Gian Carlo Caselli ha scelto "l´Unità" (14/6) per manifestare il suo sconforto di fronte alle grida che si levano soprattutto da sinistra ma altresì, con concorde e significativa assonanza, pure da destra, contro le intercettazioni. Ma quale emergenza, si chiede il procuratore generale di Torino, riferendosi alla legge Mastella che dovrebbe imporre una ferrea mordacchia agli odiati ascolti e ancor più alla pubblicazione dei medesimi? E, analizzandone per esteso due punti, sottolinea come il decreto bipartisan metta in pericolo, invece, due interessi pubblici fondamentali, la libertà di stampa e la lotta alla mafia. In primis «risulta eccessivo il divieto di pubblicare il contenuto delle intercettazioni, anche quando non siano più coperte dal segreto, fino alla conclusione o addirittura fino alla sentenza di appello. Viene ad essere eccessivamente compresso il diritto dei media di informare e dei cittadini di essere informati su vicende di interesse pubblico, oltre che sul funzionamento della giustizia, privilegiando oltre misura il pur importante diritto alla riservatezza. Il tutto sigillato con sanzioni pesanti che poche testate potrebbero reggere, con gravi ricadute sul pluralismo dell´informazione».
Un giudizio pesantissimo e non di parte. Ma se ne renderanno conto i parlamentari, molti dei quali hanno in odio i giornali e li tollerano solo se ossequiosi al loro potere e prepotere? Dubbio legittimo se, seguendo le osservazioni di Caselli, vediamo come il decreto, che porta la firma del Guardasigilli, indebolisca gravemente l´azione di contrasto alla criminalità organizzata, limitando la durata delle intercettazioni a 90 giorni per quelle telefoniche e a 45 per le ambientali (le famose "cimici"), «tipiche dei processi di mafia, dove le indagini sono sempre di eccezionale complessità.... contro organizzazioni criminali che ragionano con tempi lunghi e gli inquirenti debbono armarsi di tenacia e pazienza». Caselli in proposito, in base alla sua personale esperienza a Palermo, ricorda che quando si individua un luogo di pertinenza di un boss o di persone ad esso legate, esso debba esser posto sotto sorveglianza diretta a volte per mesi e mesi «finché non arriva l´interlocutore giusto o il momento buono.... qualcosa che induce i presenti a sbottonarsi nei colloqui... ma se ciò non accade nei primi 45 giorni (rinnovabili solo se sono emersi già nuovi elementi investigativi) stop. Più niente da fare. Le cimici piazzate con tanta fatica, scavalcando pericoli micidiali, diventano inutili e anche la più promettente indagine deve essere abbandonata, chiusa. Francamente una mannaia irragionevole». Una mannaia che viene brandita da parlamentari accecati dalla presunta lesione alla privacy e che hanno smarrito un minimo senso di realtà dietro l´usbergo di un diritto alla loro riservatezza, privo di fondamenta e vissuto come offensivo dalla stragrande maggioranza dei cittadini che esigono trasparenza pubblica dai loro rappresentanti.
Si dice che sarebbero in pericolo lo stato di diritto, le garanzie dell´individuo, la libertà e le prerogative istituzionali dei parlamentari.
