prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 30 maggio 2007


Prodi: ora cambiamo musica
Massimo Giannini su
la Repubblica

ROMA - "Il risultato del voto? Certo che non mi è piaciuto. E certo che mi preoccupa il calo di consensi nel Nord. Ma sa che le dico? Questo Paese era ed è ancora malato. Io gli ho fatto una bella operazione chirurgica. E non ho mai visto un malato che, dopo l'operazione, si mette a correre e ti dice "come godo". Quindi io vado avanti, perché sono sicuro che la terapia è quella giusta. E se c'è qualcuno che ne ha un'altra, si accomodi pure...". Chiuso nella sua "trincea" di Palazzo Chigi, seduto in maniche di camicia al tavolo di lavoro, Romano Prodi è un concentrato di rabbia e di orgoglio. Il giorno dopo la batosta delle amministrative il premier, insieme al fumo del solito toscano, sbuffa tutta la sua insofferenza. Avverte gli alleati: "Più coesione, o avanti un altro". E lancia un durissimo altolà sul Partito democratico: "D'ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare".

Presidente Prodi, lei ha perso le amministrative. Si immaginava questa Caporetto, oltre la linea del Po?
"Mi aspettavo un risultato un po' peggiore al Centro-Sud, ma non lo nego, speravo che saremmo andati meglio al Nord. Invece, nelle zone in cui il centrosinistra era già in minoranza alle ultime elezioni politiche, il nostro divario rispetto al centrodestra è ulteriormente aumentato".
E come se lo spiega? I problemi di comunicazione, ormai, non nascondo anche un problema politico?
"Non c'è dubbio. Cosa si rimprovera al governo? Che non ha saputo spiegare bene le cose che ha fatto e quelle che voleva fare, giusto? E allora io le dico: come si fa a dare un'immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c'è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. Basta che il mio portavoce parli a nome di tutti, e cinque minuti dopo c'è sempre qualcuno che parla a nome proprio. Quando questo accade, neanche Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli possono risolvere il problema".
È un atto d'accusa senza appello ai suoi alleati.
"È la constatazione dei fatti. Il "panino" dei tg è il simbolo di questo pessimo andazzo: se dissenti ci sei dentro, se no sei fuori. Ma io voglio avvertire tutti: un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte. Più si dissente, più si confonde e si delude l'elettorato".
Non tocca a lei mettere in riga i dissidenti?
"Io non ci posso fare molto. Non possiedo né giornali né tv. La legge elettorale è quella che è. Ma così non si può andare avanti. Non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce".
Come si esce da questo vicolo cieco? Come si risponde in positivo, per esempio alla questione settentrionale?
"Sul piano politico, serve più coesione tra di noi. Dopo un anno di governo mi aspettavo meno litigiosità, e più senso di una missione comune. Sul piano delle cose da fare, c'è un modo sano e un modo insano per fronteggiare l'emergenza. Il modo insano è cavalcare tutti i malesseri, inseguire tutte le proteste, soddisfare tutte le richieste. Il modo sano è continuare a risanare il Paese, per garantirgli un futuro di stabilità e di sviluppo. Per riportarlo ad essere competitivo con gli altri grandi paesi europei. Io non ho dubbi su quale sia la scelta da fare".
Ma se la gente non condivide, lei rischia di fare come diceva Brecht: "il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo"...
"Ho il massimo rispetto delle scelte degli elettori. In questo voto ci sono elementi che devono spingerci a una riflessione seria. Ma una cosa deve esser chiara. Io non ho nulla da perdere, ho messo a disposizione del Paese le mie esperienze, e ho già annunciato che alla fine della legislatura lascerò. Ma voglio governare cinque anni. E voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese migliore".
E i risultati dell'altro ieri, al primo anno di legislatura, le sembrano un buon viatico?
"Non si governa sull'oggi, non si governa sulle emozioni. Ho piantato una vite che deve dare i suoi frutti. C'è bisogno di tempo. Se qualcuno vuole seminare un po' d'erba e poi falciarla subito, faccia pure. Io non ho vinto le primarie e poi le elezioni del 2006 per fare una politica di corto respiro. Sapevamo fin dall'inizio qual era la nostra missione: riportare il deficit sotto il 3%, quando l'abbiamo trovato al 4,4%, e ricominciare a ridurre il debito. Garantire al Paese il risanamento, per rimetterlo nel frattempo sul sentiero della crescita".
Le faccio un esempio: vi siete accorti troppo tardi dell'emergenza sicurezza. L'indulto non vi ha penalizzato, proprio al Nord?
"L'indulto è l'unico provvedimento che mi sento rimproverare spesso, anche se non ha affatto prodotto gli sfaceli che gli vengono attribuiti. Io ci ho pensato giorno e notte, prima di firmarlo. Le carceri scoppiavano. Papa Wojtyla, alle Camere riunite, aveva chiesto molto di più: amnistia e indulto. Mi ricordo bene quel giorno: tutti i parlamentari in piedi, ad applaudire il Pontefice. Poi, quando ho varato l'indulto, si sono seduti tutti, e parecchi sono scappati. Non è un comportamento responsabile. Io non cerco la popolarità per seguire il senso comune. Non mi adagio sui vizi del Paese. Il mio dovere è cercare di guarirli, con serietà e rigore".

