
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 maggio 2007
Una bruciante sconfitta
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Di fronte ai dati inequivocabili di questa bruciante sconfitta elettorale, la prima tentazione dell'Unione, si comprende, è la minimizzazione autodifensiva, l'aggrapparsi autoconsolatorio alla linea del Piave dei risultati di Genova, delle performances di Taranto e L'Aquila, del ribaltone di Agrigento. Errore comprensibile, ma pur sempre un errore. Come quello commesso dall'allora premier Berlusconi quando stentava a prendere atto della riscossa del centrosinistra guidata da Rutelli e Fassino nelle elezioni amministrative successive al 2001. Errore madornale, non solo perché ridimensionerebbe per eccesso di autoindulgenza il significato dirompente di questo voto. Ma perché non permette di capire come, proiettati nei futuri confronti elettorali, i numeri di questi giorni prefigurano una sicura disfatta della coalizione che attualmente ha in mano le redini del governo.
Una sconfitta elettorale potrebbe essere addirittura una scossa salutare. Ma solo ad alcune, tassative condizioni. Primo: capire che se il Nord abbandona la sinistra in forme tanto massicce, non solo nel Lombardo-Veneto, ma con dimensioni clamorose anche in Piemonte, e persino in Liguria, vuol dire che è un'intera immagine del governo a essere bocciata. Dopo la sconfitta siciliana, qualcuno ha accusato la linea "rigorista " del ministro Padoa- Schioppa di esserne la causa. Ma, riferita al Nord, quella giustificazione appare risibile. Nell'Italia settentrionale non si punisce forse il governo per la ragione opposta? Chi non vota più per i partiti dell'Unione, o regala percentuali del 70 per cento all'opposizione, o addirittura premia la Lega davvero vuole punire il governo perché troppo moderato o "di destra"? O invece non ha percepito in questo governo una curvatura troppo "di sinistra", ostile alla libertà economica, arcigna e punitiva nei confronti dei ceti produttivi del Paese?
Secondo: capire che il logoro refrain secondo il quale queste non sarebbero elezioni a forte valenza politica rappresenta un rimedio illusorio, una formula magica che procura più danni di quanti ne vorrebbe esorcizzare. Perdere nelle elezioni amministrative per la sinistra è, semmai, ancora peggio perché la partita ha avuto luogo proprio sul suo terreno preferito, con un robusto radicamento territoriale e una qualità della classe dirigente locale complessivamente più pregiata. Se perde rovinosamente anche qui, nel territorio, la sinistra non dovrebbe ricavarne una lezione ancora più amara? Terzo: capire che troppe linee divergenti e declinate in forme persino rissose depotenziano l'immagine del governo fino a livelli oramai preoccupanti. Il governo scelga una linea, la difenda, la porti fino in fondo.
Quarto: capire che il Partito democratico appare debole, asfittico, in taluni casi (come a Taranto) perdente non solo con il centrodestra ma persino nella competizione con la sinistra "radicale". Un partito che, invece di nascondersi la verità, dovrebbe trovare coraggio e fantasia, e procedere (lo ha meritoriamente sollecitato Dario Franceschini) più speditamente nella scelta di un leader che dia identità e carattere a un nuovo soggetto politico che non può restare acefalo e prigioniero dell'incantamento oligarchico. Per troppo tempo. Quando il tempo, forse, sta già scadendo.
Niente spallata, ma la Cdl prende il Nord
Bruno Miserendino su l'Unità
Il centrodestra si aspettava di più e il centrosinistra temeva peggio. Così, alla fine, ha ragione Antonello Soro quando parla, per la maggioranza, di un pareggio in trasferta. Berlusconi non può invocare la spallata, che in serata viene derubricata dai suoi a "inizio di spallata", ma il centrosinistra non può far finta di nulla. Perchè sul piano dei voti e dei raffronti con le elezioni precedenti, il pareggio è molto sofferto: complessivamente la maggioranza tiene ma in una vasta area del nord soffia un vento maligno, e le conferme e i successi ottenuti dall'Unione a Genova città, L'Aquila, Taranto, Agrigento, Ancona, La Spezia e in tante altre realtà non bastano a riequilibrare il dato che viene dall'area più ricca del paese. Qui l'astensione è stata più elevata che altrove e ha colpito soprattutto il centrosinistra, mentre la casa delle Libertà, ritrascinata dalla Lega, torna unita e su livelli di consenso molto alti.
