
sulla stampa
a cura di P.C. - 18 maggio 2007
Prodi al giro di boa di un anno
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - "Ci eravamo promessi di far ripartire l´Italia. Ci siamo riusciti e oggi possiamo annunciare soddisfatti che l´Italia cresce". Il governo di centrosinistra compie un anno e a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio vuole festeggiare un compleanno ottimistico: "Se continuiamo così arriviamo a fine legislatura", pronostica, a dispetto delle richieste di verifiche dei suoi alleati, dei sondaggi non proprio incoraggianti e delle difficoltà del Partito democratico che "sarà utile alla stabilità del governo e alla democrazia italiana". Senza contare le fibrillazioni sempre in agguato sulla politica estera (l´imminente visita di Bush sarà un ulteriore banco di prova per i rapporti con la sinistra radicale), i problemi della Rai e le insidie della legge sul conflitto di interessi. Ma i numeri dell´economia confermano la soddisfazione di Prodi e danno ragione al suo ottimismo anche se per l´entità effettiva del "tesoretto" bisognerà aspettare giugno: "Il Paese può crescere nel 2007 del 2 per cento e si può fare anche meglio".
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Governare in una situazione economica difficile comporta delle scelte che vanno contro la ricerca della popolarità. "Se il governo che mi ha preceduto - scandisce Prodi rivolto a Berlusconi - avesse preso le decisioni che ho preso io, ora ci troveremmo in un´altra situazione". E non è la sola accusa all´attuale opposizione con cui finora "non è stato un rapporto costruttivo", anche se sulla politica estera "c´è stato un aspetto di maggiore cooperazione, ma fino ad un certo punto". Perché poi, "quando l´opposizione pensava di abbattere il governo con la politica estera siamo arrivati a situazioni di scontro". Ma non c´è solo il rapporto difficile con l´opposizione nella difficoltà di governare: "Di 104 disegni di legge approvati dal Consiglio dei ministri, solo 10 sono stati approvati in Parlamento. Questo pone un problema serissimo. L´aspetto complicato è dato dalla situazione parlamentare, dai numeri del Senato e dai giochi parlamentari". Poi c´è la fragilità della maggioranza. La verifica chiesta da Martella "non serve", ma l´Ici su cui insiste Rutelli sarà oggetto del prossimo Cdm. "Il problema dell´Ici - anticipa il premier tenendosi un po´ sul vago - si inquadra in una politica che intende aiutare le categorie più disagiate. Stiamo lavorando ad un piano di politiche per la casa che discuteremo già al prossimo Consiglio, non chissà quando. E in quest´ambito si troveranno anche le riflessioni a proposito della revisione del catasto e sull´Ici".
Prodi inaugura la casa del Pd
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA L'indirizzo è quello storico di piazza Santi Apostoli 73, un grande appartamento nel centro di Roma dove da tempo ci sono gli uffici dell'Ulivo e dove mercoledì, con una cerimonia semplice ma di alto valore simbolico, Romano Prodi presenterà alla stampa il Comitato nazionale per la Costituente e il nuovo "polmone" operativo. Sarà un evento, il segno che il Partito democratico ha fretta di nascere. Peccato per un "piccolo" incidente che rischia di guastare la festa.
I tesorieri di Quercia e Margherita, Ugo Sposetti e Luigi Lusi, avrebbero ricevuto una lettera di sfratto per morosità, per non aver pagato l'affitto della
maison ulivista negli ultimi sedici mesi. "Non mi risulta" smentisce Sposetti, eppure più d'uno a Santi Apostoli è pronto a giurare di aver visto l'intimazione inviata dalla società proprietaria degli spazi, 350 metri quadrati luminosi al terzo piano, proprio sopra l'appartamento che fu la sede dei Democratici e poi il quartier generale di Prodi per le Politiche 2006.
"È falso è pronto a testimoniare Lusi . Non abbiamo mai ricevuto alcuna lettera di sfratto". Secondo i rumors che soffiano alla Margherita, non di sfratto si tratterebbe ma di una querelle in famiglia, scoppiata a seguito della "diaspora ulivista" e che coinvolgerebbe la fondazione "Governareper" creata dall'ex tesoriere di Prodi, Rovati. E qui gli ulivisti replicano di non saperne nulla: "Quando la sede era nostra abbiamo sempre pagato".