Un ultimo esempio: concedere subito gli sgravi dell'Ici, come chiedeva Rutelli, non sarebbe stato più utile?
"Senta, sono stato il primo a dire che il nostro impegno assoluto è ridurre la pressione fiscale. Le tasse le abbiamo già in parte ridotte: 3 punti in meno di Irap per le imprese non sono uno scherzo. Vogliamo ridurle ancora, e le ridurremo. Ma io non posso abbassare le imposte, se prima non abbatto il livello indecente di evasione fiscale. E non posso abbassare l'Ici, se prima non intervengo in quelle fascia di sub-povertà che in questi anni si è allargata drammaticamente. Non siete stati proprio voi a raccontare su Repubblica la tragedia di milioni di italiani che vanno a prendere il cibo alla Caritas? E allora, prima di eliminare l'Ici io mi devo occupare dei più poveri".
Giusto. Ma intanto, come dimostra il voto del Nord, avete perso i contatti col mondo delle imprese. E non si può dire che Montezemolo non vi avesse avvertito.
"Da Montezemolo non solo io, ma tutti si aspettavano un minimo di equilibrio in più. Tutti si aspettavano che parlasse un po' più dei problemi dell'economia produttiva e del ruolo dell'industria. Così si dialoga in modo costruttivo. Certo, se avessi dirottato altrove, persino sulla lotteria, i 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo fiscale per le imprese, ci avrei guadagnato di più, perché di quella misura Confindustria non ci ha dato alcun riconoscimento. Ma io so che è stata comunque una scelta giusta per il bene del Paese. Perché vede, io sono un economista. So bene come si fa a rilanciare il sistema produttivo: infrastrutture efficienti, ricerca e sviluppo, sostegni all'export, aiuti all'innovazione tecnologica".

A parte le imprese, non le pare che anche il sindacato sia assai poco incline ad accettare la sfida della modernizzazione?
"Lo voglio dire con grande chiarezza: i sindacati si devono convincere che questo Paese deve cambiare. Se io, se noi tutti ci mettiamo in gara, devono farlo anche loro".
Vuol dire che la riforma delle pensioni va fatta entro giugno?
"Voglio dire che, sgomberato il campo dal contratto degli statali, il governo non va certo in vacanza. La riforma è necessaria, deve garantire l'equilibrio finanziario del sistema previdenziale e deve dare sicurezze di lungo periodo non solo agli anziani ma anche ai giovani. Su questa base non solo il governo, ma tutte le parti sociali devono sentirsi impegnate".
Dica la verità: col senno di poi, se tornasse indietro farebbe una Finanziaria un po' più morbida, come si rammarica l'ala sinistra?
"Una Finanziaria più morbida? Poi cosa andavo a raccontare all'Ue, all'Fmi, alle agenzie di rating, ai mercati? Se non avessi dato subito un segnale forte della nostra volontà si risanare i conti, a quest'ora il Paese sarebbe in rovina. No, questi ragionamenti proprio non li accetto. Non accetto che mi si dica che non si sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lo dissi subito: volete giustamente più crescita, più equità fiscale, più aiuti ai ceti deboli, scuole migliori, più asili nido? E allora serve una terapia d'urto, immediata. I benefici verranno più in là".
Il problema è questo. Più in là quando?
"Ma io sto governando l'Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106% del Pil, un'evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge elettorale scandalosa, che ha solo acuito le divisioni tra i partiti. Se nel Paese c'è la coscienza civica di tutto questo, allora possiamo ancora farcela. Altrimenti, avanti un altro".
Il voto dimostra che all'opinione pubblica questa coscienza non l'avete trasmessa. Si chiede il perché?
"Se l'opinione pubblica si aspetta l'impossibile, da me non lo otterrà. Io mi ricordo il dramma degli anni '80. E non inganno il Paese, promettendo quello che non posso dare. Se va bene è così, se no mi si mandi via".
Appunto. È proprio quello che vuole fare Berlusconi, andando al Quirinale a chiedere la sua cacciata.
"Nella passata legislatura il Cavaliere ha preso botte da olio santo in tutte le elezioni amministrative, e nessuno gli ha detto niente. Vuole andare da Napolitano? Che vada. Tanto poi torna indietro. La Cdl non è un'alternativa di governo: in un quinquennio hanno fatto solo disastri. Abbiamo fatto crescere il Pil più noi in quest'ultimo anno che loro nei 5 precedenti. Cos'è, fortuna anche questa?".
Possibile che lei sia soddisfatto al 100% di come vanno le cose?
"Io non sono soddisfatto al 100%. Alcuni errori li ho commessi. Già in Finanziaria avrei potuto fare qualcosa di più per i tagli alla spesa pubblica. Ma ora stiamo recuperando. Il tema dei "costi della politica", di cui in questi giorni si parla tanto, l'ho inventato io. Entro giugno vareremo un disegno di legge".

Resta il nodo vero, che forse spiega più di tutti gli altri la vostra sconfitta: il partito democratico. Su questo non siete troppo in ritardo, e troppo divisi sulle formule?
"È vero. Ma il partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo. E finora sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, contendibile, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all'appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito. Anche il signor Prodi va a correre nel suo collegio 12 di Bologna, come ogni altro cittadino".
Bella immagine. Ma intanto con il comitato dei 45 avete creato solo nuovo malcontento.
"Quello è stato un brutto errore. Ma quante volte ho detto che i partecipanti a quel comitato non dovevano avere incarichi nei partiti? "Levatrici" del Pd, dovevano essere: così avevo detto, e mi hanno attaccato in tanti. Ma adesso basta. D'ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare".
Nonostante il suo ultimatum, ora c'è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d'accordo?
"Per me l'idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità".