A sera, il quadro è complesso ma abbastanza chiaro. Nelle sette province in cui si è votato, i rapporti di forza sono rimasti quasi immutati, nessuno dei due schieramenti ha strappato amministrazioni all'altro. Ancona e La Spezia sono rimaste al centrosinistra, a Vicenza, Como, Varese e Vercelli ha prevalso il centrodestra, come previsto. La bilancia però pende verso la Cdl perchè nella provincia più importante e popolosa, quella di Genova, si andrà al ballottaggio, anche se l'Unione parte in vantaggio e probabilmente ce la farà. Il segno della sofferenza della maggioranza c'è persino nella città e nel comune di Genova, tradizionalmente di centrosinistra, dove la diessina Marta Vincenzi vince al primo turno con il 52% dei voti, con un ottimo successo personale, ma la Cdl sale nei consensi. Nel complesso, dalle provinciali emergono tre indicazioni politicamente importanti. La prima, il forte astensionismo: mediamente un sette per cento in meno rispetto a 5 anni fa. Seconda indicazione, l'astensionismo è generalmente maggiore in alcune aree del nord, dove la Casa delle Libertà ha vinto con ampio margine.
Terzo elemento, sul piano dei voti assoluti il vento del nord torna a premiare la Lega e la Casa delle Libertà allargando di molto la forbice col centrosinistra. Dove il centrodestra conferma le sue amministrazioni lo fa con percentuali molto alte, superiori a quelle delle politiche, mentre tutta l'Unione è in sofferenza. A Varese, Como, Vercelli e Vicenza il divario tra i candidati di destra e sinistra è superiore in media al 30%.
Molto più frastagliato il dato generale delle Comunali. L'astensione è stata più contenuta rispetto alle provinciali e si confermano alcune tendenze di fondo, a cominciare dal successo della Cdl al nord. In Piemonte il centrodestra strappa i comuni di Asti e Alessandria al centrosinistra, mentre l'Unione si conferma a Cuneo. In Veneto l'attenzione era concentrata sulla battaglia di Verona, dove la Cdl, dopo molte polemiche interne ha ritrovato l'unità nel segno della Lega. E la riconquista è arrivata puntuale, come era nelle previsioni, visto che il centrosinistra aveva vinto la volta scorsa grazie alle divisioni della destra. Indicativo però il dato del successo: anni di buon governo del centrosinistra non hanno fatto andare il sindaco uscente oltre al 35-40% dei consensi. La Cdl riconquista anche Monza, mentre l'Unione tiene bene in importanti comuni del Torinese.
Al centro le cose vanno meglio per la maggioranza. In Toscana l'Unione si impone a Carrara e Pistoia e va al ballottaggio a Lucca, unica realtà tradizionalmente legata al centrodestra. Indicativi i risultati, anche se non definitivi, di Parma e Piacenza. A Parma si va al ballottaggio e questo, per il centrosinistra è un notevole successo, vista la tradizione e i fatti recenti. A Piacenza l'Unione è in vantaggio, ma stenta più del previsto. Il dato più eclatante è quello dell'Aquila dove il centrosinistra strappa la poltrona di primo cittadino al centrodestra. Bene l'Unione anche a Frosinone. L'opposizione stravince ad Olbia, mentre la sorpresa arriva da Taranto. Qui è certo un soprendente ballottaggio tra due candidati del centrosinistra. E il colpo grosso arriva anche ad Agrigento dove il ballottaggio è stato vinto dal candidato del centrosinistra. Nessuno l'avrebbe detto, un mese fa, anche se la Cdl e Rifondazione comunista fanno notare che ha vinto un candidato proveniente dell'Udc. A Reggio Calabria il colpo grosso lo fa la Cdl con un vittoria sonante. Conclusione: risultati altalenanti, a conferma che i cittadini hanno votato per i sindaci e non per inviare segnali politici. Con un'unica differenza: al nord, dove il segnale è arrivato. L'importante è capirlo.
Il muro settentrionale
Alberto Statera su la Repubblica
E´ Verona, la tradizionale "Bologna bianca", virata per una breve stagione al rosa, e tendente da oggi quasi al nero che simboleggia il vallo tra le due Italie, un vallo non più solo geografico, non solo antipolitico, ma antropologico. Alessandria, Vercelli, Como, Varese, molte le vittorie scontante del centrodestra. Ma Verona no, Verona è l´icona del Nord che se ne va, che evade definitivamente, che non concede più prove d´appello al centrosinistra, incapace di confezionare le "scorciatoie mentali" che hanno dimostrato di pagare tra Padania e Pedemontana: immigrazione, prostituzione, sicurezza e meno tasse, Ici e addizionali, tanti parcheggi, poca cultura.