Un giallo. Intanto Lusi e Sposetti setacciano il centro di Roma alla ricerca di 3000 metri dove alloggiare il Pd. Ci sarebbe il Nazareno, splendido edificio storico fornito di invidiatissima terrazza sui tetti capitolini, dove Lusi ha lussuosamente albergato la Margherita di Francesco Rutelli.
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Chi immagina due partiti che vendono circoli e palazzi e vanno a nozze in regime di comunione dei beni, sbaglia per eccesso di romanticismo. Come ripete ossessivamente Sposetti "non si accorpa niente, né gli averi né i debiti, si riparte da zero". Lui ha già provveduto, il patrimonio del Botteghino sarà trasferito ad apposite fondazioni. Per gli ulivisti è la prova dei loro sospetti: "Pensano che se il voto della Costituente o le amministrative 2008 vanno male si torna indietro...". Per ora, si corre. "Mancano 150 giorni alla nascita del Pd, è il momento di stringere" accelera Maurizio Migliavacca, che ieri ha visto ben due volte gli altri coordinatori, Antonello Soro e Mario Barbi. Hanno deciso di trasferire a Santi Apostoli la stanza dei bottoni: organizzazione, comunicazione, elaborazione tematica e tesoreria. Però stanno attenti alle parole. "Non è ancora una fusione dei due apparati, ma una sinergia...".
Mal di sindacato
Luigi La Spina su La Stampa
L'autocritica è un tipico vezzo della sinistra e, così, anche ieri questa sindrome è puntualmente ricomparsa. Il primo compleanno del governo Prodi si è celebrato in un clima di riflessiva mestizia. Tanto che è stato del tutto giustificato l'invito del ministro Turco ai colleghi ad avere più fiducia in se stessi.
Il presidente del Consiglio ha cercato, nella conferenza stampa celebrativa dell'avvenimento, di tirare un po' su gli animi, ma la parte del galvanizzatore non è proprio la sua specialità e il tentativo si limitato a una serie di promesse, la cui realizzazione, però, è pesantemente messa in dubbio da una sincera ammissione di difficoltà.
Prodi ha annunciato una nuova fase della politica governativa nella quale i sacrifici fatti dagli italiani per raggiungere il risanamento dei conti pubblici e le premesse per lo sviluppo troveranno finalmente adeguato risarcimento. Ottime intenzioni: redistribuzione del reddito, meno tasse, più sicurezza, minori costi della politica, provvedimenti per la famiglia e, in fondo, come il traguardo di un miraggio che sembrava irraggiungibile, il pareggio del bilancio nel 2011.
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Una osservazione numerica, innanzi tutto, è comunque evidente: il legame tra il vecchio Pci e la Cgil si è ormai frantumato. Da una parte, almeno quello tra i Ds e coloro che si oppongono alla costituzione del Partito democratico. La competizione tra la sinistra radicale, rafforzata dall'arrivo di Mussi e dei suoi seguaci, e quella riformista ha come conseguenza inevitabile un riflesso dentro il mondo sindacale tutt'altro che stabilizzante. Dall'altra parte, l'ex maggioranza cofferatiana, dentro la Cgil, si è dispersa e confusa in un sostegno a Epifani non più così solido come quello che assicurava al suo predecessore. Ecco perché, anche qui, è avvenuta una moltiplicazione delle correnti interne e dei soggetti che influenzano la linea generale della Confederazione.
Le novità forse più interessanti e meno scontate, però, riguardano le trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro e della sua rappresentanza. Il vecchio schema che spartiva gli statali tra la Cisl e il variagato ma agguerrito esercito del sindacalismo autonomo non regge più davanti alla constatazione che è proprio la Cgil ad avere, sia pure di poco, la quota percentuale maggiore in tale settore. Nel sindacato di Epifani, poi, il peso dei pensionati e soprattutto dei pensionandi è fortissimo, mentre il rapporto con le nuove generazioni, sia quelle occupate stabilmente, sia quelle precarie, sia quelle disoccupate, è molto più incerto e sempre fonte di conflitti e di sfiducia. Ci si può sorprendere, allora, se nei palazzoni romani, ma anche a Mirafiori, non ci siano più quelle antiche benevolenze?