La forza dei numeri
Piero Ostellino sul
Corriere della Sera

Questa tornata di elezioni amministrative e il successo del centrodestra sgombrano definitivamente il campo da tutte le illazioni che, negli ultimi tempi, erano emerse intorno ai Palazzi della politica e sulla natura delle inquietudini della società civile. L'intervista di Massimo D'Alema al Corriere, nella quale il vice- presidente del Consiglio e ministro degli Esteri aveva parlato di "crisi della politica", era stata interpretata come un tentativo non solo di stornare l'attenzione dalle difficoltà del governo, ma soprattutto come una sorta di auto-candidatura alla successione di Romano Prodi alla guida del Paese.
La sconfitta del centrosinistra fa ora apparire intempestivi, per non dire incauti, quei giudizi sulle intenzioni attribuite al presidente dei Ds. Analogamente, il discorso del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, era stato accolto, oltre che come un'anticipazione della sua personale "discesa in campo" analoga a quella di Berlusconi nel 1993-94, anche come una obliqua congiura del mondo economico-finanziario nella prospettiva di un governo "tecnocratico " e neo-centrista che, in qualche modo, facesse giustizia di politici inefficienti e di un sistema bipolare male in arnese. Il successo del centrodestra e la sconfitta del centrosinistra ripristinano il principio dell'alternanza che presiede anche a un bipolarismo come il nostro.

La puntuale registrazione, da parte di tutti i media, dell'esito elettorale e i giudizi da essi pressoché unanimemente espressi cancellano ogni dubbio. La verità è che, con il successo del centrodestra, ha vinto la democrazia, esattamente come avrebbe vinto la democrazia se a vincere fosse stato il centrosinistra. Gli interpreti dei Palazzi della politica, quelli del mondo economico-finanziario e degli stessi media, nell'ipotesi che essi si avventurassero su un terreno che non è loro proprio, possono dire quello che vogliono e abbandonarsi alle più spericolate speculazioni, ma resta il fatto che, alla resa dello spoglio delle schede elettorali, in democrazia, contano i numeri, i voti.
Conta, per usare, un'espressione abusata, ma corretta, "la gente".
Che piaccia o no, Silvio Berlusconi è nuovamente e saldamente in sella dopo essere stato sconfitto solo un anno fa alle elezioni politiche semplicemente perché la maggioranza della "gente", nei comuni e nelle province dove si è votato, non solo al Nord, ma anche in larga parte del Sud, ha eletto i candidati del centrodestra. Si dice che, nei regimi illiberali e antidemocratici, l'autocrate che non piace al popolo si ingegna di cambiare il popolo, magari chiudendolo in un lager. In democrazia non è fortunatamente possibile. Suscita, perciò, qualche legittima perplessità anche il dibattito che di tanto in tanto affiora dentro il centrodestra sulla futura leadership della coalizione. Mentre sarebbe piuttosto interessante che, invece di pestare l'acqua nel mortaio della leadership, il centrodestra, con Berlusconi in testa, provasse a elaborare, e farci conoscere, una "certa idea dell'Italia" nella quale vorrebbe farci vivere.


Sconfitta collettiva
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

Prevedere le sconfitte elettorali e non fare niente per evitarle ovvero, quantomeno, ridimensionarle, non depone a favore di nessuno dei dirigenti del centrosinistra.
Cercare di minimizzarle, mi pare, poi, un'operazione tanto ipocrita quanto controproducente. Certo, il Nord geografico include anche la Liguria e l'Emilia-Romagna (e dal ballottaggio di Parma potrebbe venire una gradevole sorpresa)...
Ma fare spallucce dicendo che il Nord rappresenta un problema "non da oggi" per il centrosinistra non riduce le proporzioni della sconfitta e non avvia in nessun modo a soluzione il problema. Neppure cercare i capri espiatori o, peggio, le bacchette magiche serve a salvare le coscienze e ancora meno a recuperare i voti.
Tutti gli studiosi sanno, e persino qualche politico ha imparato, che nei comportamenti elettorali, che includono anche la decisione di non andare a votare, entrano una pluralità di motivazioni. Pertanto, qualcuno degli elettori del centro-sinistra ha mostrato la sua disaffezione standosene a casa. È recuperabile mostrando loro che il governo di centro-sinistra sa prendere decisioni e attuare politiche. Qualcuno ha ritenuto che uno schieramento come quello del centro-sinistra dovrebbe contenere e ridurre i privilegi, ma, di fronte alla documentazione dei costi della politica, è stato preso, non soltanto dallo sconforto, ma anche dall'irritazione e ha deciso di dare una lezione ai troppi compiaciuti politici di mestiere che si ergono a casta. Qualcuno, infine, fra i molti che, probabilmente, oscillano fra centro-sinistra e centro-destra, ha deciso che su tematiche importanti, come la sicurezza, l'immigrazione, le tasse (la distribuzione del cosiddetto tesoretto), il centro-sinistra non ha le idee chiare e neppure le proposte giuste. Per quanto l'assunto democratico che l'elettore ha sempre ragione debba essere condiviso e tenuto fermo (altrimenti dovremmo affidarci, di volta in volta, ai cardinali, ai generali e agli imprenditori, e non ai professori che si fanno allegramente "prendere a prestito" dalla politica), questo assunto non suggerisce affatto che gli elettori abbiano posizioni giuste in tutte le materie né posseggano tutte le informazioni necessarie.
Tuttavia, una volta attribuita agli elettori una parte di responsabilità per la loro carente informazione, tutta la rimanente e preponderante responsabilità va assegnata ai politici, nel nostro caso ai politici e ai professori di centro-sinistra che stanno governando e che non si sono curati abbastanza di interagire con l'elettorato, tutto e non soltanto il "loro" poiché di elettori "sicuri" ne sono rimasti piuttosto pochi. Non mi soffermerò qui sul sufficientemente criticato atteggiamento complessivo di saccenza che troppi politici e non-politici di centro-sinistra emanano, abbastanza spesso senza accompagnarlo con reale competenza. Non c'è dubbio, però, che molti elettori, anche di sinistra, si sentono "snobbati" dai loro rappresentanti e, magari inconsciamente, trasmettono la loro delusione a parenti, amici, colleghi che finiscono per abbandonare ogni tentazione di, per dirla con Totò, "buttarsi a sinistra". Il peggio viene quando, invece di ascoltare una riflessione seriamente autocritica, gli elettori vengono messi di fronte a numerosissimi tentativi di scaricabarile. Questi tentativi prendono forma di un abbondante flusso di dichiarazioni che attribuiscono la sconfitta a qualche capro espiatorio che, rovesciato, diventerebbe bacchetta magica.
No, non credo che si possa provare che se il centro-sinistra avesse spostato il suo asse più verso sinistra le elezioni amministrative sarebbero andate meglio. Non penso neanche che l'elettorato avrebbe votato per il centro-sinistra se già fosse esistito il Partito Democratico e, ancora meno, che la soluzione consista nell'accelerarlo. Credo, invece, che, finito il flusso delle dichiarazioni, bisognerebbe ripensare come farlo il Partito Democratico. Con buona pace del sindaco Sergio Chiamparino, che continua ad avere tutta la mia stima, non posso credere che gli elettori di Verona, ma neppure quelli di Asti, Alessandria, Vercelli, non hanno votato a sinistra per protesta contro la sua esclusione dal Comitato Promotore del Pd, anche se il segnale mandato non includendolo è stato molto negativo e sarebbe stato meglio che lui ci fosse.