Pochi slogan elementari, se possibile feroci, perché non catturano più nel Veneto cattolico e peccatore le "fumisterie" solidaristiche del Vescovo, "alibi" della sinistra per coprire l´incapacità di scelte esplicite e forti. Figurarsi la "redistribuzione", concetto di moda a Roma, che il leader nazionali ripetono incoscientemente anche in campagna elettorale sulle sponde del Po. "Redistribuire? Redistribuiscano a noi quelli di Roma", ci ha detto un ricco commerciante del "Listòn" veronese, faticando a capire il concetto stesso di redistribuzione.
Aveva un sindaco moderato, un avvocato ex democristiano, la ricca e moderatissima Verona, talmente moderata che per un mese Forza Italia e Udc litigarono su quale dei loro possibili candidati fosse il più moderato. Poi arrivò Umberto Bossi che senza colpo ferire convinse Berlusconi a scegliere come candidato unitario il leghista più trinariciuto del Triveneto, il giovane assessore regionale Flavio Tosi, un signore che una volta si presentò in comune con una tigre al guinzaglio lanciando lo slogan "el leon che magna el teròn". Bell´effetto sul proscenio della "leaderizzazione" locale, una specie di parodia di quella nazionale. Paga più la moderazione di un avvocato "understatement", timorato e ben visto nei centri del potere economico, che non ha fatto male nel suo quinquennio, o quella di un giovanotto, capace di fulminee "scorciatoie mentali" per chi lo ascolta?
Condannato in secondo grado per violazione della legge Mancino avendo propagandato "idee razziste", la leggenda metropolitana veronese dice che quella condanna, nata da un´inchiesta del Pm Papalia, è stata il vero, grande assist per l´elezione quasi a furor di popolo di Flavio Tosi. Il che, tra l´altro, la dice lunga sul fenomeno Bossi, che guida un partito ai minimi termini e divorato dalle lotte intestine, ma - genio del parassitismo politico e tuttora massimo interprete dell´anima padana - riesce a imporre e a far vincere i candidati scelti da lui. Ciò che fa infuriare il governatore forzista del Veneto Giancarlo Galan, il quale sulla scelta leghista per Verona, che l´altra volta lui non azzeccò aprendo la strada al candidato di centrosinistra, chiese addirittura le dimissioni dei coordinatori nazionali Bondi e Cicchitto, minacciando di creare Forza Veneto, per la quale - pare ovvio - dovrebbe ormai chiedere consulenza a Bossi. In fondo, funziona ancora e sempre da tre lustri il "modello Gentilini", sindaco al terzo mandato (ora formalmente nel ruolo di prosindaco) di Treviso, quello che tolse le panchine agli immigrati e consigliò di sparargli come ai leprotti. Il paradosso è che dopo tanti anni di dichiarato razzismo del primo cittadino, Treviso risulta la città del Nord con una delle migliori integrazioni degli immigrati extracomunitari. Vuol forse dire che le "scorciatoie mentali" servono alla politica per prendere voti, ma che poi funzionano canali sotterranei di compensazione della locale classe dirigente? Dove l´avrebbero spedito Gentilini le decine di migliaia di imprenditori trevigiani, se davvero gli avesse negato la necessaria manodopera straniera? Dove s´incontrano poi "scorciatoie mentali" e business, lì è il vero regno di Bossi. Come a Monza, dove ha imposto il candidato leghista Marco Mariani, più moderato, ma più "business oriented", che ha vinto con una campagna elettorale affidata al progettista di una grande speculazione immobiliare della famiglia Berlusconi, la "Milano-4", che ora certamente si farà in quel di Monza per replicare i successi di "Milano-2" e "Milano-3", con il fattivo appoggio del governatore lombardo Roberto Formigoni, nel nuovo capoluogo della nuova Provincia brianzola, già costata alcune decine di milioni. La destra ne ha fatto un cavallo di battaglia, la gente la Provincia la vuole, ma poi si schifa per i costi della politica. Solo quella degli altri? A Monza, altro presunto luogo felice di moderazione, abbiamo assistito a un comizio allo stato di "preparola" di Gianfranco Fini su come cacciare immigrati e puttane - ovazioni - e, il giorno dopo, ad uno di Walter Veltroni, assai meno affollato, sullo "spirito di servizio" e sul sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira, che le ragazzotte minigonnate trascinate in piazza Trento e Trieste pensavano fosse un gelato.
