Il 9 giugno Bush arriva a Roma. Per preparare la sua visita «bacchetta» gli alleati che in Afghanistan non combattono abbastanza. Come l'Italia: «Tutti devono condividere i rischi della guerra e dei combattimenti».
Il 3 giugno arriva anche Karzai. Ieri Massimo D'Alema lo ha incontrato a Kabul per chiedere conto della sorte di Hanefi, il dirigente di Emergency ancora in prigione. Senza ottenere niente di sostanziale
Parmalat, quasi un colpo di spugna
Il pm Greco denuncia: le leggi vergogna favoriscono prescrizioni e patteggiamenti
Sotto accusa la Cirielli e l'indulto. Gli avvocati dei risparmiatori: giustizia negata
sommari de l'Unità
Quasi un colpo di spugna. Il processo per lo scandalo Parmalat rischia di finire a «tarallucci e vino», come ha denunciato ieri uno degli avvocati delle parti civili. Nel mirino dei legali i patteggiamenti che, a parere dell'avvocato Carlo Federico Grosso, difensore di 32.000 titolari di obbligazioni, vanno considerati «ridicoli, così come i risarcimenti, di fronte al più grande processo» italiano in ambito finanziario e uno dei primi in Europa.
Ma per il pm Francesco Greco non si può parlare di «giustizia negata». Non è colpa nostra - dice- se il «legislatore ha introdotto la legge Cirielli che ha dimezzato i tempi di prescrizione di questo processo». E poi - aggiunge - l'indulto ha di fatto svuotato il processo.
La sindrome del Palazzo
Stefano Rodotà la Repubblica
L´immagine del Palazzo è antica, parla di distanza, privilegi, addirittura di sopraffazione. Entra nella pubblica discussione italiana quando se ne impadronisce Pier Paolo Pasolini e la brandisce come un´arma per denunciare corruzione politica e abusi di potere, invocando per il massimo responsabile, all´epoca indicato nella Dc, un Processo. Nessuno, già allora, poteva dire "non so", ma quasi tutti si comportavano come se non sapessero.
Anzi, chi invocava "austerità" e parlava di "questione morale" veniva accusato di volere una politica triste, di cedere al moralismo, parola in Italia usata con disprezzo per affrancarsi anche dagli obblighi minimi della moralità. Era Enrico Berlinguer che lanciava quei moniti, e so bene che questo è un ricordo scomodo per chi vuole entrare nel futuro senza memoria, costruirsi un pantheon di comodo, affannarsi alla ricerca di qualsiasi legittimazione. Ma è un ricordo importante proprio perché oggi si discute del rapporto tra politica e società, tanto logorato da far temere una catastrofe. Quando Berlinguer morì, un´onda di emozione attraversò il Paese, che non era solo un fatto di sentimenti (che pure contano assai), ma che si tradusse in consenso politico nelle elezioni europee di poco successive, guadagnando al Pci uno storico sorpasso sulla Dc. Rigore, misura, onestà erano percepiti e dichiarati come valori dai quali la politica non doveva separarsi.
Dopo di allora cominciò un´altra stagione. Il realismo cinico faceva scuola, i machiavelli si compravano a un tanto al chilo, ai massimi livelli di governo si proclamava che la politica era "sangue e merda", che la tangente doveva essere legalizzata, che alla politica si doveva applicare la logica del supermercato dove, più che arrestare i ladri, si scarica sui prezzi il costo dei furbi. Sappiamo come è andata a finire. Man mano che si smagliava la rete di protezione pazientemente costruita negli anni, e i vecchi equilibri venivano spazzati via dalla caduta del Muro, cominciavano a comparire sulla ribalta giudiziaria vicende per lungo tempo tenute al riparo dall´attenzione della magistratura da un sapiente gioco di dinieghi, di autorizzazioni a procedere, e spostamenti di inchieste e processi. E fu Mani pulite.
