccezioni, un intero gruppo dirigente — in buona misura assurto oggi a responsabilità di governo — ha mostrato, nel migliore dei casi, un'insufficiente capacità di giudizio e una ridotta indipendenza di valutazione. Quanto basta per negargli oggi il mio voto.


L´invasione degli Ogm
Carlo Petrini su
la Repubblica

Stamattina in piazza Montecitorio ci sarà un gruppo di associazioni in assetto di protesta contro il Consiglio dei ministri dell´agricoltura europei. Cosa han combinato i nostri ministri per far scendere in piazza, Coldiretti e Cia, Aiab e Legambiente, Coop e Federconsumatori? Hanno varato il nuovo Regolamento Europeo per il Biologico.
Cosa c´entrano gli ogm con l´agricoltura biologica?
L´agricoltura biologica non si avvale di chimica di sintesi né Organismi Geneticamente Modificati.
Questo diceva il regolamento sul biologico del 1991, in cui l´Unione Europea disse saggiamente: l´agricoltura biologica va protetta e promossa, e gli Ogm con l´agricoltura biologica non hanno nulla a che fare. Ma quel che era evidente nel 1991 sembrò opinabile nel 2006, quando si propose una "soglia" di contaminazione accidentale dello 0.9%. Significa che ci saranno 0.9 possibilità su 100 che il prodotto certificato bio che acquisteremo sia il frutto di una contaminazione da Ogm, e nessuno è tenuto a dircelo. Ce lo indicheranno in etichetta solo dall´1% in avanti.
Il Parlamento Europeo, per la gioia di ambientalisti, agricoltori e consumatori che chiedevano la "tolleranza zero", un paio di mesi fa votò un emendamento che poneva allo 0.1% la soglia di contaminazione. Al di sopra dello 0.1% (il minimo misurabile) di presenza di Ogm, i prodotti non potevano più essere considerati biologici.

Ma l´ultima parola è del Consiglio dei ministri dell´agricoltura (non votati ma scelti dai premier), che ha deciso – con il voto contrario di Belgio, Italia, Grecia e Ungheria – che la soglia resta allo 0.9%: il nuovo regolamento del biologico sconfessa il vecchio e i suoi ragionamenti sulla coesistenza di differenti agricolture, quella convenzionale, quella biologica e quella transgenica.

Parlare di soglie anziché di coesistenza significa ammettere che la coesistenza è impossibile, ma anche non badare più a quel che le cose sono in realtà. E´ una pratica nella quale le Istituzioni vantano lunga esperienza. Atrazina nell´acqua, grassi diversi dal burro di cacao nel cioccolato, Ogm nei prodotti biologici? Basta cambiare i "limiti di legge", con i ringraziamenti di produttori di diserbanti per il mais, multinazionali del cioccolato di bassa qualità, o certificatori del biologico.
Il "vero" problema – dicono i certificatori – è che una soglia troppo bassa rende impossibile certificare.
Ora noi, consumatori e produttori del biologico, ci chiediamo: è meglio certificare come bio un prodotto che contiene Ogm o è meglio avere una certificazione credibile?
Se il prodotto a marchio bio che sto acquistando potrebbe non essere bio, cosa me ne faccio della certificazione? Il diritto all´informazione va rispettato perché così verrà rispettato il diritto a decidere quel che mangiamo. Si chiama "sovranità alimentare", ed è il diritto di nutrirsi nel modo più adatto alle proprie esigenze biologiche, culturali, sociali.
Se l´Europa unita non serve a garantire i diritti di base, allora ditemi a cosa serve. Se non serve a mantenere quel minimo di democrazia reale che sta nella disponibilità di informazione, se con il mio bell´Euro non so più cosa compro, dove sta il progresso?
I ministri che hanno votato contro questo regolamento, dicono che faranno leggi nazionali più severe del regolamento. Certo, è qualcosa, ma in un´Europa in cui cose e persone viaggiano giustamente senza difficoltà, cosa me ne faccio di una certificazione nazionale seria, se appena metto il piede oltre confine, o acquisto sotto casa un prodotto del paese confinante, non so più quel che mangio?

