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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23-24 maggio 2007


Family day
apertura de
il Manifesto


Siamo il paese più vecchio d'Europa ma anche il più diseguale: pochi ricchissimi
e tanti poveri. Una famiglia su sei fa fatica ad arrivare a fine mese mentre quattro milioni di anziani tirano avanti con seicento euro mensili. Si allarga il divario tra Nord e Sud. E' la fotografia dell'Italia scattata dall'Istat, nel cui rapporto annuale lancia l'allarme economia: cresce poco e in maniera distorta. Unico dato positivo è l'essere diventati un paese di forte immigrazione


La Sinistra nella crisi della politica
editoriale di Ezio Mauro su
la Repubblica

CI SONO due strade per cercare di uscire dalla crisi della politica che è sotto gli occhi di tutti. La prima, è quella di denunciare i ritardi e gli abusi della classe dirigente – tutta – lavorando per una riforma del sistema che è necessaria e urgente, ma che forse è ancora in tempo per salvare le istituzioni dal collasso e per evitare che l´antipolitica diventi il sentimento prevalente del Paese. La seconda, è quella di puntare direttamente sul collasso del sistema, vellicando l´antipolitica per arrivare se non a una seconda ribellione popolare in quindici anni almeno a una delegittimazione dei poteri costituiti: in modo da aprire la strada agli "ereditieri", quel pezzo di classe dirigente che non sa fare establishment ma sa proteggere molto bene la sua dubbia imprenditorialità e la sua scarsa responsabilità, sperando addirittura di ereditare il Paese. Come se in una democrazia, anche malata, la cosa pubblica fosse scalabile al pari di un´azienda in crisi, trasferendo in politica il network italiano delle scatole cinesi che consente di comandare senza essersi guadagnati il comando, senza aver costruito o almeno riammodernato qualcosa – come un partito, un movimento, un sistema culturale – che parla ai cittadini e raccoglie il loro consenso semplicemente perché "poggia su una intuizione del mondo".
Bisogna dire che i partiti e i loro leader fanno di tutto per deludere chi crede nella prima strada, e aiutano chi punta sulla seconda. Solo la cecità e la sordità italiana consentono di dire che l´allarme nasce oggi, all´improvviso. In realtà, prima di Natale il Presidente della Repubblica Napolitano (destinato ad avere un ruolo come quello di Pertini, denunciando la crisi del mondo da cui proviene) aveva parlato chiaro e forte, lanciando un vero e proprio allarme per la "tenuta" della democrazia, lamentando il "distacco" tra politica, istituzioni e cittadini, ammonendo tutte le parti politiche, perché nessuna si illudesse di "trarne vantaggio". Cosa ci voleva di più? Siamo da almeno cinque mesi davanti al rischio conclamato di una regressione democratica, con lo Stato che ritorna Palazzo, separato, trent´anni dopo.
È chiaro che la sinistra, guidando il governo e il Paese, ha le responsabilità maggiori di questo disincanto democratico, ed è naturale che ne subisca le conseguenze maggiori, in termini di consenso. Ma è altrettanto chiaro – e ripeto quel che ho scritto altre volte – che c´è qualcosa di più generale, di sistemico, che sta intaccando le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico senza distinzioni, perché salta ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo che di tipo culturale, dunque è la doppia anima della politica che viene colpita. Tutta la politica.
Quando il sistema dei partiti fa lievitare in modo indecente i costi della politica e si trasforma in "classe" privilegiata, autoprotetta e onnipotente, controllando gli accessi, premiando l´appartenenza, puntando sulla cooptazione dei fedeli e dei simili, lottizzando ogni spazio pubblico con l´umiliazione del merito, corrodendo così la stessa efficienza della macchina statale, allora diventa impossibile fare distinzioni tra destra e sinistra. Quando a tutto questo si aggiunge da un lato l´esercizio disinvolto e automatico del denaro pubblico per mantenere e far crescere questo sistema autoreferenziale e dall´altro lato l´esibizione pubblica dei privilegi, diventa difficile non parlare di "ceto separato", un tutt´uno dove le differenze culturali e politiche che – per fortuna – dividono e connotano i due schieramenti di destra e sinistra finiscono per essere travolti dal sentimento indistinto di rifiuto e di lontananza che cresce tra i cittadini.
Naturalmente l´anima originaria di Berlusconi, il suo istinto mimetico del senso comune dominante e il carattere della destra italiana possono portarlo a fingere di interpretare il risentimento democratico come una sua possibile politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma primaria di espressione del populismo, che se ne giova mentre la nutre. La sinistra, semplicemente, non può. Questo sentimento di progressiva perdita della cittadinanza – perché di questo si tratta – la colpisce al cuore, distrugge il canale di dialogo e di incontro con la sua gente perché fa venir meno una piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento: come se con l´agibilità dello spazio politico pubblico venisse a mancare un territorio in cui muoversi da cittadini consapevoli dell´ambito di libertà nostro e altrui, del portato di storia e di tradizione che ci definisce, dei nostri diritti e dei nostri doveri. In questo senso, è drammatico il vuoto di ogni proposta di cambiamento nel costume e nel metodo politico (la rinuncia alla lottizzazione, la riduzione drastica del numero dei ministri, il rifiuto dei privilegi, la riorganizzazione del tempo di lavoro del parlamento) da parte del centrosinistra tornato al governo, dopo il quinquennio berlusconiano. La sinistra radicale, mentre vuole cambiare il mondo vuole intanto cambiare anche il cda delle Ferrovie, per avere un posto. La sinistra riformista, non vede la riforma più urgente: e che credito riformatore può avere – si è chiesto qui Adriano Sofri – una politica che non mostri di saper riformare se stessa?



