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sulla stampa
a cura di G.C. - 31 maggio 2007


Un partito e la sua guida
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Dall'intervista di Prodi a Repubblica emerge un quadro impietoso della situazione politica italiana. La maggioranza è divisa e litigiosa. Gli alleati sono inaffidabili. Il premier non ha il potere di imporre la propria linea. Il Paese rifiuta di comprendere le proprie reali esigenze e di accettare i sacrifici necessari al futuro della nazione. L'opposizione, quando era al potere, ha fatto solo disastri e non ha il diritto di proporsi come "alternativa di governo". Il presidente di Confindustria ha dato prova di scarso equilibrio. I sindacati non hanno compreso che il Paese deve cambiare. Si direbbe il messaggio d'addio di un uomo politico deluso, amareggiato, incompreso, ormai convinto che i suoi connazionali non meritino il suo impegno e la sua dedizione alla cosa pubblica.
Ma da questo quadro, così drammaticamente negativo, Prodi trae conclusioni opposte. Sostiene che "così non si può andare avanti", ma rifiuta di farsi da parte. Quando dichiara che è pronto ad andarsene, lo fa con toni e argomenti da cui emerge la convinzione che soltanto lui, Romano Prodi, sia l'uomo adatto a salvare l'Italia. Non so se questa combinazione di pessimismo e fiducia in se stesso possa servire a recuperare consenso. Forse sarebbe stato preferibile prendere atto del voto, ammettere gli errori fatti, spiegare pacatamente al Paese che i tempi esigono decisioni impopolari, chiamare gli alleati a un maggiore senso di responsabilità. Dopo tutto Prodi non ha torto quando sostiene che un voto amministrativo non può segnare la fine di un governo espresso da una maggioranza parlamentare, sia pure modesta. Se i suoi giorni sono contati è meglio che cada in Parlamento con un voto da cui possano trarsi conclusioni utili per il futuro.
Se il presidente del Consiglio, con la sua intervista, voleva dire che il governo ha il diritto di governare, non rimane che prenderne atto e aspettare il seguito. Ma l'intervista non concerne soltanto il governo e le condizioni del Paese. Nell'ultima parte Prodi affronta il problema del Partito democratico e dell'uomo che dovrà guidarlo. Non approva coloro che vogliono eleggere subito, insieme alla costituente, anche il leader. Prodi sa che la scelta cadrebbe in questo momento su un'altra persona e sostiene che "l'idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile". E' meglio quindi nominare un coordinatore o un reggente, destinato a farsi da parte quando, in prossimità delle prossime elezioni, i Democratici saranno chiamati a scegliere una persona che sia contemporaneamente leader del partito e candidato premier.
E' probabile che Prodi non voglia avere di fronte a sé, di qui ad allora, un interlocutore forte e spesso scomodo. Ma sembra dimenticare che un partito nuovo ha bisogno, sin dal primo giorno della sua esistenza, di una guida entusiasta ed energica. I prossimi mesi saranno quelli in cui occorrerà disegnare gli apparati, scegliere i segretari locali, conciliare ambizioni contrastanti, creare le condizioni per una vita unitaria. E' difficile immaginare che questo compito possa essere svolto da un reggente privo di autorità e di futuro.

Prodi ha avuto grandi meriti nella nascita del Partito democratico. Ne avrà ancora di più se lascerà che cammini con le sue gambe.