Vorrei spiegare perché non sono d´accordo, ricordando che nei casi in questione si parla non di vicende private ma di discussioni tutte concernenti uno scandalo economico e finanziario che ha portato alla sostituzione, senza precedenti, e alla incriminazione del governatore della Banca d´Italia, all´arresto di alcuni dei principali personaggi implicati, ad inchieste giudiziarie ancora in corso per altri, alla defenestrazione dei due massimi dirigenti delle Cooperative, a scalate e contro scalate di banche, al tentativo di impadronirsi del "Corriere della Sera", ed altro ancora. Alcuni dei massimi esponenti politici della sinistra, in assonanza con altri del campo avverso (ma «avverso» evidentemente non tanto) si sono occupati quotidianamente per mesi della faccenda, intervenendo a favore dell´uno o dell´altro, a seconda i casi. Nulla di tutto questo sarebbe arrivato alle orecchie della pubblica opinione senza le intercettazioni. Fioroni e Ricucci e gli altri "furbetti del quartierino" avrebbero probabilmente portato a termine i loro disegni. Il governatore Fazio sarebbe ancora a via Nazionale, vigile guardiano della «italianità» del sistema. Dov´è il reato di cui si sarebbe macchiata la libera stampa pubblicando le intercettazioni? È vero che le parole dei capi ds non raffigurano alcun reato. Aggiungo che anch´io metto con tutta certezza la mano sul fuoco sulla loro personale onestà. Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con il rilievo politico e, quindi, pubblico delle intercettazioni finora apparse.
La sindrome del trasformismo
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Ritualmente il ceto politico elabora, nelle difficoltà, una cosmesi esorcistica dei fatti. La "teoria del complotto" è il metodo più collaudato, facile all´uso, buono in tutte le stagioni. Da destra (Fini, Berlusconi) fino alla sinistra radicale (Giordano) - appena alle spalle di Walter Veltroni - è un coro: c´è una manovra in corso contro la politica per screditarla e i verbali di Stefano Ricucci, pubblicati con due anni di ritardo, ne sono la "prova regina". L´argomento imbarazza per la sua fragilità e offende l´intelligenza di chi cede alla tentazione di adoperarlo.
È utile ripetersi. Due anni fa - per una convergenza di interessi diversi e opposti che trovano conveniente agire in concerto con accordi sotto banco che danneggiano i mercati e i risparmiatori e pregiudicano una corretta informazione dell´opinione pubblica - nasce un intrigo che vuole ridisegnare la geografia del potere politico, finanziario, mediatico del Paese. Sono in palio due grandi banche (Antonveneta, Bnl); la conquista del Corriere della Sera e dei giornali del Gruppo Riffeser (Resto del Carlino, Nazione, Giorno).
Con una coerente simmetria, in caso di successo i due poli avrebbero conquistato - la destra - una banca al Nord e un grande gruppo editoriale; la sinistra, una banca nella Capitale e quotidiani diffusi nelle sue maggiori aree di consenso (Toscana, Emilia-Romagna). L´intrigo salta per la legge del market abuse, approvata nella più assoluta inconsapevolezza dal Parlamento nella primavera del 2005 perché consente - ma il Parlamento ne sottovaluta l´esplosività - investigazioni molto invasive e che la procura di Milano promuove. Un anno fa Stefano Ricucci è arrestato. Lo interrogano in sette occasioni. Venti giorni fa, con l´avviso di conclusione delle indagini, tutti gli atti dell´istruttoria sono stati messi a disposizione dei dieci e passa indagati e dei venti e passa avvocati. Venti giorni fa.
Veltroni, Berlusconi, Fini, Giordano dovrebbero rispondere a questa domanda: quando si doveva dar conto della minuziosa ricostruzione affidata dal "furbetto" ai pubblici ministeri, se non oggi quando quelle carte hanno perso il loro carattere segreto e sono entrate nel circuito processuale della discovery?
Suggerire una "tempistica" sospetta, ingrassare il fantasma della manovra storta, evocare il complotto di «poteri forti» e senza volto - rifiutandosi all´ostinazione dei fatti - è insipienza o malafede, ma quel che conta è altro. Il gergo sgrammaticato, scelto dalla politica, alleva confusione, nasconde un imbroglio.
Sembra che, quasi "a freddo", il ceto politico voglia resuscitare con passi da acrobata il conflitto tra il potere politico e l´ordine giudiziario, la contrapposizione tra ceto politico e informazione per aumentare il "rumore", sollevare polvere, star lontano dal nocciolo più autentico della questione. Che non interpella la magistratura o il rilievo penale dei comportamenti né la moralità o l´immoralità dei rapporti tra politica e affari.
