
sulla stampa
a cura di G.C. - 28 maggio 2007
Ciampi: "Sì, la politica deve riformarsi
Ma non siamo come nel '92
Massimo Giannini su la Repubblica
"Ma sì, non c'è dubbio che la politica sia in difficoltà, così come non c'è dubbio che nel Paese ci sia un clima di scontento. Ma per favore, evitiamo di farci travolgere tutti da un'ondata di qualunquismo". Come lo Scalfaro del decennio passato, Carlo Azeglio Ciampi pronuncia il suo sommesso "non ci sto". E nel pieno di una tornata di elezioni amministrative che misura l'indice di prossimità tra gli elettori e gli eletti, e quindi il grado di fiducia del Paese nei confronti di chi lo governa, l'ex presidente della Repubblica entra a modo suo nel campo minato dei "costi della politica", per parlare di quella che ormai si definisce la "crisi della politica". Non la nega, ma la circoscrive: "Cerchiamo di non esagerare - dice - non è vero che l'Italia del 2007 è come quella del '92. Pur con tutti i suoi problemi e i suoi limiti, il Paese di oggi è infinitamente migliore di quello di allora...".
Da una parte caste chiuse che si riproducono per partenogenesi e oligarchie autoreferenziali che confliggono tra loro. Dall'altra corpi sociali in deficit di rappresentanza e cittadini semplici spremuti dalle tasse. Di là privilegi, di qua sacrifici. In mezzo, la marea montante dell'anti-politica, la voglia malsana di far collassare un sistema che non si sa riformare. Lo spettro della gogna mediatica, il fantasma delle monetine dell'Hotel Raphael. La liquidazione di un'intera classe dirigente, la tentazione di uno sbocco tecnocratico. Ma è davvero questa, l'orrenda rappresentazione dell'Italia di oggi, secondo la declinazione un po' forzata costruita sulle parole di Massimo D'Alema?
Ciampi, che non è un politico ma ha vissuto suo malgrado nel Palazzo negli ultimi quindici anni, non accede a questa visione, che parte dal pessimismo sulla mala-politica ma rischia di sconfinare nel nichilismo dell'anti-politica: "Sta succedendo qualcosa di strano. In pochissimo tempo, siamo passati da un panorama sociale caratterizzato da cielo nuvoloso, a un clima da tempesta imminente. Io, onestamente, questo clima non lo respiro. Vedo che c'è in giro un'insoddisfazione diffusa. Dico con assoluta convinzione che non si può non condividere un certo allarme, per i ritardi sulle riforme, per le inefficienze del sistema e per i costi dell'apparato politico. Ma insisto: non si può fare di tutta un'erba un fascio. E non si possono fare paragoni azzardati con un passato che, per fortuna, è davvero alle nostre spalle".
L'ex Capo dello Stato se lo ricorda bene, quel passato. Nel '93 fu proprio lui a camminare tra le macerie di quel terribile '92, quando i giudici di Milano rasero al suolo Tangentopoli, il Paese sfiorò la bancarotta finanziaria. Oggi Ciampi invita tutti a non fare accostamenti troppo azzardati, che finirebbero solo per alimentare i focolai di qualunquismo. Quelli non furono solo gli anni del simbolico linciaggio di piazza contro Bettino Craxi. Ma anche quelli dell'avviso di garanzia quotidiano per i ministri in carica. Anche quelli del contrattacco mafioso, con le stragi di Falcone e Borsellino e poi gli attentati di Roma, Milano e Via dei Georgofili a Firenze. Ciampi visse quella drammatica stagione prima da governatore della Banca d'Italia, poi da premier. Per questo, oggi può dire: "Di problemi ne abbiamo tanti, ancora. Ma quanta strada abbiamo fatto, da allora...".
Questo invito alla prudenza nei giudizi, tuttavia, non vuole nascondere le convulsioni che la nomenklatura sta vivendo. E meno che mai vuole occultare le persistenti aberrazioni della partitocrazia. "Anch'io ho letto "La Casta", il libro che oggi sta avendo giustamente questo grande successo. Anch'io resto colpito di fronte a certe storie di sperpero del pubblico denaro. Del resto, la lotta agli sprechi e il risanamento delle finanze dello Stato sono stati la missione della mia vita. L'obiettivo di tagliare drasticamente certe spese inutili è giusto. Così come è sacrosanta la necessità di dare risposte serie e immediate alla sana indignazione dell'opinione pubblica. Tutti dobbiamo impegnarci di più, per tentare di risolvere questo problema. Ma in questa fase dobbiamo evitare di essere travolti in una campagna di discredito che investe tutto il sistema politico. Questa non aiuta, anzi peggiora solo le cose".
Ciampi cita un esempio che lo riguarda da vicino, e che in queste settimane ha finito per porre anche lui al centro di qualche velenosa polemica: le spese del Quirinale. "Vede - osserva il presidente emerito - quello è un tipico esempio di come un problema generale, se affrontato in modo semplicistico, finisce per stravolgere il giudizio su un problema particolare. Io non discuto la fondatezza dei dati sulle spese del Quirinale, riportati dal libro di Stella e Rizzo e amplificati in questi giorni dai giornali. Ma io dico che, per potere dare un giudizio obiettivo, bisogna distinguere tra dati effettivi e dati contabili. E allora, se davvero negli ultimi anni i costi del Colle sono aumentati dell'80%, questo è proprio il frutto di una dinamica non effettiva, ma solo contabile. Tra il 2001 e il 2002 infatti decidemmo che per ragioni di trasparenza i cosiddetti "comandati" presso la Presidenza della Repubblica, che avevano lo stipendio base pagato dalle Amministrazioni di competenza più un'integrazione finanziata dal Quirinale, fosse interamente pagati dallo stesso Quirinale. Dal punto di vista dei costi generali dello Stato, fu solo una partita di giro. Ma ecco che se si scorpora questo importo dai costi del solo Quirinale, si scopre che quel clamoroso aumento delle spese non c'è stato affatto".