Negli anni successivi la tesi del complotto, del colpo di Stato giudiziaria ha progressivamente preso il sopravvento. Questo è stato il vero colpo di spugna con l´oblio fatto cadere sull´abisso di corruzione pubblica e privata che era stato scoperchiato. Le responsabilità erano tutte dalla parte dei giudici e non dei politici, che hanno così potuto tornare a tessere robustissimi fili di corruzione e ritenersi legittimati da una privatizzazione senza precedenti del denaro pubblico. Alla corruzione più o meno nascosta si è così affiancato il saccheggio delle risorse dello Stato.
L´apparire sfarzoso, o solo chiassoso, sostituisce il potere declinante. La disoccupazione è lenita dagli stipendi ai consiglieri circoscrizionali. Le Camere soffrono di emarginazione, compensata da bonus aggiuntivi e riduzione dei carichi di lavoro.
Anni fa, proprio su questo giornale, suggerivo una piccola riflessione. Che cosa accadrebbe se un imprenditore, proprietario di due aziende, scoprisse che una di esse produce lo stesso numero di pezzi con metà dei dipendenti dell´altra? E´ proprio quel che accade in Parlamento, dove il Senato fa esattamente lo stesso lavoro della Camera con metà degli "addetti". Calcolavo poi che i parlamentari attivi, quelli che mandano avanti la baracca, sono poco più di un quinto dei componenti delle Camere, sicché insieme a Luigi Ferrajoli si organizzò un convegno polemicamente intitolato "Una Camera cento rappresentanti".
La riduzione del numero dei parlamentari sarebbe un segnale importantissimo, anche se non si può vivere di soli segnali. Ma sarebbe pure una misura insufficiente, se i restanti parlamentari continuassero ad essere selezionati come è avvenuto in questi anni, a venir sommersi da decreti legge, a essere prigionieri di quella macchina produttrice di corruzione istituzionale che è divenuta la legge finanziaria, a non avviare e sperimentare forme nuove di rapporto con la società.
Ma il dialogo con l´opinione pubblica, il recupero della fiducia non possono essere affidati solo ad una politica dell´immagine. E soprattutto a quel modo di intendere l´immagine di cui la politica italiana sembra ormai rassegnata prigioniera. In tutti i paesi che frequento non ho mai registrato una bulimia televisiva pari a quella italiana, una overdose di politici (non di politica, che è altra cosa) nei più disparati talk show, da quelli sportivi a quelli in cui si tirano e si prendono torte in faccia. Forse vi sono politici che, senza questo continuo apparire si sentirebbero morti. E invece è proprio un´immagine di morte, o almeno di rinuncia alla dignità quella che proiettano, essendo giustamente percepiti come una logora compagnia di giro, con le sue maschere fisse e che porta in tournée i suoi battibecchi, solo nelle apparenze e nelle parole legati ai problemi delle persone e del mondo. Il Palazzo sembra essersi tutto dissolto nei network televisivi.
La politica è una cosa sporca, ha sempre proclamato un perverso senso comune. Per evitare che questo si consolidi come l´unico modo di guardare alla politica bisogna non dare segnali ma avviare azioni concrete. Ristabilire la legalità, prima di tutto: può uno specifico Palazzo, quello di Montecitorio, continuare ad essere il rifugio di chi, condannato in via definitiva dovrebbe da tempo averlo lasciato? Abbandonare i fasti di Palazzo: le Camere devono lavorare o organizzare mostre? Rinunciare all´immagine a favore della trasparenza: presenza televisiva o presenza di soggetti nuovi che seguano da vicino una serie di scelte e ne certifichino la correttezza? Denunciare gli abusi e cominciare ad accompagnarli con l´indicazione precisa di chi li rifiuta e li combatte: è illusorio pensare che la moneta buona possa cominciare a scacciare quella cattiva?
E, soprattutto, spazio parola e mezzi proprio ai moralisti, per avviare quella ricostruzione di un´etica pubblica senza la quale è vana la ricerca di ogni consenso tra i cittadini.