L´antipolitica non si celebra nella sala ovattata della Musica di Renzo Piano, con Luca Cordero di Montezemolo che sul palco legge il gobbo elettronico, si consuma al seggio di Monza o di Gorizia, anch´essa persa per insipienza dal centrosinistra, dove del Partito Democratico nulla sanno e soprattutto nulla vogliono sapere. L´antipolitica si fa nell´incrocio dello smercio europeo di droga a Verona, si fa alla "Cascinazza" di Monza, dove Paolo Berlusconi costruirà quasi un milione di metri cubi. L´ondata antipolitica nasce dalle piccole scelte leaderistiche, nazionali e locali, dei partiti in crisi, nei quali l´elettore non si ritrova più e corre alla ricerca della scorciatoia mentale, di cui Bossi, nonostante la malattia, resta uno dei migliori interpreti sulla piazza. Fosse stato per Berlusconi e Galan, gli obiettivi veneti sarebbero stati persi, mentre per Monza, quartiere milanese, l´odore del business è invincibile.
Poi, c´è l´effetto "Berlusconi mancante", che ha prodotto un calo della partecipazione del voto a sinistra. Se non c´è lui, che odio, perché devo andare a votare? Croci e delizie del leaderismo. Ma, per favore, nessuno ci racconti più, tre lustri dopo la dicci, di un Nord cattolico e moderato.
Sollievo e timori
Antonio Padellaro su l'Unità
Il sollievo che si coglie nelle prime reazioni dei partiti dell'Unione spiega il risultato delle amministrative di ieri forse meglio di ogni altra analisi sul voto. Il centrosinistra ha pareggiato pur giocando fuori casa, come ha calcisticamente notato l'ulivista Soro. Cioè, nel momento più difficile per la maggioranza di centrosinistra. Cioè, dopo una legge finanziaria sicuramente impopolare e dopo un primo anno di governo difficile ma onestamente non esaltante. Perciò non ci sarà nessuna spallata per far cadere Prodi per il semplice motivo che la spallata è un'idiozia che Berlusconi seguita a ripetere per fomentare i fans e occupare i titoli dei tg. Lo sa anche lui che non si è mai visto un governo cadere per effetto di un test amministrativo che coinvolge un quarto del corpo elettorale. Ma dire che è andata meglio del previsto come abbiamo ascoltato nelle prime dichiarazioni del centrosinistra non è una grande consolazione se la previsione era da brivido. Di positivo c'è che la sostanziale tenuta della coalizione consentirà adesso ai leader di riflettere serenamente e senza inutili nervosismi sulle buone ma soprattutto sulle cattive notizie che si possono leggere, se uno le sa leggere, su quei dieci milioni di schede elettorali.
Cominciamo da Genova, certo per la vittoria meritata di Marta Vincenzi ma anche per le dure parole e i giusti timori che la candidata diessina ha subito voluto esternare. Primo timore: l'assenteismo che ha penalizzato principalmente il centrosinistra; nel capoluogo ligure come nel resto d'Italia.
Secondo timore: che il grande distacco con la Cdl si sia ridotto non per ritrovata fiducia nei confronti del centrodestra che non c'è ma per delusione "verso il centrosinistra che sta governando Paese, Regione, Provincia e Comune". Terzo timore: che la delusione sia dovuta alle mancate promesse di cambiamento da parte del centrosinistra e che il segnale di astensione dica guardate, potremmo non darvi più credito se continuate così. Un'analisi che sottoscriviamo in pieno. Un messaggio che da oggi stesso dovrebbe essere all'esame dei leader di governo.
Rallegriamoci pure per i successi colti dall'Unione in città difficili come Agrigento (la prima volta), l'Aquila (strappata alla destra) e Taranto (dove si va al ballottaggio con il centrosinistra però diviso). Risultati, tuttavia, che non bastano a compensare la vera e propria frana che ha investito i partiti di governo in Piemonte e nel Lombardo-Veneto. A Verona, Alessandria, Asti, Monza l'Unione perde i sindaci che aveva. E sono batoste. Alla provincia di Vicenza c'è poi la Caporetto del centrosinistra il cui candidato raccoglie un misero 18 per cento. Solo a Cuneo il sindaco uscente dell'Unione vince bene ma purtroppo è l'eccezione. Anche qui il messaggio è chiarissimo e preoccupante.
Se è stato sempre così da più di dieci anni (con sola la parentesi del 2002) ci sono evidentemente ragioni di debolezza strutturale non solo nell'azione di governo ma nella credibilità stessa della coalizione. Nella parte più ricca e produttiva del paese, la sinistra viene vissuta esclusivamente come portatrice di nuove tasse oltre che di mentalità statalista e antiimprenditoriale. Sarà ingiusto, sarà sbagliato, ma è così. Per non parlare delle infrastrutture. Delle grandi strade di comunicazione che mancano. Dei famosi passanti (vedi Mestre) sempre promessi e mai realizzati. Della Tav, al centro di interminabili discussioni con le popolazioni locali mentre il governo non sa ancora che pesci prendere. La questione sicurezza, infine, che si risolve con interventi mirati ed efficaci. E non cercando di scimmiottare Sarkozy. Tutte sfide che dovrebbero essere raccolte dal nuovo Partito Democratico che sta nascendo dalle radici dell'Ulivo. Quanto forti e quanto da rafforzare lo vedremo oggi sulla base dei voti raccolti da Ds e Margherita.