Rutelli: non siamo in una caserma
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA. "Il Partito democratico non è una caserma e non accettiamo aut aut. Per noi c´è bisogno di un leader vero, non di uno speaker, che è una roba da ridere". È contro questo muro della Margherita, di tutta la Margherita, da Francesco Rutelli a Dario Franceschini al presidente del Senato Franco Marini, che Piero Fassino ha lavorato tutto il giorno per trovare una mediazione. E sempre di più, nel corso delle ore, ha sentito che il Pd era sull´orlo del precipizio. Il Pd e il governo Prodi, per dirla tutta. Da una parte, ha agito sul versante prodiano: vedendo la mattina Giulio Santagata, parlando con lo stesso premier il pomeriggio, ha cercato in tutti i modi di rinviare la resa dei conti nel vertice del comitato promotore. Ma da Varsavia il Professore ha pronunciato il suo niet. Dall´altra ha cercato di ammorbidire le posizioni di Rutelli, di Franceschini e di Marini, sulla leadership. "Votiamo un coordinatore ad ottobre, eletto dall´assemblea costituente. Un ruolo legittimato dai delegati, ma tenendo Prodi come presidente del partito", è stato l´appello del segretario della Quercia. Respinto per tutto il giorno dai dirigenti di Dl. Con l´obiettivo di andare a una discussione aperta nel comitato promotore. Marini ha spiegato ai suoi interlocutori ieri che il Pd "ha bisogno di maggiore responsabilità e di maggiore certezza". Cioè, ci vuole un capo vero. Che non può essere Prodi. Ore otto di sera, Piazza Santi Apostoli, sede dell´Ulivo. Arrivano i 45 del comitato promotore e le new entry stanno per assistere a una riunione senza rete. Fassino non ha trovato il bandolo del compromesso. Rutelli ha fatto muro e ora ripete la sua linea davanti al Professore e agli altri: "Abbiamo bisogno di un leader nel senso pieno del termine". Un numero uno a tutti gli effetti. Non un reggente. Franceschini condivide, malgrado sia lui il papabile favorito per il posto di coordinatore. Fassino osserva con stupore, ripensa ai ragionamenti sviluppati nel pomeriggio al Botteghino. "Sembra quasi che la Margherita si prepari alla crisi di governo. Sono sicuri che la caduta di Prodi sia dietro l´angolo. Neanche a me è piaciuta l´intervista di Prodi a Repubblica, enfatizza la debolezza. Ma non possiamo andare a sbattere", ha spiegato il segretario dei Ds agli altri dirigenti in un mini-vertice convocato d´urgenza. È una riunione che sfiora il dramma, quella di Via Nazionale. Anna Finocchiaro avverte: "Sul caso Visco, la prossima settimana, rischiamo l´osso del collo". Anche sotto la Quercia i giorni del governo sembrano contati. Fassino ci prova lo stesso. Si arrampica sul vocabolario, sulle liturgie un po´ stanche della politica. Dice che luglio sarebbe una buona data per la Costituente, ma non c´è tempo. Allora prima dell´estate l´Ulivo dovrebbe organizzare i suoi "stati generali", con i sindaci, i governatori, gli amministratori locali. Una grande conferenza programmatica. Poi, a ottobre il bagno di partecipazione con l´elezione della Costituente. Quei delegati sarebbero alla fine chiamati ad eleggere lo speaker. Speaker però è una formula che non va bene a nessuno, neanche a chi potrebbe essere interessato come il capogruppo Franceschini. "Così io non parteciperei". Allora Fassino sceglie l´equilibrismo. Durante il vertice notturno di Santi Apostoli tira fuori dal cilindro la formula "speaker/segretario". Il primo termine accontenta Prodi, il secondo dovrebbe fare breccia con Rutelli o con una parte consistente della Margherita. Giuliano Amato, nel comitato, difende Prodi, il suo ruolo, la sua leadership. Franceschini e Rutelli però non arretrano. … "La verità è che non c´è nessun gioco di squadra, ormai. I protagonisti hanno aperto la loro partita Iva e corrono ognuno per conto proprio", dice sconsolato un dirigente dei Ds. Si ragiona sul dopo, considerando acquisita una tregua armata tutta da firmare. Chi potrebbe ambire alla carica di speaker/segretario. Franceschini ha certo il sostegno della Margherita ala popolari, di Walter Veltroni che in futuro potrebbe essere il candidato premier dell´intera coalizione, dei dalemiani che con il capogruppo dell´Ulivo alla Camera hanno un ottimo rapporto. Ma Fassino non accetta questo schema. Presidente Prodi, speaker Franceschini è una sentenza di morte per la sinistra dentro il Partito democratico. Nemmeno un diessino al vertice. La realizzazione dell´anatema lanciato al congresso dei Ds da Fabio Mussi: nel Pd non c´è spazio per la storia e gli ideali del socialismo. Allora il Botteghino pensa ad altri nomi: Bersani e Finocchiaro. O Fassino, certo, che però non vuole bruciarsi una seconda volta. È praticamente una conta, il comitato. Veltroni sposta l´equilibrio dalla parte del compromesso. Dice sì alla proposta di Fassino: bene il segretario eletto dalla Costituente. Dunque con Prodi che resta leader. Rosy Bindi aggiunge: chi andrà a ricoprire l´incarico di coordinatore deve impegnarsi a non correre dopo per la leadership.