Rifiuti, la Campania sotto assedio "
A Napoli 3.000 tonnellate in strada"
Incendi e rischio epidemie. Respinte le dimissioni di Bertolaso
Patrizia Capua su la Repubblica
NAPOLI - La Campania affonda nei rifiuti, a Roma Prodi e Letta chiedono a Guido Bertolaso di restare al suo posto e gli rinnovano la "fiducia" dell´esecutivo. Da palazzo Chigi, il commissario straordinario per l´emergenza rifiuti in Campania, sarebbe uscito con la garanzia che il decreto approvato dal Consiglio dei ministri l´11 maggio - quello che indica 4 siti per altrettante discariche, una in ogni provincia - non si tocca. Un passaggio indispensabile a Bertolaso per andare avanti. Alla base delle sue dimissioni c´era il braccio di ferro ingaggiato con il ministro dell´Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, sul modo di affrontare l´emergenza rifiuti. Punto di rottura, il via libera all´ordinanza che spostava la discarica di Serre dal sito di Valle Masseria, in difesa del quale gli abitanti sono scesi in rivolta, a quello di Macchia Soprana, sul quale i tecnici del commissariato, però, avevano dato parere sfavorevole.
La Campania che ha accolto il ritorno di Bertolaso, ha strade sommerse di rifiuti, decine e decine di roghi, nonostante gli appelli delle autorità, l´aria irrespirabile, il rischio epidemie. A Napoli ci sono 2750 tonnellate di immondizia in strada, non si riesce quasi più a raccogliere i rifiuti perché non c´è dove portarli. E a peggiorare il quadro, c´è la imminente chiusura della discarica regionale di Villaricca. «La situazione è tragica», dice il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, in un Consiglio comunale saltato per mancanza del numero legale.
La stagione turistica è a rischio. Il presidente degli albergatori partenopei, Pasquale Gentile, lancia l´allarme in vista dell´estate annunciando «il calo delle prenotazioni e le prime disdette "causa rifiuti"». Lavorano a singhiozzo l´impianto di Caivano che produce il cdr, combustibile derivato dalla spazzatura. Prossimo a un nuovo stop anche quello di Giugliano. Per questo motivo, l´Asìa, l´azienda comunale, si è dovuta limitare a una raccolta di 400-500 tonnellate.
È soprattutto la periferia ad essere invasa dai rifiuti: Pianura, dove i camion della raccolta non passano da tre giorni, pure San Giovanni, Barra, Ponticelli, Secondigliano, Scampia, Fuorigrotta. Dappertutto si continua, per protesta, a dare alle fiamme i cumuli di immondizia.
L´esasperazione è forte. Il sindaco di Frattamaggiore si dice «pronto a chiudere la città, cioè scuole, banche e uffici». Gli amministratori della Costiera Sorrentina cercano di difendere l´immagine della Campania Felix: «Qui - spiega l´assessore al Turismo di Massa Lubrense, Lello Staiano - ci sono 112 chilometri di sentieri, il Parco Marino, c´è Punta Campanella, ristoranti pluripremiati che attraggono turismo di qualità».
La «corte dei miracoli» dell'emergenza rifiuti
Da 13 anni consulenze d'oro, agenzie ad hoc per trovare posto a personaggi trombati. E la camorra, a pancia piena...
