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sulla stampa
a cura di P.C. - 17 maggio 2007


Napolitano lo aveva detto
Federico Geremicca su
La Stampa

Il suggerimento era proposto già allora con grande nettezza: "Nel rapporto con i cittadini che chiedono sicurezza, la sinistra non può apparire incerta nel far rispettare regole, vincoli e limiti come parte di un'autentica cultura dei diritti e delle libertà: solo così, infatti, si contrastano efficacemente filosofie riduttive di “legge e ordine” che ignorano conquiste e garanzie di carattere liberale e democratico". E se il messaggio non fosse stato chiaro - o meglio: se avesse avuto bisogno di un avallo ancor più autorevole per esser convincente - ecco anche un possibile riferimento: "Nella presentazione pre-elettorale della piattaforma del New Labour, si trova la denuncia dell'abisso che si era scavato tra posizioni giustificazioniste, o almeno comprensive e “morbide”".
Che sono tradizionalmente presenti nella sinistra - e propense a considerare il crimine come “sintomo dei mali della società” - e le opinioni diffuse nella stessa base laburista".
Insomma, il suggerimento era: attenti a continuare a considerare la sicurezza una valore "di destra" perché i cittadini - anche quelli di sinistra - non la pensano più così. Oggi nell'Unione tutti (o quasi) concordano su questo: e la gara, anzi, sembra essere a chi la mette giù più dura. Solo che i brani che abbiamo citato sono del 1998, cioè di nove anni fa. E la firma in calce è quella di Giorgio Napolitano.
Al Presidente della Repubblica non capitò certo poche volte, nella lunga e alla fine "eretica" militanza nel Pci, di veder ignorati suggerimenti e prese di posizione che spingevano per una decisa svolta "riformatrice" dell'allora Partito comunista. Le tesi anticipatrici intorno al tema della sicurezza (esposte quando era ministro dell'Interno, in una articolo per la rivista "Europa/Europe") costituiscono soltanto un esempio, che vale però la pena citare proprio per il gran ritorno d'attualità della controversa questione. Non solo. Già in quegli anni, infatti, Giorgio Napolitano individuava un ambito specifico di intervento anche per gli enti locali. "Il diffondersi tra i cittadini di una percezione di insicurezza - scriveva Napolitano - costituisce di per sè un non trascurabile problema politico, e induce a non indulgere a insostenibili minimizzazioni... Vi si deve rispondere con politiche di sicurezza urbana, non affidate esclusivamente alle forze di polizia ma basate su una pluralità di approcci e di apporti e su un intenso coinvolgimento delle amministrazioni locali...". Oggi, da parte dei sindaci della grandi città - e in particolare da parte dei sindaci di centrosinistra - è tutto un gran avvertire che "sicurezza e legalità non sono valori di destra". Cominciò due estati fa - in una situazione di coraggiosa solitudine - Sergio Cofferati a Bologna: ma è questa primavera - prima con la marcia di protesta di Letizia Moratti, poi con le sortite di Chiamparino e Veltroni - che ha trasformato il tema (non nuovo, come visto) quasi in una cartina di tornasole del tasso di modernità e riformismo del centrosinistra e del costruendo Partito democratico.
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Un modo per dire, come è evidente, che c'e ne è voluto di tempo perchè posizioni che potevano esser sposate già dieci anni fa diventassero patrimonio comune del centrosinistra italiano, in generale, e dei Ds più in particolare. In fondo, per il gruppo che nel Pci fu in passato detto "migliorista", quella sulla sicurezza è solo una delle tante piccole rivincite loro consegnate dalla storia (o più modestamente dallo scorrere del tempo). E' accaduto lo stesso per quel che riguarda i giudizi sul "comunismo realizzato" o sulle alleanze internazionali. E soprattutto accadde intorno alla valutazione da dare della figura di Bettino Craxi. In quegli anni, sui cosiddetti "miglioristi" venne lanciata l'accusa (all'epoca sanguinosa) di esser filosocialisti; oggi c'è chi propone addirittura che Craxi stia a pieno titolo nel cosiddetto pantheon del Partito democratico. Che dire? Si potrebbe concludere con un vecchio proverbio: il tempo è galantuomo. O con un più modesto - per tornare al tema sicurezza - meglio tardi che mai...