L'ex Cdl ha poco da cantare vittoria. L'Unione ha i suoi problemi ma la destra appare sempre più un'accozzaglia di sigle tenute insieme dall'essere opposizione. Ha ragione però Roberto Maroni quando sottolinea il successo dei candidati leghisti nelle roccaforti padane come il valore aggiunto che consente a Berlusconi di gridare vittoria. Sindaci leghisti, come quello di Verona, dalla faccia truce e dai proclami intolleranti che non promettono niente di buono per il futuro della nostra democrazia. Un motivo in più perché l'Unione corra ai ripari aggiustando un'immagine che, ammettiamolo, oggi appare meno forte rispetto a un anno fa.
Partito democratico. L'ora dell'allarme
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA "No, non sono soddisfatto": Piero Fassino ha deciso che non si può fare finta di niente. I "segnali" che sono giunti da queste elezioni lo "preoccupano" e, secondo il segretario dei Ds, "rafforzano la necessità di costruire un Partito democratico che venga incontro alle esigenze della società reale".
Più o meno simili i ragionamenti che va facendo Francesco Rutelli: "Bisogna accelerare non si può rimanere a metà del guado", è la sua parola d'ordine.
In casa democratica è suonato l'allarme. E il risultato del Nord viene interpretato come un cattivo viatico per il partito che verrà ("e pensare è l'amara riflessione di Fassino che io mi sono sgolato, e non da ora, per segnalare questa situazione e sono stato più volte nel Settentrione, ma questo problema è stato sottovalutato"). Per questa ragione si sta pensando, come prima mossa, di allargare il comitato del Pd a due sindaci importanti del Nord: Sergio Chiamparino e Massimo Cacciari. Verrà loro chiesto di entrare in quest'organismo e un eventuale rifiuto dei primi cittadini di Torino e Venezia fa già fibrillare Ds e Margherita, i cui dirigenti temono che personaggi come Chiamparino e Cacciari possano ora muoversi autonomamente presentando il conto (politicamente parlando, naturalmente) ai vertici dei partiti.
C'è di più: ora si tenterà anche di aggirare lo stop imposto da Romano Prodi sulla futura leadership. E' nei Dl, soprattutto, che si spinge su questo punto: non è possibile si dice nella Margherita creare un partito a metà, senza leader. Ma dopo questo risultato sarà più difficile per il presidente del Consiglio risponderci di no. Per dirla con il margheritino Riccardo Villari, "non si può più perdere tempo a fare i medici che studiano il caso quando il malato sta morendo". Insomma, non si può affossare il Pd per stare appresso alle gelosie e alle battaglie interne degli aspiranti leader del futuro. Nella Margherita si pensava di puntare sulla candidatura della diessina Anna Finocchiaro. Candidatura a cui, difficilmente, la Quercia potrebbe dire di no. Ma dopo il test del Nord non è detto che le cose non cambino: la capogruppo dell'Ulivo al Senato è molto stimata da tutti, ma ha un piccolo "difetto", ossia è siciliana e la batosta il centrosinistra l'ha avuta nel Settentrione.
Ma c'è un altro elemento di preoccupazione in casa democratica. Riguarda il fenomeno dell'astensionismo soprattutto alle provinciali. Un segnale doppiamente inquietante per il Partito democratico.
Infatti nelle province Quercia e Margherita si sono presentate insieme. E il risultato della lista del futuro Pd non è stato esaltante. A Vercelli si veleggia intorno al 16,3 per cento, a Como si ottiene poco più del 15, il 17 a Varese, il 15 a Vicenza. Ovviamente, le percentuali crescono lì dove il centrosinistra è storicamente forte, ma non sono comunque tali da indurre gli uomini di
Ds e Dl a stappare champagne... e neanche un meno costoso prosecco. A Genova l'Ulivo è sotto il 29 per cento, a La Spezia al 32, ad Ancona al 30. L'astensionismo desta allarme anche per un altro motivo: se il 14 ottobre alle primarie per l'assemblea costituente è l'interrogativo che ci si sta ponendo nella Quercia come nella Margherita partecipasse poca gente? Significherebbe la fine del Pd, perché, come ha avuto modo di sottolineare nei giorni scorsi Massimo D'Alema, "saranno le primarie il primo vero banco di prova".
