Il Presidente della Confindustria lancia il suo manifesto: la politica
è in piena crisi, per risolverla serve il modello d'impresa. L'unico che fa il bene dell'Italia. Più che un'autocandidatura personale è un «ordine di scuderia». Accompagnato dai dettami del liberismo sociale. Freddo Prodi: «Si commenta da solo». Entusiasta Berlusconi: «E' il nostro programma». Interessato Fassino: «Sono i nostri obiettivi». Giordano al manifesto: «Prediche inaccettabili»
La discesa in campo
Massimo Giannini su la Repubblica
L´ultima relazione da presidente di Confindustria, la prima prolusione da leader di partito. Non c´è bisogno di scomodare Giambattista Vico e la teoria dell´eterogenesi dei fini, per capire che il discorso di Luca di Montezemolo ha l´ambizione, l´orizzonte e il respiro di un manifesto politico. Un bel discorso, sia chiaro. Solido, ben costruito, ben argomentato. Ma appunto, un discorso assai poco «economico», come si converrebbe a un corpo intermedio che dà voce al ceto produttivo. E invece autenticamente «politico», come confermano le numerose incursioni in tutti i campi solcati dalla modernità: le riforme istituzionali e l´immigrazione, la legge elettorale e il terrorismo, la scuola e le relazioni transatlantiche. Un discorso che riflette un pantheon culturale in cui non sono citati Adam Smith o Milton Friedman, ma Winston Churchill e Tony Blair.
È difficile non condividere l´analisi di Montezemolo. La sua rivendicazione orgogliosa del ruolo delle imprese, che in questi anni hanno reagito all´ineluttabilità del declino. Soprattutto la sua requisitoria spietata contro tutti i vizi e i vezzi della partitocrazia. Il suo atto d´accusa impietoso contro il Palazzo che a poppa «prende il sole e litiga», mentre a prua l´Impresa rema e fatica per far camminare la nave. La sua condanna esplicita a un sistema politico che non sa modernizzare il Paese, ma che in compenso rappresenta «la prima azienda italiana con quasi 180 mila eletti», e costa quasi 4 miliardi di euro.
La diagnosi sui mali endemici della nazione è indiscutibile. Intercetta e amplifica quel sentimento sempre più diffuso nella società italiana, che abbiamo ribattezzato come «la crisi della politica». Registra e spiega quel distacco sempre più profondo tra gli elettori e gli eletti, che produce stanchezza del presente e sfiducia nel futuro. Con un´astuta miscela di verità oggettive e di sfumature demagogiche, Montezemolo punta il dito contro un bipolarismo malato, che litiga ma non amministra, e contro un parlamentarismo esasperato, che parla ma non decide.
Non sono forse questi i problemi di cui si lamenta non solo l´establishment economico, quando vive sulla propria pelle l´inefficienza delle pubbliche amministrazioni, ma anche la gente comune, quando fa la fila alla posta o fa colazione al bar? Non sono forse questi i disastri nei quali ormai si rispecchia la stessa nomenklatura, quando discute inutilmente dei problemi che essa stessa ha creato o non sa risolvere, dalla vergogna delle liste elettorali bloccate allo scandalo umiliante dei rifiuti ammassati in Campania?
Montezemolo cavalca con destrezza lo Zeitgeist, lo spirito di questo tempo inquieto e disincantato. Sfiora più volte il crinale del qualunquismo, ma senza mai cadere in quel baratro, grazie a qualche «clausola di salvaguardia». Boccia i due poli, ugualmente impauriti dal cambiamento. Mena fendenti sul centrosinistra, ma si premura di dare atto a Prodi «di non aver mai messo in discussione» il taglio del cuneo fiscale. Lamenta l´insostenibilità di una pressione fiscale che fa delle imprese italiane le più tartassate d´Europa, ma denuncia un´evasione fiscale altrettanto intollerabile per un Paese civile.