La foglia di fico
Federico Geremicca su
La Stampa

Uno dei tratti distintivi della Seconda Repubblica è rappresentato da quel fenomeno che in un saggio di qualche tempo fa Mauro Calise definì "partiti personali": nuove formazioni politiche, cioè, create dal nulla e del tutto identificate con il proprio leader. Forza Italia, naturalmente, ne costituisce l'esempio più riuscito: ma anche i movimenti creati da Di Pietro, Mastella, Dini, Casini e assai più recentemente da Marco Follini (Italia di mezzo) e Sergio De Gregorio (Italiani nel mondo) non si discostano da quel modello.

In verità, anche partiti più tradizionali, come i Ds, Alleanza nazionale, la Margherita (e perfino Rifondazione comunista), hanno finito per essere identificati, almeno agli occhi degli elettori, nei loro leader (un po' per la lunghezza dei mandati, un po' per l'inarrestabile personalizzazione della politica). Può piacere o non piacere, ma sempre più spesso - ormai - si vota per un volto piuttosto che per un programma, le elezioni vengono decise da duelli faccia a faccia in tv e i cambi di linea sono solitamente comunicati dai leader attraverso una semplice intervista a questo o quel quotidiano. Tutto ciò fa apparire ancora più incomprensibile la tentazione che serpeggia ai piani alti del nascente Partito democratico.

La tentazione di andare all'investitura di un leader-foglia di fico (o debole, o finto, o temporaneo che dir si voglia) in attesta che fanfare e tamburi salutino l'arrivo del leader vero. Insomma, si fonda un nuovo partito ma si nasconde ai cittadini la faccia di chi davvero lo guiderà. Questa, dicevamo, è la tentazione: che rasenta l'autolesionismo, se non proprio il tentativo di suicidio. È noto, naturalmente, l'argomento fondamentale con il quale alcuni (e Romano Prodi in testa a tutti) si oppongono all'elezione in tempi brevi di un leader autorevole, vero e come tale riconoscibile: indebolirebbe la posizione del premier, creando nei fatti un dualismo che finirebbe per far fibrillare il governo. Non è un argomento privo di fondamento. Se non fosse che l'esecutivo e la sua maggioranza appaiono in panne già da tempo, e che per i "fondatori" del Pd l'ora sembra quella della scelta del "male minore".

Non è inutile ricordare che ciò che è in esame è la soluzione di un problema che riguarda il Partito democratico e non certo - almeno direttamente - la compagine di governo: che ha dinanzi a sé ben altre questioni e che farebbe bene ad attivarsi subito sui due fronti che sembrano averla particolarmente penalizzata nel recente voto amministrativo: e cioè il tema della sicurezza dei cittadini e quello dell'economia (dalle pensioni al nuovo Dpef, dalla questione fiscale al cosiddetto "tesoretto"). Ciò nonostante, non sfugge come l'intreccio tra le due vicende sia strettissimo: e se era vero, come assicurato dai "fondatori", che la nascita del Pd avrebbe garantito maggiore stabilità al governo, oggi si può valutare quanto una sua nascita parziale (cioè senza un leader che lo consolidi e lo identifichi agli occhi degli elettori) sia destinata a rendere ancor più traballante l'esecutivo. È anche per questo che appare incomprensibile (oltre che ingenerosa) la pretesa di Prodi che alla guida del nuovo partito venga collocato "un reggente, meglio ancora uno speaker" che tenga la poltrona in caldo per il leader vero, da nominare "più in là".