Dunque, il Partito democratico non è ancora nato che già deve fare fronte a mille difficoltà. Si moltiplicano perciò le iniziative per rivitalizzarlo. Il tandem Enrico Letta e Pierluigi Bersani il 2 luglio sarà a Milano per cercare di portare il Pd nel Nord. Il rutelliano Roberto Giachetti, invece, ha deciso di portare avanti un'iniziativa provocatoria: il dieci giugno farà votare "on line" il "Comitato ombra" per il Partito democratico. Un organismo di venti persone, tutte rigorosamente "under 40" (l'età media del comitato vero è di 57 anni). Un tentativo di coinvolgere una fascia di elettorato che appare tutt'altro che interessata alle alterne vicende del Partito democratico.
Dopo il voto il pericolo immobilismo
Massimo Giannini su la Repubblica
Due Italie. Una doppia frattura. Queste elezioni amministrative riflettono un Paese sempre più spaccato a metà, nella politica e nella geografia. Il centrodestra riconquista il Nord, e da Verona a Monza, da Alessandria ad Asti, si riprende quasi tutti i più importanti capoluoghi. Il centrosinistra resiste nel resto della Penisola, e si accontenta di una modesta rivincita all'Aquila e Agrigento. Berlusconi grida "ho vinto", e ha ragione. Alle comunali partiva da 14 a 12 sull'Unione, ieri sera si ritrova 14 a 4, con 8 comuni al ballottaggio. Poi aggiunge "a casa il governo delle tasse". Ha torto: questi risultati, per quanto positivi, non gli consentono la "spallata". E se davvero il Cavaliere pensa di salire al Quirinale per chiedere la cacciata di Prodi, è probabile che Napolitano non gli apra neanche il portone.
La politica, per quanto delegittimata, ha ancora le sue regole. Ma se queste elezioni di mid-term, come le ha giustamente definite Ilvo Diamanti, erano comunque se non un referendum, almeno un sondaggio sul governo in carica, allora si può dire che per l'Unione i segnali che arrivano dall'elettorato sono tutt'altro che confortanti. Non convince l'idea che questa sia la cronaca di una sconfitta annunciata. Sarebbe una versione troppo consolatoria. Il voto è "locale". Ma ha chiamato alle urne oltre 10 milioni di italiani. E dopo un anno di permanenza a Palazzo Chigi, non si può non vedere che (al di là del premio o della sanzione per questo o quel sindaco) il voto porta con sé anche un giudizio "nazionale", su Prodi e sul suo governo.
E' vero che i leader dell'Unione erano consapevoli del probabile insuccesso. Ma questo voto ripropone, in modo plastico e quasi drammatico per il centrosinistra, l'esistenza di una "questione settentrionale" ormai sempre più profonda, e dunque più grave. C'è una parte del Paese, ancora una volta quella più ricca e dinamica, alla quale il centrosinistra non sa o non vuole parlare. L'Unione, oltre la linea del Po, sconta davvero "un vuoto di vocabolario politico", come avrebbe detto Simone Weil. Non stupisce solo la delusione della sconfitta in sé, subita non solo nei comuni-capoluogo, ma anche in province come Como e Varese, Vicenza e Vercelli. Quello che colpisce, in quelle aree, è soprattutto la dimensione della sconfitta. In tutti i luoghi in cui vince il candidato del centrodestra lo scarto rispetto al suo competitore è pari al doppio, se non addirittura al triplo dei consensi.
Le ragioni di questo risultato hanno radici quasi tutte interne al centrosinistra. Il centrodestra, in questi mesi, si è limitato ad assistere alle difficoltà e alle convulsioni dell'avversario. Ha beneficiato di quella che Giulio Tremonti definisce opportunamente "la rendita di opposizione". Il centrosinistra, al contrario, ha fatto di tutto per farsi del male da solo. E forse non basta neanche la Finanziaria "lacrime e sangue" (che ha comunque salvato i conti pubblici del Paese) a spiegare il perché di una così acuta disaffezione degli elettori insediati nell'"Italia che produce".
Il paradosso di oggi, non a caso, è che per spiegare questo risultato elettorale insoddisfacente l'ala riformista e quella radicale dell'alleanza danno due spiegazioni uguali e contrarie, ma entrambe parzialmente fondate. I soci del futuro Partito democratico pensano che le difficoltà nascano da un'azione riformatrice troppo timida, da una politica fiscale a volte troppo punitiva e dalla mancanza di una strategia dell'attenzione verso i ceti produttivi. La galassia dei partiti comunisti-ambientalisti, viceversa, ritiene che la sconfitta maturi a causa di una sottovalutazione della "questione salariale", della difficoltà delle famiglie più povere, dei disagi della quarta settimana.