Rai, via alla riforma
Virginia Piccolillo sul Corriere della Sera
ROMA Sognando la Bbc, il governo tenta la riforma della Rai. Dopo una lunga discussione, all'unanimità, ma con riserva di modificarne il testo, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge Gentiloni che trasforma la Rai in una fondazione e sembra escluderne la privatizzazione. Soddisfatto il premier Romano Prodi, che usa questo "provvedimento complesso" come termine di paragone dell'attività dell'esecutivo: "Certamente, ci sono state delle discussioni, ma poi si è finito per decidere unanimemente". Esausto dopo l'accelerata impressa da Palazzo Chigi, venerdì scorso, al provvedimento che giaceva ancora in fase di ideazione, il ministro Gentiloni è entusiasta. E dopo aver vinto le perplessità opposte dei colleghi Emma Bonino da un lato e Alfonso Pecoraro Scanio e Paolo Ferrero dall'altra, oltre alle obiezioni di Clemente Mastella, parla di "svolta storica". "Gli obbiettivi del ddl dichiara sono tre: dare alla Rai maggiore autonomia da governo e partiti, metterla in condizione di decidere del suo futuro, creare le condizioni per una maggiore differenza tra tv pubblica e tv commerciale". "Finalmente si inizia a liberare la Rai dalla morsa della politica" esulta la verde Tana de Zulueta, autrice di una pdl di iniziativa popolare che lo auspicava.
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LO SCONTRO Al centro della discussione in consiglio l'articolo 11 sulla riorganizzazione della Rai. A confronto l'idea del ministro Bonino di fissare obiettivi di privatizzazione almeno di parte della Rai e quella opposta del ministro Ferrero di stabilire il principio irrinunciabile della caratteristica pubblica della Rai. Richiesta condivisa dal ministro Pecoraro Scanio: "Chiediamo garanzie spiega sul fatto che nulla di questa fondazione sia privatizzabile: infatti il testo è stato approvato con la formula "salvo intesa"". Mastella si è interrogato invece sui membri della Fondazione: "Mi pare singolare prenderne uno dall'Accademia dei Lincei, con tutto il rispetto". Ma a chi proponeva un rinvio si sono opposti strenuamente Prodi e Gentiloni.
LA MEDIAZIONE Per sbloccare l'impasse c'è voluto il suggerimento del ministro dell'Interno Amato e del vicepremier D'Alema: "Sfumare l'articolo 11". Per questo è scomparsa la societarizzazione, escludendo così di fatto la possibilità di privatizzazioni. Ha giovato l'appello di Prodi a "fare presto" per risolvere la situazione di stallo della Rai. Ma forse più di tutto sono servite le rassicurazioni di Gentiloni: il testo non è blindato, si potrà correggere.
Ora il ddl dovrà essere approvato dalle Camere. Gentiloni confida in una "corsia accelerata" data l'"urgenza". Ma il clima è rovente. Il ministro Padoa-Schioppa giovedì ha sfiduciato il consigliere Rai Angelo Maria Petroni specificando che avrebbe mandato via l'intero cda, scatenando così l'indignazione dei consiglieri Rai Sandro Curzi e Nino Rizzo Nervo che ora lo accusano di "inerzia". Ieri il portavoce del governo Silvio Sircana ha corretto il tiro: "È stato solo un esempio". E lo stesso Prodi ha precisato che il cda Rai "non è stato oggetto della riunione del Cdm". Ma Mastella insiste: "Fossi Petruccioli mi dimetterei".
La politica dei beni comuni
Valentino Parlato su il Manifesto
La bella assemblea dei "resistenti" alla deriva del cosiddetto "partito democratico", quella del 5 maggio al Palazzo dei Congressi dell'Eur., mi ha molto colpito e incoraggiato. Per questo cerco incontri per vedere che cosa si può fare insieme in questa difficile stagione della politica. Riesco ad afferrare Giovanni Berlinguer, che all'Eur ha fatto un bel discorso e che è un antico amico. Di una amicizia senza eccessi di confidenza: una amicizia tra comunisti, uno sardo e l'altro siciliano - due isole. Vado a incontrarlo a casa sua. Una casa austera: un po' di quadri neorealisti e tutte le pareti coperte di libri. Comincio io, un po' tumultuoso.