Verrebbe da chiedere al capo del governo quanto più in là. Cioè per quanto tempo si può nascondere ai cittadini il volto del capo di un nuovo partito che pure si pone l'ambiziosissimo obiettivo di ricostruire il centrosinistra, semplificare il sistema politico e addirittura modernizzare la democrazia italiana. Magari non interessa alla maggioranza del Paese, ma almeno agli elettori di centrosinistra, sì. Il "popolo dell'Ulivo" si chiede: chi è il "rifondatore"? Uno speaker? La triade Barbi-Soro-Migliavacca? Un reggente a sovranità molto limitata? Nessuna di queste ipotesi appare esaltante. E soprattutto, l'idea di un leader-foglia di fico sembra lontanissima dalla velocità che hanno oggi i processi politici.



Come se niente fosse
Antonio Padellaro su
l'Unità

Che dopo una batosta elettorale i leader di una maggioranza di governo avviino, come si dice, un franco e costruttivo dibattito per individuare gli errori commessi e studiare le migliori strategie onde risalire la china, è cosa giusta e doverosa. E ci può stare che il premier di quella coalizione decida di alzare la voce con ministri ed alleati, e che minacci di andarsene se non la smettono una buona volta di litigare. Se può servire a dare una scossa, benissimo. Se invece tutto continua come se niente fosse e, anzi, i giornali fanno fatica ad arginare dichiarazioni e interviste che hanno l'unico scopo di scaricare sul vicino di banco la responsabilità della sconfitta, allora significa che le cose nel centrosinistra (parlare di Unione al momento ci sembra eccessivo) stanno perfino peggio di come appaiono. Segretari di partito che si rinfacciano il calo di voti e percentuali. E che si rispondono: zitto tu che hai perso più di me. Presidenti di regioni che stando nel nuovo partito si scambiano vecchie accuse di protagonismo. Sindaci di sinistra che regolano conti in sospeso con assessori più di sinistra. Tutti però concordi nell'indicare nel governo l'origine dei problemi. Quanto alla discussione sul futuro del nuovo partito democratico, sperando caldamente che non si areni su questioni di leader, speaker, reggenti o coordinatori, preferiamo soprassedere. Così come aspettiamo fiduciosi che nessuno si faccia male nei trabocchetti messi in atto dal sempre operoso reparto guastatori (vedi caso Visco). In attesa che la buriana si plachi resta la sensazione di una classe dirigente con scarsa attitudine all'autocritica e non sempre all'altezza di quella appassionata e pressante richiesta di unità che giusto un anno fa ci regalò il sorriso della vittoria. E che ora ce l'ha tolto.