Il ragionamento dell'ex capo dello Stato non serve a dimostrare che tutto va bene così. Al contrario, Ciampi ripete: "Dobbiamo fare di più". Ma proprio per questo aggiunge: "Io, nel mio settennato, la mia parte l'ho fatta. Primo: il compenso del presidente della Repubblica, sempre uguale dal '96, anno di inizio del grande risanamento, non è mai aumentato ed anzi, d'accordo con il mio predecessore Scalfaro, decidemmo di sottoporlo a tassazione piena, mentre prima era esentasse. Secondo: proprio allo scopo di monitorare al meglio le spese, istituì un Comitato dei revisori, composto da tre funzionari della Corte dei conti e della Ragioneria. Insomma, su questo terreno non accetto lezioni proprio da nessuno. La mia storia parla per me...". Ciampi ci tiene a ribadirlo, proprio nei giorni in cui, soprattutto da una destra becera e populista, partono certe campagne avvelenate, per esempio sui trattamenti pensionistici di politici, amministratori e grand commis dello Stato. Anche su questo versante, il presidente emerito ha qualcosa da dire: "La mia denuncia dei redditi è pubblica. Agli atti della Presidenza del Consiglio. Basta consultarla, per vedere che il mio reddito principale è una generosa pensione della Banca d'Italia, dove ho lavorato per 47 anni. Credo di averla meritata, in tutta onestà".
A questa deriva Ciampi non vuole arrendersi. Teme che, per questa via, si arrivi a soluzioni imprevedibili e nefaste per i destini della Repubblica. Registra anche lui gli effetti del manifesto politico di Montezemolo. Riflette anche lui sulle prese di posizione di Mario Monti, a proposito delle differenze tra "tecnici" e "politici". E da tecnico a sua volta prestato alla politica commenta: "Vede, in Italia la discesa in campo dei "tecnici" deriva indubbiamente da una certa debolezza della politica. Io non colpevolizzo i tecnici, in assoluto. Ma c'è tecnico e tecnico. Per me, come dimostra la mia vicenda, quando un tecnico è chiamato dalla politica si deve mettere al servizio del Paese. E non deve farsi prendere dal desiderio di potere. Deve limitarsi a compiere al meglio il suo incarico, e poi ritirarsi in buon ordine. Io l'ho sempre fatto. Lo feci nel '93 da presidente del Consiglio, quando in molti volevano che il mio governo diventasse 'sine die', e invece andai dal presidente della Repubblica a rimettere il mio mandato. Lo feci nel '96 da ministro del Tesoro, prima col governo Prodi e poi col governo D'Alema, a cui scrissi una lettera per dirgli che restavo ancora al mio posto ma solo perché "l'euro è un matrimonio celebrato, ma non ancora consumato", e per questo rimasi fino all'avvenuta consumazione del rito. Lo feci nel 2006 da presidente della Repubblica, quando resistetti alle sirene di chi mi chiedeva di restare al mio posto, e invece risposi di no, perché avrei introdotto un precedente inedito nella nostra storia, introducendo una forma di "monarchia repubblicana" che mal si confà alla nostra democrazia e alla nostra Costituzione". Anche oggi, quindi, per Ciampi dovrebbe valere la stessa regola. Se la "crisi della politica" dovesse riprodurre l'emergenza di una "supplenza" tecnica al governo, l'unico principio che dovrebbe valere sarebbe questo: rendere il proprio servizio al Paese, e poi fare un passo indietro.
I Palazzi non finiscono mai
Vittorio Emiliani su l'Unità
Sul costo sempre meno sopportabile della politica è possibile dare alcuni messaggi chiari e immediati? Sulla riduzione consistente del numero dei parlamentari sì, è un segnale che si può dare presto e bene, e che invece a intermittenze viene annunciato per poi riporlo silenziosamente in un cassetto. Se c'è accordo bipartisan, lo si può dare rapidamente, compresa la data di attuazione. La gente ha ragione a pensare che 630 deputati e 315 senatori siano troppi. Questa non è per niente antipolitica. Questo è anzi rispetto della politica e del Parlamento. Chi ha esperienza parlamentare sa, per esempio, che soltanto una metà degli eletti frequenta con assiduità il lavoro (oscuro quanto prezioso) delle commissioni: su 40 membri delle più numerose, è grasso che cola se le presenze si riducono ai soliti venti. Qui non c'è obbligo alcuno di presenza e questo è il vero assenteismo, non quello d'aula. Nelle nostre Camere si continua, in modo insensato, a non voler contingentare i tempi dei discorsi parlamentari a cinque minuti per intervento come avviene al Parlamento Europeo. In cinque minuti si possono dire tante cose e ci si allena ad una concisione, ad una chiarezza che è, essa stessa, scuola di democrazia.