Sono vere tutte e due le cose. Lo dimostra il voto oltre il Po, che continua a risentire di una forte sindrome anti-tasse. Lo conferma l'aumento dell'astensionismo, che verosimilmente ha riguardato soprattutto quella fascia di elettori che avrebbe voluto un'azione di governo più marcata a sinistra.
A questo punto, se ancora fosse possibile, il quadro politico si fa ancora più complicato. Nel centrosinistra scatta il consueto regolamento dei conti, che ruota intorno all'analisi dei voti di lista. Se, come sembra dalle prime indicazioni, l'asse riformista non si consolida, mentre si rafforza l'ala massimalista della coalizione, il risultato può essere un paradosso. Il governo Prodi si stabilizza. Ma la stabilizzazione avviene al ribasso. Già dopo il voto siciliano di due settimane fa i due partiti estremisti dell'alleanza avevano detto: "Padoa-Schioppa ci fa perdere le elezioni".
Dopo questo voto, a maggior ragione, avranno argomenti per chiedere una brusca virata a sinistra dell'azione di governo. L'effetto di una rivendicazione del genere è scontato. Dal rinnovo dei contratti del pubblico impiego al tavolo sulle pensioni, dall'uso del "tesoretto" alla stesura del Dpef: da nessuna di queste partite è immaginabile uscire con una scelta di modernizzazione utile per il Paese. Il Professore non molla. Ma non può più ripetere quello che promise nel gennaio 2006: "Il mio sarà un riformismo radicale". Può solo continuare a resistere.
Nel centrodestra, nonostante le difficoltà e le incertezze di questi mesi, si consolida ancora una volta la leadership inattaccabile di Berlusconi. Dalle urne di ieri, a dispetto della logica neo-proporzionale della "porcata" di calderoliana memoria, esce di nuovo un'Italia rigidamente bipolarizzata. Le sicure ambizioni terzaforziste di Casini, o le eventuali tentazioni tecnocratiche di Montezemolo, sono palesemente ridimensionate. Ma la riaffermazione della sua natura personalistica e plebiscitaria non consente alla Cdl di passare all'incasso definitivo. Il Cavaliere resta l'"one man show" della coalizione. Ma non è più in grado di garantire le straordinarie performance elettorali del 2001. Può solo continuare a combattere.
Il combinato disposto di quella resistenza e di questo combattimento è l'immobilismo. La maggioranza governa ma non dispone, l'opposizione urla ma non propone. La stessa ipotesi di una riforma bipartisan della legge elettorale, in queste condizioni, perde totalmente di senso, se mai ne ha avuto uno. Perché Berlusconi dovrebbe scendere a patti, se è convinto che per l'Unione sia suonata la campana dell'ultimo giro, e la sua caduta sia ormai solo questione di pochi mesi?
In questa paralisi, com'è evidente, i danni più gravi li subisce proprio il centrosinistra. Nella palude italiana, ha da perdere almeno due cose, una più preziosa dell'altra. La prima è il governo: il suo inerte galleggiamento rischia di diventare solo la logica premessa per un'inevitabile disfatta futura. La seconda è il Partito democratico: il suo lento logoramento rischia di far morire l'unico progetto politico innovativo di quest'ultimo decennio. Se la risposta alla "questione settentrionale" è il super-comitato dei 45 che ha tagliato fuori proprio i rappresentanti del Nord, purtroppo c'è da temere una imminente eutanasia.
Ue, Prodi-Sarkozy: obiettivi comuni
Redazione de La Stampa
PARIGI. Sono "obiettivi comuni" quelli che Italia e Francia si preparano a difendere e intendono raggiungere al prossimo Consiglio europeo del 21 e 22 giugno a Bruxelles: per uscire dalle secche in cui si arenata la Costituzione, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, sosterranno la presidenza dell'Unione europea, il ministro degli Esteri Ue e la modifica del metodo del diritto di veto.
Sono queste le conclusioni raggiunge oggi nel corso dell'incontro tra Prodi e Sarkozy - seguito dalla prima conferenza stampa all'Eliseo per il neoeletto presidente. Un incontro che, secondo le parole di Prodi, si è svolto "in modo proficuo e costruttivo". "Abbiamo definito insieme che cosa vuol dire 'Trattato semplificatò", ha puntualizzato Prodi a chi gli chiedeva di un'eventuale ammorbidimento della sua posizione. "Mi sembra di essere stato abbastanza esplicito, e non insisto sull'uso di un aggettivo". Per Prodi l'importante è il fatto di aver definito "le fondamenta del futuro dell'Europa", condivise con Sarkozy. "Su questo abbiamo una posizione comune e questa è l'Europa nuova che vogliamo fare", ha aggiunto Prodi.