Compleanno senza brindisi
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

"Cara Unione, così non va", è il titolo dell'Unità all'indomani della sconfitta delle elezioni siciliane. Perché "l'Unione e il suo governo sono in difficoltà" e perché, come spiega il direttore Antonio Padellaro, "adesso occorre una spinta in più". Adesso, cioè a un anno esatto dalla nascita del governo Prodi. Adesso, ossia quando la maggioranza di centro-sinistra sembra scricchiolare una volta ancora: vulnerabile, esposta a infinite tensioni, preda di una sindrome ossessiva del litigio e della ripicca, depressa e sfiduciata. Evidentemente quel "così non va" non è solo lo sfogo di un giornale-sismografo intelligente e sensibile degli umori e malumori che attraversano la sinistra.
Si tratta di un brutto segno, proprio nei giorni in cui si celebra (senza brindisi) il primo compleanno del governo. E se è vero che il governo Prodi è passato indenne attraverso le più fosche profezie che regolarmente ne hanno pronosticato il collasso (sull'indulto, sul primo rifinanziamento della missione in Afghanistan, sulla Finanziaria), è altrettanto vero che tante e multiformi voci di "così non va" si erano addensate anche alla vigilia del trauma di una non dimenticata disfatta in Senato, nel febbraio scorso. Quel colpo dagli effetti micidiali procurò nell'Unione un sussulto di orgoglio, o almeno il ridestarsi di un sopito istinto di sopravvivenza. Si stilarono in fretta "dodecaloghi", si decretò con imperio che il governo comunicasse con una sola voce, si ascoltarono promesse di concordia perpetua, si siglarono patti che sancissero la difesa della stabilità come prima missione della maggioranza.
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Litigi e scontri destinati a non sfociare automaticamente in una crisi catastrofica della coalizione. Ma non è detto che questa certezza — il vero punto di forza di un governo che non conosce alternative che non siano il suicidio dell'intera maggioranza — non possa trasformarsi alla lunga in un handicap paralizzante e nella premessa di una stagione di immobilismo rissoso. Se poi i risultati delle prossime elezioni amministrative dovessero risultare severi per la maggioranza, i lamenti sul "così non va" potrebbero moltiplicarsi a dismisura.


Tempo di cambiare
Gabriele Polo su
il Manifesto

Sarà anche stato un voto "locale", perdipiù nella regione "cassaforte" della destra e dove la mafia è un soggetto attivo, ma l'esito delle elezioni siciliane parla a tutta l'Italia. Non per dire che il centrosinistra "è finito" ma per confermare la disgregazione della politica in comitati d'affari e dei partiti in entità sempre meno rilevanti. Soprattutto parla alla sinistra che paga un prezzo altissimo alla sua esperienza di governo, come probabilmente confermeranno le prossime elezioni amministrative. Ovvio che a essere più esposta sia Rifondazione comunista, il partito cui la cultura comune del popolo di centrosinistra ha affidato il ruolo di guardiano dei diritti di chi meno ha e più ha pagato il ventennio liberista, il tunnel buio del berlusconismo.
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Gli altri a sparare in un campus o dirottare pullman.
Non sembra che chi ha deciso di "rimanere a sinistra" abbia piena consapevolezza di un orizzonte così pericoloso. La rottura (storica e politica) decretata dalla nascita del Pd ha prodotto sì un gran movimento di convegni, dibattiti e incontri, ma non traspare una volontà precisa di andare in tempi brevi alla costruzione di una pratica comune che possa diventare punto di riferimento. Non per cambiare il mondo, ma per arginare con efficacia quei "se" (altri ne potremmo aggiungere) che costituiscono una vera emergenza sociale. E per dare alla politica dal basso (se ne fa tanta, in comitati e associazioni, ma tutti separatamente) non una piena rappresentanza ma almeno una sponda nel complesso territorio del potere. I tempi, in politica, non sono un fattore secondario: se i gruppi dirigenti dell'attuale sinistra vogliono avere un futuro, devono agire subito, muoversi in fretta, dare risposte concrete di merito a chi li ha eletti, porsi degli obiettivi precisi senza pensarsi come il "tutto" e, quindi, rimettere in discussione - con chi nutre ancora speranze - le "fusioni" decise a tavolino. Che in quanto tali non si realizzano mai.