Le leggi nazionali rischiano di essere delle foglie di fico se si rinuncia a discutere l´intero regolamento. Chiedere con forza la totale rinegoziazione di quel regolamento significa riflettere sul modello di sviluppo che vogliamo, non solo per l´agroalimentare, ma per il pianeta. Aprire agli Ogm significa aprire ad un modello agricolo che ha costi pesantissimi in termini ambientali, di energia, di rinunce culturali, di cancellazione di identità. Hanno provato a farceli accettare in tutti i modi, anche raccontando bugie solenni come quando ci dissero che avrebbero risolto il problema della fame. Oggi che è chiaro anche per la Fao che dove la fame si risolve, è grazie alla piccola agricoltura tradizionale, oggi che i consumatori dichiarano il loro no Ogm oggi che il biologico, solo in Italia, conta su un milione di ettari e circa 50mila aziende, ecco che ci riprovano: con la produzione massiva di biocarburanti, con le sperimentazioni in campo o con i regolamenti europei che ignorano il Parlamento.
Ma con attenzione e pazienza, bisognerà ripeterlo ogni volta che serve: gli Ogm non c´entrano.


I controlli del 2005:
non in regola il 53,8% di imprese e autonomi
Nicoletta Cottone su
Il Sole 24 Ore

«Non dò molta importanza alle minacce di disobbedienza fiscale per rivoltarsi serve una ragione e io sfido comunque a trovarla». Così il viceministro all'Economia, Vincenzo Visco, ha risposto durante la presentazione dei dati relativi ai contribuenti che applicano gli studi di settore, a una domanda sulla protesta fiscale ventilata da alcune associazioni di categoria. «Le proteste dei presidenti delle categorie - dice Visco - hanno a che vedere con l'agitazione della base di riferimento dovuta a una carenza di informazioni. Noi pensiamo di avere risposto alle sollecitazioni. Ma dove c'è evasione è chiaro che non c'è nulla da discutere».

Visco ha spiegato che «c'è il massimo rispetto per le imprese e per il lavoro autonomo dove la gente fatica e si assume responsabilità», ma emerge un quadro non uniforme dei vari settori, con dei margini di scostamento tra congrui e incongrui troppo marcato a fronte di settori con caratteristiche comuni. Visco ha fatto esplicito riferimento ai dati, forniti durante la conferenza stampa, in base ai quali emerge che chi gonfia le proprie scorte riesce ad azzerare anche i pagamenti fiscali e che 100mila soggetti scontano l'acquisto di beni strumentali senza poi dichiararne il possesso. Qualche esempio? Ci sono 137 tassisti che non hanno il taxi, 3.329 ristoranti senza cucina o tavoli, 480 farmacie senza scaffali. E, ancora, 555 lavanderie senza lavatrici, 5.139 installatori di impianti elettrici e idraulici senza i mezzi per svolgere il proprio lavoro. I conti, secondo il ministro, non tornano. Visco ha poi rivolto un appello alle associazioni di categoria affinché «sollecitino i contribuenti ad avere comportamenti adeguati» e ha ribadito che gli studi di settore non sono una minimun tax, ma uno strumento di ausilio ai contribuenti per l'autodichiarazione dei redditi e di supporto all'Agenzia delle entrate per l'accertamento. E Visco quantifica l'entitá dell'adeguamento richiesto a chi non rispetta gli studi di settore.«Chiediamo 100-200 euro al mese in più».

Ecco di dati: su un totale di 2.616.501 lavoratori autonomi e imprese ve ne sono 1.030.825 congrui, dunque in linea con i parametri del Fisco, mentre 1.407.845 non sono in regola con gli studi di settore. Sono rispettivamente il 39,4% e il 53,8% dei contribuenti (esclusi i professionisti) sottoposti agli studi. I professionisti sono invece 658.189 e il 58,8% (386.859) risulta essere in regola con gli studi e dichiara in media 59.300 euro. Fuori linea, per i professionisti, sono in 231.369 (35,2% del totale) che hanno un reddito imponibile medio di 23.600 euro.


I DATI SU Il Sole 24 Ore

·   La presentazione dei dati(.ppt)
·   Confronto tra soggetti congrui e normali e quelli non congrui e/o non normali
per categorie professionali
·   Confronto tra soggetti congrui e normali e quelli non congrui e/o non normali
per ricavi totali e redditi di impresa
·   Confronto tra soggetti congrui e normali e quelli non congrui e/o non normali
per area geografica
·   Confronto tra soggetti congrui e normali e quelli non congrui e/o non normali
Tabella riassuntiva per persone fisiche e società ed enti
·   Domande e risposte sugli studi di settore
·   Il comunicato stampa
·   L'intervento di Vincenzo Visco


Clima, ecco il super-piano dell'Europa
Pronto il progetto della Ue che affronta i rischi provocati dal surriscaldamento
globale. Intere città spostate, dighe più alte e case anti-caldo
Alberto D'Argenio su
la Repubblica