"Andiamo verso il Consiglio con una politica fortemente convergente e verso un'intensificazione dei rapporti politici ed economici con la Francia", ha aggiunto il presidente del Consiglio. Per Sarkozy è "molto importante che Italia e Francia convergano sul modo per uscire dalla situazione di stallo".
Altra iniziativa nata dall'incontro di oggi è la proposta di fare una riunione con i sette Paesi euromediterranei "per dare un significato operativo alla politica mediterranea", ha illustrato Prodi, garantendo: "Vi prego di non ritenere che questa proposta sia in qualche modo una scappatoia per risolvere il problema della Turchia". Il progetto sul Mediterraneo "parte infatti dal tema della sicurezza, che vogliamo sia creato con la cooperazione e con il dialogo, poiché non è la sicurezza solo in relazione ai problemi ma una sicurezza preventiva".
Massima sintonia, infine, sulla crisi in Libano, per la quale Francia e Italia condividono "gli stessi obiettivi ma anche le stesse preoccupazioni". Prodi ha ricordato come nella gestione delle forze di pace nel Paese "il lavoro comune è perfetto", e ha aggiunto: "Appoggiamo il Governo Siniora con lealtà e con forza, proprio perché riteniamo che l'indipendenza del Libano sia il punto di equilibrio di tutta la Regione. Per noi non è un fatto laterale ma uno die problemi fondamentali".
Usa-Iran, primi colloqui dopo 27 anni
Redazione de La Stampa
BAGHDAD. Stati Uniti e Iran hanno avuto a Baghdad i loro primi colloqui ufficiali di alto livello da 27 anni a questa parte, dedicati alla situazione in Iraq, senza grandi progressi sui punti di contrasto tra i due Paesi.
La riunione tra l'ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq, Ryan Crocker, e il suo omologo iraniano, Hassan Kazemi, è la prima che si è svolta ufficialmente a questo livello tra i due Paesi dalla rottura dei loro rapporti diplomatici nel 1980, dopo la presa di ostaggi all'ambasciata Usa a Teheran. Si è svolta nella residenza del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki, nella plurifortificata Zona Verde a Baghdad, ed è stata completamente dedicata all'Iraq. Washington e Teheran avevano deciso di non affrontare il braccio di ferro sul programma nucleare iraniano.
"Definirò l'atmosfera di questi colloqui professionale", ha affermato Crocker nel corso di una conferenza stampa, al termine della riunione che è durata quattro ore, "Gli iraniani e noi stessi abbiamo enunciato i principi guida delle rispettive politiche in Iraq". Le due parti hanno inoltre rinnovato il loro appoggio ad al Maliki. "Ci sono stati punti di vista conformi, in particolare sul sostegno a un Iraq democratico, sicuro, stabile e federale, che controlla la sua sicurezza e in pace con i suoi vicini", ha aggiunto l'ambasciatore.
Crocker si è però lamentato che gli iraniani non rispondano direttamente alle accuse degli Stati Uniti, che rimproverano loro di aiutare i gruppi estremisti in Iraq, fornendo loro addestramento ed esplosivi. "Ho espresso agli iraniani il nostro scetticismo sul loro comportamento in Iraq, come il sostegno a milizie che combattono le forze di sicurezza americane e irachene, il fatto che gli esplosivi utilizzati da questi gruppi arrivino dall'Iran. Gli iraniani a questo non hanno risposto direttamente", si è rammaricato.
Gli iraniani hanno d'altra parte proposto la formazione di una commissione trilaterale sulla sicurezza in Iraq, che comprenda Stati Uniti e Iraq, una proposta respinta da Crocker. "Spero che questa riunione abbia come risultato una comprensione reciproca e sia seguita da diverse riunioni per risolvere i problemi attuali", aveva auspicato al Maliki prima del vertice. Le posizioni dei due Paesi sono difficilmente conciliabili. L'Iran considera infatti il ritiro delle forze Usa dall'Iraq la prima condizione per il ripristino della sicurezza nella nazione vicina. "L'Iraq non sarà un trampolino per minacce contro i Paesi confinanti", aveva ricordato al Maliki agli Stati Uniti, per scongiurare ogni tentazione di intervento armato contro Teheran, "In cambio, chiediamo un comportamento simile da parte degli altri stati e particolarmente dei nostri vicini. La presenza delle forze multinazionali in Iraq è legata alla formazione delle nostre forze di sicurezza".
29 maggio 2007