Tutti i dirigenti dell'Unione, del centro-sinistra, del Partito Democratico debbono essere considerati collettivamente responsabili quando perdono le elezioni. Qualcuno un po' di più, in particolare, tutti coloro che prendono opportunistiche distanze dalle politiche del governo. Tuttavia, quello che, non soltanto, preoccupa, ma, personalmente, mi irrita è che, superato questo tornante, dopo i ballottaggi, l'Unione riprenderà a presentare il ventaglio delle sue articolate e rissose posizioni. Invece, bisognerebbe tornare a fare politica, esattamente quello che, nella maggioranza delle regioni del Nord, dopo le promesse di qualche anno fa di Fassino (e Bersani, la Margherita sembra non curarsene neppure), di insediare un organismo specifico a Milano, è clamorosamente mancato. Se Filippo Penati vince nella provincia di Milano, se Sergio Chiamparino vince e rivince a Torino, se Mercedes Bresso vince in Piemonte, se Massimo Cacciari torna a vincere a Venezia, se Riccardo Illy vince in Friuli, è soltanto per fattori occasionali, oppure perché sanno con le loro promesse, con i loro comportamenti, con le loro politiche convincere e conquistare consenso? Non sarebbe, dunque, opportuno che la Sinistra Democratica (Mussi, Salvi, Angius) e il Partito Democratico riflettessero, senza considerarsi né concorrenti né nemici, e suggerissero, con ragionevole urgenza, qualche seria innovazione alla politica del centro-sinistra?


Tentazioni a sinistra
Luca Ricolfi su
La Stampa

Chiedersi chi ha vinto l'ultima tornata di elezioni amministrative significa porsi una domanda retorica: solo uno specialista in autoinganno può non vedere quel che è successo domenica e lunedì. Il centro-sinistra ha perso terreno, molto terreno, non solo rispetto alle scorse elezioni amministrative del 2002, ma anche rispetto alle recentissime Politiche del 2006. Così il quotidiano Libero poteva titolare, senza eccessive forzature, "L'Italia s'è destra". Mentre l'Unità, impermeabile ai fatti, preferiva parlare di "pareggio", di "sostanziale tenuta".

Già, perché quel che sfugge a molti politici dell'Unione è innanzitutto il trend, ossia il segno e la forza delle tendenze elettorali in atto. Nel 2001-2002 il centro-destra era ancora sulla cresta dell'onda.

Il declino della Casa delle libertà e la grande avanzata dell'Unione si sviluppano dopo il 2002, soprattutto nella seconda metà della legislatura scorsa. Alla fine del 2005, dopo le vittorie alle Europee e alle Regionali, l'Unione ha un vantaggio molto ampio sulla Casa delle libertà, e una vittoria alle imminenti Politiche - una vittoria larga, se non trionfale - appare ormai a portata di mano. Invece nei mesi immediatamente precedenti le elezioni del 2006 il trend si inverte, la destra recupera, e solo per un soffio manca una vittoria che sarebbe suonata come una clamorosa sorpresa per (quasi) tutti.

Nei primi mesi del governo Prodi, e in particolare ai tempi del decreto Bersani sulle liberalizzazioni (fine giugno), il trend favorevole alla destra si interrompe per un po', ma riprende vigoroso già alla fine dell'estate, dopo il varo dell'indulto (fine luglio) e la presentazione della Finanziaria (fine settembre).

Da quel momento i sondaggi mostrano un sensibile e progressivo spostamento del pendolo elettorale verso destra, uno spostamento di cui tuttavia risulta difficile stabilire il grado di realtà: spesso gli elettori scontenti (del governo Prodi, in questo caso) "abbaiano" nelle interviste telefoniche, ma poi non "mordono" nelle cabine elettorali. Di qui l'importanza - almeno sondaggistica, se non proprio politica - del test amministrativo che si è appena svolto: esso certifica, proprio perché avvenuto su un terreno tradizionalmente favorevole alla sinistra (elezioni locali), che il pendolo sta effettivamente oscillando verso destra e, complice forse il vento antipolitico delle ultime settimane, non sembra segnalare la benché minima inversione di tendenza. Se non interverranno novità clamorose, la sconfitta della sinistra alle prossime elezioni potrebbe assumere proporzioni tali da far rimpiangere il risultato di lunedì.

