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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 aprile 2007


Incontro fra Prodi e Bossi
Marco Cremonesi sul
Corriere della Sera

MILANO — Il muro cade a mezzogiorno, quando le auto di Romano Prodi e di Umberto Bossi fanno il loro ingresso nel cortile della prefettura milanese. I protagonisti del summit ne usciranno una novantina di minuti più tardi, per annunciare il disgelo: la collaborazione è possibile. Quella per evitare il referendum sulla legge elettorale, ma anche quella per le riforme costituzionali. "Ho incontrato Bossi molto volentieri — dice il premier — e abbiamo parlato di tre argomenti: legge elettorale, federalismo fiscale e fiume Po". In particolare, spiega Prodi, "abbiamo approfondito il legame che la Lega fa tra legge elettorale e rafforzamento delle autonomie locali. Linea che mi trova d'accordo da molto tempo e su cui proseguiremo". È l'assist. Poi, il presidente del Consiglio riparte, non prima di aver invitato Bossi a vedersi, la prossima volta, a Bologna.
Il leader leghista conferma la reciproca apertura di credito: "Mi pare che ci sia la voglia di partire e di fare la riforma elettorale". E, appunto, anche la disponibilità a tentare la ripida strada delle riforme costituzionali, che fino a ieri il Carroccio considerava alla stregua di un espediente di Romano Prodi per rimanere in sella: "Il cardine di tutto — spiega Roberto Maroni — è il Senato federale. Perché è lì che le Regioni si trovano e negoziano con lo Stato centrale i finanziamenti, la loro ripartizione e le politiche. Prodi si è detto sinceramente interessato, vedremo più avanti se non si è trattato di un'illusione ottica".
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Se Bossi liquida con un "no" la domanda su una possibile arrabbiatura di Berlusconi alla notizia del vertice, è ancora Maroni a spiegare che "l'incontro è riuscito proprio perché non ci è stata chiesta alcuna contropartita, né alcun sostegno al governo". La distinzione è "fondamentale: noi pensiamo che si possa lavorare in Parlamento per le riforme. Mentre la nostra opposizione al governo sulle politiche è immutata". Di certo, non tutto è risolto. Anche se Prodi, riferisce Calderoli, si "è fatto garante del suo imprimatur su Ds e Margherita". Una prima risposta, da parte della Quercia, arriva da Marco Filippeschi, il responsabile Istituzioni del partito: "L'incontro tra Prodi e Bossi è un fatto politico significativo. Se il confronto si fa sulla legge elettorale e su alcune puntuali riforme costituzionali, si prende la strada giusta per un'intesa".


Il patto col diavolo di due vecchi amici
Filippo Ceccarelli su
la Repubblica

E´ bastato un incontro alla Prefettura di Milano tra Romano Prodi e Umberto Bossi per evocare il patto col diavolo. Ma il punto buffo e niente affatto rassicurante di questo richiamo faustiano è che ciascuno dei due interlocutori ritiene che l´altro sia Mefistofele. E dunque procede con il rischioso baratto.
Così, pur di portare a casa questa benedetta legge elettorale (non proprio in cima alle preoccupazioni degli italiani), il presidente del Consiglio appare disposto ad accordarsi con quel politico che a dicembre, dopo aver mostrato il dito medio, profetizzava: "La gente seppellirà Prodi". Allo stesso modo, pur di dare un segno di vita e mettere di nuovo al sicuro una qualche parvenza di federalismo, il Senatùr si mostra favorevole a sacrificare tutto o quasi ciò che rimane dell´identità, dell´apparato simbolico e degli umori della Padania.
Ora, è possibile che il diavolo, quello vero, sia rimasto favorevolmente impressionato da questo mutuo, simmetrico e raddoppiatissimo riconoscimento. Non è la prima volta del resto che la politica italiana gli offre scenari così ghiotti. Nel frattempo il dio Po, l´antico Eridano in onore del quale Bossi ha battezzato il suo quarto e innocente figliolo, versa in drammatiche condizioni, nel senso che non ha più tanta acqua. La grande secca è rientrata nell´agenda dell´incontro prefettizio con Prodi, vai a sapere se anche nelle sue ricadute mitologiche. Ma forse no.
Per la Lega teocon non è più tempo di divinità fluviali. Quest´anno il rito bossiano dell´ampolla sul Monviso è saltato, o l´hanno fatto alla spicciolata senza Bossi. In uno degli ultimi discorsi prima dell´ictus se l´era presa moltissimo con papa Wojtyla, che aveva azzardato una frase in romanesco. L´altro giorno, a Pavia, il capo assoluto di un partito che tempo fa si è spinto a richiedere alla Chiesa una vera e propria "crociata" contro l´Islam ha incontrato Papa Ratzinger e s´è commosso. Tutti si cambia, in realtà: ma Bossi molto, molto e molto di più. Chiedere a Berlusconi, per esempio, turlupinato nel 1994. O a D´Alema, fatto fesso quattro anni dopo. A tal punto Bossi si è abituato a ribaltare opinioni e posizioni, e su ogni argomento, dalla politica estera ai giudizi sulle persone, da vanificare per sfinimento qualsiasi controllo retrospettivo di coerenza. D´altra parte, è proprio questa la caratteristica dei partiti carismatici: e a via Bellerio è così ormai da una ventina d´anni, tanto che si potrebbero studiare i cicli delle intermittenze e delle trasformazioni, magari per concludere che l´unica certezza in prospettiva è la più incerta imprevedibilità.
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Detta in modo brutale: la Lega non è un partito, forse nemmeno più un movimento. Sembra piuttosto una tribù che è stata a lungo guidata da un uomo un tempo attivissimo e per certi versi anche geniale, ma che ora si ritrova con un capo amatissimo, ma ridotto piuttosto male. Bossi è sempre Bossi, però non si è ripreso dalla malattia. Ha la voce roca e affannata, non scende più a Roma; gli manca lo scatto imprevedibile, la presa magnetica sul suo popolo, quell´energia che per anni ha costituito il vero carburante di tutta l´avventura.
Qualche settimana fa ha detto: "Se sto meglio io, va meglio per tutti". Era insieme un´ammissione, una confessione, una dichiarazione d´orgoglio bio-politico. Il minimo e il massimo che si può pretendere da Faust come prezzo per il suo inutile scambio.