Detto tutto questo, c´è più di un equivoco da chiarire. Intanto almeno un merito, al governo in carica, andava riconosciuto: il risanamento dei conti pubblici, in un solo anno, non era facile né scontato, ed è la premessa irrinunciabile per qualunque azione di rilancio dello sviluppo. Ha fatto male Montezemolo a tacerlo, e ha fatto bene Bersani a ricordarlo. E poi il processo alla «casta» sconta un limite evidente. Il «pubblico ministero» che lo istruisce rappresenta, a sua volta, un´altra «casta». Non meno coinvolta dalla crisi di rappresentanza e dal «vuoto morale» di cui soffre la politica.
Ma se davvero Confindustria vuole essere «classe generale», ed ha la pretesa di parlare per il «tutto» pur rappresentando solo una «parte», non può non vedere l´abisso dei molti errori che, a sua volta, ha compiuto e continua a compiere. Dov´erano gli imprenditori, mentre il sistema delle scatole cinesi rendeva sempre più asfittico il mercato finanziario, mentre il malaffare prosperava in Cirio e Parmalat, mentre Telecom affondava nei debiti e metteva in piedi la più pervasiva rete di spionaggio dell´Occidente? Dov´erano gli imprenditori, mentre nei 5 anni di legislatura berlusconiana si faceva strame delle regole elementari della democrazia, a colpi di conflitto di interessi e di leggi ad personam, e si approvava a maggioranza un´abominevole riforma elettorale, pensata solo per rendere ingovernabile il Paese?
Ribellarsi è giusto, diceva Lenin. Ma c´è un limite.
Ma tutto cambia se invece il suo progetto mira a qualcos´altro. E qui le opzioni possibili sono almeno tre. C´è l´ipotesi che si tratti di un progetto terzaforzista, che punta ricostruire un centro autonomo e a rilanciare la logica andreottiana e antistorica dei due forni. C´è l´ipotesi che si tratti della piattaforma programmatica di un potenziale «governissimo»: il partito democratico più un pezzo di Cdl, tagliando fuori le ali estreme da Rifondazione alla Lega, indicate chiaramente come la palla al piede che paralizza l´Italia e la trasforma nel Paese dei veti incrociati. C´è infine l´ipotesi che si tratti dell´ultimo avviso di sfratto all´attuale «governicchio»: continuate così, e sarete spazzati via dallo tsunami dell´anti-politica, dalla quale emergerà un capo-popolo, o meglio ancora un´élite tecnocratica, capace di ricostruire la trama interrotta del cambiamento.
Nell´ambiguità politica del suo messaggio, da ieri Montezemolo può essere una risorsa spendibile per ognuno di questi tre sbocchi possibili. Già si considera (anche lui, come Mario Monti e chissà chi altri) una «riserva della Repubblica». Pronta all´uso (o all´abuso) di una sua presunta e ancora indimostrata «funzione istituzionale». Eppure, in una democrazia degna di questo nome, chi si vuole misurare in politica lo fa passando dal basso del verdetto dell´urna, non dall´alto di un´autoinvestitura tecnocratica.
Chi alimenta l´antipolitica
Giorgio Bocca su la Repubblica
Da cosa nasce l´antipolitica? Dalle grandi come dalle piccole cose. Dalla globalità che ha ucciso le nazioni, dal commercio mondiale che ha asservito l´informazione, dal linguaggio globale incomprensibile, dalla maggioranza dei viventi, dalle guerre senza ragione, dal relativismo di cui si lamenta la Chiesa ma anche da indecenze minori di cui è ancora protagonista il cavaliere di Arcore; per esempio l´indicazione a sua erede di una donna vistosa e antipolitica, la quarantenne Michela Vittoria Brambilla, già modella e testimonial di calze da donna, che abita in una villetta della pedemontana lombarda con un marito e duecentoquarantacinque tra cani, gatti, piccioni, cavalli e asini.
Una che si è capito cosa intende per politica dalle trasmissioni di «Ballarò» dove sfodera le sue gambe, i suoi capelli rosso fuoco e la sua prepotenza berlusconiana perché non ragiona ma afferma, se prende la parola non la molla più, parla a vanvera di ciò che non sa, guardata con ammirazione anche dagli avversari, professori emeriti che riconoscono in lei la forza del denaro e dell´attivismo.