All'Eur hai parlato di "energia aggregante", ma se non aggrega presto l'energia si disperde, e poi che si fa? Non ti rendi conto che bisogna reagire in fretta? Che c'è una "privatizzazione" della politica che aiuta il populismo di destra? Che se volete dar forza alle speranze dell'Eur dovete indicare obiettivi caratterizzanti, forme di organizzazione, una rilettura di un nostro passato che è stato rimosso se non condannato. Insomma si può andare oltre l'assemblea del 5 maggio?
Si deve andare oltre. E' vitale, nel senso politico e anche biologico, rispondere alle sfide di oggi e, innanzitutto, rivalutare la nobiltà della politica. Quel che tu dici sulla privatizzazione della politica, personale o di gruppo, è il fenomeno più devastante di questo tempo, in Italia e altrove, ma in Italia molto più accentuato Non è un caso che in questi ultimi mesi siano apparsi ben quattro libri su questo tema: I costi della politica di Villone e Salvi, La casta di Rizzo e Stella, Élite e classi dirigenti di Carboni e poi La democrazia che non c'è di Ginzborg. Ho letto ieri su Le Monde un articolo di Henry Weber, uno dei segretari del partito socialista francese, che dice: "tutti i partiti sono costituiti da eletti circondati da aspirati a essere eletti". In Italia c'è anche una corsa a posti di comando non elettivi, e quindi più sicuri. Il fenomeno è diffuso in tutte le democrazie e sconfina spesso verso l'illegalità e il codice penale. Non combattere seriamente questa deriva mette a rischio serio la democrazia.
Forse eccedo, ma in questa situazione vedo, non per domani ma tra un po', un serio pericolo di destra. Ci sono analogie tra il presente e il periodo successivo alla prima guerra mondiale. Non penso a Mussolini, ma a qualcosa di fortemente oppressivo.
Non mi convince il tuo paragone con i primi anni Venti, ma la regressione può essere più profonda. Introiettata, condivisa e perfino benedetta.Difficile da combattere.
Certo non vengono le camicie nere e neppure le camicie verdi, ma qualcosa di più moderno, più profondo e forse più duraturo.
Giustissimo. E tutto questo si collega molto strettamente al monopolio dell'informazione, alla selezione delle notizie nelle quali predominano i delitti e i fatti di cronaca nera.
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Sarkozi non è Chirac.
Certamente. E' più pericoloso.
E' un po' gollista e colbertiano. Molto statalista francese.
Ma è anche xenofobia, lotta alle banlieues, condanna della racaille. Comunque, la cosa più grave che ha detto Sarkozi è che la Francia deve difendersi dalla globalizzazione.
Ma la globalizzazione può diventare la colonizzazione dei deboli.
Bisogna evitarlo, ma non si può ignorare che la globalizzazione è il modo di vita del XXI secolo e - come avrebbe detto Togliatti - un terreno più avanzato di lotta. In tanti casi, ha creato condizioni migliori per diversi paesi: penso all'America latina, ma soprattutto alla Cina e all'India e anche ad alcuni paesi dell'Africa. E' stata l'apertura delle frontiere, e con tutti i suoi limiti il libero mercato. Molti squilibri, è vero, sono stati anche aggravati, e molte nazioni sono state spinte alla rovina; si deve sottolineare che il mercato e la scienza non creano naturalmente benessere. Ma la globalizzazione è il campo nel quale si deve combattere. E' terreno obbligato, e pertanto le idee politiche non possono più avere una dimensione solo nazionale.
La conversazione prosegue. Parliamo dell'internazionalizzazione comunista che, in qualche modo, anticipava la globalizzazione. Berlinguer è piuttosto critico, io di meno. Poi parliamo anche della radiazione del gruppo del "manifesto" e facciamo un ragionamento con il se: se il Pci, allora avesse accettato la posizione di quel gruppo, forse i danni del crollo del Muro sulla sinistra italiana sarebbero stati minori. Berlinguer consente. Poi quando ci salutiamo mi regala un suo libro, I duplicanti. Guardo l'introduzione e leggo le prime righe: "La politica è passione civile o male ereditario, nella mia famiglia, da tre generazioni, ed è stata sempre vissuta all'opposizione: nonno repubblicano, padre antifascista, figli comunisti. Anche chi fra di noi è divenuto totus politicus non ha mai pensato di entrare a far parte di un ceto particolare: altri erano gli scopi, diverse le situazioni. Da una decina d'anni, però, ho cominciato a sospettare e poi a constatare che questo ceto - stavo per dire casta - di cui avevo sempre contestato l'esistenza è una realtà; che esso ha una irrefrenabile tendenza moltiplicativa invasiva e pervasiva; e che io stesso, in qualche misura, vi appartengo".