Enrico Fierro su l'Unità
SEI COMMISSARI (Improta, Rastrelli, Losco, Bassolino, Catenacci, Bertolaso): tre presidenti di Regione, equamente divisi fra destra, centro e sinistra, e tre alti funzionari di Stato. Tutti generali sconfitti nella «Stalingrado della monnezza». L'ultimo , Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, per quattro giorni ha sventolato bandiera bianca. Ma a Napoli e in Campania un esercito che ha vinto la guerra della monnezza c'è. «La camorra», dicono quelli di Legambiente. «I boss sono i veri imprenditori del settore, il loro giro d'affari annuo è di 600 milioni di euro. Sono i padroni della Campania, dove solo negli ultimi due anni hanno sversato qualcosa come 10 milioni di tonnellate di veleni». E non è finita qui, perché la camorra spa si sta trasformando ed è già pronta a gestire - questa volta con società «pulite» - la prossima riorganizzazione del ciclo dei rifiuti, un business da 4,5 milioni di euro. Per strada i cumuli di monnezza che bruciano, nelle aree industriali gli impianti di Cdr (che avrebbero dovuto trasformare i rifiuti in materiale da incenerire) che ormai producono solo ecoballe inutili e costose da smaltire. E due inceneritori, dei quali ancora non si vede traccia. Eppure sono passati tredici anni dalla prima emergenza. Era l'11 febbraio 1994.
Dopo due anni di gestione del prefetto Improta, lo scettro del comando passa al presidente della Regione. Rastrelli, di An. Che «ridimensionò drasticamente il numero dei termovalorizzatori previsti nel piano originario da 7 a 2 - si legge in una relazione della Corte dei Conti - , e quello degli impianti di di produzione Cdr, da 9 a 7». Insomma, fin dall'inizio, una sola filosofia, tutta partenopea, «l'incertezza» fa da sfondo alla uscita dall'eterna emergenza rifiuti. A completare il quadro, poi, il fatto che gli Ato (ambiti territoriali ottimali), l'anello mancante della catena, dopo dieci anni non sono stati ancora costituiti. Dovevano garantire «stabilità al sistema», secondo i vari commissari. Al loro posto, un'altra sovrastruttura, i consorzi di bacino. «Consorzi nati per trovare posto a personaggi trombati in precedenti incarichi politici».
La conclusione ai magistrati della Corte dei Conti: «In assenza di un'efficace raccolta differenziata, e a causa del grave ritardo nella realizzazione degli unici due impianti di termovalorizzazione, si è verificato il collasso del Piano e la drammatica situazione di emergenza nell'emergenza». Raccolta differenziata, una chimera in Campania. La regione produceva 2.456.081 tonnellate di rifiuti nel 1998, nel 2005, 2.806.113. Sempre nel '98 la raccolta differenziata era all'1,5% del totale (l'11,2 in Italia); nel 2005 il dato sale per la Campania al 10,6%, ma nel resto del Paese siamo a quota 24,3%. Insomma, nonostante i soldi spesi in consulenze milionarie (anche due giornalisti nell'allegra brigata), spese folli e patinati depliant, in 13 anni - scriveva la magistratura contabile già nel 2002 - «è mancata una idonea azione di diffusione e informazione» sui benefici della raccolta differenziata.
Produzione del Cdr e impianti di termovalorizzazione: il fallimento è qui. Prima con una delibera del marzo 1998, poi con un accordo di programma, vengono individuate le imprese destinate a realizzare gli impianti. A loro viene delegata la scelta dei suoli, i comuni vengono commissariati dai privati. Tra le imprese vincitrici la Fibe, dell'Impregilo di Romiti. «Per i criteri di aggiudicazione - ancora la Corte dei Conti - fu attribuita scarsa rilevanza alla valutazione in merito alla qualità tecnica... ». Ecco come un professore di impianti chimici presso l'università di Napoli, giudica il lavoro della Fibe davanti alla Commissione d'inchiesta: «I progetti delle altre imprese erano molto avanzati. Era difficile assegnare un punteggio inferiore a 10. Il progetto della Fibe presentava delle lacune in alcuni casi imbarazzanti... ». Risultato: gli impianti di Cdr hanno prodotto materiale non a norma, si tratta di rifiuto indifferenziato stoccato in aree di parcheggio, le discariche sono state riaperte, il tutto con «ingentissimi costi aggiuntivi», mentre dei termovalorizzatori (giudicati ormai inutili dalla Ue) non si vede traccia.