Di fatti antipolitici grandi e piccoli ce ne sorbiamo uno al giorno e ce li serve caldi caldi quel maestro dell´antipolitica che è Silvio Berlusconi, ultimo il trionfo del Milan Football Club ad Atene, il capo del governo, l´uomo che ha reinventato la destra italiana, che per molti italiani è il nostro piccolo De Gaulle che corre felice con figli e nipoti su un campo da gioco sollevando una coppa, un trofeo sportivo raggiunto con una spesa di decine di miliardi, offrendo al paese la sua posa gladiatoria insieme al calciatore Inzaghi! Come non essere antipolitici se la politica è questa? Come non essere antipolitici se la classe politica è quella raccontata da Gian Antonio Stella? Come non essere antipolitici se ogni giorno si scopre che il marcio è salito per le scale del potere, qua sei magistrati che coprivano la mafia, là un maggiore dei carabinieri che organizzava estorsioni.
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Come si fa a non essere antipolitici se la politica estera è giocare di furbizia con le grandi potenze partecipando alle loro guerre ma senza combatterle, spedendo dovunque i nostri corpi di interposizione che sono tali finché i nemici non decidono di attaccarli. Come si fa a non essere antipolitici se chi governa il paese e chi lo avversa piuttosto che informare il paese lo copre e addormenta con il catastrofismo.
Come si fa a non essere antipolitici quando vescovi e ministri d´accordo continuano a dire che milioni di italiani «non arrivano alla fine del mese». Ma per fortuna non è vero, in Italia nessuno muore di fame. Come si fa a non essere impolitici se i politici condividono l´affermazione dell´ex ministro Lunardi secondo cui «con la Mafia bisogna pure convivere» e come se non bastassero le Mafie, le 'ndranghete, le Sacre Corone per impedire il buon governo ci si mettono anche i cittadini onesti come quelli della Val Susa che hanno detto no per delle buone ragioni all´alta velocità ferroviaria nella loro valle ma continuano a dire no quando in tutte le valli di Europa l´alta velocità è passata. Come non essere antipolitici se il modo attuale di far politica consiste nell´ignorare o nell´evitare i problemi del presente per riscoprire quelle del passato come le finte guerre di religione e il finto revisionismo storico che consiste nel cancellare quel poco di buono che c´è stato nella nostra storia recente nella rivalutazione delle pagine più indecenti. Come non avere motivate paure sulla tenuta della nostra democrazia e della nostra Repubblica?
"Poca etica, troppe promesse così la politica annaspa"
Vittorio Ragone su la Repubblica
ROMA - Presidente Scalfaro, pensa anche lei che l´Italia politica stia rischiando un ritorno al '92? Il discredito, le inchieste
Quell´anno lei aveva il migliore degli osservatori. Fu eletto al Quirinale il 25 maggio. Oggi la politica è di nuovo sotto tiro. Avverte gli stessi segni di crisi?
«Qualcosa sì; però osservo che le persone che hanno lanciato o stanno lanciando l´allarme nel 1992 c´erano già tutte, e tutte ricoprivano incarichi di responsabilità; dunque sono tutti consapevoli delle cause più gravi che determinarono quella pesante crisi».
Ammesso che la storia possa ripetersi in forme analoghe, quale è il suo consiglio?
«Io resto convinto che quella caduta, che coinvolse in modo particolare Dc e Psi, cioè i maggiori responsabili dell´attività di governo di allora, fu fondamentalmente di valore etico. Dal punto di vista politico infatti i due partiti, che avevano lottato da decenni per la libertà e la democrazia, non furono sconfitti. Anzi, ebbero ragione sull´antagonista storico, il Pci. La caduta della Dc e del Psi non fu politica, avvenne sui temi etici e dell´amministrazione dello Stato».
Con il solido aiuto della magistratura di Borrelli e Di Pietro.
«Che alcuni magistrati abbiano compiuto degli eccessi io da capo dello Stato lo denunciai presiedendo il Csm. E nel saluto di fine anno del '98 parlai di interrogatori condotti con il tintinnio delle manette. Ma ci fu allora, effettivamente, una pagina di disonestà di considerevole ampiezza. Non si trattò, come qualcuno ha sostenuto, di una persecuzione. Il male esisteva, ed è quel male che spezza la fiducia del cittadino».