I duplicanti è stato edito da Laterza nell'anno di grazia 1991. La diagnosi di Giovanni Berlinguer ha ben sedici anni di anticipo sul presente degrado della politica.
La famiglia plurale di Sarko
Francesco Merlo su la Repubblica
I vescovi di Francia, rosei e sereni monsignori con il fegato sano, ministri di un Dio che è Dio e che dunque non fa l´imbonitore di piazza, capiscono bene che in quella foto c´è il presupposto della Grazia. E´ infatti la foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi, e anche i francesi più pettegoli si imbrogliano con le immagini e non sanno bene chi è il padre di chi e chi la madre di chi, un po´ come, guardando il famoso fumetto, nessuno è in grado di dire chi è Tom e chi è Jerry.
Anche Nicholas e Cécilia si sono inseguiti, si sono presi, lasciati e poi ripresi, e più di una volta lui l´ha sottratta a un altro perché bisogna sempre riconquistarsi per salvarsi, e a volte è necessario separarsi per liberarsi, e la famiglia muore solo quando ci si rinchiude in un recinto di malumore, e non è vero che la seconda volta è la sconfessione della prima. Dicono persino che, per dispetto d´amore, Cécilia non sia andata a votare e poco importa che non sia vero. La signora infatti non ha comunque alcun senso di colpa, si difende con l´innocenza, e di sé dice che il vecchio ruolo della first lady la annoia: "Non mi ci vedo. Io non sono politicamente corretta".
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Attenzione ovviamente a non cadere nella retorica opposta, quella che il mondo è una grande famiglia e che dunque bisogna sempre e comunque aprirsi al mondo. Non è detto che il padre di famiglia che non divorzia e non si risposa debba per forza avere l´aria del bestione furibondo e perennemente estenuato, e non è detto che in una famiglia "finché morte non vi separi" si coltivino in segreto e nel rancido le emozioni più basse e più alienanti e che le donne siano sempre sottomesse e sopraffatte. Si può essere felici risposandosi, ma conosco qualcuno per il quale sposarsi sei volte, con sei donne diverse, è equivalso a sposarsi sei volte con la stessa donna o, per dirla meglio, sei volte con se stesso.
E´ una banalità dirlo ma proprio la famiglia prova che è molto vario il modo di stare al mondo, ciascuno in compagnia di chi gli pare, cercando la propria strada, proteggendo i propri affetti, senza modelli, senza paure bigotte e ovviamente senza le solite impalcature ideologiche del tipo famiglia di destra o famiglia di sinistra.
Agli italiani va raccontato che in Francia non si è aperto un dibattito sulla famiglia di destra e su quella di sinistra. A nessun francese viene in mente che Cécilia possa diventare l´eroina della riscossa laica né che quella insediata all´Eliseo sia la famiglia di destra con addosso i panni della famiglia di sinistra. Qui non c´è una pattuglia di cappellani in marcia su Roma e ciascuno si costruisce come può la propria famiglia senza pensare alla destra e alla sinistra. La famiglia alla Sarkozy è come l´aspirina, come il treno, come i rubinetti dell´acqua: né di destra né di sinistra.
Pensate: solo in italiano le parole matrigna, patrigno, fratellastro e sorellastra hanno un suono dispregiativo che non esiste, neppure come sfumatura, nell´inglese stepmother o nel francese demi-frère. Forse è cosi perché siamo appunto il paese delle mamme, il paese dove la ragion di mamma è più forte, e soprattutto più condivisa, della ragion di stato. Ma stiamo cambiando anche noi. Non so quando manderemo al Quirinale una stramba e perciò normale famiglia com´è quella di Sarkozy, con tanto di matrigna bella e buona. Intanto, per liberarci dello sgradevole rimando a Cenerentola nella famiglia Italia sempre di più ci si chiama con il nome proprio, anche se spesso ci si imbroglia nell´imbroglio della famiglia. Come accadde a quel mio amico e collega, sposato tre volte, con il quale stavo passeggiando in corso Garibaldi a Milano. Ricevette una telefonata, non capì, si imbarazzò, poi disse un po´ confuso: "Guardi, ha sbagliato, ma insomma non del tutto. Lei sta cercando il marito di mia moglie".