“Eutanasia e aborto i nuovi nemici”
Marco Politi su
la Repubblica

ROMA - La Cei va all´attacco, evocando nemici epocali da cui proteggere la società. Invitato a Gubbio per la festa di sant´Ubaldo, il segretario della Cei mons. Giuseppe Betori ha riattualizzato l´assedio del Barbarossa contro la città, agitando lo spettro di moderni aggressori. "Oggi - ha dichiarato il presule, solitamente assai pacato - nuovi nemici tentano di espugnare le nostre città, di sovvertire il loro sereno ordinamento, di creare turbamento alla loro vita". I nuovi nemici si chiamano nichilismo e relativismo e più o meno esplicitamente vorrebbero - secondo Betori - egemonizzare la cultura italiana. Il segretario della Cei ha elencato le malefatte di queste tendenze: "Fanno dell´embrione un materiale disponibile per le sperimentazioni mediche, danno copertura legale al crimine dell´aborto, e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralità dell´inizio e della fine della vita umana".
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Sempre colpa dell´utilizzo perverso del concetto di qualità della vita sarebbe, infine, la cancellazione della "dualità sessuale in nome di una improponibile libertà di autodeterminazione di sè". Conseguenza finale: lo scardinamento della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Il discorso di Betori, che non è mai un battitore libero, è sintomo di una strategia precisa: seppellire i Dico, togliere l´autodeterminazione al paziente nel caso di testamento biologico, combattere il pluralismo delle scelte legislative in nome della battaglia al cosiddetto nichilismo e relativismo. In effetti il segretario della Cei (che lunedì si riunisce in assemblea generale con una relazione di mons. Bagnasco) usa un inedito linguaggio militaresco. Parla di "battaglia decisiva" per la dignità della persona umana e di salvezza che la società può trovare soltanto nella "legge di Dio".
Immediate le reazioni nel mondo politico. L´ulivista Grillini parla di deriva neo-temporalista e di clericalismo arcaico, attaccando la pretesa della gerarchia ecclesiastica di imporre la propria visione come legge dello Stato. Silvestri (Verdi) paragona il segretario della Cei al mullah Omar. Il socialista Villetti ribadisce che la gerarchia ecclesiastica può dare qualsiasi indicazione, ma senza la pretesa di farla diventare legge civile; Betori "non ripercorra la storia del potere temporale dei papi". Schierati automaticamente con il segretario della Cei sono gli esponenti del Polo. Isabella Bertolini (Forza Italia) riassume l´omelia di Betori in quattro parole d´ordine: "Sì alla famiglia, no ai Dico, no all´eutanasia, no alla droga facile".