Decalogo per il palazzo
Mario Pirani su
la Repubblica

La crisi della politica è all´improvviso diventata il fatto del giorno. Nessuno minaccia il sistema democratico, però non vi è chi non percepisca l´ondata crescente di insofferenza e di distacco dell´opinione pubblica di ogni colore nei confronti di quello che è diventato un ceto sociale pervasivo, invadente, privilegiato e totalmente inefficiente. Sia di centro sinistra che di centro destra.
Ora tutti ne parlano, le interviste si sprecano e la propensione al dibattito fine a se stesso rischia una volta ancora di confondere, annoiare, ridurre tutto a una verbosa contrapposizione. Come se non ci fosse nulla da fare.
Eppure non crediamo sia così. Il ritardo accumulato è tanto ma è forse ancora possibile proporre ai cittadini una vera riforma della politica.
E´ un compito che spetta al centro sinistra se non vuole, presto o tardi, essere travolto (la destra può vivere anche nell´anti politica).
Occorre, però, avere una chiara percezione del pericolo e non ridurlo – illudendosi – ad un deficit di messaggio, a una carenza di comunicazione. No. Il baratro è nei fatti, nelle attese deluse, nei comportamenti senza differenza di qualità. E solo i fatti possono ridare fiducia e ricomporre il consenso. Fatti che debbono realizzarsi subito e tali da dare il segno del cambiamento. Ne elenchiamo alcuni, un´agenda possibile per una vera riforma.
Primo: cambio radicale dell´équipe di governo, subito dopo le elezioni amministrative, con accorpamento e riduzione netta dei ministeri, taglio della compagine dell´esecutivo (oggi 104 tra ministri e sottosegretari) con un massimo globale di 60.
Secondo: abrogazione delle leggi sullo spoyls sistem nella Pubblica Amministrazione.
Terzo: introduzione dell´obbligo del concorso con regole ferree e con classifica rigida (senza possibilità di scegliere fra rose di cosiddetti idonei) per tutte le nomine di pubblico interesse, dai primari degli ospedali ai direttori dei parchi ambientalistici, dai consiglieri di società partecipate a quelli degli organismi previdenziali.
Quarto: riduzione di un terzo del numero dei consiglieri regionali, provinciali e comunali.
Quinto: Rai liberata dalla presenza dei partiti. Nomina di un nuovo consiglio di amministrazione con personalità della comunicazione e della cultura di comprovata indipendenza di giudizio.
Sesto: abolizione del cosiddetto "panino" nei telegiornali Rai, con il falso pluralismo di dichiarazioni politiche suddivise secondo il modello artificiale tra tutti i partiti.
Settimo: eliminazione dei finanziamenti assegnati ai consiglieri per spese a loro libito, decise da alcune leggi regionali. Creazione di un elenco delle società ed enti inutili costituiti dalle Regioni e varo di un piano di tagli in proposito.
Ottavo: riduzione drastica dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali (dalle pensioni prima dei 65 anni e dopo mezza legislatura agli infiniti benefit).
Nono: introduzione delle primarie istituzionalizzate e regolate per le cariche elettive nel Parlamento, nelle Regioni e nei Comuni.
Decimo: istituzione di norme di accesso, di libera contesa e di elezione che rendano il Partito Democratico un organismo aperto alla società, contendibile, scalabile da forze giovani, palestra di idee e valori non trampolino per carriere sicure, il partito della riforma della politica.


Più vigore nelle riforme
La necessità di una politica forte
Mario Monti sul
Corriere della Sera

Deve esserci un certo nervosismo nella politica italiana. È difficile spiegare diversamente alcune reazioni all'articolo apparso martedì su queste colonne.
Diverse forze della maggioranza, notavo, esercitano pressioni sul ministro dell'Economia Tommaso Padoa- Schioppa, affinché tenga un atteggiamento meno rigido sulle pensioni, sugli statali, sul «tesoretto». «Meno tecnica e più politica» si vuole da lui. Ma i critici del ministro, osservavo, non si accorgono che egli in realtà sta difendendo il ruolo della politica (credibilità del governo di fronte agli impegni presi, rispetto delle generazioni future) mentre sono essi a comportarsi da tecnici, da esperti in «tecniche di sopravvivenza» applicate al governo. Di qui il titolo che è stato dato all'articolo («Sono i tecnici i veri politici»), che alludeva al paradosso della specifica situazione descritta.
Ricordato che i «costi della politica» sono anche i costi del non decidere, del decidere a vantaggio delle corporazioni, del decidere contro i giovani, esprimevo l'auspicio che prevalesse una politica all'altezza delle attese dell'opinione pubblica, anche per evitare che i cittadini disprezzino i politici. Concludevo che la tecnica della sopravvivenza dovrebbe lasciare più spazio alla politica, quella che interpreta i bisogni della generalità dei cittadini, compresi quelli che ancora non votano o non sono ancora nati.
L'esatto contrario, insomma, di «governi tecnici». Questi, a mio parere, non sono mai desiderabili in una democrazia. Se in determinati passaggi si è fatto ricorso a questa modalità di governo, anomala e non fisiologica, è in genere perché l'applicazione spinta di tecniche per le sopravvivenze politiche particolari ha impedito al «tutto» politico di funzionare con sufficiente efficacia.