Che questo scenario di tracollo della sinistra sia salutare, pernicioso, o semplicemente irrilevante per il futuro del Paese nessuno può dirlo con certezza. C'è però un aspetto paradossale, che mi colpisce profondamente, nella storia elettorale recente dell'Italia. In tutti gli anni in cui al governo c'era la Casa delle libertà, ossia dal 2001 al 2006, la Lega e il suo progetto federalista sono stati accusati di attentare all'unità del Paese, di rompere il patto costituzionale, di voler dividere gli italiani. Tutte le forze di sinistra e molti dei maggiori quotidiani hanno guardato con diffidenza al referendum sulla devolution, come se da esso dovesse scaturire una catastrofe del nostro vivere civile. Oggi che, con la vittoria dei no, il progetto federalista è stato sconfitto, le riforme istituzionali di cui si torna a parlare assomigliano in modo impressionante a quelle sdegnosamente respinte due anni fa.

Soprattutto, oggi diventa sempre più chiaro che è l'incapacità della sinistra di capire il Nord la maggiore fonte di divisione del Paese. Un'incapacità che riguarda tutto - tasse, infrastrutture, meritocrazia, criminalità, immigrazione - e non è esclusiva della sinistra massimalista, ma tocca lo stesso Partito Democratico, mestamente moribondo ancor prima di nascere.

Insomma, è paradossale ma fino a ieri, con la destra al governo, le pulsioni secessioniste della Lega erano tenute a freno da due partiti meridionalisti come Alleanza nazionale e l'Udc. Oggi che la devolution è naufragata e al governo c'è la sinistra, quelle medesime pulsioni tendono a risorgere anche perché non esiste nessun partito, nessun leader, nessun ministro che sia in grado di tenere a freno le pulsioni antinordiste dell'Unione. Dove per pulsioni antinordiste dobbiamo intendere due cose molto semplici, e più precisamente un'omissione e un comportamento: nessun taglio alle tasse sui ceti produttivi, rilancio in grande stile del partito della spesa. Due tentazioni che potrebbero risultare fatali per il futuro del Paese, ma che proprio la sconfitta elettorale rischia di rendere irresistibili per chi ci governa (specie se vuol continuare a farlo a qualsiasi costo).