Il leader? Veltroni supera tutti
Marco Bracconi su
la Repubblica

ROMA - Il leader va scelto prima dell´estate. Con le primarie. E si chiama Walter Veltroni. Così decine di migliaia di utenti di Repubblica.it si esprimono, dopo la sconfitta dell´Unione alle amministrative, sul futuro del nascente Partito democratico. Lo fanno in un doppio sondaggio (online da ieri pomeriggio), sulla leadership e sulle scadenze della nuova formazione politica, al quale rispondono in poche ore 50mila lettori.
Per il Pd quella di ieri è stata una giornata difficile e carica di tensioni. E´ la sconfitta elettorale che imprime una forte accelerazione al dibattito politico interno al centrosinistra, sottolinea i nodi ancora non sciolti, riapre la discussione sui tempi, i modi e la leadership del nuovo partito. E nel giorno più difficile, i lettori di Repubblica.it accompagnano queste fibrillazioni con migliaia e migliaia di click.
I risultati non hanno ovviamente valore statistico, perché i partecipanti al sondaggio sono solo i navigatori della Rete e non costituiscono, quindi, un campione scientificamente attendibile. Ma la quantità degli interventi, l´immediatezza della risposta e il fatto che il trend si sia mantenuto uguale fin dalle prime migliaia di voti, offrono un segnale preciso su tutte e tre le questioni poste. Sui tempi, per esempio, restano pochi margini di dubbio: bisogna fare presto, e tutto va fatto con la partecipazione popolare più larga possibile. Il 57% è infatti convinto che per la scelta del leader non si possa attendere l´autunno, e che vada invece fatta prima dell´estate. La scadenza di luglio, dunque, diventa l´ipotesi più gettonata. Una percentuale ancora più elevata, pari all´88%, chiede che questa decisione passi per una consultazione vasta, attraverso elezioni primarie in tutto il Paese. Come si fece ai tempi della candidatura di Romano Prodi a Palazzo Chigi. Appena l´8% si esprime per una decisione dell´Assemblea costituente, un misero 1%, ovviamente, pensa a scelte delle segreterie dei partiti.
Sul nome, il sindaco di Roma sfiora la maggioranza assoluta: il 46% lo vuole leader, una percentuale altissima se confrontata con quelle conquistate dagli altri protagonisti. Pier Luigi Bersani e Anna Finocchiaro, per esempio, seguono al secondo posto, con il 10% delle preferenze. Staccati, Prodi e D´Alema, che ricevono il 5% dei consensi tra i votanti. E indietro, ancora più indietro, i leader di Dl e Ds: Fassino è al 2%, Rutelli all´1%.
Per i 50.000 del sondaggio di Repubblica.it, insomma, la strada è tracciata, ed ha un nome e un volto.



E sugli alleati Romano copiò Silvio
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