Che la politica recuperi vigore nelle riforme, è ancor più necessario se si guarda alla lucida analisi di Lucia Annunziata ( La Stampa, 23 maggio). Non c'è solo la casta dei politici, che è oggi nel mirino. Ci sono tante caste nella società italiana. Una politica forte, che non esaurisca tutte le sue energie nella concorrenza tra le parti politiche, è vitale per imporre il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi. È la politica per dare più spazio al merito e alla concorrenza, che su queste colonne viene discussa e promossa, con il contributo di più voci. È la politica sulla quale il recente forum Corriere della Sera-Università Bocconi ha richiamato l'attenzione della società civile. Speriamo che si possa continuare a farlo senza alimentare ipotesi fantapolitiche.


La montagna di rifiuti e il paese stile Copenaghen
In Campania migliaia di tonnellate riciclabili buttate via ogni giorno. Con una eccezione.
A Mercato San Severino, poco distante dai cassonetti bruciati, la spazzatura non è «tragica emergenza»
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Ma cosa sono: marziani? C'è chi davvero vorrebbe poter dipingere gli abitanti di Mercato San Severino come extraterrestri di pelle verde con le antenne. Perché quel paesotto a una manciata di chilometri dai cassonetti bruciati e dalle montagne di immondizia nauseabonda dimostra che no, la «tragica emergenza» denunciata anche dal capo dello Stato non è affatto un destino ineluttabile della napoletanità. Basti dire che per le strade non c'è un solo cassonetto e la raccolta differenziata è al 60% contro lo 0,4% della vicina Sarno.
È tutto lì, il problema. Nel capire come mai due cittadine geograficamente vicine siano così drammaticamente distanti. Una è in provincia di Salerno, l'altra anche. Una si picca di avere origini normanne, l'altra anche. Una è governata dal centrodestra, l'altra anche. Eppure, stando ai rapporti di Legambiente del 2006, una è 125 volte più virtuosa. Perché? Questione di scelte, spiega Giovanni Romano, docente universitario di storia e geografia, sindaco di Mercato San Severino negli anni della svolta e oggi (non potendo più essere rieletto) vicesindaco rispettato anche dagli ambientalisti di sinistra nonostante sia vicino ad An.
«Il primo passo è stata la rimozione di tutti i cassonetti: da quel momento ognuno si tiene la propria immondizia in casa. Cosa assolutamente educativa: della "tua" spazzatura devi farti carico tu. Tre volte la settimana, nei giorni dispari, passiamo a ritirare i rifiuti umidi. Una volta ogni sette giorni la carta e la plastica. Ogni due settimane l'alluminio. Due volte la settimana il sacchettone nero del materiale non riciclabile, che rappresenta non più del 40% del totale e che a quel punto potrebbe andare direttamente agli impianti del Cdr, per essere trasformato in ecoballe. Ecoballe buone, non quelle schifezze che oggi escono dagli impianti campani».
Su ogni sacchetto va incollato un codice a barre. Chi è più bravo e rispettoso delle regole paga meno tasse. Niente Tarsu: solo la Tia, tariffa igiene ambientale.
Come nei Paesi nordici.
Quelli che ogni giorno vengono indicati a modello da chi discetta sulla impossibilità di adottare quaggiù, sotto 'o Vesuvio, gli stessi comportamenti dei norvegesi o degli svizzeri e sospira citando l'antica definizione di Montesquieu: «La plebe napoletana è molto più plebe delle altre». E l'allarme rosso che dilania la Campania e spacca il mondo della politica e scatena la rabbia di decine di migliaia di cittadini che appiccano il fuoco a immense cataste di immondizia?
Si ferma appena più in là. A Nocera. A Sarno. A Palma Campania, che per secoli era stata il cuore di una piana fertilissima dove Spartaco sconfisse il pretore Pulcro e Alfonso d'Aragona andava a caccia col falcone e ora, cancellati i racconti dei nonni intorno al mitico Dragone, un fiume sotterrato dall'eruzione pliniana del Vesuvio, non ha più il sottosuolo ricco d'«acque purissime, pozzi, cisternoni, cunicoli» ma avvelenato da decenni di gestione scellerata delle discariche. Enormi cave nella cui pancia, stando alle testimonianze dei vecchi, furono «buttati rifiuti tossici provenienti da tutta Italia e dall'estero e perfino dall'Africa». «L'invenzione più pericolosa del Ventesimo secolo non è stata la bomba atomica ma l'immondizia» scrisse un giorno Luciano De Crescenzo, davanti al panorama spaventoso del dolce entroterra napoletano cantato dai viaggiatori del Grand Tour adesso stuprato. Un mondo di spighe di grano e distese di ciliegi e di noccioli stravolto al punto che, come ha denunciato sul Corriere del Mezzogiorno Simona Brandolini, la Campania ha oggi il 43% del totale del territorio inquinato italiano e nel triangolo Acerra- Giuliano-Villaricca si conta una percentuale di malformazioni infantili dell'84 per cento più alta rispetto alla media nazionale.