L´intrigo, che vede protagonisti intorno allo stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D´Alema e Gianni Letta con un poco nobile codazzo di banchieri, avventurieri della finanza, astuti nouveaux entrepreneurs racconta con efficacia balzacchiana la distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi, la disponibilità a lasciarsi catturare di ognuno; la divaricazione tra gli accordi in corridoio e i contrasti in pubblico.
L´intrigo rappresenta, si può dire allora, il ritorno sulla scena della politica italiana del trasformismo, di quella sindrome antica quanto lo Stato unitario e che - ci eravamo illusi - il bipolarismo avrebbe dovuto liquidare.
I giornali nel mirino dei politici
Carlo Federico Grosso su La Stampa
Quanto è accaduto in Italia nell'ultima settimana in tema di rapporti fra politica, giustizia e stampa merita alcune riflessioni di tipo giuridico-politico. I fatti sono noti. Dopo il deposito di alcune intercettazioni telefoniche delle quali occorreva stabilire l'utilizzazione in un processo penale e in cui figuravano conversazioni di uomini politici, la stampa è stata inondata dalla loro pubblicazione. Non è la prima volta che conversazioni intercettate vengono pubblicate e che la reazione del mondo politico esplode contro asseriti eccessi della magistratura nell'intercettare e della stampa nel pubblicare.
Tanto che qualche mese fa è stato approvato dalla Camera in modo bipartisan, ed è ora in attesa di approvazione al Senato, un disegno di legge restrittivo in materia di intercettazioni.
Il progetto è stato accelerato dopo che gli italiani erano stati frastornati, nella scorsa estate, dalla pubblicazione di conversazioni scottanti tra personaggi della finanza che tentavano di accaparrarsi fette importanti di potere economico.
Dopo l'ultima ondata di pubblicazioni la reazione del mondo politico è stata, per certi versi, ancora più forte. Attacchi frontali alla magistratura e alla stampa. Un clima stranamente benevolo di solidarietà trasversali. Nell'insieme, l'invito corale a far presto nell'arginare le pubblicazioni illegali con la rapida approvazione della nuova legge.
I problemi giuridici e politici che suscita quest'ultima vicenda sono di grande spessore. Innanzitutto occorre precisare che la magistratura ha assunto, nella specie, un atteggiamento irreprensibile. Si trattava di decidere se talune intercettazioni (nelle quali figuravano conversazioni di parlamentari) dovessero essere acquisite in un processo penale. Il giudice, giustamente, ha disposto il deposito delle relative trascrizioni in modo che le parti potessero fare le loro valutazioni. Se vi fosse stata richiesta di acquisizione e la valutazione del giudice fosse stata a sua volta favorevole, gli atti sarebbero stati trasmessi alla Camera per la necessaria autorizzazione. C'era il rischio che, con il deposito in cancelleria, le intercettazioni potessero essere pubblicizzate. Ma cos'altro poteva fare la magistratura, se non impedire, come ha fatto, l'estrazione di copie e consentire la sola lettura dei testi?
Dopo il deposito, le intercettazioni sono state pubblicate dai giornalisti, informati del loro contenuto non si sa, per ora, da chi. Forse da qualche avvocato, forse da qualcuno che già possedeva illegalmente le intercettazioni stesse e che ha sfruttato il momento propizio per diffonderle. La pubblicazione sui giornali è stata, comunque, sicuramente illecita, in quanto gli atti di un'indagine penale, ancorché non più segreti come nel caso di specie, non possono essere pubblicati nella loro interezza fino alla chiusura delle indagini. Ma l'illecito compiuto dai giornalisti, di per sé, è consistito soltanto nella lieve contravvenzione di pubblicazione arbitraria di quanto era stato loro rivelato: un illecito che viene frequentemente commesso, nell'ansia di informare il pubblico, quando i giornali vengono in possesso di una notizia di pubblico interesse. Ma dov'è, allora, il denunciato grave abuso della stampa, il pericolo esiziale per la riservatezza dei parlamentari?