L'abisso del Nord
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

"Abbiamo un problema nel Nord". È il commento dei leader del centrosinistra di fronte ai risultati del voto amministrativo dei giorni scorsi. Definito un "campanello d´allarme". A noi pare, piuttosto, una sirena. Che suona sempre più forte. Da molto tempo. Alle elezioni di un anno fa, in fondo, il centrodestra si era imposto nettamente nelle regioni del Nord. In Lombardia e nel Nordest, soprattutto. Ma anche in Piemonte. Ancora, nel referendum sulle riforme costituzionali di un anno fa (il cui tema di riferimento era la devolution) il sì aveva prevalso in due sole regioni: Lombardia e Veneto.
Tuttavia, questo voto allarga, indubbiamente, la distanza fra il Nord (al di sopra del Po) e il governo di centrosinistra. Assai più del passato.
1) Per la misura del risultato, anzitutto. Il centrodestra, nei comuni e nelle province dove già governava, ha sfondato, raggiungendo proporzioni di "massa": 60% e talora 70%.
2) Parallelamente, il centrosinistra è arretrato complessivamente. Ha perduto alcuni capoluoghi. Anzitutto, Verona. La "Bologna bianca". Dove nel 2002 si era imposto, sfruttando le divisioni degli avversari. Ma ha ceduto altre "città medie" del Nord. Monza, Alessandria, Gorizia, Asti. E ha dimostrato, comunque, maggiore difficoltà del previsto in alcune zone, tradizionalmente di sinistra, dove, pure, ha vinto. Come a Genova, La Spezia e Piacenza.
3) Il carattere di "rottura" di questo voto è, ancora, sottolineato dal risultato della Lega; che accompagna, da sempre, ogni fase di rottura e di protesta nei confronti dello Stato centrale e del governo. La Lega, infatti, alle provinciali (escludendo la Liguria) raggiunge il 20%, con un incremento di quasi 6 punti percentuali rispetto a prima. Alle comunali, nei capoluoghi, supera l´8%, raddoppiando, quasi, il risultato precedente.
4) Infine, l´aumento dell´astensionismo (alle provinciali, in particolare) ha colpito soprattutto il centrosinistra.
Così, il paesaggio politico del Nord oggi risulta, effettivamente, diverso. Più omogeneo di prima. Quando il centrosinistra presidiava, comunque, alcune zone e numerose città medie. È un Nord lontano e disincantato, per taluni versi ostile rispetto al "governo romano".
Certo, le elezioni amministrative e soprattutto quelle comunali riflettono specifiche ragioni locali e personali (legate ai candidati). Però, è difficile non riconoscere, dietro a questo voto, ragioni politiche nazionali e generali. Dal punto di vista socioeconomico, anzitutto. A destra hanno votato i ceti produttivi del privato. Imprenditori, lavoratori autonomi, ma anche dipendenti. Gli operai della piccola impresa. A sinistra, invece, hanno votato gli occupati del pubblico impiego, i giovani e gli studenti. Insomma: il cuore del Nord batte a destra. Mentre la sinistra raccoglie l´istinto di conservazione del pubblico impiego. Oltre all´effervescenza dei giovani. Finché studiano. Perché, quando entrano nel mercato del lavoro, votano a destra anche loro.
Ha pesato, sul voto del Nord, la crescente reattività sociale di fronte al tema dell´insicurezza. La crescente inquietudine suscitata dall´immigrazione. Indipendentemente dalla realtà, la percezione di questi fenomeni si è drammatizzata. Tradotta in una unica equazione: più immigrazione = più criminalità comune. Ha pesato l´insofferenza nei confronti della pressione fiscale. Alimentata dalla confusa costruzione della legge finanziaria. Il dibattito delle ultime settimane, sulla destinazione del "tesoretto" inatteso, ha aggiunto ulteriore confusione. Rendendo più evidente l´assenza di una "missione" condivisa, in grado di giustificare i sacrifici comuni. Ancora: il litigio continuo dei sedicenti alleati di governo. La frammentazione della maggioranza (che si è trasferita anche nelle liste alle amministrative). La debolezza al Senato. Ogni voto una lotta all´arma bianca. Così, le paure e l´insicurezza sono state addebitate al centrosinistra. Mentre il miglioramento dei conti pubblici e il risveglio economico (che ha coinvolto soprattutto le aree del Nord) sono apparsi incidentali. Eventi capitati "nonostante" l´azione del governo.
Lo stesso, d´altronde, era avvenuto negli anni Novanta. Soprattutto alle elezioni del 1996, quando la Lega raccolse oltre il 20% nel Nord, intercettando il malessere contro le istituzioni e i partiti. Tutti. Destra e sinistra. La differenza, da allora, è che oggi il "nemico" è uno solo. Il centrosinistra al governo. Mentre lo "spirito del Nord", oltre che dalla Lega (oggi di nuovo trainante), è rappresentato e interpretato anche da An e soprattutto da Forza Italia. L´orazione di Berlusconi all´assemblea degli industriali, il 18 marzo del 2006, echeggia ancora nelle valli e nelle aziende. In una terra dove quasi tutti sono oppure si sentono "imprenditori", la sinistra è sentita come un "altro mondo". Anche Montezemolo, la settimana scorsa, ha echeggiato Vicenza. Con una impostazione chiaramente diversa. Ha chiamato a raccolta una "nuova" borghesia. Responsabile. In grado di promuovere il cambiamento del Paese. Ma ha raccolto l´ovazione della platea quando ha fustigato la "casta" e i privilegi dei politici. Quando ha intercettato il vento antipolitico che soffia nella società. E nel Nord. Dove si è acuito il risentimento della "società" e del "mercato" contro i partiti "romani". Contro il "governo delle tasse". Contro l´oligarchia di Stato.
Naturalmente, questo voto è, comunque, un giudizio sui sindaci e sulle amministrazioni. Il che, per l´Unione, è anche peggio. Suggerisce un collasso della credibilità del centrosinistra come classe di governo locale. Le cifre, d´altronde, a questo proposito, sono inequivocabili. Il centrosinistra, fino a ieri, era al governo in 8 dei 10 capoluoghi del Nord (esclusa l´Emilia Romagna) in cui si votava. Oggi la proporzione si è rovesciata: 7 a 3 per il centrodestra. Lo scenario si ripropone, enfatizzato, se prendiamo in considerazione i 56 comuni superiori a 15mila abitanti. Ne governava 33 il centrosinistra; il centrodestra 17 (altrove il sindaco era espressione di una lista civica). Oggi, dopo il primo turno, la situazione vede in vantaggio il centrodestra: 27 a 7. I ballottaggi, presumibilmente, accentueranno questa tendenza.
È, quindi, finita la stagione in cui molti cittadini del Nord, alle politiche, votavano Forza Italia oppure Lega, per "minacciare" Roma. Ma poi, alle amministrative, sceglievano sindaci di centrosinistra. Perché li ritenevano più esperti e capaci. Ma anche perché li consideravano affidabili e attenti alle domande locali. Il "movimento dei sindaci" nasce, non a caso, nel Nord (e più precisamente nel Nordest), a metà degli anni Novanta, come risposta alla sfida leghista. Per innovare i partiti tradizionali. Oggi, gli echi di quel movimento si sono perduti. I cittadini del Nord non credono più al centrosinistra. E percepiscono i sindaci come complici oppure gregari del "Palazzo romano". Guardano con scetticismo anche il prodotto politico di quell´esperienza. Il Partito Democratico. Che, nell´occasione, ha conseguito un risultato francamente mediocre.
Per questo, parlare di "questione settentrionale", forse, è inadeguato. Questo voto, infatti, più che un problema denuncia il distacco, l´abisso, che separa il centrosinistra e il governo dal Nord. Senza eccezioni, ormai. Dagli imprenditori e dagli operai. Dai lavoratori autonomi e dipendenti. Dai paesi e dalle città. Dai cattolici e dai laici, dagli anticomunisti e dai comunisti. Dal Nordest e dal Nordovest. Da Milano e da Gorizia. Da Verona, Monza e Alessandria.
Cacciari, Illy, Penati, la Bresso. Appaiono, anch´essi, senza voce e senza eco. Rischiano di non venire più ascoltati né creduti.
Conviene loro promuovere il Partito Democratico. Del Nord. In fretta. Senza attendere il secondo turno.



Cari Chiamparino, Cacciari, Illy...
Luigi La Spina su
La Stampa

Cari (in ordine alfabetico) Bresso, Cacciari, Chiamparino, Illy, Penati, Vincenzi, che cosa aspettate a fondare il partito democratico del Nord? Aspettate che i vertici ds e Margherita, dopo anni di chiacchiere, litigi, invidie, spartizioni, riescano a compromettere l'unico progetto che potrebbe salvare il sistema politico italiano dal pantano dell'immobilismo e della decadenza, condizionato com'è dal ricatto dei piccoli partiti? Non vi siete accorti che, così come si sta costruendo, il nuovo partito non ha nessun fascino elettorale? Non vi bastano gli sconfortanti risultati dei primi test alle urne, compreso quello di domenica scorsa? Non vedete che gli elettori riformisti e moderati non credono alla costituenda nuova formazione, con l'unico effetto di far crescere i voti della sinistra estrema? Perché siete così rassegnati ad accompagnare con sterili e un po' infantili lamentazioni il declino dei vostri partiti, pieni di ex comunisti nostalgici e di ex democristiani rancorosi? Perché avete così paura di abbandonarli al loro destino? Perché non offrite agli elettori del Nord una alternativa a un dominio assoluto del centrodestra che rischia di durare per molte generazioni? Ci vuole davvero tanto coraggio, passati i cinquant'anni della vostra vita, a rischiare di compromettere una vostra futura carriera politica che, senza una vostra mossa, immediata e decisa, è già al capolinea?