Tredici anni di stato di emergenza. E siamo ancora lì. A Grisignano d'Aversa la Erreplast di Antonio Diana, un'azienda leader nel recupero di materie plastiche, è costretta a comperare in giro per l'Italia e all'estero 50 tonnellate al giorno di bottiglie e contenitori e prodotti plastici vari da riciclare. Pochi chilometri più in là, a Caivano, il più grande e moderno degli impianti di Cdr costruiti negli anni scorsi tra proteste e barricate e minacce camorriste, spiegano affranti che, tra le 7.200 tonnellate di rifiuti trattati ogni giorno (potrebbero essere duemila ma non c'è più posto per accatastare la roba), vengono buttate via «almeno 1.900 tonnellate di carta e cartone e 370 tonnellate di vetro e 400 tonnellate di plastica».
Tutto materiale che nei Paesi seri rappresenta una ricchezza e potrebbe produrre energia elettrica e acqua calda da immettere nelle condotte cittadine. E che qui finisce invece, tra gli ingegneri che scuotono la testa, in una spropositata e infernale spelonca in cui i camion, dopo essersi messi in coda anche per una giornata e una nottata intera, svuotano il loro ventre di plastiche e spaghetti avanzati, scatolette e liquami e scarti di magliette e borsette di cuoio dei laboratori clandestini dei Quartieri spagnoli o dell'immediata periferia. Una massa putrida e informe nella quale, tra nugoli di mosche e moscerini, affondano le braccia meccaniche manovrate lassù in alto da Gennaro e Angiolino che dietro a un vetro spostano enormi mucchi di immondizia per fare posto a nuovi carichi e smistare più roba possibile verso gli esofagi d'acciaio che inghiottono il pattume, lo tritano, lo sminuzzano e lo pressano fino a trasformarlo in grandi cubi insaccati nel cellophane e subito avviati a nuovi parcheggi giacché lo sconfinato terreno a fianco è già stato interamente occupato da colossali piramidi di monnezza che attendono, un giorno, chissà, di essere bruciate.
Bruciate quando? Boh… Il termoinceneritore di Acerra, a dieci minuti di macchina, è ormai «quasi» finito. Nonostante le manifestazioni di protesta guidate fianco a fianco dal sindaco e dal vescovo. Nonostante le indagini della magistratura che ha ipotizzato l'accusa di truffa. Nonostante gli strilli di una fetta di ambientalisti e no global e marxisti- leninisti arrivati a bollare l'impianto, identico a quello messo in funzione senza proteste «dentro» Copenahgen, come «mostruoso e pericolosissimo» e «imposto con la repressione delle masse popolari e la militarizzazione del territorio».



Un'altra vita per i rifiuti
Mario Tozzi su
La Stampa

Li abbiamo gettati via senza domandarci dove sarebbero andati a finire fino a che non hanno cominciato a rigurgitare fuori dalle buche in cui speravamo di averli seppelliti per sempre. E abbiamo rischiato di vederci sommersi da tonnellate di rifiuti di ogni tipo, compresi quelli tossici e pericolosi. Allora abbiamo cominciato a recuperare quello che era possibile e abbiamo visto che conveniva: vetro, carta, legno, plastica, metallo trovavano una seconda vita. Oppure a dividere la frazione secca da quella umida. O anche a incenerire i rifiuti per recuperare energia.

Ogni italiano produce oltre 600 kg di pattume all'anno: un problema dentro casa, ma un affare fuori per le ecomafie che hanno tutto l'interesse di non arrivare mai all'azzeramento dei rifiuti (uno dei motivi per cui in Campania la questione non si risolve). Naturalmente ciò comporta un grave danno ambientale, e c'è da sperare che il caso della discarica di Serre - spostata in una zona più adatta dal punto di vista ambientale - rappresenti un primo passo positivo, visto che è stata la stessa popolazione a indicare il nuovo sito dopo aver rifiutato il primo.

Ma qualcosa si può fare. L'opzione più intelligente e più eco-compatibile è ridurre i rifiuti all'origine, in pratica soprattutto gli imballaggi che costituiscono circa il 40% in peso e il 60% in volume di tutti i rifiuti solidi. È possibile che col tubetto del dentifricio o della maionese si debba acquistare per forza anche un'inutile scatola di cartone? E che fine hanno fatto i bastoncini netta-orecchie di plastica vegetale che si dissolvono nell'acqua dopo l'uso? E siamo sicuri che sia una società sana quella in cui l'involucro è arrivato a costare più del contenuto?

La seconda strada è quella del riciclaggio, la via maestra per inquinare meno e non sprecare materie prime e energia. Basti pensare all'alluminio, uno dei metalli più sfruttati al mondo e che proviene da un minerale di cui non esistono riserve infinite. Con cosa costruiremo gli aeroplani o le pentole del futuro, se l'alluminio prima o poi finirà? L'unica via è utilizzare l'alluminio già impiegato in precedenza: per ottenere 1 kg di alluminio per questa via ci vogliono solo 2000 kilocalorie, quindi, rispetto a 1 kg prodotto direttamente dalla bauxite (per cui ce ne vogliono 48.000), si risparmiano 46.000 kilocalorie. Se si raddoppia la vita media di un materiale automaticamente si dimezzano i consumi di energia, i rifiuti, l'inquinamento e l'esaurimento delle materie prime.

Nel caso dei rifiuti umidi (i resti dei pasti) basterebbe riportare tutta quella massa di potenziali nutrienti organici nel ciclo naturale, invece che in discarica, per poter fare parzialmente a meno dei 23 milioni e mezzo di tonnellate di fertilizzanti chimici gettati ogni anno nelle campagne. E pensare che il compostaggio della frazione umida era consuetudine antichissima delle campagne italiche. Ma anche il recupero dei metalli era già in uso nella Roma imperiale degli scrutarii, i cercatori di materiali ancora utili, dal piombo al ferro, non trascurando vetri e ceramiche.

Ci sarebbero poi gli inceneritori che, si dice, abbattono drasticamente il volume e il peso dei rifiuti e permettono di recuperare anche calore e energia elettrica, con un recupero energetico di materiali che altrimenti sarebbero andati perduti. Non tutto si riesce a riciclare (vedi le stoviglie di plastica usate) e una lattina in alluminio ha il potere energetico di accendere per tre ore un piccolo apparecchio tv. Non è però quella la destinazione migliore per una materia prima perché la termovalorizzazione è comunque uno spreco energetico rispetto al risparmio che si otterrebbe comunque con il riciclaggio: l'energia che si ottiene in questa maniera è sempre molto minore di quella che è stata impiegata per fabbricare l'oggetto.