Monsignore si dia una calmata
Chiara Saraceno su
La Stampa

La gerarchia cattolica, come ogni autorità religiosa, ha sicuramente il diritto e persino il dovere di esprimersi sui temi che toccano la morale e il senso della vita. Ciò che dice va ascoltato con rispetto e con attenzione, anche quando non lo si condivide. Ma ci sono occasioni in cui è davvero difficile mantenere un atteggiamento di rispetto e ascolto. Le dichiarazioni di ieri di monsignor Betori, segretario della Conferenza episcopale italiana, a Gubbio sono una di queste - ormai sempre più frequenti - occasioni. Di fatto ha individuato come i peggiori nemici della umanità - "fomentatori di guerre e terrorismo", negatori "del riconoscimento dell'altro" a vantaggio del mantenimento di "situazioni e strutture di ingiustizia sociale" - le donne che abortiscono, le persone che riflettono sul testamento biologico e sul diritto a porre fine ad una vita che ha perso tutte le caratteristiche di vita umana, le coppie eterosessuali che convivono senza sposarsi e gli omosessuali in quanto attenterebbero alla dualità sessuale. Sono loro responsabili dei mali del mondo, non i dittatori politici ed economici, non coloro che fomentano guerre etniche e religiose, non gli sfruttatori di donne e bambini, non i mercanti di uomini e neppure coloro che in nome della morale sessuale si oppongono all'utilizzo di semplici precauzioni per evitare il diffondersi dell'Aids che da solo in alcune parti del mondo fa ancora più stragi delle guerre civili.
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Non credo che così si difenda veramente il cristianesimo. Certamente non è così che si può aspirare a ottenere rispetto e attenzione per le proprie posizioni. Si incoraggia soltanto l'escalation dell'insulto reciproco, dell'abuso del linguaggio, dell'incapacità a distinguere e ad ascoltare, della caccia al diverso. Non è né pedagogia civile né, tantomeno, pedagogia religiosa. È una chiamata alle armi. È questo che la gerarchia cattolica vuole per il suo popolo e per il nostro Paese? Chi sta davvero, per riprendere le parole di Betori, coltivando "sentimenti di arroganza e di violenza"? Un po' di autocontrollo, per favore.


La televisione di stato “cavia” del PD
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

A palazzo Chigi si parla di atteggiamento "empirico". Significa che sulla Rai, Romano Prodi sa di poter tirare la corda fino a tentare di rovesciare la maggioranza nel cda, sostituendo il consigliere del centrodestra Angelo Maria Petroni. Ma non si può permettere di terremotare i vertici della tv di Stato, perché provocherebbe una rivolta in mezza Unione. Così, per ora l'obiettivo minimo sta diventando l'unico. Se poi, seguendo i "tempi tecnici", a luglio Petroni fosse davvero mandato a casa dal Tesoro, ci potrebbe essere una deriva di dimissioni a catena; e a Palazzo Chigi non dispiacerebbe. Ma il centrosinistra mostra idee molto contrastanti in materia.
Ieri il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa- Schioppa, ha lasciato capire davanti alla commissione parlamentare di Vigilanza che il caos è colpa dell'intero cda; e che si è limitato a revocare Petroni perché il suo potere si ferma lì. Il seguito, oltre che ai tribunali, sembra affidato alle vicende della maggioranza. In Ds e Margherita rimane il sospetto che Prodi sia tentato di usare la Rai come cavia del suo modello di Partito democratico: col governo in posizione di supremazia, e gli alleati costretti ad allinearsi. La tv di Stato rifletterebbe dunque lo scontro in corso fra il presidente del Consiglio e i soci fondatori del Pd.
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Per il governo, significherebbe gestire la fase di passaggio dalla legge Gasparri alla riforma della Rai senza incontrare gli ostacoli dell'ultimo anno; e rinviando all'inizio del 2008 e a una nuova legge la sostituzione di tutti i consiglieri. Farlo adesso potrebbe creare lacerazioni nel centrosinistra: soprattutto fra Ds, Prc e Margherita. Ma la partita rimane aperta. Petroni vuole ricorrere al Tar contro la revoca decisa da Padoa-Schioppa; e non si può prevedere se il provvedimento sarà sospeso dal tribunale amministrativo. Ma soprattutto, continuano le pressioni di parte della maggioranza perché si volti pagina da subito. E non si esclude che alla fine possano saldarsi con i piani inconfessabili di Prodi.
L'opposizione si prepara ad uno scontro frontale; e ad accusare l'Unione di bulimìa da potere, se non bilancerà la revoca di Petroni con una presidenza di centrodestra che la garantisca. È un argomento che il fronte berlusconiano si dice pronto a sfruttare anche in vista di future campagne elettorali. Ma la sensazione è che ormai tutti si preparino ad un cambio degli equilibri nel cda a favore dell'Unione. E aspettino di capire come andranno le amministrative di fine maggio per compiere la mossa ulteriore. Da come verrà riplasmato il vertice della Rai, forse si indovinerà anche la sorta della legislatura.