Non si tratta, intendiamoci, di riesumare quel partito degli amministratori bollato, anni fa dal sarcasmo di Giuliano Amato che lo definì "il partito delle cento padelle". Non ci vuole molta immaginazione: basta copiare quello che già funziona in Europa da molti anni, dalla Baviera alla Catalogna. Prendete alla lettera le promesse che Fassino, Rutelli e compagnia vi avevano fatto sul modello federativo per il partito democratico: non aspettate che ve lo concedano, fatelo voi. Con due sole avvertenze: per prima cosa non mettetevi a capo del partito democratico del Nord. Voi avete rilevanti responsabilità amministrative che gli elettori vi hanno affidato e che sarebbe un tradimento abbandonare. Guai se dovremo assistere al dibattito su chi sarà il nuovo presidente, tra Illy o Chiamparino o il nuovo segretario, tra Cacciari o la Bresso. Voi dovete solo fare i promotori di questa nuova formazione, organizzare assemblee costituenti e primarie in tutti i principali capoluoghi e aiutare la disponibilità dei cittadini a entrare nel partito democratico del Nord.

Il secondo impegno è quello di battervi per un vero federalismo, quello che comincia con una riforma fiscale, appunto, federale e con il ripristino dei collegi elettorali, in modo che gli eletti abbiano un vero, continuativo rapporto con i loro elettori e che i cittadini possano giudicare e quindi scegliere i loro rappresentanti con preferenze di lista. Date un immediato segnale di serietà e di moralità politica: nessuna cooptazione, ma solo incarichi elettivi, temporanei, con impossibilità assoluta di ricoprirli per più di due volte, strutture partitiche ridotte al minimo, fondate soprattutto sul volontariato, massima trasparenza sul finanziamento e sul modo con il quale viene utilizzato.

Che cosa succederà del partito democratico romanocentrico, burocratico che dovrebbe costituirsi il 14 ottobre? Ormai si è capito che al Nord quel tipo di partito non importa molto. Se si vorrà alleare con il vostro e ci saranno impegni precisi e scadenze certe, potreste anche acconsentire a un apparentamento elettorale. Altrimenti, lasciatelo andare al suo destino: non sarà un peccato e non avrete rimorsi.



Venti di rimpasto (e di governo Marini)
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA - Dietro la "teoria del rilancio", parola d'ordine coniata ieri da Ds e Margherita, si cela il vero obiettivo: il rimpasto. Da fare in autunno, dopo la costituente del Partito democratico, usando a pretesto proprio la nascita della nuova forza politica, e spiegando il cambio di assetti nel governo con il cambio degli equilibri che l'anno scorso portarono alla vittoria l'Unione. Il rimpasto è la proposta che gli azionisti di riferimento del centrosinistra stanno per presentare a Prodi, spiegandogli che la geografia dell'Unione è mutata rispetto a un anno fa: allora non c'erano il Pd né la Sinistra democratica. Sarà un modo per esorcizzare l'eventualità di un esecutivo istituzionale o peggio ancora del voto anticipato. D'altronde Ds e Margherita non intendono andare avanti così. Ieri, al comitato di presidenza della Quercia, l'analisi che anche D'Alema ha condiviso tracciava un bilancio fallimentare: il voto delle Amministrative porta con sé le difficoltà del governo, che non è entrato in sintonia con la società. Più o meno quel che ha detto il leader dei Dl alla direzione del partito, dove ha presentato il conto a Prodi: "Se Rutelli finora ha agito in maniera soft — ha detto il vicepremier parlando di sé in terza persona — è perché non ha voluto indebolire il governo". Ma ora basta. "C'è una pressione fiscale troppo alta che ha colpito i ceti produttivi e andrà chiarita questa cosa al presidente del Consiglio, anche perché il governatore di Bankitalia glielo dirà nelle Considerazioni finali. C'è poi una querelle attorno al tesoretto che somiglia alle polemiche della Finanziaria. Per non parlare di come è stato gestito il contratto del Pubblico impiego, chiuso nel modo peggiore: il giorno dopo le elezioni". Chiuso dopo una trattativa finale durante la quale si è sfiorata la rissa, con Padoa-Schioppa che ha accusato i sindacati di "non aver tenuto fede ai patti", con Nerozzi della Cgil che a muso duro gli ha risposto "a lei non affiderei mai il mio portafogli", con Epifani che non voleva firmare l'accordo triennale e si era già alzato dalla sedia, con Prodi che aveva preso anche lui la porta d'uscita, e con Bonanni che urlava: "Dove andate? Siete degli irresponsabili". Rimpasto. Per evitare di cadere nella rete di Berlusconi, che ieri mattina preannunciava a un alleato "iniziative forti": "Chiederò al capo dello Stato che si ricontino le schede elettorali oppure organizzerò un'altra manifestazione come a piazza san Giovanni". È questo il vero Cavaliere o è quello che attraverso Bondi invita "le forze di maggioranza a fare una proposta" per "governare un Paese senza guida politica", avvertendole che "troveranno da parte nostra sapienza e senso di responsabilità"?

Qual è il vero Berlusconi: quello che punta alle urne o quello che invia Gianni Letta da Marini per fargli sapere che "tu sei l'unico interlocutore credibile"? Perché non c'è dubbio che un eventuale governo istituzionale passa per la presidenza del Senato, "è l'unica soluzione possibile", conferma il capogruppo di An Matteoli: "Dopo Prodi c'è solo Marini, che porta alle urne". E sono in tanti nel Polo a vellicarlo. L'altroieri a Brescia ci ha provato un vecchio amico dc, il berlusconiano Fontana: "Dai Franco, facciamo qualcosa insieme". Ma "Franco" non si è esposto nemmeno con il suo tradizionale "mo' vediamo". Il motivo è semplice, lo spiega un mariniano doc come Strizzolo: "Lui frena perché intanto non si fida, eppoi perché non vuole guidare un governo elettorale. Un governo istituzionale serve a fare le riforme e deve durare almeno un paio di anni non sei mesi. E comunque il presidente del Senato non si propone, lui può eventualmente accettare una proposta".