E per i bambini vacanze al supermercato
Giovanna Zucconi su La Stampa
Mentre dal Vaticano eruttano parole sulla family, altri si sostituiscono nei fatti ai preti di una volta: aprendo un oratorio. Non si chiama così, e non è all'ombra di un campanile, bensì tra le navate profane di un centro commerciale.
Che si chiama Le Gru, è a Grugliasco, periferia di Torino, e durante le vacanze estive propone svaghi e intrattenimento, non si sa quanto edificante, per un centinaio di bambini a settimana.
Il programma è tutto un programma: si mangia all'Ikea (menù biologico), si va in gita all'acquafan, si gioca nei seicento metri quadri all'aperto a ridosso del falansterio dei consumi.
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O che "lasciate che i bambini vengano a me" sia uno slogan dell'ufficio marketing.
O che saranno le cassiere a celebrare i matrimoni, mentre i vecchietti giocheranno a bocce
fra scaffali di pelati in scatola (d'altronde non fu un ministro della Salute a benedire gli ipermercati come rifugi estivi per gli anziani minacciati dall'afa?).
L'oratorio in versione shopping center non ha ancora trovato i suoi cantori, non esistono ancora un Luigi Meneghello o un Marco Paolini che ne narrino l'infantile poesia, magari orecchiando il ritmo sincopato dell'anglo-italiano della pubblicità e la musica misteriosa dei carrelli in riempimento. Occorrerà aspettare che i giovani ospiti dell'estate grugliaschese crescano, per sapere se tra loro ci sono i futuri "piccoli maestri" capaci di testimoniare, come Meneghello nel secolo scorso, quanto ogni infanzia possa avere la sua mitologia e il suo linguaggio. Nel frattempo gli officianti della nostra nuova religione distribuiscono le tavole dei comandamenti: i volantini del tre per due.
Storie da un paese sbandato
Editoriale su Il Foglio
Roma. A forza di evocarlo sull'emergenza sicurezza finisce che il Viminale si fa vivo e dà spiegazioni. Al Foglio ha deciso di parlare Marco Minniti, il vice di Giuliano Amato, uomo d'ordine fra i Ds. Minniti ha riferito ieri in Parlamento sulla vicenda degli ostaggi sequestrati in un pullman da tre albanesi, in provincia di Novara, e non ha escluso una matrice terroristica. In più, la relazione del Viminale è stata illustrata nello stesso giorno in cui l'emergenza terroristica torna a farsi viva a Bologna, con due molotov brigatiste lanciate sotto casa del portavoce di Sergio Cofferati. Minniti non vuole che l'attuale governo venga ricordato come uno zoppicante amministratore di emergenze. Prova a rimarcare il tratto scientifico, strategico e non occasionale delle riforme di cui è promotore. E su questo vuole essere giudicato. Anche aspramente dice ma dopo aver letto i numeri. Sullo sfondo c'è il solito interrogativo: esiste ancora una sinistra nazionale capace di dare profondità al tema della sicurezza? Minniti: Il tema della sicurezza va affrontato tenendo insieme una forte visione nazionale, la forza dello stato centralista par exellence quello che si attiva contro il terrorismo con l'idea che il centralismo esclusivo non può leggere adeguatamente la realtà locale. Il 18 giugno presenteremo un rapporto corposo sulla criminalità, che avrà cadenza annuale e abbatterà luoghi comuni. E che restituisce ai numeri la loro insindacabilità. Buoni o cattivi, saranno l'unità di misura del nostro lavoro. Minniti espone l'approccio scientifico del suo ministero e l'idea dei patti bilaterali con i comuni concepita dal Viminale. In Italia il modello di sicurezza era immodificato da trent'anni, adesso stiamo operando su due livelli. Sulla nuova dislocazione delle classi medie nel territorio, sempre più lontane dai centri storici, come segnala il fenomeno delle rapine in villa. E sulla cintura periferica delle città, dove ingressi e uscite saranno monitorati con telecamere collegate alla centrale del ministero e capaci di leggere le targhe per segnalare ogni anomalia.
18 maggio 2007