Ma oggi, che senso ha stare seduti in aula ad ascoltare parlamentari che per una mezzora si lanciano in discorsi di nessuna utilità se non per il loro collegio (e poi e poi)? Tempo del tutto sprecato. Meglio stare allora nei propri studi a lavorare, ascoltando Radio Parlamento e andando in aula al momento della discussione finale e del voto conclusivo. Tutto quel tempo così economizzato potrebbe essere impiegato produttivamente in altro modo, nei lavori di commissione ad esempio. Discorso diverso se si tratta di dibattiti d'aula importanti ai quali, ovviamente, è (o sarebbe) doveroso presenziare. Imparino i colleghi giornalisti, specie quelli televisivi, a valutare sul serio l'assenteismo, quello vero, e non quello che appare. L'aula desolatamente vuota è il prodotto, molto spesso, di una insopportabile logorrea parlamentare. Vadano a verificare nelle commissioni, chi c'è e chi non c'è mai. Si è parlato molto di produttività dei lavori parlamentari. Intanto è inaccettabile che gli stessi si siano ormai concentrati in tre giorni appena della settimana (martedì, mercoledì e giovedì, magari la mattina soltanto di giovedì). Ma è non meno inaccettabile che il ruolo delle commissioni dove si può lavorare con tutti i supporti tecnici utili (i funzionari sono bravi e preparati) e dove si discute in modo meno contrapposto, meno schematico e meno propagandistico sia quasi sempre soltanto quello di sgrezzare la materia, il decreto legge, la proposta o il disegno di legge, per approvarla in sede soltanto referente e mandarla poi in aula. Dove in genere si impantana. Nell'andirivieni Camera-Senato e ritorno. Fra la sede puramente referente e la sede deliberante, ci sarebbe in mezzo (scarsissimamente utilizzata) la sede redigente: vale a dire, in commissione si discute tutto l'articolato, si esaminano e si votano i singoli articoli, si esaminano e si votano tutti i singoli emendamenti, per lasciare all'aula unicamente la discussione finale e il voto complessivo. Temo che molti parlamentari non sappiano nemmeno che esiste questa possibilità. Tanto poco essa viene utilizzata. Eppure il ricorso a questo sistema renderebbe molto più agili e flessibili i lavori d'aula. Specie se accoppiata ad un ragionevole contingentamento dei tempi di intervento, all'europea. Altrimenti il Parlamento diventa davvero un parlatoio, per giunta abbastanza provinciale.
Torniamo per un attimo al numero troppo elevato dei parlamentari. Oltre a rendere più lenti e macchinosi i lavori delle Camere, esso ha comportato una dilatazione delle sedi di Camera e Senato dai costi formidabili, fra acquisti e affitti, e dall'impatto non meno forte sul centro storico di Roma. Trent'anni fa la condizione dei parlamentari era, quanto a uffici, oggettivamente mortificante. Ricordo che andai ad intervistare presidenti di commissioni delicate e importanti (Eugenio Peggio ai Lavori Pubblici o Cirino Pomicino al Bilancio) i quali convivevano con le loro segreterie, nella stessa stanza. Senza poter fare o ricevere una telefonata riservata. Giustissimo quindi dare a tutti almeno una stanza dove poter lavorare proficuamente. Secondo una inchiesta di Mauro Suttora, comparsa su Oggi, il Senato è passato dai tre palazzi del 1980 agli attuali tredici e vorrebbe ancora espandersi espellendo famiglie (sono 11 solo in Largo Toniolo) dalle loro case a prezzi popolari. Dai quattro edifici occupati dal Parlamento nel 1948 si è balzati alla trentina di oggi, più i sedici della Presidenza del Consiglio. Con costi da capogiro. Come hanno denunciato nel loro bel libro La casta (Rizzoli) Gianantonio Stella e Sergio Rizzo. Riducendo, finalmente, in modo incisivo il numero dei parlamentari, si otterrebbero due risultati in uno: ridurre il peso e l'influenza dei piccoli gruppi stabilizzando le maggioranze; restituire questo enorme patrimonio in pieno centro ad usi privati, meglio se residenziali. Patrimonio immobiliare che invece continua ad espandersi, nonostante gli impegni presi, dalle varie maggioranze, per rendere Senato e Camera meno affollati. In tal modo si investono altri pacchi di milioni di euro, in acquisti o in affitti sfrattando altri abitanti veri e stabili.