1500 sono gli automezzi forniti dalla struttura commissariale a Comuni e consorzi per la raccolta dei rifiuti per una spesa di 80 milioni di euro. Che fine hanno fatto? Molti sono stati rubati, altri distrutti. E intanto i rifiuti della Campania si portano all'estero: 60 milioni di euro è la spesa per il turismo della monnezza alla fine del 2004. Spese a gogò anche per la gestione del Commissariato: 101 dipendenti alla fine del 2005, molti assunti in modo clientelare, camorristi compresi. Inizialmente le indennità di commissari, subcommissari e vicecommissari era fissata in 10 milioni di lire mensili, ma non bastavano: si decise di portare l'indennità allo stesso livello di quella percepita dagli assessori regionali. Totale 10mila euro mensili. Il capitolo dei rimborsi spese, poi, è ripugnante. Solo di telefonate («molte internazionali e quelle verso i numeri speciali (hot-line, ndr)») dal 1999 al 2003 sono stati spesi 724.680,25 euro. Quando i funzionari andavano in missione si trattavano da sultani. «Il personale del Commissariato, in missione a Rimini, ha pernottato al Grand Hotel, categoria cinque stelle extra lusso... In dettaglio sono stati rimborsati biglietti aerei a nome di...(un solo funzionario, ndr) per 35mila euro, spese per pasti per oltre 7mila euro...». Risultati: fino ad oggi ci sono 5 milioni di tonnellate di Cdr stoccato e da smaltire. Alla fine di quest'anno arriveranno a 7 milioni, ai quali va aggiunta la produzione quotidiana di monnezza. «Il ciclo dei rifiuti - nota la Corte dei Conti - è dopo 13 anni di emergenza ancora aperto. Si è venuta così a creare una situazione endemica di emergenza che non trova riscontro in alcuna altra realtà locale d'Europa e che non è degna di un Paese civile». E Napoli brucia su montagne di monnezza.
I miti infranti dal Papa in Sud America
La teologia della liberazione aveva contaminato il cattolicesimo con il marxismo, favorendo la diffusione del protestantesimo: l'altolà di Benedetto XVI
Gianni Baget Bozzo su La Stampa
Il viaggio di Benedetto XVI in Brasile mostra con chiarezza la differenza da quelli che l'hanno preceduto, a cominciare da quello fondamentale di Medellín nel 1968 cui intervenne Paolo VI e che costituì il quadro ecclesiale in cui nacque la teologia della liberazione. Nel documento di Puebla del '79 comparve il termine «strutture di peccato», singolare contaminazione tra il linguaggio del marxismo e una parola così significativa per il cattolicesimo come «peccato». Significava che la lotta politica contro il capitalismo americano faceva parte dei compiti ecclesiali.
Oltre l'impatto della teologia della liberazione, le dittature di destra che dominavano l'America Latina consentivano alla Chiesa di svolgere la tradizionale funzione di libertà e protezione verso i perseguitati o emarginati dalla repressione autoritaria. Tuttavia, l'impegno politico della Chiesa divenne forte: e la Chiesa brasiliana si pensò costruita sulle Comunità di base, in cui la mancanza del sacerdozio per lo scarso numero dei preti dava rilevanza all'azione dei laici. Questa struttura ecclesiale dava luogo a un'interpretazione che si chiamò di Chiesa popolare contro le strutture capitalistiche e autoritarie.