Compleanno Romano
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Sullo stato del governo e del nascente Partito democratico ci sono molti punti di vista, ma da nessun punto la vista è più rosea di quella che si gode dal Campidoglio. A godersela è Walter Veltroni, naturalmente, che ieri ha mandato una lettera aperta a ben nove ministri (ma non al Primo) per proporre loro un “patto sulle emergenze sociali nelle aree metropolitane”. Alla vigilia del primo compleanno del governo Prodi, a Palazzo Chigi la lettera non è parsa un biglietto d'auguri. Tanto meno nel giorno in cui Clemente Mastella, dal salone del Transatlantico, annuncia sorridente ai cronisti che l'Udeur si astiene sul conflitto di interessi e chiede una verifica di governo a giugno; nelle stesse ore in cui Massimo D'Alema, da una conferenza stampa congiunta con il segretario della Lega araba, smentisce imminenti attacchi all'Iran e parla di un possibile intervento di pace a Gaza; in quelle stesse ore in cui il sindaco di Roma – dopo avere inaugurato una strada dedicata a Luigi Calabresi, avere annunciato l'intitolazione di una via anche per Federico Caffè e avere dichiarato che ai piedi del Campidoglio sorgerà “il luogo della memoria collettiva” in ricordo di tutte le vittime del terrorismo – lancia la sua proposta di un nuovo “patto sociale”.
“Signori Ministri – esordisce Veltroni – scrivo per sottolineare alla vostra attenzione alcune questioni, di particolare urgenza sociale, che la città di Roma, così come le altre aree metropolitane del nostro Paese, si trova quotidianamente ad affrontare e sulle quali ritengo sia giunto il momento di progettare e definire insieme un piano organico di iniziative e interventi. Penso a un piano comune d'intenti; una sorta di 'patto sulle questioni sociali' simile a quello che abbiamo concordato, sui temi della legalità, con il Ministro dell'Interno”. All'apprezzamento dei segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil segue quello del verde Paolo Cento e dei ministri Barbara Pollastrini e Paolo Ferrero. Dalla Margherita, la deputata Maura Leddi sottolinea l'apertura alla proposta di abolizione dell'Ici, su cui il partito di Rutelli ha da tempo avviato un duro confronto con gli alleati e con lo stesso presidente del Consiglio.