Immigrato bandiera mia
Giovanna Zincone su
La Stampa

Dimmi che politiche di immigrazione proponi e ti dirò chi sei, chi sei politicamente.
Perciò leader di destra che vogliono riposizionarsi al centro esprimono rispetto per le nuove minoranze. Perciò chi vuole presidiare l'ala sinistra degli schieramenti politici chiede moderazione nelle misure repressive verso gli irregolari. Il desiderio di ribadire la propria identità politica è una delle ragioni che spingono tutti i governi e i partiti dei Paesi di immigrazione a prospettare riforme. Poi, però, con il tempo, di fronte a pressioni ed esigenze concrete, i partiti sono costretti a rivedere i progetti iniziali e finiscono per fare anche cose simili a quelle aborrite quando a farle erano i propri avversari. Così, ad esempio, la Bossi-Fini non ha intaccato i diritti per gli irregolari previsti dalla Turco-Napolitano e, con quella legge e un successivo decreto, il centro-destra ha varato la più ampia regolarizzazione fino ad allora effettuata in Europa, anche se la battaglia contro l'immigrazione irregolare era stato un cavallo di battaglia della campagna elettorale della Casa delle Libertà. Il fatto è che troppe famiglie e troppi imprenditori anche di centro-destra premevano per regolarizzare i propri dipendenti. Nel Nord-Est, roccaforte della Lega, era stata addirittura fondata un'associazione di imprenditori in difesa dell'immigrazione clandestina.
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Sull'auto-sponsor si stanno già scatenando sia battaglie interne alla maggioranza, sia attacchi mossi da una forte e agguerrita opposizione. Sarebbero battaglie evitabili se ci si muovesse sul banale terreno della realtà dei fatti. Si tratta di una misura che avrebbe comunque un impatto marginale, perché l'immigrazione in Italia è ormai consolidata, e la gran parte di coloro che arrivano hanno già appoggi e punti di riferimento da cui farsi sponsorizzare. Inoltre, il governo intende sperimentarla, quindi potrebbe smettere di utilizzarla, se vede che non funziona. È una misura poco temibile in termini di ordine pubblico. Chi vuole servirsi della criminalità organizzata lo fa già: paga per avere un falso visto turistico o per farsi trasportare illegalmente in Italia. Semmai, con l'auto-sponsor a disposizione, qualcuno potrà fare a meno di supporti criminali. Ma su questo come su altri punti lo scontro avverrà più in termini di identità politiche che di soluzioni utili e praticabili. Ognuno vorrà ricordarci chi è politicamente. Ed è bene che il centro-sinistra metta in conto il fatto che, a differenza del precedente governo Berlusconi, l'attuale esecutivo non può contare su una confortevole maggioranza. Dovrà quindi scendere a patti, anche e soprattutto con l'opposizione. Tanti auguri.