Ciò ha dato però luogo a un fenomeno opposto: la diffusione delle Chiese pentecostali ed evangeliche come guida della spiritualità popolare in un modo semplice. La lettura della scrittura, il canto, il carisma delle guarigioni, la fede nella Provvidenza erano i supporti sui quali, sul modello protestante, si poteva costruire una struttura ecclesiale, in cui l'immediatezza del sentimento religioso tradizionale costituiva il fondamento dell'esistenza cristiana, esigente sul piano morale come la cattolica. Mentre la Chiesa cattolica in Brasile e in America Latina si dedicava alla teologia politica, si produceva in quei Paesi una singolare rinascita cristiana in forma comunitaria, simile a quelle Usa in chiave protestante. Forse il fenomeno era inevitabile, ma certo l'assunzione della teologia politica come opera della Chiesa cattolica aprì lo spazio a queste nuove forme che hanno sottratto milioni di fedeli alla Chiesa di Roma. La teologia della liberazione finisce in Chávez e nell'indigenismo dei governi di Ecuador e Bolivia, ma è presente ovunque venga contestata la stessa radice della Chiesa in Sud America attorno alla conquista spagnola e all'ispanizzazione o portoghesizzazione delle culture indigene.
Dittature dell'Est contro l'Europa
Barbara Spinelli su La Stampa
E'importante quel che accade lungo la frontiera Est dell'Unione, nel momento in cui a Parigi c'è un nuovo Presidente che promette di metter fine all'inedia che affligge l'Europa dal 2005, quando la costituzione fu bocciata in Francia e Olanda. È una frontiera dove stanno mettendo radice nazionalismi autoritari, che avvalendosi del diritto di veto insidiano mortalmente il farsi dell'Europa e il suo guarire. Sarkozy e il ministro degli Esteri Kouchner dicono che Parigi cambierà politica, difendendo i diritti dell'uomo nel mondo e combattendo le dittature. Ma la vera battaglia inizia in casa, se davvero la si vuol fare: il male è dentro l'Europa, ed è letale e contagioso. Le periferie dell'Est sono le nostre marche di confine, da quando la comunità s'è allargata, e questa loro condizione - l'esser baluardi orientali dell'Unione, come la Germania occidentale nella guerra fredda - le rende determinanti in politica estera e militare.
I governi dell'Est hanno utilizzato questa carta (l'acuta coscienza delle marche di confine) ma col tempo il ragionamento strategico è divenuto un pretesto per insediare nazionalismi intolleranti che con le regole e la storia dell'Unione sono incompatibili. Il bisogno d'America che essi esprimono - su Iraq, sullo scudo anti-missili Usa, su ulteriori allargamenti a Est auspicati da Washington - è un mezzo per impantanare l'Europa con tre armi: il nazionalismo, l'appello al cristianesimo, la politica dei valori.
Il caso Polonia è il più significativo, ma il suo esempio fa scuola attorno a sé. Da quando i gemelli Kaczynski sono al potere, dopo le legislative e presidenziali del settembre-ottobre 2005, Varsavia è precipitata in un nazionalismo prevaricatore e religioso.
Una dopo l'altra, le istituzioni indipendenti sono state politicamente asservite (Banca Centrale, Corte costituzionale,Vigilanza sull'audiovisivo). Uno svuotamento democratico accentuato dal regolamento dei conti con la generazione dissidente, che nell'89 liberalizzò economia e politica negoziando con i comunisti (un metodo rischioso, che garantì alle nomenclature impunità e oblio del passato). Il regolamento dei conti secerne oggi la più vendicativa delle epurazioni.
