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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21 maggio 2007


GOVERNO PRODI
Un anno e tre errori
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

«Né minimalismo né trionfalismo»: questa è la posizione più corretta da assumere nel valutare i risultati del primo anno di governo dell'Unione guidata da Romano Prodi. Il minimalismo non è davvero mai stato il punto forte dei componenti dell'Unione (e, se me lo permette, neppure del presidente del Consiglio). Invece, purtroppo, di espressioni trionfalistiche, non soltanto, malauguratamente, al momento dell'entrata in carica, ne abbiamo sentite anche troppe. Il problema non è che molti di noi, elettori dell'Unione, preferiremmo un sano e sfumato realismo. Il problema è che, da un lato, molti elettori della Casa delle Libertà si sono sentiti un po' presi in giro da un governo con 24mila 500 voti di maggioranza, mentre, dall'altro lato, parecchi elettori dell'Unione vedevano il trionfalismo, ma non vedevano quella legislazione che era stata loro promessa.
Si spiega così perché il governo e il suo capo siano caduti fin dall'inizio al di sotto del 50 per cento di popolarità e di apprezzamento, ruzzolando qualche volta anche parecchio al di sotto. Non trattandosi di una maledizione biblica, questi sondaggi, che sono da prendere sul serio sia per la loro provenienza scientifica, accertabile in Renato Mannheimer e Ilvo Diamanti, sia per la loro serie storica, dicono che il problema è grosso.
Dal canto suo, lo stesso Prodi è costretto a dichiarare di dovere affrontare ostacoli significativi tanto che neppure un decimo delle proposte di legge del suo governo sono state finora approvate e che, per il resto, l'attività legislativa del governo si esplica con il ricorso a decreti leggi, che non è mai un buon modo di governare. Eppure, su non poche tematiche il governo ha operato soddisfacentemente e i rispettivi ministri riscuotono un buon successo personale, in particolare: in politica estera (D'Alema) e nelle attività produttive (Bersani) - ma non voglio fare un elenco puntiglioso anche perché so perfettamente che, talvolta, il voto non alto di alcuni ministri deriva dalla scarsa conoscenza del loro operato e dalla bassa visibilità dei loro ministeri, non dall'incompetenza e nemmeno da loro personale incapacità. Qualche volta, però, la bassa votazione, come per Mastella, colpisce sia il fatto (quel mal congegnato indulto) che il promesso, ovvero una crisi di governo per le più svariate ragioni: dai Dico alla legge elettorale al conflitto di interessi, e l'elenco del fantasioso Mastella non si arresterà certamente qui. Tuttavia, non basta un uomo solo, per quanto molto loquace, a spiegare l'insoddisfazione e la delusione di un elettorato.

Governare non consiste mai esclusivamente in quello che si fa; molto più spesso è come lo si fa: non soltanto la sostanza, ma anche la carenza di sostanza e lo stile. Naturalmente, ciascun plotone di insoddisfatti e di delusi esprime la sua specifica lamentela. Qualcuno sottolinerà l'urgenza di una buona legge sul conflitto di interessi. Altri vorranno vedere una molto diversa legge elettorale. Qualcuno si aspetta politiche del lavoro più incisive, con interventi vigorosi sulla Pubblica Amministrazione. Altri ancora vorrebbero vedere abbattuti i costi della politica oramai saliti a livelli intollerabili. Infine, ma temo che l'elenco non sia affatto finito, altri vorrebbero sapere quali sono le priorità del governo Prodi. Talvolta sono le politiche fatte che producono delusione e reazione perché toccano interessi costituiti, ma li toccano male, senza averli fatti precedere da una adeguata argomentazione. Talvolta, sono le politiche da fare, come la irrinunciabile riforma delle pensioni che inquieta, per la confusione delle proposte, alla quale contribuiscono i leader sindacali, una parte di elettorato.