Concludo col capitolo sulle indennità e sulle diarie parlamentari nonché sui contributi per le segreterie. Un decennio fa (non un secolo fa) la paga di un parlamentare si aggirava sui 14 milioni di lire più 4 per le segreteria, l'equivalente di 7.000 e 2.000 euro rispettivamente. Oggi, fra indennità e diaria, un deputato percepisce circa 9.500 euro (+ 35-36 per cento) e riceve 4.200 euro di rimborso mensile per le segreterie (+ 110 per cento). Aumenti assai cospicui o addirittura vertiginosi, accompagnati dai rimborsi sui trasferimenti aeroportuali (altri 3-4.000 euro al trimestre) e sulle spese telefoniche (circa 3.000 euro all'anno). In un decennio è davvero tanto, troppo. La paga di un decennio fa era già tale da ripagare anche un certo professionismo della politica. Oggi siamo ben al di là. Discorso analogo per presidenti di Regione, di Provincia e Sindaci. Ricordo il buon Ugo Vetere o lo stesso Diego Novelli i quali percepivano, all'inizio degli anni '80, una indennità davvero irrisoria: 1 milione e 100 mila lire al mese. Se non avessi la pensione da militare
, mi confidò un giorno Vetere. I sindaci delle grandi città meritavano ben più di quella mortificante indennità. E non mi scandalizza il fatto che oggi stiano sui 9 mila euro al mese avendo mille e cento cose da fare. Né che gli assessori siano remunerati decentemente. E' che tutta la catena delle retribuzioni si è arricchita davvero in eccesso: consiglieri comunali, provinciali e regionali (questi ultimi hanno sempre guadagnato bene, per la verità), ma anche presidenti e consiglieri di circoscrizioni. Oggi i sindaci di Roma, Bologna, Bari, Palermo, Milano, Catania, Torino percepiscono fra 9.800 e 9.100 euro mensili lordi. I loro colleghi di Firenze, Genova, Livorno, Napoli, Verona e Padova stanno fra i 7.600 e i 6.900 euro lordi al mese. Poco più sotto i sindaci di Brescia, Prato, Messina e Trieste.Va di lusso, come si legge su La Repubblica del 23 maggio, ai consiglieri regionali del Veneto i quali si sono ritagliati ben 12.500 euro netti, fra indennità e diaria, aumentata del 35 per cento per il governatore e del 20 per gli assessori. Avendo rimborsate anche le spese per i funerali. Moltiplicate la cifra di poco sopra per 60 consiglieri e avrete un costo totale di 750.000 euro netti al mese e di 9 milioni di euro netti all'anno per il Consiglio regionale veneto. Il numero dei consiglieri varia da Regione a Regione e non tutti guadagnano certo come i loro colleghi veneti (ma i siciliani credo che siano anche più fortunati).
Una volta la politica specie a livello locale e provinciale era volontariato, all'eccesso, di stampo ancora ottocentesco, e quindi essa non era consentita a chi non avesse redditi medioalti. Adesso tutti sono remunerati come valenti professionisti a tempo pieno (e oltre) della politica e invece lavorano malamente essendo piuttosto scadenti. Andare alla Camera ed uscirne depressi per il livello medio dei discorsi che si sentono è tutt'uno. Del resto, secondo una indagine Censis-Sole 24 Ore, fra 2000 e 2006, sono aumentati percentualmente in Parlamento soprattutto i dirigenti e i funzionari di partito (del 12 per cento a Montecitorio e del 14 a Palazzo Madama) e, in misura minore, i giornalisti. Mentre i ceti professionali, dirigenziali e imprenditoriali risultano in fuga, nonostante le paghe elevate. Non sono bei segnali, in nessun caso.
La leadership che manca
Andrea Romano su La Stampa
Stasera sapremo se il test elettorale avrà assestato l'ennesimo colpo a una politica che nel giro di una sola settimana sembra essere sprofondata nella sua crisi più grave dal 1992. Ma già ora sappiamo che lo stato di crisi è stato dichiarato preventivamente da una classe dirigente che ha cessato di sentirsi tale, quasi a mettere le mani avanti nell'eventualità di un collasso di sistema. Così come sappiamo che il problema è italiano e non dell'universo mondo. Perché altrove la politica funziona benissimo, là dove dispone di leadership capaci di mettersi in gioco per raccogliere consenso intorno alle proprie idee.
Più dei costi e dei privilegi, più della scarsità di giovani e di volti nuovi, la nostra malattia si chiama difetto di leadership. Ovvero l'assenza di quella qualità che trasforma un'élite politica in una classe dirigente, quando sa assumersi la responsabilità di rischiare la faccia per svolgere bene e fino in fondo il lavoro che ha scelto. Può sembrare un difetto antico e ineluttabile, connaturato alla nostra indole nazionale. Ma non lo è. Nei suoi momenti più vitali l'Italia repubblicana ha conosciuto grandi leadership politiche sia al governo sia all'opposizione. Classi dirigenti che hanno saputo guidare difficili processi di trasformazione e mobilitare i rispettivi elettorati su progetti ambiziosi, e non certo per la forza del clientelismo o per il fascino di visioni di palingenesi.
La grande illusione della Seconda Repubblica si chiude invece con lo spettacolo di una classe dirigente che si dichiara preventivamente inabile al compito che le era stato affidato più di dieci anni fa. E che si comporta di conseguenza, a sinistra come a destra. Il Partito democratico dovrebbe riformare la politica italiana - o addirittura la politica in quanto tale, nelle interpretazioni più entusiastiche - ma nell'attesa del grande evento trasmette soprattutto uno stucchevole senso di familismo e subalternità. Quello che viene da un gruppo di comando nel quale Petrini, Rovati e Bassolino prendono il posto di Chiamparino, Illy e Cacciari. E dove chi come Walter Veltroni potrebbe giocare già ora una partita per la leadership, pienamente politica ma altrettanto rischiosa, attende per farlo il momento in cui non avrà più avversari di fronte a sé.
Sul fronte del centrodestra, nel frattempo, il dominus unico si compiace di giocare con le candidature più estemporanee - come quella di Michela Vittoria Brambilla - solo per minacciare i suoi alleati ormai indisciplinati. È una duplice fuga dalle responsabilità che si è alimentata a un decennio di stanca e tranquilla sopravvivenza e che oggi rappresenta la prima sorgente dell'antipolitica. Perché un ceto politico che ha cessato di essere classe dirigente può sopravvivere solo coltivando il cinismo e la rassegnazione.