La legge entrata in vigore a marzo si propone di epurare ben 700 mila persone. Secondo i calcoli fatti da Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Batory a Varsavia (filiale della fondazione Soros), sono 3 milioni i cittadini messi in pericolo dalla lustrazione, se si includono le famiglie dei 700 mila. Ha fatto impressione la ribellione di Geremek, leader di Solidarnosc negli Anni 80 e ministro degli Esteri fra il '97 e il 2000: il deputato europeo si è rifiutato di firmare un'umiliante dichiarazione in cui negava d'aver collaborato con i servizi comunisti. Ma tanti si son rifiutati, perché l'epurazione non minacciava di licenziamento solo politici o giudici (come la legge del '97) ma studenti, professori, giornalisti. La Corte costituzionale ha invalidato la legge, l'11 maggio, affermando che i governi «non regnano sulla Costituzione» e i diritti individuali. Di fatto sono forme neo-fasciste che s'installano a Est. Un neofascismo che usa la politica dei valori per imporre società chiuse, ostili alle diversità: per colpire chi difende gli omosessuali, chi avversa la pena di morte, chi si schiera per un'Europa che i Kaczynski considerano atea, permissiva, materialista, decadente moralmente. È in nome delle radici cristiane che i gemelli si ergono contro un'Unione sovrannazionale, e legittimano l'arbitrio nazionalista:
Paralizzata com'è, l'Europa di oggi non ha tuttavia strumenti d'intervento: né istituzionali né culturali. Non ha neppure volontà di capire. È tormentata dal falso dibattito sulle radici cristiane, non osa difendere una laicità vitale per la democrazia polacca. Fu vigilante nel 2000, quando Haider in Austria s'avvicinò al potere, ma quei tempi son tramontati e oggi, in una situazione ben più deteriore (un'estrema destra ai vertici del potere), impensabili.
A bloccare l'Europa è la stasi istituzionale, ingovernabile da quando l'Unione è composta di 27 Stati: sulle decisioni cruciali occorre l'unanimità, e al veto gli orientali s'aggrappano rabbiosamente, perché il diritto di nuocere e interdire dà loro lo smalto di mini-potenze. Smalto fittizio, ma pur sempre smalto. Senza che l'Unione possa impedirlo, ci sono deputati polacchi nel Parlamento europeo che impunemente elogiano Franco (uno «statista cattolico eccezionale») o Salazar. Il deputato europeo Maciej Gyertich ha pubblicato un pamphlet antisemita, edito dal Parlamento europeo (Guerra delle civiltà in Europa: gli ebrei, «biologicamente differenti», avrebbero scelto volontariamente i ghetti). Maciej è padre di Roman Gyertich, il ministro dell'Educazione che vorrebbe escludere Darwin dall'insegnamento, che avversa gli omosessuali e appartiene alla Lega della Famiglie Polacche, una formazione che governa con i Kaczynski e l'estrema destra di Lepper (partito dell'Autodifesa).
La Carta dei Diritti potrebbe essere uno strumento europeo: ma non è vincolante senza approvazione della Costituzione. È sperabile che Kouchner si batta per non estrometterla dal mini-trattato che sarà presentato in Parlamento. L'Unione è inerme: ha contato molto durante la presidenza Prodi, quando Bruxelles impose una democrazia fondata sulla separazione dei poteri in cambio dell'adesione. Ma appena ottenuto l'ingresso, i dirigenti che l'avevano voluto sono caduti: a Varsavia, Praga, Budapest, Bucarest. Lo slogan s'è fatto nichilista: adesso che siamo entrati, tutto è permesso.
«Ora possiamo far loro vedere chi siamo veramente», avrebbero detto i Kaczynski. Quasi nessuno di questi Paesi entrerebbe oggi nell'Unione: né la Polonia né l'Estonia, che critica non senza motivi Putin ma che smantella provocatoriamente monumenti ai morti dell'ultima guerra e vieta alle consistenti minoranze russe (40 per cento della popolazione) una cittadinanza che dovrebbe esser normale (lo stesso accade in Lettonia).
L'Europa ha oggi bisogno di istituzioni forti, ma per edificarle dovrà capire l'emergenza veto creatasi a Est. Ha bisogno di laicità, per arrestare le proprie derive autoritarie-religiose. Ha bisogno di trattare seriamente con Mosca, e di avere una politica energetica comune anziché molte politiche e sterili veti alla trattativa. Uno straordinario articolo di Piero Sinatti, sul Sole-24 Ore, spiega bene come la Polonia rischi, bloccando il negoziato euro-russo, d'impedire che una risoluta politica comune nasca. L'emergenza veto dovrebbe ricordare qualcosa ai polacchi. Quando introdusse il liberum veto, nel XVII secolo, la Polonia preparò la propria rovina: ogni deputato della Dieta poteva interrompere sessioni e decisioni con le parole «Non permetto». Nel secolo successivo sarebbe scomparsa dal continente. È grave che oggi Varsavia usi la stessa carta per far scomparire l'Europa, nell'illusione di salvarsi come finta nazione sovrana.