ROMA — Una delle due: o ci capitano sempre dei premier piagnoni o abbiamo un problema di governo più serio. Che va oltre la destra e la sinistra. Oltre i capricci di Tizio e Caio. Oltre le prepotenze di Mevio e Sempronio. Lo sfogo di Romano Prodi contro gli alleati in perenne baruffa, infatti, sembra la copia carbone di mille sfoghi del passato. Primi fra tutti, quelli cui si lasciava andare Silvio Berlusconi. Si dirà: roba già vista, fa parte della politica. Vero, in parte. Come dimenticare, per esempio, le insofferenze verso certi compagni di strada ("Sanda bazienza! Sanda bazienza!") di Ciriaco De Mita? Un giovane cronista, vedendolo esasperato, gli dedicò un giorno un blues diventato un piccolo "cult": "Se rinasco resto a Nusco / gioco a carte e me ne infischio / in politica non rischio / n'altra volta non ci casco / se rinasco resto a Nusco!" A quei tempi, però, tirava un'altra aria. Cadeva un governo? Ne facevano un altro.
Non andava a casa metà della classe politica. Tanto meno il Parlamento. Un giocatore come Bettino Craxi poteva permettersi perfino di ringhiare: "I repubblicani dicono di essere i cani da guardia del rigore? E ai cani noi diciamo: cuccia!" Oggi no. Il potere di veto dei partiti minori, se non dei singoli deputati e senatori, è cresciuto al punto che tre settimane fa, prima di essere travolto alle comunali, Leoluca Orlando poteva permettersi di minacciare: "Se non mi dà il salario minimo per i palermitani io Romano Prodi lo faccio nero! Butto giù il governo! Chiaro?" E va così da anni. Fin da quando Michele Serra rideva del Cavaliere costretto a fare i conti con Casini e Mastella: "Povero miliardario ridens, offre il suo desco a tutti gli alleati e quelli appena usciti da casa sua satolli come colombe ripiene, ancora con lo stuzzicadenti in bocca, cercano giornalisti amici ai quali parlar male del padrone di casa".
Da quando Fausto Bertinotti, nella prima stagione ulivista, ghignava sugli scossoni inflitti a quel Romano Prodi che poi avrebbe fatto cadere: "I governi migliori, i più innovatori, sono quelli terremotati". Da quando Massimo D'Alema, da sempre allergico alle pretese dei partiti minori ("Giunto in età matura, continua a gettare bombe molotov non più su poliziotti e carabinieri ma sugli alleati ", ironizzò un giorno Carlo Ripa di Meana) sbuffava dal ponte di comando di Palazzo Chigi: "La mia maggioranza? Un mezzo partito, cioè i Ds, e dodici virus".
Nessuno, però, si è mai lagnato tanto di questi lacci e lacciuoli quanto Berlusconi, nonostante contasse nella sua seconda Era azzurra su un numero di seggi mai visto. Perdeva le elezioni? Diceva: "È un voto dovuto agli effetti distorcenti della cosiddetta "par condicio" e dall'essere il Capo del Governo il bersaglio di tutti gli attacchi e di tutte le aggressioni dell'opposizione e dei suoi media con un "effetto parafulmine" a vantaggio degli alleati". Gli si mettevano di traverso su qualche provvedimento? Sbottava: "Uno come me, con un patrimonio di 20 mila miliardi, deve perder tempo con voi! Vorrà dire che quando mi sarà passata, visto che sono una persona gentile, vi scriverò qualche cartolina dalle Bahamas". Accusava: "Io ho fatto un mare di battaglie in vita mia mentre i miei alleati hanno fatto solo politica".
E via così. Fino ad arrivare, stando a una ricostruzione di Vittorio Feltri confermata da Francesco Cossiga, ad aggredire quelli dell'Udc con parole che monsignor della Casa avrebbe disapprovato: "Voi ex-democristiani mi avete rotto il cazzo! Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare per poi schiattare come un pollo cinese. Se andiamo avanti in questo modo ci stritolano, lo capite o no, affaristi che non siete altro? ". Il taglio alle tasse? "Io avrei fatto di più ma non posso contare sul 51% dei voti. Devo sempre fare i conti con l'indispensabilità marginale dei singoli partiti. Purtroppo un generale fa le guerre con i soldati che si trova..."
Tutti quei litigi! "Italiani, date il 51% a Silvio Berlusconi: io con me stesso non ho mai litigato". Errori di governo? "Non ne vedo. Non ho preso tutte le decisioni che avrei voluto prendere, questo sì. Ma un giorno ti dice "no" questo partito, un giorno ti dice "no" quest'altro, un altro giorno quest'altro ancora..." Domanda: ma li avete mai sentiti Tony Blair o Jacques Chirac, George W. Bush o Gerhard Schröder, lanciarsi in lagne simili? Eppure, voltata la carta e cambiato il governo, ci risiamo. E dopo avere ostentato per mesi un rubizzo ottimismo, al punto di assicurare che dopo i primi giri di prova il suo governo avrebbe "girato come il motore di una Feraaaari" e che lui (come disse in un'intervista al “Die Zeit”) aveva meno problemi della Merkel perché quella aveva a che fare "con due partiti con 40 diverse correnti" e lui "solo 9", anche Romano Prodi dice che non ne può più.

Tutte parole che dovrebbero spingere i partiti minori dell'una e dell'altra parte a porsi quella fastidiosa domanda iniziale: abbiamo solo dei leader piagnoni o va ridotta, per il bene di tutti, la sovrabbondanza litigiosa di galli e galletti?