Brigatismo senza fine
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

Perché l'Italia è l'unico Paese dell'Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E perché sempre l'Italia è l'unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di un'area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni.
Ai quali è impossibile rispondere senza fare i conti con una questione più generale: quella della presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità. Non è un caso se l'Italia è la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.
La sfera politica italiana è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per l'appunto fu il Risorgimento, l'idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l'azionismo.
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Ma la storia non è acqua. L'Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che aveva sviluppato un'antica e lunga contiguità con la violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario (all'origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica). La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione dell'"utopia", ancora oggi considerata dal senso comune politico italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito, nei fatti commuove l'animo solo di sparute, sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano il pugno della legge?
In realtà, il germe dell'illegalità e di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l'Italia democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.


Le sinistre che non ci sono
Editoriale su
Il Foglio

A sinistra del Partito democratico – lo dicono tutti – si aprono “sconfinate praterie” per la cavalcata di una nuova sinistra. Pare però che non ci sia nessun condottiero pronto a salire a cavallo. Le forze, almeno sulla carta, ci sarebbero. Se si considera anche la costituente socialista di Enrico Boselli “a sinistra” del Partito democratico, com'è ragionevole fare, in quest'area si ha una galassia che va dagli esponenti dell'antagonismo pacifista e antiliberale, che hanno creato tanti problemi nella votazione sull'Afghanistan, fino ai settori che rifiutano di restare fuori dalle organizzazioni del socialismo europeo. Se si guarda alla composizione del Senato, si può notare che a sinistra dell'Ulivo si collocano una cinquantina di senatori, un gruppo che, se fosse unito, si collocherebbe al terzo posto tra le forze politiche italiane, subito dopo il Partito democratico e Forza Italia, prima di Alleanza nazionale e di tutti gli altri. Questo risultato si ottiene semplicemente sommando ai 26 senatori di Rifondazione e ai 10 del gruppo Pdci-Verdi, i 12 secessionisti Ds già accertati (anche se c'è chi dice che saranno di più), oltre a Fernando Rossi e Franco Turigliatto, esponenti dell'antagonismo. Non ci sono nel conto esponenti socialisti, perché alle elezioni dell'anno scorso la Rosa nel pugno non ha superato lo sbarramento al Senato e quindi, nonostante la battaglia in corso per la revisione di questo risultato, per ora non ha seggi a Palazzo Madama. Anche con questa carenza, cinquanta senatori sono, più o meno, quelli che rimangono ai Ds, più di quelli eletti dalla Margherita, una realtà tutt'altro che trascurabile.
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La dimensione dell'insediamento nelle istituzioni, nelle organizzazioni di rappresentanza e, presumibilmente, nel corpo elettorale fa della sinistra italiana una forza ragguardevole, che tuttavia non sembra in grado di esercitare un'influenza politica corrispondente, a causa della sua frammentazione e della sua litigiosità interna. A esclusione forse dei Verdi, che però in Italia rappresentano soprattutto l'approdo della galassia estremista degli anni Settanta, tutte le formazioni e i gruppi a sinistra del Partito democratico sono il risultato di scissioni o fratture. Farne l'elenco sarebbe noiosissimo, però non si può non considerare come l'avvicinarsi all'area di governo abbia trasferito anche agli ex comunisti la sindrome scissionista, affezione storica del socialismo italiano. Nonostante gli scissionisti dichiarino invariabilmente di spezzare un'unità per costruirne un'altra, poi, nella maggior parte dei casi, mantengono in piedi il loro spezzone di partito. Per questa specie di autoconservazione delle scissioni la strada per la riunificazione di una sinistra italiana appare particolarmente impervia. E' nella logica delle scissioni autodefinirsi essenzialmente con le ragioni polemiche che hanno determinato le rotture, il che rende difficilissimo il loro superamento. D'altra parte non è forse ozioso domandarsi se per i cespugli della sinistra sia davvero conveniente uscire dalla loro condizione attuale, che consente di coltivare nicchie minuscole ma relativamente sicure, per partecipare da adulti alla competizione politica. Un grande partito ha grandi responsabilità, e la sinistra italiana sembra troppo abituata a limitarsi a far le pulci agli altri per assumersele.