Il pericolo, in realtà, è un altro: che una classe politica ormai insofferente, nel suo insieme, a ogni controllo, di fronte alla diffusione di notizie riservate coinvolgenti taluni dei suoi componenti, reagisca in modo sconsiderato, rischiando di indebolire, con nuove leggi, la libertà di stampa e il diritto della gente a essere informata. Dimenticandosi che libertà di stampa e diritto-dovere di informare su notizie di rilevanza pubblica costituiscono segni essenziali di democrazia.
E' vero che l'Italia non è considerata uno Stato credibile da parte di Israele e del governo libanese? E' vero che abbiamo sottoscritto un patto segreto con la Siria per salvare la pelle ai nostri 3 mila soldati dispiegati in Libano da un attentato dell'Hezbollah o di Al Qaeda?
La rivelazione su un possibile accordo segreto tra D'Alema e Assad che impegnerebbe il nostro Paese a porre fine all'isolamento internazionale della Siria in cambio della garanzia che l'Hezbollah non compirà attentati, è stata smentita dal nostro ambasciatore a Tel Aviv De Bernardin che ha assicurato che la notizia diffusa dall'edizione online del quotidiano israeliano Haaretz non è riconducibile a «fonti israeliane autorizzate ».
Ma certamente la questione della sicurezza del nostro contingente inquadrato in seno all'Unifil è stata al centro dei colloqui che D'Alema ha avuto con Assad lo scorso 5 giugno a Damasco. Il nostro ministro degli Esteri ha additato nella «presenza di gruppi legati ad Al Qaeda, il «pericolo maggiore» per i nostri soldati. E ha lasciato intendere che la collaborazione dell'Hezbollah e di Hamas è stata determinante nell'azione di prevenzione del pericolo. Così come è altrettanto certo che la Siria ha sollevato con forza la questione dell'istituzione del Tribunale internazionale sull'assassinio dell'ex premier libanese Rafiq Hariri, che vede imputata la leadership siriana. D'Alema a Damasco si è prodigato nel rassicurare i siriani che il Tribunale «non è diretto contro uno Stato» e che comunque «non partirà subito.
L'impegno italiano a contenere l'ostilità nei confronti della Siria, è riemerso nel giorno dei funerali a Beirut del deputato anti-siriano Walid Eido, ucciso in un attentato all'auto- bomba il 13 giugno, sostenendo la nostra contrarietà a fare «l' elenco dei buoni e dei cattivi». Una posizione controcorrente rispetto a quella degli Stati Uniti e del governo libanese che hanno addossato la paternità dell'attentato alla Siria.
Ciò che probabilmente sfugge a Israele e al governo libanese, è che per la verità non vi è alcuna novità nell'atteggiamento dell'Italia nei confronti della Siria e della strategia di prevenzione del terrorismo. D'Alema non sta facendo altro che perpetuare una prassi consolidata sin dagli anni Settanta quando esplose il fenomeno del terrorismo palestinese su scala internazionale. Ricordo come nel 1983 mi trovai al seguito dell'allora ministro degli Esteri Andreotti in una visita a Damasco del tutto simile a quella recente di D'Alema nello spirito e negli obiettivi. E non fu affatto un caso che il contingente italiano inviato a Beirut a protezione dei civili palestinesi dopo l'evacuazione dei fedaiyin di Arafat, fu l'unico a non essere colpito dagli attentati dell'Hezbollah che, proprio allora, inaugurò il fenomeno dei kamikaze islamici. I soldati italiani furono risparmiati in virtù di un accordo segreto con i servizi segreti siriani, che si fecero garanti del comportamento dell'Hezbollah e del loro sponsor principale, l'Iran di Khomeini. Così come non c'è alcuna novità nell'impegno dell'Italia a sdoganare i regimi dittatoriali arabi. Il caso di maggior successo è stato quello della Libia di Gheddafi che, dopo anni di isolamento internazionale per la sua responsabilità nelle stragi di Lockerbie del 1988 e dell'aereo Uta esploso nei cieli del Niger nel 1989, ha potuto riscattare una verginità politica grazie all'impegno dei governi italiani di sinistra e di destra.