Visco, rischio imboscata
Bruno Miserendino su
l'Unità

È un po' come nei matrimoni. Se finiscono male uno si chiede: "Dove ho sbagliato?". Ecco, da due giorni nell'Unione ci si chiede dove sta l'errore se soprattutto al nord gli elettori sono stati così severi. Sarebbe normale, spiegava ieri qualcuno a Montecitorio, se non fosse che molti non si danno nemmeno una risposta. Si chiedono: dove hanno sbagliato gli altri? O Prodi? Abbondano i "noi l'avevamo detto...". E si sa che quando le cose si mettono così, con tante recriminazioni e tante ricette diverse, che scaricano sugli "altri" responsabilità oggettivamente comuni, si rischia grosso. Infatti da ieri su Prodi e il governo tira una brutta aria, più pesante di quel che ci si poteva aspettare dopo un risultato del genere. Il premier sa di rischiare, alza la voce e avverte che la musica deve cambiare. Ma la musica, fino a ieri sera, non era cambiata. Un segnale? La maggioranza non sembra rendersi conto che la prima buccia di banana su cui rischia di scivolare, con conseguenze imprevedibili ma sicuramente disastrose, è la mozione di sfiducia armata dall'opposizione (al Senato ovviamente) contro Vincenzo Visco, per la vicenda dei trasferimenti alla Guardia di Finanza di Milano.
È questo, avverte qualche senatore, il vero test post elettorale, per capire se si vuole andare avanti. Prodi si è già speso per difendere quello che il centrodestra chiama in modo sprezzante "l'uomo delle tasse", e forse il premier sarà presente al Senato il 6 giugno, ma il problema è anche e soprattutto nel centrosinistra. Che Visco sia uomo poco gradito a settori della Margherita è cosa risaputa e ora qualcuno starebbe pensando a usarlo come capro espiatorio per la sconfitta al nord. Ieri la situazione si è aggravata, perché non solo l'Italia dei Valori di Di Pietro ha presentato una mozione per indurre il vice ministro dell'Economia a restituire la delega sul coordinamento della Guardia di Finanza, ma anche un drappello di cosiddetti iperulivisti (Bordon, Manzione e D'Amico) ha chiesto al viceministro Visco la stessa cosa indicata dalla mozione dell'Italia dei Valori: lasciare le deleghe sulla Finanza fino a che l'episodio si sia chiarito e farlo prima del dibattito in Senato previsto per il 6 giugno. Se si aggiunge che anche Cesare Salvi, neocapogruppo di Sinistra Democratica al Senato "vuole capire", e che il senatore ex dipietrista De Gregorio, già passato alla Casa delle Libertà, si è accodato all'iniziativa dell'Italia dei Valori si capisce il guaio in cui la maggioranza si sta cacciando. La Cdl è pronta a farne un boccone.
In realtà, sulla vicenda delle presunte pressioni del viceministro per i trasferimenti, c'è poco da chiarire. O ha mentito Visco, o il comandante della Finanza Speciale. Come ormai tutti sanno, i vertici della Finanza milanese sono rimasti al loro posto. Quindi, secondo i diesse, la vicenda delle pressioni del viceministro (legate, peraltro impropriamente, al caso Unipol) è solo una "trappola" non a caso orchestrata dal quotidiano che fa capo al leader dell'opposizione. Solo che ora anche dentro la maggioranza qualcuno vorrebbe sfruttare la situazione, allontanando "l'uomo delle tasse". Per fare che?
"La situazione è allegramente fuori controllo", avverte qualcuno. Bordon e gli altri sostengono che la loro è un'iniziativa garantista nei confronti di Visco, proprio per evitare che il viceministro sia vittima di un'imboscata al Senato, dove la maggioranza è risicatissima e basta un'assenza per fare il guaio. Ma la realtà è che tutte queste sortite e questi distinguo mettono in difficoltà maggioranza e governo e alimentano un clima di sospetto. Di certo i Ds sono furibondi contro Di Pietro e i suoi senatori.
Come uscirne? Il centrosinistra, a palazzo Madama, aspetta che qualche nuova mossa venga ancora dall'esecutivo. Il senatore Latorre lo dice chiaramente: "Un governo autorevole avrebbe già dovuto fare qualcosa". Si intende, avrebbe dovuto non solo ribadire piena fiducia a Visco, ma avviare le pratiche per la nomina di un nuovo comandante della Guardia di Finanza. Così facendo, fa intendere Latorre, tutti quelli che in nome del garantismo chiedono a Visco una cosa simile alle dimissioni, si prenderebbero la responsabilità di presentare e votare una mozione di sfiducia contro il governo. Non è detto che questa sia la strada, al momento l'unica cosa certa è che il ministro Chiti risponderà oggi al question time della Camera sulla vicenda, spiegando la linearità del comportamento del viceministro. Però la difesa di Visco, che sicuramente verrà dal governo per bocca del ministro per i rapporti col parlamento, potrebbe non bastare a Di Pietro e gli altri, e non risolve il problema politico.
L'ipotesi che Visco rinunci alle deleghe preventivamente sembra esclusa, perchè questo equivarrebbe a un'ammissione di colpa, e al momento nessuno pensa che il viceministro intenda dimettersi. Se però questa fosse la strada obbligata, dopo un voto negativo del Senato, si aprirebbe un problema molto più grosso dell'allontamento di Visco.
Dipende, in sostanza, da come la maggioranza intende reagire al voto dell'altro giorno.