Le stesse reazioni al discorso di Montezemolo hanno rivelato quanto sia equamente distribuita questa coscienza di debolezza dei vertici. Dinanzi a un pezzo di società civile reale - non quella immaginaria su cui ha tanto fantasticato la Seconda Repubblica - che poneva l'urgenza di una politica forte e responsabile, i capi dei due schieramenti hanno dato l'impressione di aver concordato un'identica risposta: ognuno pensi al suo orticello, ma la politica è cosa nostra e ci pensiamo noi. E solo tra coloro che sanno di avere una chance oltre l'angolo più vicino - Veltroni e Casini prima di tutti - è emersa la disponibilità a discuterne.
Viene allora da pensare che la possibilità di tornare a parlare il linguaggio della leadership passi per un rimescolamento dei confini tra centrodestra e centrosinistra.
Finora quei confini sono stati violati solo in nome dell'emergenza, per poi tornare alla bonaccia delle identità. Oggi potrebbero essere messi in discussione da una politica che non abbia paura di rischiare la faccia per tornare a essere forte. E che provi a rispondere all'antipolitica con una piena assunzione di responsabilità.
Pezzotta: il Partito democratico? Non c'è posto per noi cattolici
Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera
MILANO L'inizio, come si dice, è tutto un programma, "di certo bisogna riconoscere a Rosy Bindi di averci provato". Savino Pezzotta è un bergamasco tenace e diretto, non usa l'ironia per eludere le domande. Si parla di famiglia e della conferenza governativa di Firenze, e da lì alle prospettive politiche dei cattolici il passo non è poi così lungo. Difatti il portavoce del "Family Day", tutto considerato, non le manda a dire: "Guardo con preoccupazione alla fine, nel Partito democratico, della cultura del cattolicesimo democratico di matrice sturziana e degasperiana. Non per tirare in ballo Gramsci, ma l'esigenza che in Italia ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste eccome. Lo dico così, senza volermi contrapporre a nessuno. Come si esprimerà non lo so ancora. Ma di certo è una necessità che si avverte fra la gente. E mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta".
Perché dice che il ministro della Famiglia, a Firenze, "ci ha provato"?
"Abbia pazienza: Prodi ha detto una cosa, Padoa- Schioppa un'altra, Visco un'altra ancora, alcuni ministri manco c'erano. Problema: che farà il governo domani? Spero che Rosy riesca a metterli d'accordo...".
Prodi ha assicurato che i due terzi del "tesoretto" andranno alle famiglie...
"Bene, io stesso avevo chiesto si destinasse a loro. E sarebbe accettabile se i due terzi, in effetti, lo fossero".
E non è così?
"Ahimè, no. Si parla di politiche sociali che certo hanno influenze sulle famiglie, ma non sono interventi specifici sul tema. È un po' come quando, da sindacalista, distinguevo tra spesa assistenziale e previdenziale. Tra emergenza e prospettive. Il governo deve saper distinguere e avere il coraggio di scegliere".
In che senso?
"La famiglia è un'altra cosa. Certo i poveri vanno aiutati e subito, si figuri! Se Prodi dice che vuole farlo sono contentissimo, del resto ricordo bene l'allarme lanciato dall'arcivescovo Bagnasco sulla povertà. Ma sono due piani diversi: è un tema che terrei distinto dalle politiche familiari, le quali hanno bisogno di continuità nel tempo, anche oltre il "tesoretto". E pure le famiglie vanno aiutate da subito, ne va del futuro del Paese".
Sì, ma come si fa?
"Con buona pace degli "altolà" di Padoa-Schioppa, il governo dovrebbe definire nel Dpef e in Finanziaria tre priorità: debito pubblico, famiglie e contrasto alla povertà. Punto. Parliamoci chiaro: l'Italia destina alle famiglie l'uno per cento del pil, la metà della media europea, un terzo di Francia e Germania, un quarto dei Paesi scandinavi. È troppo chiedere che si arrivi almeno al livello dell'Europa? Quanto agli altri, interessi e corporazioni varie, si mettano in fila".
Qualcosa che ha apprezzato di Firenze?
"La proposta del ministro Bindi di creare un tavolo bipartisan per garantire continuità alle politiche familiari. È un'idea di sostanza, un metodo che dovrebbe coinvolgere anche le associazioni familiari e andrebbe allargato alle questioni eticamente sensibili. La vita non può essere un compito del governo, il parlamentare deve poter riconquistare la sua libertà. Questo è stato l'errore sui Dico. E per questo ho trovato sorprendenti gli interventi di Pollastrini e Amato".
Sorprendenti?
"Sui Dico o il testamento biologico la loro intransigenza è inconcepibile. Un po' di prudenza, andiamo: perché affermare cose che turbano la nostra coscienza? Significa non aver capito niente di quanto è successo al Family Day. Non vedere che c'è un popolo che ha detto: fate altre cose. Piero Fassino e, ogni tanto, Rosy Bindi lo hanno compreso".
C'è chi dice: con i principi "non negoziabili" addio democrazia.
"E perché? Per un laico democratico la libertà o la giustizia sono forse principi negoziabili? Se uno mette in discussione i miei principi mi oppongo e poi si vede, no? No: non si vuole che parliamo! E poi faccio una battaglia laica, mica chiedo di sposarsi in Chiesa".
Già, ma a chi nel centrosinistra cerca un dialogo come risponde?