Non può non lasciare perplessi il fatto che la Farnesina non abbia né condannato il sanguinoso golpe militare di Hamas a Gaza né dato il suo appoggio al nuovo governo costituito dal presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen. Quindi se è vero che l'Italia perde il pelo ma non il vizio nel flirtare con stati spesso sponsor del terrorismo, teniamo però presente che oggi il nemico non sta solo al di là dei confini ma ce l'abbiamo fin dentro casa nostra.
Non è come nel '98:
ora siamo noi la maggioranza dell'Unione
Cartolina a Prodi: via lo scalone e basta. Niente da negoziare
Francesco Ferrara su Liberazione
Alcune parole chiare sulla attualità stringente.
La necessità di una sinistra unita subito, si deve alimentare da un dibattito vero sui fondamenti di quello che chiamiamo socialismo del XXI secolo. Al tempo stesso, occorre trovare anche le forme unitarie in cui tale rapporto si concretizza e trova espressione fin dentro le rappresentanze istituzionali. Questo processo è fondamentale. Noi, non siamo a rimorchio: ne siamo stati i promotori. Non è un vanto, è un fatto. La prima riunione dei segretari dei partiti che ha dato il via a questo percorso è stata promossa da Franco Giordano.
Allo stesso tempo, dobbiamo avere la consapevolezza precisa che, se non si passa su alcune questioni di fondo che riguardano il crocevia difficile dello scontro sociale e politico, tutto il processo unitario diviene vuota tattica, politicismo allo stato puro, il tentativo di sopperire alla sconfitta sociale con la chiusura nella cittadella della politica.
Questo è il punto. Per dirla con una immagine: la sinistra unita deve affrontare i tornanti pericolosi di questa strettoia. Se li supera e li supera assieme può sperare di accumulare forza per il rettilineo della volata, altrimenti va fuori pista.
Le cose vanno, quindi dette per quelle che sono.
Il Ministro Damiano ha detto che ci sono 2 miliardi e mezzo di euro per interventi di redistribuzione sociale. Chi e quando lo ha deciso ? Questa posizione è la replica di quella del Ministro Padoa Schioppa ma non è la nostra posizione, quella di una parte decisiva della maggioranza e del governo e non era, neanche, la posizione che Prodi aveva espresso.
Allora, prima ancora di vedere cosa si fa con quei soldi, va detto che non accettiamo che al risarcimento sociale rimanga il residuo dopo aver accontentato i tecnocrati di Bruxelles e la Confindustria. Quando nella finanziaria, si è trattato del cuneo fiscale, 6 miliardi di euro, il tema del risanamento del debito non c'era. Oggi c'è perché tocca ai lavoratori. Non possiamo accettarlo.
Il governo ha detto che non vi sono le risorse per abolire lo scalone e ha avanzato una proposta per reperire i fondi, fatta apposta per essere rifiutata dai sindacati. Sembra assomigliare al gioco delle tre carte. Alla fine, ci si prepara a sostituire lo scalone con gli scalini ? Va detto chiaro e tondo che non ci va bene. Né ora, né domani.
Le leggende sulla Biagi
Il lavoro precario è fermo dal 2001
Pietro Ichino su Corriere della Sera
Le modifiche alla legge Biagi annunciate dal ministro del Lavoro sono quelle indicate fin dall' anno scorso nel programma elettorale dell'Unione come necessarie per la lotta contro il lavoro precario: abolizione del lavoro a chiamata, o job on call,
e dello staff leasing. Il ministro però farebbe bene a rispondere in modo preciso e pertinente alle obiezioni che da più parti, e anche dall'interno dello schieramento di centro-sinistra, sono state mosse contro questo punto del programma.