Tav, Ici, "tesoretto": le liti finte che hanno fatto male vero
Bruno Miserendino su
l'Unità

Ultimo fu il "tesoretto". "Prodi - bofonchiavano ieri capannelli di deputati ulivisti - alla fine l'ha spiegato a chi andava. Ma quanti l'hanno capito?" Ecco, se nel voto dell'altro ieri c'è anche un segnale politico, la risposta è: pochi. Perché quasi tutti hanno capito che il confuso e masochistico dibattito preelettorale sul "tesoretto", cosa era, a chi poteva andare, perché darlo, è stato solo l'ultimo capitolo di una storia cominciata un anno fa, con la nascita stessa del governo Prodi. Al contrario di Re Mida la maggioranza riesce a offuscare anche le cose buone che fa. E quando potrebbe vendere bene i frutti di scelte impopolari, riesce a smerciare solo immagine di divisione. "Le difficoltà del governo - ammette Rutelli alla direzione della Margherita - riguardano capacità di decisione e qualità della comunicazione". Tutto vero, bofonchia un deputato ds, se non fosse che molti, compreso il vicepremier, prima delle elezioni, ci hanno messo del loro a creare confusione sulla storia dell'Ici. Tagliarla subito, ha tuonato Rutelli a nome di tutta la Margherita. Peccato che non si poteva fare e il vicepremier era il primo saperlo, perché non erano pronti gli strumenti: bastava sentire Padoa-Schioppa e Visco. Quando Prodi ha confermato che non si poteva fare, Rutelli e la Margherita hanno insistito, fino a farne una bandiera, dando l'impressione che nella maggioranza e nel governo continuassero a scontrarsi ferocemente due linee contrapposte di politica economica. Doppio errore: si dipinge una divisione più feroce di quella che è, (perché tutti vogliono abolire l'Ici sulla prima casa e tutti vogliono iniziare dai meno abbienti) e in questa divisione emerge che vince il partito delle tasse. Un boccone ghiottissimo per la propaganda dell'opposizione, che infatti ha sempre attaccato sul punto: è una maggioranza egemonizzata dall'ala radicale.
Nel suo piccolo, anche ieri, giornata di riflessione obbligata, è andata così. Ognuno ha dato una sua lettura del "perché" il nord ha abbandonato il centrosinistra, scaricando le colpe sull'alleato. Chi non vuole il partito democratico dice che l'origine della sconfitta sta lì e nell'instabilità che il progetto porta nella coalizione. Chi lo vuole dice che in realtà la sinistra radicale è andata altrettanto male. E anche sui segnali da dare, per invertire la china, (su questo, almeno, sono tutti d'accordo), si danno risposte diverse. "È importante - afferma Rutelli - che il governo batta un colpo, ecco perché sosteniamo con forza l'intervento sul tema casa". Rifondazione, tanto per dire, non sembra pensarla così. "È necessario un salto di qualità nelle pensioni, nei salari, nei rinnovi contrattuali - spiega il leader di Rifondazione - questo governo cambi marcia o rischia di rompere definitivamente il rapporto col popolo dell'Unione". Ecco il punto. Le ricette non combaciano, ma a parte le pensioni, sono meno distanti di quel che appare. Al prossimo consiglio dei ministri si parlerà proprio di tutto questo, a cominciare da riduzione della pressione fiscale e di Ici. Alla fine una decisione verrà fuori. Magari sarà un buon compromesso, solo che a quel punto l'immagine di divisione prevarrà sul merito della scelta.
Proprio come sul tesoretto. E proprio come è stato fin dall'inizio, quando persino la spinta propulsiva delle liberalizzazioni, l'unica misura che gli italiani hanno sicuramente apprezzato, si è impantanata in una disputa su chi era più titolato a fare le riforme liberali. Bersani, ricordano i diesse, era l'unico titolato, ma si sa come è andata. Venne persino messo sotto accusa, e lasciato solo, quando ci fu l'accordo coi tassisti. Era il luglio dell'anno scorso, e fu quello il primo scricchiolio, l'avviso che si era messi male in campo: tutti dietro alla palla, pochi disposti a sacrificarsi per la squadra. E dire che Prodi aveva avvertito i ministri, al primo vertice dell'Unione nel convento di San Martino in Campo: "Non siate uomini di partito, ma di governo". Invece, da allora, ogni atto è diventato un campo minato in cui piantare bandierine. La legge elettorale e la logica della visibilità indotta dallo sciagurato ritorno al proporzionale, non spiegano tutto. Si è litigato su troppi temi, troppo a lungo, con troppi ripensamenti. Tutti hanno un'immagine in mente: il governo si riunisce, decide, ma poi il ministro Ferrero avverte che lui ha votato contro. Risultato: un'impressione, peraltro falsa, di braccio di ferro continuo tra riformisti e massimalisti che obbliga Prodi a fare una serie di vertici con dodecalogo finale, per andare avanti.
Al netto delle ricorrenti baruffe tra Mastella e Di Pietro, ecco un breve elenco delle liti: Si parte dalla Tav. Si fa, assicura Prodi. Ma la sinistra radicale dice: non si farà mai. In realtà si farà, ma sarà troppo tardi. Pensioni: non si toccano, o si ritoccano? La discussione data dall'ottobre scorso. Finanziaria: tagli o tasse? Se ne parla per tre mesi, da settembre 2006. È così per gassificatori, Ici, tesoretto.



  30 maggio 2007