Ora come allora?
«Sì. In più, ora come allora, si commette l´errore di non mantenere fede agli impegni presi davanti all´opinione pubblica. Si annuncia che verranno fatte certe cose per poi agire diversamente. E alla fine arrivano i titoli dei sondaggi: "Il 70% dei cittadini non ha fiducia né nel governo né nel parlamento". Come si fa a meravigliarsi?».
Una critica in particolare modo al centrosinistra, visto che è al governo.
«Questo tema certamente riguarda tutti, non solo il centrosinistra. Io chiedo: nel momento in cui alcune forze si accingono anche a creare un nuovo partito, siamo sicuri che c´è una volontà assoluta di cacciare chi non si comporti onestamente, qualunque forza numerica abbia con sé? C´è la volontà di rimboccarsi le maniche per non ricadere nei vecchi vizi? Si è pronti a evitare che si riformino le correnti, intese non come impostazione politica che crea una positiva dialettica ma come meri gruppi di potere? Il potere fine a se stesso, mi permetto di dire con linguaggio evangelico, è diabolico, è sterminio della persona. E francamente qualche campanello d´allarme in questi mesi, a proposito del tesseramento per esempio, o del finanziamento ai partiti, lo sento».
Tra i "vizi" riemersi dal passato ci sono i costi della politica. I partiti sembrano rendersene conto. Il governo annuncia tagli, i presidenti delle Camere pure. Fra tanti sprechi denunciati, quale colpirebbe per primo?
«Ci sono spese per le consulenze - nelle Regioni e nelle Province in modo particolare - ingiustificabili. Che una macchina amministrativa possa avere bisogno d´un consulente medico o giuridico non meraviglia. Ma risulterebbero, a quanto pare, stuoli di consulenti, e questo serve solo ad accontentare coloro che non sono stati eletti. Più in generale, bisogna evitare che la politica costi tanto. La gente non lo accetta. Bisogna saper temperare la normale, istintiva critica che il cittadino formula verso coloro che hanno investiture pubbliche. Il Parlamento deve compiere il primo passo, ridurre i benefici ma non a partire dalle prossime elezioni: a partire da domani».
Vede altri comportamenti che allontanano cittadini e politica?
«Su una realtà già così critica è andata a piantarsi una legge elettorale, quella con cui è stato eletto questo parlamento, che è la peggiore in assoluto dall´alba della Repubblica. Per la prima volta il Paese non ha un deputato o un senatore che siano eletti dai cittadini. La legge in vigore dice più o meno: tu sei il capo di un gruppo di trenta o quaranta parlamentari. Hai conquistato 25 posti, dammi i nomi. Cinquanta posti, dammi i nomi. Tutto questo nulla ha a che fare con la parola democrazia, che vuol dire governo di popolo».
Forse questo pericolo percepito potrebbe spingere a riprendere con l´opposizione il cammino delle riforme anche dopo la bocciatura del progetto della Cdl. Non crede?
«Il 25 e 26 giugno dell´anno scorso si votò - votarono più di 16 milioni di cittadini, con il no oltre il 60% - il referendum che bocciò la riforma voluta dal centrodestra. Nel risultato pesò senza dubbio il timore del federalismo leghista, che aveva spaventato l´elettorato. Ma c´era un altro tema dominante, quello che fu definito da Leopoldo Elia il "premierato onnipotente". Gli autori della riforma volevano un primo ministro col potere di mandare a casa il Parlamento, un´ipotesi che corrodeva il cuore stesso della Costituzione varata nel 1948. Oggi non si parla più esplicitamente di questo nelle varie impostazioni, ma torna la volontà insistita di rafforzare il capo dell´esecutivo, ora ribattezzato primo ministro. Io non ho una posizione pregiudiziale contro l´aumento del potere del premier, se può servire; a condizione però che questo aumento del potere non sia pagato dalla mortificazione del Parlamento. Ma se il sistema desse al premier la stessa investitura a suffragio universale che si dà al Parlamento, nella logica politico-parlamentare si concentrerebbe su di lui una potenza più che sufficiente a prevalere».