"C'è chi ha scelto di convivere? Per carità. Non li obbligo ad andare in Comune né in Chiesa. E so che hanno dei bisogni da risolvere sul piano della loro scelta individuale: attraverso il diritto comune, il codice civile. Tutto qui. Ma la questione di fondo è un'altra".
Quale?
"La visione antropologica. C'è chi ritiene non si debba destrutturare la società ma mantenere come punto costitutivo la famiglia e chi invece ha un'idea di società individualista e libertaria. Due visioni del mondo difficilmente conciliabili".
Eppure conciliare quelle visioni sarebbe l'ambizione del Partito democratico, no?
"Io non so se ce la fanno. Ho già detto che non entrerò nel Pd e sto a vedere che succede. Mi siedo sulla riva del fiume. Per carità, i miei amici popolari possono rischiare...".
E ai "teodem" che direbbe?
"Li invito ad assumere la virtù della prudenza. È meglio prendersi un po' di tempo in più e fare le cose per bene".
Ma non sta andando troppo per le lunghe?
"Mah, io avrei pensato al Pd come a un "partito area", un contenitore nel quale le diverse tradizioni politiche avessero potuto mantenere la loro identità e autonomia. Forme organizzate che si associano. Un luogo che garantisse alla mia cultura di vivere. Ma non è avvenuto".
Quindi?
"Mi batto per i miei valori, per una cultura che in Italia deve mantenere la capacità di esistere. Perché devo annullarmi, scomparire?".
Addio bipolarismo?
"Ma no, semmai sono per un bipolarismo mite. Non dico questo contro nessuno. Nel sindacato ho sempre vissuto un rapporto sereno con i comunisti. Si può vivere anche nella diversità. Certo, bisogna semplificare il quadro politico, ma il pluralismo non è in contrasto con il bipolarismo".
In un convegno su don Mazzolari ha detto a Veltroni: non mettetelo nel Pantheon.
"Il Pantheon è l'inizio del declino dell'impero. Quando non si riusciva più a governare hanno messo là tutti gli dèi perché in realtà ce n'era uno solo: l'imperatore. Per questo detesto il sincretismo".
Parlava del "popolo" del Family Day...
"Sono sommerso da e-mail che ci incitano ad andare avanti".
E ora?
"Non è che ce ne torniamo a casa. Ci sono altre questioni eticamente sensibili: il testamento biologico, per dire. Questa è la svolta del Family Day: il mondo cattolico non è più solo un serbatoio di voti, ma una soggettività che può mettere in campo i propri valori".
Una firma contro i trucchi
Stefano Ceccanti su l'Unità
Mettiamoci nei panni di un normale elettore del centrosinistra, anche quello naturalmente più fiducioso e non troppo esigente.
La legge Calderoli viene approvata a fine legislatura dal solo centrodestra a gioco quasi iniziato: il peggiore dei modi (secondo gli standard del Consiglio d'Europa) unito al peggiore dei contenuti, che distrugge il rapporto di rappresentanza e che colpisce la governabilità (tanto il cerino sarebbe passato all'Unione). Il povero elettore indignato va a votare anche per questo.
Va a votare, insieme a molti altri, per le primarie dell'Unione nelle settimane in cui si approva la legge e crede in buona fede che il centrosinistra vittorioso nei primi mesi della nuova legislatura la cancellerà: in fondo c'era unità granitica nell'opporsi. Resta certo vero che le regole si approvano insieme, ma essendo quello un frutto unilaterale si riscrivono dopo averlo tolto di mezzo, anche da soli. Il suddetto elettore si convince ancora di più durante tutta la campagna elettorale, quando i candidati in testa di lista fanno a gara nello scusarsi perché saranno eletti con quel sistema. Tutti sappiamo che in politica c'è una certa dose di propaganda e ciò che si dice va sempre filtrato, ma qui troppe volontà convergenti ripetute convincono l'elettore che quella legge potrà essere usata solo per un'elezione. Arrivata l'Unione a Palazzo Chigi, l'elettore comincia però a seguire con una certa preoccupazione il lavoro, pur generoso e instancabile, di facilitatore del Ministro Chiti. Se appare infatti normale che una parte del centrodestra che ha votato quella legge faccia fatica a smentirsi proponendo modifiche radicali e che un'altra parte, l'Udc, ne proponga addirittura di peggiorative, resta incomprensibile il balbettio di molti partiti del centrosinistra, disponibili solo a ritocchi marginali. L'elettore comincia a chiedersi se ciò accada per difendere delle rendite di posizione e vede che volta per volta chi possiede la "golden share" 2 o 3 senatori mette il veto su questa o quell'azione della maggioranza, anche su quelle comprese nel Programma. C'è chi fa forzature contro una politica estera che si assume la responsabilità di critiche agli alleati, ma che non può certo basarsi sullo slogan "Buttiamo a mare le basi americane"; c'è chi prende in ostaggio i Dico scambiandoli per un attentato alla Costituzione e a valori non negoziabili e che non si ferma poi neanche alle letture più fondate della Carta e dei valori comuni proposte dal magistero laico del Presidente della Repubblica. E così via. C' è quindi da stupirsi se di fronte a tutto ciò si sia rotto il rapporto tra parte dell'elettorato del centrosinistra e il Governo dell'Unione? Non necessariamente nella forma eclatante del ritiro del voto, ma in quello di uno scetticismo pronunciato, che può preludere a quella scelta. Non può bastare all'elettorato, abituato su altri livelli, dal Comune alla Regione, a vedere chi vince trasformare la realtà, la retorica tardoandreottiana del "tirare a campare per non tirare le cuoia" che funzionava in un sistema bloccato. Di fronte a questo quadro c'è lo strumento del referendum, della raccolta di firme contro la legge Calderoli.