BRUXELLES - Sin da oggi dobbiamo prepararci ad affrontare le nuove condizioni climatiche che nel corso del XXI secolo cambieranno la nostra vita quotidiana. Con gesti semplici, come il taglio agli sprechi d'acqua, o modificando abitudini millenarie, come quelle legate all'agricoltura o alle vacanze estive, ma anche con opere titaniche, come l'innalzamento delle dighe e lo spostamento di porti e città a rischio di inondazioni.
Non si tratta dell'ennesimo allarme sul nostro futuro (prossimo), ma di un vero e proprio piano d'azione europeo messo a punto per salvare il continente dalla perdita di vite umane e dal tracollo economico. Una strategia contenuta nel Libro verde sull'adattamento al cambiamento climatico che sarà approvato mercoledì prossimo dalla Commissione Ue, mettendo in moto una serie di programmi e progetti che lentamente cambieranno il volto del nostro mondo.

Per Bruxelles limitarsi alla strategia approvata a marzo per mitigare il surriscaldamento non basta, visto comunque il clima è destinato a cambiare. Dunque è meglio prepararsi, e anche subito, a vivere in un territorio martoriato da inondazioni, siccità, incendi, tempeste, carestie e nuove malattie, visto che "un'azione immediata porterà benefici economici anticipando i danni e minimizzando le minacce all'ecosistema, alla salute, allo sviluppo, alla proprietà privata e alle infrastrutture".

Per questa ragione la Commissione Ue è pronta a mettere in campo una serie di misure, dalle più morbide a quelle radicali, che coinvolgeranno Bruxelles, i governi, le autorità regionali, locali e tutti i cittadini. Si parte dalle cosiddette "azioni soft", come il taglio agli sprechi idrici, il cambiamento delle rotazioni e della semina dei raccolti e l'uso di sementi resistenti alle siccità. Per arrivare a quelle "hard" e molto costose, come l'innalzamento degli argini di canali e dighe, lo spostamento di porti, industrie e città costruite in aree costiere particolarmente basse o a rischio di inondazioni, nonché la costruzione di nuove centrali per sostituire quelle idroelettriche, destinate a chiudere i battenti.

Ma non tutto il male viene per nuocere, visto che se si muoveranno per prime le aziende europee diventeranno leader mondiali in "strategie e tecnologie per l'adattamento" al surriscaldamento, con tanto di nuove opportunità di export e posti di lavoro. Si guarda alle tecniche di costruzione e ai nuovi servizi finanziari e assicurativi in grado di rispondere alle crescenti esposizioni ai rischi. Ma anche il turismo dovrà cambiare volto: il Mediterraneo entro la fine del secolo vivrà la sua stagione d'oro in primavera e autunno, visto che le estati saranno troppo calde per ospitare i turisti, mentre le coste atlantiche e del Mare del Nord dovranno attrezzarsi per ospitare i vacanzieri proprio nei mesi estivi.


Microsoft modificherà Vista dopo la denuncia di Google
Accordo tra l'autorità antitrust Usa e il colosso di Redmond per modificare
il sistema operativo e mettere fine alle accuse di violazione delle regole della concorrenza
su
la Repubblica on line

CHICAGO - Microsoft cambia Vista. L'autorità antitrust Usa ha confermato di avere raggiunto un accordo con il colosso di Redmond per modificare il nuovo sistema operativo Vista. Le modifiche verranno fatte sulla base delle proteste avanzate da Google e da altri motori di ricerca, che accusano il colosso del software di violazione delle regole della concorrenza nella ricerca via internet.

Il dipartimento della Giustizia ha detto che Microsoft creerà un "meccanismo" per gli utenti dei computer ed i produttori per selezionare un programma di default per usare la ricerca sul desktop. L'azienda di Mountain View, infatti, aveva fatto presente che il proprio programma di ricerca non riusciva a funzionare in maniera ottimale su Vista.

Lo stesso motore di ricerca ha espresso soddisfazione per l' intesa raggiunta, in quanto - ha sottolineato il responsabile per gli affari legali del gruppo, David Drummond - i cambiamenti "vanno nella giusta direzione", anche se al tempo stesso "è necessario introdurre ulteriori miglioramenti per consentire ai clienti di avere accesso ad desktop di ricerca alternativo". La nuova versione di Vista con le modifiche previste dall' accordo sarà disponibile entro la fine dell' anno.



  20 giugno 2007