C´è anche un´altra ragione di inquietudine. Dopo il referendum i responsabili maggiori delle coalizioni annunciarono la modifica dell´articolo 138 che presiede alla revisione costituzionale, in modo da impedire che in futuro le riforme siano votate a maggioranza semplice, col governo del momento. Bisogna richiedere comunque una maggioranza qualificata che deve coinvolgere l´opposizione. Ma su questo c´è silenzio. Conosco proteste e preoccupazioni da parte di cittadini che nei Comitati si sono fortemente impegnati per la vittoria nel Referendum del giugno scorso. Per mantenere la fiducia è essenziale dare ascolto».
Bush vince e la guerra si protrae senza scadenze
su l'Unità
La Camera e il Senato degli Stati Uniti hanno approvato la legge da 100 miliardi di dollari che permetterà di continuare a finanziare le operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan. Il voto arriva dopo un accordo con la Casa Bianca che ha portato i democratici, che controllano il Congresso, a rimuovere ogni riferimento a date di scadenza per l'impegno militare in Iraq, per evitare un veto del presidente George W.Bush. Si è così concluso un braccio di ferro con la Casa Bianca che si protraeva da quattro mesi.
La maggioranza democratica in entrambi i rami del Congresso federale nei giorni scorsi aveva accettato di rinunciare all'imposizione di limiti temporali per l'impegno bellico in Iraq, non disponendo in aula dei numeri necessari e ottenendo in cambio di una serie di provvidenza destinate soprattutto ad accontentare l'ala "liberal" del partito, delusa dal compromesso raggiunto con l'amministrazione e con gli avversari repubblicani. Il presidente Bush durante una conferenza stampa precedente al voto era ricorso all'argomento della paura per ottenere il risultato sperato.
Nelle sue previsioni volutamente apocalittiche aveva preannunciato nuovi lutti a un' America sempre più stanca. Ammonimenti che avevano fatto da sfondo anche alle angosce dei candidati presidenziali, alle prese con il rischio di giocarsi la Casa Bianca nel 2008 per un voto difficile da spiegare agli elettori.
I democratici ne escono totalmente sconfitti. Fino all'ultimo momento soprattutto i senatori Hillary Clinton e Barack Obama si sono interrogati su come votare, salvo poi votare contro. Mentre John Edwards - che non è più in Congresso - tuonava contro chiunque dia nuovi «assegni in bianco» a Bush in Iraq. Già nel 2004 il candidato dei democratici John Kerry si era trovato in difficoltà a spiegare i propri voti sull'Iraq e la guerra "infinita" che sembra destinata, tuttavia, a mostrare il proprio effetto anche nel 2008.
Oltre a missili e bombe, gli israeliani e i palestinesi sembrano intenti a scambiarsi paradossali favori politici. Nessuno dei quali, purtroppo, è destinato a frenare il conto alla rovescia che spinge il Medio Oriente verso la più grave delle sue crisi. Ieri le forze israeliane hanno arrestato una trentina di esponenti di Hamas tra i quali figura un ministro in carica. La misura è stata decisa nell'ambito delle risposte di Gerusalemme al lancio di razzi Qassam contro il Negev,ma al di là delle considerazioni di sicurezza due conseguenze appaiono inevitabili.
Nuove polemiche internazionali derivanti dalla linea dura nei confronti di politici eletti, e soprattutto un parziale ricompattamento tra le fazioni palestinesi che fino a ieri si facevano la guerra. Gli avversari di Israele ringraziano, così come ringraziano, per gli stessi motivi, ogni qualvolta la reazione militare di Tsahal appare sproporzionata all'offesa.
Eppure erano stati proprio i palestinesi, nelle scorse settimane, a fare a Israele il regalo più grande e probabilmente più durevole. A Gerusalemme il governo Olmert barcollava sotto l'esemplare severità della commissione d'inchiesta sulla condotta della guerra in Libano. L'espansionismo sciita promosso dall'Iran aveva finalmente scosso le capitali arabe sunnite, inducendo Ryad a rilanciare un tentativo negoziale. Gli stessi sauditi avevano promosso la rinascita del governo palestinese di unità nazionale tra Fatah e Hamas, incontrando l'appoggio di principio degli europei ma anche, quel che più conta, quello di un Bush bisognoso di successi per bilanciare la catastrofe irachena. Sembrava, insomma, che la trattativa israelo-palestinese dovesse tornare alla ribalta, e questa volta era la parte israeliana ad apparire sotto pressione.