Quanto al job on call,
si tratta in sostanza dei contratti a termine di brevissima durata, che sono sempre esistiti: sono quelli del cameriere ingaggiato a giornata per un banchetto, o della hostess per un congresso; la legge Biagi non aveva fatto altro che dettare alcune norme più rigorose per questi casi, rispetto al vuoto normativo precedente. Ora, il governo intende abrogare queste norme per tornare alla libertà totale che vigeva prima? Oppure intende vietare l'ingaggio del cameriere per un banchetto o della hostess per un congresso?
Quanto allo staff leasing,
tutti ormai sanno che si tratta di una forma di organizzazione del lavoro che prevede l'assunzione a tempo indeterminato, con una stabilità persino superiore rispetto a quella del rapporto di lavoro ordinario: il lavoratore in staff leasing è protetto contro il licenziamento non soltanto dall' articolo 18 dello Statuto, ma anche dal divieto di licenziamento collettivo. Con questo nuovo tipo di contratto la legge Biagi intendeva offrire, nel settore dei servizi all'impresa ad alta intensità di lavoro (pulizia, facchinaggio, marketing, servizi informatici, ecc.), un rapporto assai più stabile e protetto ai lavoratori che oggi svolgono questi servizi come dipendenti di aziendine appaltatrici, cui sovente l'articolo 18 non si applica e che, quando cessa l'appalto, sono ad alto rischio di perdere il posto.
Vengono preannunciate anche modifiche restrittive alla disciplina del contratto a termine, che non è contenuta nella legge Biagi, bensì in un decreto legislativo di due anni precedente (n. 368/2001). Ma non esiste alcuna evidenza di una responsabilità di quel decreto nel fenomeno dell'aumento del lavoro precario. La realtà è che l'aumento del lavoro precario ha incominciato a manifestarsi fin dagli anni 70 ed è continuato ininterrottamente fino alla fine degli anni 90, per poi arrestarsi proprio negli anni della penultima legislatura.
Questo è riconosciuto anche in un libro scritto prevalentemente da sociologi ed economisti di sinistra, di cui il ministro Damiano e il presidente della Commissione lavoro del Senato Tiziano Treu hanno scritto una laudativa prefazione (La «legge Biagi». Anatomia di una riforma, Editori Riuniti, 2006). Qui, in un saggio dell'economista Gianni Principe, si legge: «Se stiamo ai dati Istat sulla diffusione del lavoro a termine, il 2001 non ha segnato nessuna svolta, ma piuttosto un momento di declino»; «inoltre il divario dalla media europea ... appare di una certa consistenza (circa cinque punti in meno), da cui si potrebbe dedurre che abbiano ragione quanti oppongono alle teorie sulla precarizzazione la constatazione rassicurante di una buona capacità di tenuta del nostro sistema di norme a protezione dei lavoratori ».
La fine del mondo secondo Newton
La data fatidica, indicata in una lettera del 1704 scoperta domenica a Gerusalemme, sarebbe il 2060. Lo scienziato inglese era arrivato alla conclusione attraverso la Bibbia.
Emanuela Di Pasqua sul Corriere della Sera
GERUSALEMME - Secondo sir Isaac Newton è iniziato il conto alla rovescia: meno di 53 anni alla fine definitiva del mondo, prevista secondo Newton per il 2060. Lo scienziato infatti, nonostante il suo pensiero positivista, non fu impermeabile al senso del mistero e della superstizione e non si dilettò solo nello studio della fisica e dell'astronomia, ma anche nell'interpretazione dell'Apocalisse, alla ricerca di un mondo simbolico, misterioso e colmo di profezie nascoste. Non fu dunque così razionale come si potrebbe essere portati a credere e non fu esente dal leggere la Bibbia come una sorta di piano cifrato per la storia mondiale (fenomeno chiamato appunto biblicismo). LA LETTERA - Il padre della fisica moderna formula questa funesta profezia in una lettera risalente al 1704 e pubblicata solo ora in occasione di una mostra dal 18 giugno al 17 luglio all'Università ebraica di Gerusalemme e intitolata «I segreti di Newton». Perché proprio il 2060?