Che fare della monnezza campana
L'emergenza rifiuti non è insormontabile. Basta volerlo fare davvero
Almeno 15 anni di «errori» e cattiva volontà degli amministratori hanno prodotto una situazione folle. Ma le vie per rimediare ci sono. Per cominciare, abolire gli imballaggi su tutti i prodotti confezionati, da subito
Guido Viale su
il Manifesto

La questione dei rifiuti in Campania è un concentrato di tutte le crisi del nostro paese: crisi culturale, politica, amministrativa, economica, occupazionale, ambientale, urbana, sanitaria, securitaria: insomma, una bancarotta della democrazia.
La crisi nasce innanzitutto da una sottovalutazione della questione dei rifiuti, che continua ancor oggi a essere considerata un ambito settoriale e non un tema che incrocia tutti gli ambiti della vita, sia quotidiana che istituzionale. Ci si riempie la bocca con le parole crescita e sviluppo, senza rendersi conto che una gestione lungimirante del ciclo dei rifiuti e delle filiere che li generano può trasformarsi in una fonte di occupazione qualificata, di impresa innovativa, di reddito e di qualità della vita e dell'ambiente. Ma anche senza rendersi conto che non saper gestire i propri rifiuti distrugge la principale industria del territorio, il turismo, e «l'attrazione degli investimenti»: quella capacità che oggi mette in competizione tutte le città-regioni del mondo. Così le ambizioni di Napoli, capitale del Mediterraneo, insieme al cosiddetto «Rinascimento napoletano», sono state definitivamente affossate sotto un cumulo di monnezza.
In materia, destra e sinistra non hanno fatto nulla che le distinguesse tra loro. Quindici anni fa la giunta Rastrelli (An) aveva varato un piano dei rifiuti che attribuiva la parte onerosa del ciclo (la raccolta) ai comuni e ai loro consorzi, e quella in cui si guadagna (gli impianti) ai privati. Anzi, a un privato, la società Fibe, che con un'unica gara (sulla cui correttezza sono stati avanzati molti dubbi) si era aggiudicata costruzione e gestione di tutti gli impianti previsti dal piano: tre inceneritori e cinque impianti di trattamento meccanico-biologico (Mtb), comunemente chiamati Cdr (da combustibile ricavato dai rifiuti…)

Ma insieme agli impianti, alla Fibe era stato attribuita anche la scelta del sito in cui costruirli (per aggiudicarsi l'appalto i concorrenti dovevano già disporre delle aree) e questa, per convenienze sue, aveva scelto Acerra, l'area più infestata dai tumori di tutta l'Europa. L'amministrazione regionale aveva cioè abdicato da quella che è la funzione per eccellenza di chi ha responsabilità di governo del territorio, ma le due giunte successive (Bassolino) non hanno mai messo in discussione quelle scelte, nonostante che ve ne fossero tutte le condizioni (tanto è vero che il contratto con la Fibe alla fine è stato rescisso); e nonostante che i presidenti di tutte e tre le giunte fossero stati investiti dei poteri straordinari connessi alla gestione commissariale.
Per 15 anni si è lasciato che le cose corressero verso il baratro: percentuali irrisorie di raccolta differenziata; dieci milioni di «ecoballe» uscite dai Cdr: cioè balle di immondizia, vere e proprie bombe ecologiche, accatastate in immense piramidi, da fare invidia a quella di Cheope; quasi mille discariche illegali, ma non clandestine, di rifiuti industriali e ospedalieri provenienti da mezza Italia e gestite dalla Camorra; altre centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti che periodicamente si accumulano per le strade, fino a quando qualcuno non le incendia spargendo nell'aria più diossina di trenta inceneritori messi insieme; decine e decine di treni per portare nel resto dell'Italia e in Germania un gigantesco campionario dei nostri rifiuti made in Italy; decine di migliaia di lavoratori, un vero e proprio esercito, in cui si sovrapponevano gestioni comunali, appaltatori privati, consorzi a cui i comuni non hanno mai voluto cedere le competenze e, dulcis in fundo, Lsu (lavoratori socialmente utili) in carico alla giunta di destra, poi quelli delle giunte di sinistra

La gestione commissariale ha trasformato il cancro in metastasi, affidando la soluzione del problema alle stesse persone - i presidenti della giunta regionale - che, come titolari dell'ordinaria amministrazione ne erano stati esautorati. Ma anche quando la palla e passata al prefetto Catenacci (in una regione dove l'intreccio tra Camorra e rifiuti è il nodo da sciogliere) le cose non sono cambiate. Non perché lo scontro con la malavita organizzata sia stato troppo aspro, ma perché non c'è stato: per non disturbare i sindaci che non volevano «interferenze» nei loro feudi, fatti di appalti e gestioni dirette che spesso non arrivavano nemmeno al tre per cento di raccolta differenziata. Così abbiamo visto tanti sindaci indossare la fascia tricolore per mettersi alla testa di mobilitazioni contro le discariche decise dal commissario, ma nessuno fare la stessa cosa per impedire lo sversamento di rifiuti industriali mille volte più pericolosi nelle cave abusive gestite dalla Camorra, che tutti sanno dove sono e tutti sanno di chi sono.