Temo, da ultimo, e voglio metterli in chiarissima evidenza, che tre fattori, non tutti strettamente collegati all'azione di governo, appesantiscano l'Unione, ma soprattutto offuschino la figura del Presidente del Consiglio. Il primo fattore è la costruzione tormentata e frettolosa del Partito Democratico. Su un punto non ho dubbi: Prodi deve assumere senza tentennamenti la leadership del Pd perché questa è la novità annunciata a chiare lettere: coincidenza del capo del partito con il capo del governo. Secondo punto: Prodi ha fatto molto male a dichiarare che, comunque finisca questa sua seconda esperienza alla guida del governo, uscirà di scena. Automaticamente ha indebolito la sua posizione agli occhi di molti elettori e di molti gruppi, persino nell'Unione, un po' come, si parva licet, è successo con le dimissioni preannunciate da Tony Blair, peraltro un Primo ministro molto vigoroso, operativo e brillante. Infine, terzo punto, al quale ho già variamente fatto riferimento, se l'Unione vuole migliorare le sue prestazioni e ottenere valutazioni più elevate, è assolutamente indispensabile, non soltanto, come dicono un po' tutti, che venga ridotto il tasso di litigiosità interna, ma si innalzi il profilo politico del suo leader. Un capo di governo non è mai, ovvero non dovrebbe mai essere, come una volta ha detto di sentirsi Prodi, un assistente sociale. È una autorità, ovvero la più alta carica di governo nel sistema politico italiano. Dunque, in quanto tale deve imparare a esprimersi e a operare con autorevolezza e solennità. Il tempo per apprendere ancora c'è; spero che non manchi, per malposte motivazioni, la volontà.


Il tesoretto di Napoli
apertura de
il Manifesto

800 milioni di euro spesi in 12 anni, senza che la situazione sia cambiata di una virgola: castelli di rifiuti per strada e città sull'orlo del collasso, 10 milioni di «ecoballe» impossibili da smaltire, appalti contestati. E la gente va in piazza. In migliaia sfilano per chiedere una gestione diversa e il coinvolgimento delle popolazioni nelle decisioni. Mentre Bertolaso non cede sulla discarica di Serre e i sindaci minacciano di rimettere il mandato a Prodi


Unicredit Group, utile a 10 miliardi nel 2010.
Avanti con il risiko nell'Est Europa
a cura di Alberto Annicchiarico su
Il Sole 24 Ore

Le nozze Unicredit-Capitalia, operazione da 21,8 miliardi di euro, non segnano il punto d'arrivo del processo di consolidamento. Lo ha detto a chiare lettere l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, durante l'incontro con gli analisti che ha segnato l'esordio operativo della nuova superbanca italiana. Il processo di acquisizioni nell'Europa centrale e dell'est «va avanti - ha annunciato Profumo - stiamo analizzando un nuovo deal». Sul fronte degli obiettivi il neonato colosso presieduto dall'attuale presidnete di Unicredit, Dieter Rampl, e che alla vicepresidenza, a completamento della squadra di vertice, vede il numero uno di Capitalia, Cesare Geronzi, prevede di raggiungere - sempre parole di Profumo - un utile netto di 10 miliardi «prima del 2010».



Kabul che fare?
Gian Giacomo Magone su
l'Unità

Il viaggio di D'Alema in Afghanistan offre l'occasione per fare il punto su una situazione sempre più preoccupante, anche per l'impegno specifico che vi pone il nostro Paese (non ultimo, il caso Hanefi, vera e propria questione morale). La cronaca di questi giorni segnala con chiarezza come essa stia diventando sempre più simile a quella irachena, con bombardamenti che colpiscono la popolazione civile e attentati che raggiungono anche il nostro contingente militare. Una situazione che potrebbe anche mettere in pericolo il governo Prodi, come segnala Angelo Panebianco, in un editoriale francamente più compiaciuto che allarmato (cfr. Corriere della Sera, l4 maggio), il quale ovviamente si guarda bene dal trarre qualche insegnamento dalla guerra irachena, a suo tempo da lui (e dalla sua testata) sostenuta con acritico consenso.



Sicko: la sanità Usa è classista e inumana
sommari de
l'Unità

L'amministrazione Bush le sta provando tutte per bloccare Sicko, il nuovo doc di Michael Moore. Che intanto lo ha presentato a Cannes. Si tratta di un viaggio nella sanità Usa, controllata da assicurazioini e lobby, che lasciano 50 milioni di cittadini senza assistenza.


Fatwa choc sulla collega in ufficio
"La donna deve allattare l´uomo per poterlo frequentare sul lavoro". E in Egitto è polemica  
sommari de
la Repubblica

ROMA - Secondo una fatwa della moschea al Azhar del Cairo, la donna in orario di lavoro dovrebbe togliersi il velo, alzare la jallabia (il vestito che la copre dal collo alle caviglie), scoprirsi il seno e allattare il collega maschio, al fine di poter rimanere con lui nella stessa stanza. L´operazione, ripetuta 5 volte, sarebbe infatti in grado di trasformare il compagno di lavoro in un membro della famiglia. Uno di quegli uomini che insieme a padri, fratelli e figli, può frequentare le donne a tu per tu e senza le restrizioni imposte dalle "regole del pudore". La fatwa ora è approdata in parlamento.


  21 maggio 2007