Il panorama dei soggetti sociali, associativi, si crea sempre in questo modo, come accaduto negli anni '90: partono per primi coloro che hanno antenne sensibili sul territorio o di elaborazione culturale, senza particolari vincoli politici di parte (da Cittadinanzattiva, alle Acli, alla Fuci, a Arcidonna), poi seguono le associazioni di interessi, che, dopo essere state tentate di appoggiarsi sulla debolezza della politica per dettare l'agenda si accorgono che quell'azione è capace di interdire ma non di decidere in positivo (la Confindustria). Il dilemma sul che fare giunge quindi al cuore del sistema politico. Alleanza Nazionale è stata il primo partito a scommettere sul referendum.
A questo punto non si può allora chiedere a chi si appresta a fondare il Partito Democratico di pagare oltre al danno anche le beffe: di ostacolare l'unico strumento in grado di bocciare la legge Calderoli regalandone la primogenitura a una parte di coloro che l'avevano votata. Se fino alle amministrative, momento-chiave di convergenza, valeva la pena di attendere con prudenza che alcuni partiti dell'Unione si convincessero di modificare in Parlamento i pilastri di quella legge, l'apertura delle Feste dell'Unità alla raccolta segnala che il tempo della pazienza unilaterale è finito. Del resto se si vuole togliere dalla scena il referendum perché avrebbe effetti negativi sulla tenuta della maggioranza o anche per suoi esiti di merito, la via alternativa sarebbe pronta: sia al Senato sia alla Camera giacciono proposte semplicissime di un articolo per tornare al Mattarellum, un buon sistema che conosciamo e da cui si potrebbe ripartire per andare anche oltre. Se però si criticano i ds per l'apertura delle feste al referendum e ci si oppone anche a quella legge semplicissima, significa che si vuole condannare il Paese a un degrado crescente, facendo identificare nella coscienza comune il Governo dell'Unione come una delle cause di quel degrado. Per questo dare la possibilità agli elettori di centrosinistra di firmare in massa significa, al contrario, curvare il significato del referendum nel segno di una politica che risponde alle domande che essa stessa ha in parte evocato, che fa quello che dice, senza doppie verità, una per gli elettori e una per il ristretto gioco politico. L'inerzia non sarebbe l'alternativa all'antipolitica, sarebbe il suo migliore brodo di coltura.
Spudorati dialoghi su sanità e politica
Mario Pirani su la Repubblica
Sta diventando stucchevole la polemica sui costi della politica. Si spendono tante belle frasi ma di comportamenti virtuosi non c´è traccia. I valori affermati al mattino vengono smentiti nello spazio insolente di poche ore.
Quante volte, ad esempio, i lettori di questa rubrica hanno letto le documentazioni sulle scorribande di partito nella Sanità; e quante volte le accorate dichiarazioni di ministri e leader di centro sinistra e centro destra, sulla esigenza di vietare ai partiti l´ingresso nelle corsie? Ora anche il "Corriere" con un editoriale di Pietro Ichino (23/5) è venuto a dar man forte alla nostra campagna denunciando con indignazione, sulla base di un dialogo intercettato, le pressioni subite dal direttore generale di una Asl lombarda da parte di una consigliere regionale di Forza Italia per strappare la nomina di un primario chirurgo all´ospedale di Melzo. Data che la Sanità di Formigoni viene vantata come il fiore all´occhiello di tutto il centro destra, ho cercato qualche particolare in più. All´origine vi è l´esemplare resoconto di un cronista delle pagine milanesi del nostro giornale, Davide Carlucci, che riporta il 16 maggio il verbale conclusivo della Procura di Lodi in un procedimento a carico di 13 persone, compreso il direttore generale, ai vertici dell´Asl di Melegnano, per corruzione, peculato ed altri reati. Nel corso dell´inchiesta la GdF intercetta una telefonata della consigliera regionale di Forza Italia, Antonella Maiolo, nominata da Formigoni "sottosegretaria" alle pari opportunità e ai diritti del cittadino (sic!), che, in vista delle elezioni per il rinnovo del mandato, investe il suddetto direttore generale, Maurizio Cecchettin, perché non ha ancora firmato la delibera per la nomina a primario chirurgo di un suo raccomandato, il dott. Gabriele Massaia.
"Cosa ci vuole per firmare una delibera? Basta un minuto e mezzo.
E´ urgente perché gestisce 4000 lettere in cui ha consigliato il voto di preferenza e che non mi firma se non ha questa cosa in mano. Sono in apprensione... ". Ma Cecchettin obbietta che il primario che dovrebbe lasciare libero il posto, il dottor Mentasti, "si è messo di traverso e non vuol firmare l´atto. Abbiamo dovuto sodomizzarlo per farglielo firmare". " Ribatte la sottosegretaria ai diritti del cittadino: "Ha fatto bene a sodomizzarlo. Ma chi è questo Mentasti?". "Nu grande strunzu" risponde il direttore che si profonde in dichiarazioni di disponibilità: "Lei sa che io sono un suo devoto, sono un zerbino per lei, se ha bisogno di uno che le porti le borse io sono qua". All´apparizione delle intercettazioni, come ogni buon politico che si rispetti la Maiolo (sorella della più conosciuta Tiziana, assessore regionale), s´indigna di brutto: "Se avessi commesso irregolarità sarei indagata!". In effetti la sua chiacchierata non è considerata reato anche se nell´indagine l´autorità giudiziaria afferma che "è palesemente evidente la pressione politica esercitata nei confronti del direttore generale".