Oltretutto, la gestione commissariale ha accentuato nella popolazione uno spirito di delega, per cui, a risolvere il problema, deve essere «lo Stato». Questo offusca la responsabilità diretta dei cittadini non solo rispetto alla raccolta differenziata (che con amministrazioni latitanti è peraltro impossibile fare); ma anche rispetto alla regolare riconferma di maggioranze e sindaci che nella gestione dei rifiuti vedono solo occasioni di malaffare e di clientele.
L'attuale gestione del commissario Bertolaso non promette di meglio, perché non sono cambiati i presupposti che ne definiscono gli obiettivi: cioè prender tempo - come si è fatto negli ultimi 15 anni - in attesa che siano pronti i tre impianti di incenerimento definiti dalla nuova gara di appalto da 4,5 miliardi di euro (avete letto bene: quattro virgola cinque miliardi di euro), divisa in tre lotti, ma andata deserta già due volte. Tanto che la Fibe, pur licenziata ed esclusa, è ancora lì al suo posto; a «finire il lavoro», come direbbe Bush. La Fibe, peraltro, si era aggiudicata la gara in project-financing, cioè anticipando il denaro dell'investimento, perché contava di recuperarlo con i proventi dell'inceneritore. Come ci insegna infatti il caso da manuale dell'Asm di Brescia, l'inceneritore è una macchina per fare soldi:

D'altronde, per costruirne uno, tra gare, progettazione, autorizzazioni e cantiere - ammesso, e ovviamente non concesso, che la popolazione non frapponga ostacoli - ci vogliono almeno quattro anni. Tutto il lavoro di Bertolaso per tappare i buchi in attesa dei nuovi inceneritori campani è dunque una fatica di Sisifo, che non farà avanzare di un palmo la situazione.
Che fare allora? La montagna di «errori» - per usare un eufemismo - accumulati negli anni sono una pietra al collo di chiunque si cimenti con il problema. La discarica che il nuovo commissario ha ottenuto di aprire a Serre (l'esito della vicenda dimostra comunque che ricorrendo fin da subito al negoziato si sarebbe probabilmente ottenuto lo stesso risultato in modo più rapido e meno traumatico) è appena sufficiente ad assorbire metà del milione di tonnellate di rifiuti che già ora si trova per strada. E poi?

Poi. Primo: bisogna ridurre drasticamente la produzione dei rifiuti. Non c'è alternativa: va vietata in tutta la regione, a tempo indeterminato e fino alla ricostituzione di uno stato di normalità, la vendita al dettaglio di prodotti imballati, sia alimentari che non (compresa l'acqua minerale e le bibite gassate), introducendo l'obbligo dei contenitori riusabili per la vendita dei prodotti sfusi, con esenzioni limitate ai soli casi in cui, per ragioni sanitarie, il rischio supera quello determinato dall'attuale accumulo di rifiuti per le strade. Si fa già da molte altre parti d'Italia e d'Europa. In Campania bisogna solo rendere generale e obbligatoria la cosa. Contestualmente, va fatto obbligo alla rete della distribuzione al dettaglio, e alle relative associazioni di categoria, di spacchettare i beni venduti e di avviare gli imballaggi agli impianti di recupero. Lo stesso deve valere per tutti gli inutili supplementi dei quotidiani e per la pubblicità cartacea. Da soli, gli imballaggi costituiscono il 40 per cento in peso dell'intera massa dei rifiuti urbani, ma fino al 60-70 per cento in volume.
Ne potrebbe anche nascere del buono. 1: la sperimentazione, da parte della cittadinanza, che si può vivere bene anche senza, o con molti imballaggi in meno; 2: la costruzione di canali di reverse-logistic (restituzione agli impianti di trattamento dei vuoti e dei prodotti dismessi) da parte dei commercianti e delle loro associazioni; 3: il potenziamento di detti impianti - molti possono essere realizzati e montati in pochi mesi; 4: lo stimolo per i produttori di beni di consumo - durevoli e non - a mettere in produzione articoli che comportino minor spreco di materiali. E' un esperimento che potrebbe far compiere alla Campania il salto di un'intera fase storica, trasformandola nel laboratorio di un'economia più sostenibile.
Secondo: la raccolta differenziata, per essere efficiente, deve essere fatta porta-a-porta, con una responsabilizzazione diretta non solo di ogni singolo utente ma anche, e soprattutto, degli addetti (alias, operatori ecologici). A questi spetta individuare le diverse tipologie di utenze servite, i loro problemi, e contribuire a trovare le soluzioni più acconce per ciascuna di esse con un confronto in seno ai rispettivi gruppi di lavoro.
E' una scelta organizzativa che professionalizza gli operatori, trasformandoli in lavoratori cosiddetti front-line. Richiede un'organizzazione capillare del servizio, la formazione continua degli addetti e, ovviamente, personale motivato, economicamente incentivato, e maggiori risorse: infinitamente meno, comunque, di quelle che sono state sprecate in anni di gestioni scellerate. L'esperienza insegna che si possono raggiungere percentuali di raccolta differenziata del 60-70 per cento anche in contesti urbani difficili in un anno o poco più. D'altronde alcuni centri della Campania questi obiettivi li hanno già raggiunti grazie agli sforzi dei loro amministratori: dunque, si può fare. La raccolta differenziata i cittadini la fanno volentieri e ne sono orgogliosi.
Terzo: la costruzione di nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico e/o la riabilitazione di quelli esistenti deve mirare a un ulteriore recupero di materiali dal rifiuto residuo (frazione organica stabilizzata, plastica, cartaccia e metalli). Le tecnologie per farlo sono disponibili e già ampiamente sperimentate e il residuo da destinare alla discarica può scendere fino al 10 per cento di quanto prodotto. A questo punto il miraggio degli inceneritori che ci liberino finalmente (e quando?) dai rifiuti perde ogni ragion d'essere: sia ambientale, sia anche, e soprattutto, economica.