Pare che lo scienziato sia arrivato a indicare questa data in seguito alla rilettura del libro del profeta Daniele, uno dei libri più difficili in cui sono contenuti numerosi simbolismi e visioni fantastiche. E proprio dal linguaggio oscuro e sibillino del testo, Newton fu incoraggiato ad abbandonarsi all'auspicio. SCIENZA E FEDE - Uno degli aspetti interessanti della rivelazione, oltre alla data in sé (per altro abbastanza vicina), è costituito dal rapporto difficile, eppure possibile, tra scienza e fede religiosa. Newton, nonostante le celebri scoperte scientifiche (tra cui il calcolo infinitesimale), rimase sempre uomo di fede e cercò per tutta la vita di coniugare le due passioni, in evidente dialettica tra loro, arrivando alla rilettura scientifica dei testi sacri. In qualche modo egli fu religiosamente scienziato o scientificamente religioso. O semplicemente decise di vivere il mistero e la ragione, entrambi a modo suo.
Aerei di carta, dalle aule ai laboratori
E un libro spiega i segreti dei campioni
Il gioco di una volta vive una seconda giovinezza per mano degli ingegneri che cercano di battere il record mondiale di velocità e di durata del volo
su la Repubblica
AEREI di carta. Croce degli insegnanti e delizia degli studenti di qualche anno fa, quando i videofonini non esistevano e non ci si poteva scambiare "snuff movie" bullistici con i compagni. Così, a tenere banco a scuola erano i piccoli caccia di carta. Declinazione occidentale (e guerresca) dell'arte dell'origami. Destinati, il più delle volte, a un eroico schianto sulle spalle del supplente.
I tempi cambiano, ma gli aerei di carta continuano a esercitare il loro fascino. E si sono trasferiti dalle scuole superiori ai laboratori universitari. Dove gli ingegneri - studenti e professori - si sfidano a chi costruisce l'aereo migliore. Che vola più veloce, che vola più lontano. E che vola più a lungo.
Una vera e propria mania, rimbalzata anche sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian e su internet. Tre studenti inglesi dell'Università di Leeds (facoltà di ingegneria aereonautica, ovviamente) hanno messo on line un video che spiega come trasformare un semplice foglio di carta in un aliante. E il video, ovviamente, è popolarissimo.
Ma per chi volesse ottenere il massimo dai suoi aerei, l'how to dei ragazzi di Leeds non è sufficiente. Ci vuole conoscenza dei materiali e qualche cognizione teorica. Magari un libro di testo, come The World Record Paper Airplane Book, scritto dall'ingegnere aerospaziale statunitense Ken Blackburn. Che, oltre ad occuparsi di caccia e incursori volanti, ha fatto della passione per gli aerei di carta un vero e proprio secondo lavoro. Quasi una disciplina sportiva, che lo impegna più ore a settimana, e nella quale detiene il record mondiale di durata del volo a porte chiuse: 27,6 secondi. Ottenuto nei momenti morti del suo "primo" lavoro al Georgia Dome, nel 1987. Mentre lavorava come ingegnere sul jet dell'aeronautica militare statunitense F-18.
Ovviamente, Ken è anche un purista. E ritiene che il vero aereo di carta debba essere fatto a partire da un solo foglio di carta. "I kit che si trovano in commercio sono costruiti con due fogli - spiega - sono ottimi per i voli di durata inferiore a 5 secondi. Ma se si vogliono raggiungere prestazioni serie, la scelta deve ricadere sul foglio unico". E la carta, se possibile, deve essere rigida. Il classico A4 va benissimo:"E' la prima regola: l'aero con la punta più dura vola meglio". E si infila meglio nella schiena del supplente.