Biblioteca ebraica, la pista di Mosca
Razziata dai nazisti a Roma, le tracce nell'ex Urss
Fabio Isman su Il Messaggero
C'È QUALCHE speranza di ritrovare la Biblioteca della Comunità ebraica di Roma, settemila volumi e manoscritti raccolti dal 1500 in poi, anche edizioni uniche al mondo, portata via dai nazisti, tre vagoni di due treni, l'ultimo il 23 dicembre 1943. Razziata da uno speciale kommando, diretto da Alfred Rosenberg, che agisce anche in altri luoghi; per esempio, a Trieste, preleva 20 casse di antichi spartiti musicali. A Roma, l'Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg inizia le operazioni a settembre di quell'anno; proprio mentre altre SS, dirette da Herbert Kappler, stanno per occuparsi non delle cose, bensì delle persone: il 16 ottobre, la terribile deportazione ad Auschwitz di 1.007 tra uomini, donne, bambini (si salveranno in 15). Sparisce la biblioteca della Comunità: «La più importante ebraica fuori da Gerusalemme», dice Michele Sarfatti, che a Milano dirige il Cdec, il Centro ebraico di Documentazione contemporanea; e anche quella del Collegio Rabbinico, di cui però una metà tornerà dopo la guerra. Dell'altra, più saputo nulla.
Dal 2002, alla Presidenza del Consiglio italiano l'avvocato Dario Tedeschi presiede una commissione, che dà la caccia alla biblioteca scomparsa: «Indagini in vari Paesi, dalla Germania agli Stati Uniti; ma finora senza esito», spiega. Ieri, davanti al sottosegretario Enrico Letta, un accordo, a cui gli ebrei italiani affidano grosse speranze. Da una parte, con Dario Tedeschi, l'ex ambasciatore Guidobono Cavalchini che presiede Unicredit Private Bank; dall'altra, Ekaterina Genieva, che a Mosca dirige la Biblioteca statale russa di Letteratura straniera. Compirà una ricerca, con 30 mila euro di Unicredit, per appurare se la biblioteca di Roma sia nell'ex Urss: in qualche magazzino, e comunque non catalogata. «Abbiamo tracce sicure, ma non definitive, d'una tale eventualità; come prima cosa, indagheremo negli archivi militari», dice la Genieva. È un bel mistero; una sorprendente novità, tutta da spiegare: «La biblioteca di Roma potrebbe essere stata rapinata due volte», aggiunge.
Due sono i luoghi topici. Ratibor, in Alta Slesia (ironia della sorte, non lontano da Auschwitz); e, in Renania, la cittadina di Hungen. Qui, i nazisti concentravano i libri razziati (quelli che non avevano bruciato, in modo enfatico e ammonitorio, nei roghi pubblici): infatti, a Francoforte (che è in zona), il Reich aveva previsto un centro-studi sui nemici del nazismo; in particolare, comunisti, zingari ed ebrei. Da Hungen, tornano a casa 8.000 volumi, circa la metà della biblioteca del Collegio rabbinico di Roma. Ma Ratibor invece viene presa in consegna dalle truppe di Mosca. Patricia Kennedy Grimsted, dell'Istituto di Ricerca di Harvard in Ucraina, racconta che, tre anni fa, si sono trovate tracce di «mezzo milione di libri confiscati dai nazisti in Europa, poi prelevati dai sovietici in Slesia e portati a Minsk»; «è vero, non è improbabile che simile sia la sorte dei 7.000 volumi di Roma», continua la Genieva. Lei ha pubblicato «15 cataloghi di collezioni ritrovate»: pure qualcosa dalla Comunità ebraica di Vienna. Ora si dedicherà ai volumi romani.