Quarto: il pregresso, cioè le montagne di ecoballe. Viene la tentazione di dire: che restino lì, come le piramidi di Giza; a perenne monito dei rischi connessi alla riconferma di sindaci inetti. E invece no. Qui, in presenza di un impegno concreto della popolazione campana, e di poteri sostitutivi nei confronti di tutti i comuni e i consorzi inadempienti, si può chiedere per l'ultima volta alle altre regioni italiane di farsi carico di una parte almeno del loro smaltimento: in impianti dedicati (inceneritori e discariche) e non (centrali a carbone,cementifici) che siano in grado di contenere gli impatti di quel disastro. E' un debito che le altre regioni hanno contratto nel tempo, perché la maggior parte delle discariche abusive che inquinano la Campania sono state riempite con rifiuti provenienti da fuori.
Quinto: per quanto riguarda l'ordine pubblico, le cause della montagna di rifiuti che invade la Campania sono Camorra e corruzione o, più spesso, la contiguità tra Camorra e amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli. Per combattere entrambe non mancano le leggi (il codice penale), né gli strumenti (prefetti, polizia, carabinieri, guardia di finanza, magistratura).
Forse, qui come altrove, manca del tutto la volontà politica e, a monte, tra noi cittadini ed elettori, una cultura adatta ai problemi da affrontare.


L'Ocse promuove l'Italia: «Risanamento senza precedenti»
sommari de
l'Unità


Un risanamento «senza precedenti»: sono le parole nel rapporto dell'Ocse su quanto realizzato dal governo Prodi sui conti pubblici. Uno sforzo che ha portato «un forte aumento» della pressione fiscale, ma che ora potrebbe calare. La ripresa si sta avviando, l'Europa traina, il made in Italy si è ripreso.


«A Gaza intervenga una forza araba»
Amos Oz: servono truppe egiziane per garantire la sicurezza.
Elisabetta Rosaspina sul
Corriere della Sera

MILANO - Un giorno o l'altro smetteranno di piovere missili sui territori palestinesi e su quelli israeliani. Tornerà il sole anche sui campi profughi della Cisgiordania, sulla Striscia di Gaza e sulla confinante cittadina ebraica di Sderot, martellata dai razzi kassam. Amos Oz, uno degli scrittori israeliani più impegnati sul fronte della pace, ne è sicuro: «Alla fine ci saranno due popoli e due stati».
Ma quando è «alla fine»?
«La risposta sarebbe una profezia. Ed è difficile fare il profeta, venendo proprio dalla terra dei profeti. La concorrenza è troppo forte», sorride divertito Oz, in questi giorni a Milano per ricevere l'Ambrogino d'oro dal Comune e il premio «Uomo dell'anno 2007» dall'associazione «Amici del Museo d'Arte di Tel Aviv»;

«Alla fine» di che cosa, allora?
«Dopo cento anni di conflitto sappiamo entrambi, arabi e israeliani, che prima o poi dovremo raggiungere un compromesso.
Non so quanto ci metteremo, ma sono sicuro che saremo più veloci di voi europei che avete combattuto mille anni di guerre intestine sanguinosissime prima di trovare l'equilibrio e l'attuale assetto dell'Europa».

Il quotidiano Haaretz sta conducendo un sondaggio tra i suoi lettori: come deve comportarsi Israele in risposta ai missili Kassam sparati da Gaza su Sderot?
«Gaza, sfortunatamente, è in mano a bande armate di gangster. L'Autorità Palestinese non ha più il controllo del territorio. E non ce l'hanno nemmeno Fatah, Hamas e Jihad. A questo punto, mi pare necessario un intervento dell'esercito regolare egiziano».
L'Egitto dovrebbe mandare a Gaza le sue truppe?
«Sì. Per neutralizzare le milizie armate le forze di sicurezza palestinesi non bastano. Ci vuole un esercito regolare. Secondo me c'è una sola via d'uscita: un accordo trilaterale tra governo palestinese, Israele ed Egitto per l'invio di soldati egiziani a Gaza e la loro permanenza per uno o due anni».
E' sempre convinto che il nodo centrale siano i profughi?
«Sì. Se non si risolve questo problema, non si arriverà mai alla pace».

«Sono 60 anni che Israele sopravvive agli attacchi. E sopravviverà finché non si arriva alla pace. Ma per arrivare a un'intesa ci vogliono almeno due partner: non si può applaudire con una mano sola, dice un proverbio. Dobbiamo sopravvivere fino a un accordo di pace con tutti i nostri vicini».
Intanto i palestinesi sono in fuga anche nel nord del Libano, dai campi profughi di Tripoli.
«Ebrei o palestinesi, la situazione dei profughi rimane una tragedia. A provocarla non è la mancanza di terra per tutti. Ma l'esistenza di troppi fanatici, in Libano come in Israele. Il dramma del ventunesimo secolo è il fanatismo.
Non soltanto in Medio Oriente, ma in tutto il mondo. E' un fenomeno universale».
Si riferisce al fanatismo religioso?
«Ce ne sono tantissimi altri, in ogni campo. Ci sono l'estremismo di destra e quello di sinistra. Quello ambientalista. Ce n'è di tutti i generi e colori. Sono i fanatici la grande minaccia mondiale di questo secolo».