Ebbene, come hanno reagito i palestinesi a questa non trascurabile opportunità? Riaccendendo la sanguinosa faida armata tra Hamas e Fatah, portando Gaza assai vicino alla guerra civile, riprendendo (da parte di Hamas) il lancio dei razzi Qassam contro Sderot e dintorni, svuotando insomma con i loro odii intestini non soltanto le iniziative di pace appena accennate ma anche l'immagine della causa palestinese già macchiata dal terrorismo.
New York rischia il grande declino come la Venezia del Cinquecento
Un posto di lavoro su quattro già trasferito all'estero. Così la metropoli che più incarna il trionfo occidentale potrebbe ritrovarsi ai margini del potere
Niall Ferguson sul Corriere della Sera
L'Asia avanza, potrebbe ripetersi la storia della Serenissima. Venezia appare il luogo meno probabile per affrontare le sfide della globalizzazione. In certe stagioni e in certi momenti della giornata, si direbbe che la Regina dell'Adriatico non sia ancora approdata al ventunesimo secolo, per non parlare del diciannovesimo e del ventesimo. Eppure, proprio perché la storia sembra essersene dimenticata, Venezia è il luogo ideale per riflettere sugli immani stravolgimenti economici che oggi avvengono sotto i nostri occhi. Perché il destino che toccò a Venezia circa cinque secoli or sono potrebbe essere il fato imminente della sua controparte nell'America del nord: la città di New York.
Proprio come l'economia mondiale lasciò in disparte Venezia verso il 1500, declassandola lentamente da metropoli a museo, così potrebbe accadere anche alla città che un tempo era il più grande deposito commerciale dell'oceano Atlantico. Non sono soltanto i banchieri americani a preoccuparsi che ormai Londra tratta più investimenti di New York, molto più considerevole è il movimento già in atto, identificato dall'economista di Princeton, Alan Blinder in uno studio recente, dal titolo «Quanti posti di lavoro americani potrebbero essere trasferiti all'estero?». Esaminando attentamente le attività più vulnerabili, via via che la concorrenza asiatica affronta la scalata al plusvalore, passando dalla manifattura ai servizi, Blinder stima che «qualcosa tra il 22 e il 29% di tutti i posti di lavoro in America sono già stati trasferiti all'estero o potrebbero esserlo nel giro di un decennio o due». Stiamo parlando di un posto di lavoro su quattro.
In questo momento negli Stati Uniti l'informazione è tutta presa dal problema dei lavoratori clandestini, la maggior parte dei quali proviene dal Messico. Costoro, tuttavia, competono con i lavoratori americani meno qualificati, braccianti agricoli e cameriere degli alberghi. La nuova generazione di laureati asiatici invece, con una formazione eccellente ma con salari ancora bassi, può restarsene a casa propria e farci concorrenza non solo con programmatori informatici e telemarketing, ma anche con contabili e analisti finanziari. Persino con avvocati esperti in diritto societario e trader di derivati. In una parola, entrando in competizione con i newyorkesi stessi.
Siamo davanti a un nuovo processo di orientamento dell'economia globale anche oggi? Indubbiamente. I quattrocento anni intercorsi dalla scoperta di Colombo hanno visto aprirsi una forbice spettacolare tra le fortune economiche del pianeta: l'arricchimento dell'Occidente e la stagnazione dell'Oriente. New York incarnava il trionfo occidentale. Nel corso del secolo passato, tuttavia, quel processo ha subito un'inversione di rotta, sulle prime a scatti e con conseguenze dolorose, ma sempre più inesorabile. Sin da quando il Giappone della dinastia Meiji ha dimostrato che gli asiatici potevano benissimo misurarsi con gli europei sia sul piano economico che militare, abbiamo assistito alla «grande riconvergenza». E negli ultimi vent'anni, l'Asia ha accelerato considerevolmente la sua rincorsa.