Se l'infermiere va al potere in corsia
Mario Pirani su
la Repubblica

La Federazione nazionale degli infermieri ha comprato ieri un´intera pagina del Corriere della sera per confutare ciò che avevo scritto sulla mia rubrica "Linea di confine" a proposito dei mutamenti avvenuti nella loro professione.
Anche se è inconsueto ribattere a una pagina pubblicitaria, per di più di un altro quotidiano, la questione sollevata ci sembra di tale impatto per il futuro del servizio sanitario e per la cura dei pazienti da meritare un ulteriore approfondimento.
Inoltre il tema rappresenta un vero e proprio test di quale deriva stravolgente possa innestare in un paese come il nostro la pulsione al corporativismo di categoria, di quanta incoscienza possano dar prova i ceti politici quando legiferano per assicurarsi consenso laddove la forza del numero fa premio su ogni logica coerente, di quanto in questo, come in tutti i settori pubblici, l´interesse degli addetti ai lavori finisca sovente per prevalere sui diritti e le attese degli utenti, col contributo delle rappresentanze di categoria, soprattutto quelle autonome dalle Confederazioni.
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Affermazioni anche psicologicamente significative. Non credo, però, che il problema vada affrontato sotto l´ottica dei rapporti di potere ma alla luce degli interessi del malato e dell´organizzazione ospedaliera, in particolare nelle corsie. Confesso che sono un partigiano della medicina olistica, quella, cioè, che prende in carico l´uomo nel suo assieme e non come somma delle sue varie parti. Per questo ho molti dubbi sugli eccessi di specializzazione anche in ambito medico ed invidio la pratica americana (basta guardare una delle tante fiction in materia) dove tutti gli specialisti si riuniscono attorno al malato ed assieme pervengono alla diagnosi e alla cura. In questo ambito il massimo di competenza specifica, compresa quella infermieristica, si sposa col massimo di collaborazione. Da noi non è certo così e, se è giusto puntare ad una pratica multidisciplinare e ad un lavoro di équipe, l´approccio che mette tutte le categorie sullo stesso piano, negando la necessità che in corsia esista, accanto a vasti ambiti di autonomia funzionale, qualcuno che per competenza scientifica ed esperienza sia in grado di prendere decisioni di ultima istanza valide per tutti, vuol dire gettare le premesse per dissidi corporativi, caotica disorganizzazione, prepotere sindacale istituzionalizzato.
Ma non è tutto. In Italia ci sono 342.000 infermieri, teoricamente tutti sulla rampa di lancio per il diploma dottorale (oggi l´offerta formativa universitaria è di 13.000 posti l´anno). L´organico attuale risulta, peraltro, basso e l´attività in molti ospedali è intralciata dalla carenza infermieristica (doppi turni, liste di attesa, bassa utilizzazione delle strutture chirurgiche e diagnostiche). Il ricorso a cooperative di extra comunitari è diventato necessariamente massiccio. Ora, se un certo numero di infermieri laureati, esperti di bioetica, risk management, etnografia, oltre che di assistenza del paziente, è certamente prezioso, resta il quesito sulla contraddizione obbiettiva tra le nuove classifiche professionali di tutti i neo laureati (o riconosciuti tali ope legis) e le necessità quotidiane dei pazienti e dell´organizzazione ospedaliera. Sarebbe ipocrita pensare che un dottore in scienze infermieristiche non abbia l´ambizione di svolgere, tranne casi eccezionali, un´attività ben più qualificata del pulire il paziente e soccorrerlo nelle sue diurne e notturne necessità. Vi saranno dunque una quota crescente di neo professionisti non vocati a coprire le attuali carenze ma destinati a dar vita a una categoria intermedia, di difficile e costosa collocazione. D´altra parte la carenza degli infermieri tradizionali sarà coperta, nel migliore dei casi, dalla assunzione di nuovi Opa (operatori tecnici dell´assistenza, come vengono chiamati gli ex portantini) e di nuovi Oss (operatori socio-sanitari, i vecchi infermieri generici) autorizzati a "toccare" il paziente. Così senza acquistare una Tac in più, tagliando le medicine, scaricando molti oneri sulle famiglie, la spesa sanitaria salirà ancora senza costrutto. I sostenitori di questa riforma sindacal-corporativa si rifanno volentieri alla realtà anglo sassone.
Dell´America abbiamo già accennato. Quanto all´Inghilterra è vero che l´infermiere ha un ruolo indipendente ma l´esempio purtroppo non calza, almeno per noi. L´Inghilterra è la patria del servizio infermieristico. La faccia della signora Florence Nightingale l´hanno messa addirittura sulla banconota da 10 pounds e le hanno dedicato anche una bella statua di fronte al Big Ben. Ma negli ospedali di Sua Maestà il servizio infermieristico è rigidamente gerarchico. Gli infermieri, e infermiere, tutti rigorosamente in divisa e cappellino hanno addirittura i gradi sulle spalline esattamente come i militari (infatti il servizio iniziò come servizio assistenziale militare a seguito dell´esercito inglese e la Nightingale ogni mattina passava in rassegna le sue nurses) e nelle corsie degli ospedali inglesi chi comanda, cioè la caposala o sister, si riconosce subito (non come da noi dove non conta quasi più nulla) essendo tra l´altro dotata di una elegante divisa blu a pois bianchi. Negli ospedali inglesi, infine, la carriera infermieristica è regolata da precise regole e periodici concorsi. Se si passa l´esame si attacca un altro gallone sulle mostrine. Da noi il caporalmaggiore non si distingue dal generale; tanto a far carriera ci pensano le leggi con le relative sanatorie e i rapporti sindacali.


   17 maggio 2007