Preti pedofili su “Annozero”
Bufera nel Cda Rai
Aldo Fontanarosa su
la Repubblica

ROMA - Questa sera Annozero mostrerà il documentario della Bbc sui preti pedofili, o quantomeno una sua ampia parte. Solita rete (RaiDue), alle 21 e 05. Santoro quindi va diritto per la sua strada. Ma ieri sera, fino all´ultimo istante, il Polo ha provato a bloccare la messa in onda dell´inchiesta. In un Consiglio di amministrazione di fuoco, soprattutto Marco Staderini (area Casini) si è battuto per affondare Annozero. Se il tentativo è rientrato è anche merito dei consiglieri dell´Unione e del presidente Petruccioli, che si sono fatti sentire. Petruccioli ha addirittura abbandonato la guida dei lavori verso le 20, insieme ai consiglieri Rizzo Nervo e Rognoni. Sandro Curzi se n´era già andato da mezz´ora per non assistere - ha spiegato poi - "a un atto di censura preventiva che non si era mai visto in Rai".
Dopo l´uscita di Petruccioli, il Polo ha tentato di andare avanti. Urbani (Forza Italia) si è messo addirittura al timone della riunione in quanto consigliere anziano. Ma il documento che i consiglieri polisti hanno poi votato era molto diverso da quello proposto da Staderini. Nessun altolà a Santoro, nessuna censura. Il documento, in sostanza, si è limitato a indicare in Claudio Cappon (direttore generale della Rai) il vero e unico responsabile di qualsiasi abuso dovesse prendere corpo ad Annozero. Dice Rizzo Nervo, consigliere della Margherita: "Questa delibera è un atto gravissimo. Intanto perché il centrodestra l´ha votata in assenza del presidente Petruccioli. E poi perché rivela il vero obiettivo del Polo: la testa del direttore generale Cappon. I 5 consiglieri confermano la loro vera natura: sono una maggioranza di blocco, disposta a tutto perché mossa da finalità politiche".
Dunque Cappon, Petruccioli e i tre consiglieri progressisti hanno assicurato un appoggio totale a Santoro. D´altra parte, il giornalista ha fatto di tutto per evitare polemiche. Pur di garantire una puntata equilibrata, pur di dare voce a tutti, ha invitato in studio monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense; Don Fortunato Di Noto dell´associazione "Meter" (in prima linea contro la pedofilia in Internet); Piergiorgio Odifreddi, il matematico autore di "Perché non possiamo essere cristiani"; infine il giornalista Colm O´Gorman, autore dell´inchiesta della Bbc, la tv di Stato inglese.
Prima di scontrarsi su Santoro, il consiglio Rai ha approvato un bilancio complicato. La società madre Rai Spa chiude il 2006 con un passivo di 78,6 milioni, mentre l´intero gruppo è in rosso per 87,4. Cappon ha sdrammatizzato il quadro. Registra un importante attivo - ha ricordato ai consiglieri - il Margine Operativo Lordo, uno degli indicatori chiave del bilancio (è a più 304,2 milioni di euro). Cappon ha convinto tutti meno Staderini, che si è astenuto sul bilancio, ancora lui.



  31 maggio 2007