Cisgiordania, sequestrati 33 politici di Hamas
sommari de
l'Unità

Catturati dai soldati israeliani 33 dirigentidi Hamas, tra cui il ministro dell'Istruzione, il moderato Nasser Eddin al Shaer. Arrestati anche parlamentari e 4 sindaci tra cui quello di Nablus. L'accusa: il governo incoraggia e sostiene il lancio di razzi Qassam nella Striscia di Gaza.


L'INDAGINE DEL L'ESPRESSO
«Crescita dei tumori a livello di epidemia»
Sempre di più i veleni che si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel terreno: dal traffico all'inquinamento. Le angoscianti statistiche
sul
Corriere on line

ROMA - «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». Così «L'Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l'8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante- aggiunge l'Espresso- il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati».
Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un'impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie».

Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l'articolo- con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all'ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all'isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani».

I veleni - Addirittura, riferisce 'l'Espresso', secondo il ministero dell'Ambiente i veleni che si disperdono nell'aria, nell'acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l'onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l'inquinamento delle falde che portano l'acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all'Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell'Università di Firenze

Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell'Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all'anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l'Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l'anno scorso dall'Ufficio ambientale dell'Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d'Italia ha stimato 8 mila morti all'anno per gli effetti cronici dell'inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all'anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».

Ce n'è anche per le onde elettromagnetiche.
«L'aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all'esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l'Espresso- il condizionale, in questo caso, è d'obbligo».

E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull'uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall'Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell'anno».

Aree a rischio - Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l'articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d'Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell'articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all'Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell'amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l'Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l'esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l'amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant'anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l'Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l'anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l'amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l'Espresso.


WiFi, l'ateneo di Torino batte il WiMax
"Trasmettiamo a 300 km con vecchi pc"
Il Politecnico realizza il record mondiale di trasmissione dati senza fili. "Una soluzione per ridurre il digital divide tra i paesi industrializzati e il terzo Mondo"
Valerio Maccari su
la Repubblica

UNA CONNESSIONE internet senza fili in grado di trasmettere a 300 chilometri di distanza, senza ripetitori intermedi. E' un record mondiale, ed è un record tutto italiano. Merito del Laboratorio Ixem del Politecnico di Torino che, sotto la guida del professor Daniele Trinchero, ha creato un sistema di comunicazione wireless potentissimo, utilizzando vecchi computer 386 (quasi antiquariato informatico) e Linux. Le prestazioni sono eccezionali, in grado di far impallidire non solo i normali sistemi WiFi, che hanno un raggio di copertura di 220 metri, ma anche il nuovissimo WiMax. Che raggiunge i 40 Km.

Il miglior risultato ottenuto fino ad ora è stato un collegamento tra Cipro e Libano che copre 200 kilometri e offre un'ampiezza di banda (la velocità con cui si trasferiscono i dati) di 4 megabit al secondo. Niente in confronto a quanto ottenuto dal Politecnico. "Abbiamo collegato Capanna Margherita, il rifugio più alto d'Europa, a 4556 m di altezza, con Pian Cavallaro, sull'Appennino Tosco-Emiliano, a 295 chilometri di distanza - dice Trinchero - offrendo una velocità stabile di 20 megabit al secondo. La rete di collegamento è stata da subito utilizzata per rendere disponibile la connettività internet a banda larga agli ospiti del Rifugio e per l'installazione di una webcam che ogni 15 secondi trasmette immagini ad alta risoluzione sul sito web del laboratorio iXem del Politecnico di Torino.

Il progetto, nonostante l'alto livello tecnico, è stato realizzato con pochissimi fondi. "Quello che ci interessava - spiega Trinchero - era dimostrare cosa era possibile fare utilizzando tecnologia cosidetta povera". Il progetto è tutto stato autofinanziato all'interno del mio laboratorio.

Il risultato, quindi, è un sistema wireless su misura per i paesi del terzo mondo. "Siamo attivi da anni sul fronte della lotta contro il digital divide e lo sviluppo di tecnologia a basso costo per l'informatizzazione del territorio. I risultati ottenuti aprono interessanti scenari di applicazione per la riduzione del divario digitale tra i paesi industrializzati e i paesi del terzo mondo. Nei paesi occidentali non si pone il problema di trasmettere a così grande distanza. Esistono delle reti di trasmissioni dati via cavo che svolgono ottimamente il lavoro. Ma in molti Stati dell'Africa e del Sud America, i 20mila euro a chilometro necessari per costruire reti del genere non sono una spesa sostenibile. La nostra soluzione, invece, ha un costo molto contenuto.

Il record mondiale, insomma, è stato realizzato con un'attrezzatura che reputeremmo antiquata per le nostre case. Un risultato straordinario, che mette in luce la capacità della ricerca degli atenei italiani e la sua capacità di collaborare con il territorio. "Il progetto non si sarebbe potuto realizzare senza l'entusiasmo e la preparazione del laboratorio e dei miei collaboratori Riccardo Stefanelli, Alessandro Galardini e Enrico Guariso. Ma abbiamo avuto molta disponibilità anche dalle comunità locali - spiega Trinchero. E abbiamo potuto contare perfino sull'Austria, che ci ha permesso di installare una stazione di ricezione anche a Sankt Anton am Arlberg, in Tirolo. Al gruppo di ricerca ha aderito anche il Ministero delle Comunicazioni, che ci ha seguito in tutte le fasi, e la Andrew, che è la più importante azienda al mondo nella fabbricazione di antenne. Ci ha messo a disposizione tutto il materiale del magazzino. Per il nostro laboratorio è stato quasi un sogno".


  24 maggio 2007