Ne è risultato uno spostamento percettibile nell'equilibrio di potere globale, paragonabile, nel suo significato storico, al grande balzo in avanti compiuto dall'Europa occidentale e dalle sue colonie dal tardo 1700 e per tutto il corso del 1800.
Dall'11 settembre a oggi, negli Stati Uniti si è fatto infinitamente di più per distruggere le reti terroristiche rispetto a quanto avvenuto in Europa occidentale. Se dovessi segnalare un unico evento di «elevata probabilità e con effetto devastante» che mi riempie di terrore, sarebbe un'azione di terrorismo nucleare diretto contro la capitale britannica. Venezia è stata fortunata nella gradualità del suo declino. Londra potrebbe non esserlo altrettanto. Il prossimo disastro che accadrà che sia in Europa, in Medio Oriente o in Asia ci ricorderà drammaticamente che l'ultimo porto sicuro è tuttora quello il cui ingresso è custodito dalla Statua della Libertà.
L´energia del vuoto, un mistero universale
Margherita Hack su l'Unità
Oggi conosciamo molto bene come si formano le stelle, come evolvono e come finiscono la loro vita, sappiamo che sono raggruppate in grandi continenti stellari -le galassie- e queste a loro volta in gruppi di poche decine di individui, o in grandi ammassi contenenti parecchie centinaia di galassie, e anche gli ammassi di galassie sono raggruppati a formare i superammassi. Sappiamo che galassie e ammassi di galassie sono immersi in uno spazio praticamente vuoto che espande e li trascina nel suo moto di espansione; quindi lo spazio non è un contenitore inerte di materia, ma è dotato di un´energia che lo fa espandere.
Oggi siamo riusciti ad osservare direttamente l´aspetto che aveva l´universo appena 380000 anni dopo il Big Bang, intendendo per Big Bang l´inizio dell´espansione; abbiamo osservato galassie formatesi quando l´universo aveva solo 700 milioni di anni, e dalla conoscenza della temperatura e della densità medie dell'universo possiamo calcolare temperatura e densità quando la scala dell'universo era migliaia di volte più piccola (intendendo per scala la distanza di due punti di riferimento, per esempio due galassie).
Le colonne di Ercole da superare sono rappresentate dall´intervallo fra 380000 anni, in cui ancora le galassie e le stelle non si sono ancora formate e i 700 milioni di anni in cui sono già osservabili le più antiche galassie. In questo intervallo di tempo si devono essere formate le prime stelle e le prime galassie. Solo grandi telescopi sensibili al lontano infrarosso riusciranno a «vedere» l´epoca di formazione di queste galassie primordiali. Ci riuscirà probabilmente il successore del telescopio spaziale Hubble.
Due grandi interrogativi aspettano una risposta: che cos´è la materia oscura? E cos´è l´energia oscura?
Oggi ci rendiamo conto che la materia che si «vede», che emette cioè una qualche forma di radiazione elettromagnetica, rappresenta solo il 4%; il resto fa sentire la propria presenza grazie alla sua forza di attrazione gravitazionale, ma non sappiamo cosa sia: in parte potrebbe trattarsi di stelle di bassa luminosità, come le nane brune, o grossi pianeti come Giove, o residui di grosse stelle finite come buchi neri, ma la maggior parte potrebbe essere costituita da particelle elementari che non interagiscono con la radiazione elettromagnetica: si ipotizza l´esistenza di particelle chiamate WIMP (Weakly Interacting Massive Particle) a cui i fisici stanno dando la caccia, per ora senza successo.
L´energia oscura è una delle ultime sorprendenti scoperte. Sappiamo che l´universo è in espansione. Sappiamo che la densità di materia (inclusa la materia oscura) non è sufficiente a frenare l´espansione così tanto da arrivare ad una successiva fase di contrazione; si supponeva però che la stessa materia presente nell'universo esercitasse una autogravità che avrebbe comunque rallentato l'espansione. Invece più accurate misure della distanza di lontane galassie hanno mostrato che in realtà l´espansione andava rallentando fino a quando l´età dell´universo era di 4 o 5 miliardi di anni. Poi ha cominciato ad accelerare, come se ci fosse una forza che si oppone alla gravità. Si ritiene che il vuoto abbia una forma di energia, circa costante, opposta alla energia gravitazionale. Quest´ultima avrebbe prevalso sull´energia del vuoto nei primi 4 o 5 miliardi di età dell´universo, e poi col diminuire della densità, l´energia del vuoto avrebbe prevalso sulla gravitazione.