Ed ecco un´altra storia. Nel 2005 a Napoli la giunta regionale entrò in fibrillazione proprio per le nomine sanitarie. Anche lì venne fuori una intercettazione in cui l´onorevole Giuseppe Petrella (Ds) strattonava malamente il direttore generale dell´Asl 2 di Napoli, Pier Luigi Cerato, perché non si era attenuto all´ordine di nominare direttore sanitario un tal Di Pietro (in quota ai Verdi di Pecoraro Scanio) come da accordo fra i partiti e di aver proceduto di testa sua, nominando un altro. Il Cerato balbetta: "Questo Di Pietro non ha i titoli. E´ improponibile". E Petrella esclama, tra l´altro: "Hai fatto una cosa sbagliatissima. Qui scoppia un bordello politico mai visto con tutto il centro sinistra. Devi prendere la delibera e stracciarla" Ma Cerato obbietta: "Pino, ma non posso stracciarla". "Col partito e con noi è finita". "La magistratura aprì un´inchiesta e Petrella non venne ripresentato alle elezioni. Si disse che Bassolino per risarcirlo lo avrebbe raccomandato come vice ministro della Sanità in caso di vittoria di Prodi. Ma la promessa (se ci fu) non ebbe seguito. E´ arrivato però l´altro giorno il premio transregionale di consolazione: la nomina effettuata da Marrazzo, presidente del Lazio, di Petrella a presidente del Consiglio di indirizzo e verifica (una specie di consiglio di amministrazione) di uno dei più importanti Irccs (Istituto di ricerca e cura) di Roma, l´Ifo (ex Regina Elena e S. Gallicano).
Ciò detto tutta Italia è paese ovvero destra o sinistra per me pari sono.
L'insicurezza quotidiana
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Una vasta risonanza mediatica s'è avuta sui patti del ministero degli Interni con i sindaci di Roma, Milano e altre grandi città per la sicurezza pubblica. Si tratta di contrastare le "ondate di reati predatori", furti o rapine, e di affrontare le "sacche urbane d'illegalità", traffici di droga, insediamenti abusivi, risse notturne, bande di teppisti armati. Quei patti, s'intende, avranno scarsa efficacia se gli organici della polizia saranno ancora insufficienti e se i vigili municipali non basteranno per gli annunciati controlli di quartiere.
Risonanza non minore aveva suscitato già la notizia, trasmessa dal Viminale a Montecitorio, secondo la quale 36,5 su cento reati commessi nel 2006 sarebbero imputabili a residenti stranieri. Ossia in larga misura immigrati, ultima stima 4 milioni, al 19,4 per cento clandestini o fuori legge. Dinanzi a simili dati, non avrebbe certo senso l'insorgere d'una generale xenofobia. Ma nemmeno sarà una consolazione sociologica ricordare che la criminalità micro e macro è già largamente diffusa tra la popolazione italiana, mafie o camorre comprese. Anzi, proprio per questo motivo è dissennato importare altra illegalità.
Non tutte le nazionalità d'immigrati, è da chiarire, figurano tra quelle dei più frequenti accusati. Quasi mai filippini e polacchi. Secondo le cronache, invece, vengono spesso accusati nomadi, rumeni, albanesi, maghrebini e altri africani. Molte voci solidaristiche si levano a loro tutela, ma rimane una constatazione di fatto, senza il minimo intendimento xenofobo e discriminatorio. I fermi di polizia in flagrante si moltiplicano, i tribunali risultano allo stremo. Che fare, allora, "in nome della legge"? Ora si discute in particolare sul caso dei nomadi, che affollano le periferie. A Roma, s'è deciso di ospitare in quattro "villaggi della solidarietà" quattromila nomadi. Ma ce ne sono ancora diecimila o più nei campi lungo le rive del Tevere o dell'Aniene, che il prefetto assiduamente visita, descrivendo poi con apprensione i loro costumi per concludere che teme l'insofferenza della gente intorno fino a un razzismo incontrollabile.
E' diverso il caso dei cinesi a Milano, quella monoetnica e ingombrante Chinatown, con le sue invadenti e frenetiche attività commerciali, non senza intemperanze rissose. Da via Sarpi e dintorni, almeno i grossisti dovrebbero traslocare dov'erano gli stabilimenti Alfa Romeo. Ma il progetto è osteggiato dai sindaci di Arese, Garbagnate, Lainate, Rho, a parte la disponibilità degli interessati messa in forse dai rappresentanti cinesi.
Il fenomeno più inquietante, almeno in prospettiva, rimane tuttavia l'immigrazione africana. Premesso che inevitabilmente si dovrà tentare tutto il possibile per assistere con soccorsi e investimenti quel tragico continente, non si può ignorare la questione demografica e ancora eludere i limiti sostenibili dei flussi migratori. La popolazione dell'Africa oggi viene stimata in 877 milioni, che un secolo fa risultavano 170. E' non solo irragionevole, ma ingannevole, ignorare che le sanatorie delle migrazioni clandestine attraverso il Mediterraneo sollecitano altre ondate di moltitudini alla ricerca d'una sussistenza con qualsiasi mezzo. Fino a quando?
28 maggio 2007