Per conoscere meglio come è variata nel lontano passato la legge di espansione dell´universo è necessario osservare un gran numero di lontane galassie, quindi a epoche sempre più lontane nel tempo. Lo potranno fare i grandi telescopi dell´ESO (European Southern Observatory) , con i suoi 4 specchi di 8 metri di diametro, e quello appena inaugurato, LBT, (Large Binocular Telescope), una collaborazione fra Italia, Germania e Stati Uniti, situato in Arizona, sul Monte Graham e costituito da due specchi di 8,40 metri di diametro portati da un´unica montatura, simile a un gigantesco binocolo.
Questi grandi telescopi, che anticipano le tecnologie che saranno impiegate nel corso di questo secolo per costruire specchi di 50 e 100 metri di diametro, potranno anche mostrarci l'immagine diretta di pianeti extrasolari, che finora sono stati scoperti solo indirettamente, in conseguenza delle perturbazioni che causano al moto della loro stella.
Infine due nuove «astronomie» potranno mostrarci altri aspetti dell´universo. Si tratta dell´astronomia dei neutrini, e dell´astronomia gravitazionale.
Tutte le stelle emettono grandi quantità di neutrini nel corso delle reazioni nucleari che avvengono nel loro interno. Grazie all´assenza di carica e alla loro minuscola massa i neutrini traversano liberamente tutto il raggio stellare e giungono fino a noi. In ogni istante il nostro corpo è traversato da sciami di neutrini provenienti da stelle e galassie. La difficoltà di osservarli consiste nella difficoltà di catturarli e misurarli. Per ora si sono misurati solo i neutrini provenienti dal Sole e dalla supernova della Grande Nube di Magellano di cui osservammo l´esplosione nel febbraio del 1987. I «telescopi» per neutrini sono sempre situati sotto grandi masse di terra, montagne come il Gran sasso, o in profonde miniere, che arrestano tutte le altre particelle dei raggi cosmici, mentre solo i neutrini passano indisturbati. In grandi piscine contenenti trielina, o anche acqua, gli atomi colpiti da neutrini danno luogo a scintillazioni misurabili che permettono di contare i neutrini arrivati. Forse in questo secolo riusciremo a studiare tutto il cielo con i neutrini, a scoprire per esempio l´esplosione di lontane supernovae che la polvere interstellare ci nasconde, misurando l´arrivo dei neutrini, che esse emettono in enorme quantità.
Einstein aveva predetto che come una carica elettrica in moto genera onde elettromagnetiche, anche un corpo materiale in moto dovrebbe generare onde gravitazionali. Queste non sono state ancora osservate direttamente, anche se ci sono prove indirette della loro esistenza, fornite da una coppia di stelle di neutroni. L'Italia è impegnata nella ricerca della rivelazione delle onde gravitazionali con un grandioso strumento- VIRGO- una collaborazione italo-francese.
In tutte queste avventure astrofisiche del XXI secolo i ricercatori italiani sono presenti sia con le attrezzature dell´Osservatorio europeo dell´emisfero australe e dell´agenzia spaziale europea di cui l´Italia fa parte, sia col grande telescopio binoculare appena inaugurato, sia col telescopio nazionale Galileo situato alle Canarie, con la grandiosa attrezzatura per la rivelazione dei neutrini situata sotto il Gran Sasso, con l´interferometro VIRGO, con la partecipazione alla strumentazione di PLANCK, il satellite che andrà a studiare dettagli ancora più fini di quelli osservati dai suoi predecessori, delle caratteristiche dell´universo all'età di 380000 anni, per citare solo le imprese maggiori. Speriamo che i giovani che si affacciano oggi al mondo della ricerca abbiano la possibilità di sfruttare tutti questi straordinari strumenti e di potere iniziare la loro carriera di ricercatori nelle nostre università, nei nostri istituti di ricerca, senza essere costretti ad emigrare.