Putin bilancio da zar
Andrea Romano su
La Stampa

Forse neanche in una delle sue celebri esplosioni di entusiasmo Boris Eltsin avrebbe potuto immaginare un successo tanto clamoroso per il suo ultimo pupillo. Nel giro di nemmeno dieci anni, quel Vladimir Putin che egli aveva voluto elevare dalla semioscurità ai vertici dello Stato è riuscito a centrare la missione più difficile.
Restituire fiducia e sicurezza alla Russia, riportare Mosca tra i grandi della terra. E non è un caso se in un paese in cui il cerimoniale ha sempre avuto un preciso senso politico, il discorso di Putin sullo stato della nazione si sia aperto con un lungo tributo alla figura di Eltsin. In quella imponente Sala delle Colonne dell'ex Palazzo dei Sindacati che ha visto svolgersi tanti fondamentali momenti della storia russa del Novecento (compresi i funerali di Lenin e Stalin), Putin ha voluto chiudere anche simbolicamente la lunga fase della transizione postsovietica.
"La vita si è fatta migliore, compagni, la vita oggi ci sorride".
Se non avesse rischiato di apparire politicamente scorretto, Putin avrebbe potuto persino citare le parole con cui nel 1935 Stalin salutò la fine del periodo più duro della trasformazione industriale della patria sovietica. Perché in effetti nella Sala delle Colonne è stata ufficializzata l'uscita della Russia di oggi dalla sua stagione più tormentata. La crescita del prodotto interno lordo che viaggia verso lo stratosferico tetto del 6 per cento, le riserve auree e di valuta che si accumulano copiose, il debito internazionale che si riduce ad altissima velocità. E soprattutto le esportazioni di gas e petrolio che non cessano di riempire le casse dello Stato. Con questi strabilianti dati economici, Putin ha potuto serenamente annunciare un aumento delle pensioni del 65 per cento entro il 2009, un piano straordinario per l'edilizia popolare e un grande progetto per la "seconda elettrificazione" del paese. Piccoli sfizi di un grande leader populista, che da tempo ha instaurato un intenso rapporto carismatico con la propria nazione e privato ogni potenziale concorrente dello spazio minimo per contendere la leadership al suo blocco di potere.
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"Cercare l'idea nazionale è un po' come cercare il senso della vita". Putin ha concluso così il suo ultimo discorso da presidente. E non c'è dubbio che egli sia riuscito a trovare la sua idea nazionale e il suo senso della vita. Perché quando Eltsin gli consegnò le chiavi del potere nel 1999, il compito non appariva affatto facile: restituire sicurezza e fiducia al paese dopo gli anni della lunga incertezza, rielaborare gli elementi tradizionali del profilo nazionale russo in una nuova sintesi adeguata alla nuova dimensione territoriale e di status della potenza postsovietica. Nel giorno in cui Mosca celebra il ritorno alla normalità, continua a non essere normale il rapporto di questo grande e indispensabile paese con il mondo che lo circonda. E la sua antica ostilità all'integrazione internazionale continua a farne un problema per tutti noi.


Andreatta: speranza, ragione e morale
Giovanni Bazoli su
la Repubblica

Ogni uomo, da sempre, cerca di darsi una ragione degli eventi più dolorosi che scandiscono la condizione umana e soprattutto di quelli che più sembrano contraddire l´ordine razionale dell´esistenza. Il cristiano, dal canto suo, cerca di decifrare quale sia il disegno provvidenziale che presiede a tali avvenimenti. Chi di noi non si è posto angosciosi interrogativi sulla condizione - in apparenza così sconcertante - in cui Nino Andreatta ha vissuto l´ultimo periodo della sua esistenza?
Per sette lunghi anni è mancata a tutti la sua voce. Ne sono stati privati, in primo luogo, i familiari, e poi l´innumerevole schiera degli amici; ma di tale perdita ha sofferto l´intero Paese. Eppure quel lungo silenzio non ha impedito che un mese fa, alla sua morte, si manifestasse un´ondata vastissima di commozione e di rimpianto, come se non fosse trascorso un lungo intervallo di tempo da quella notte di dicembre, pochi giorni prima della fine del secolo e del millennio, in cui egli si accasciò sui banchi di Montecitorio.
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È spesso citata in questi giorni per la sua persisitente attualità, nonostante che sia stata scritta all´inizio degli anni ´60, l´affermazione di Andreatta dell´importanza della separazione tra potere politico e potere economico: separazione che per lui era "più importante della divisione tra i poteri". Non era solo una questione di inestetismi rispetto ai conflitti di interesse, ma era una questione morale, in quanto danneggiava il funzionamento complessivo della società. Se uniti, potere economico e potere politico si spalleggiano a vicenda, cercano rendite di posizione, evitando i rischi. Solo quando sono separati, ciascuno può dare il meglio di sé, nell´interesse generale del paese.
Su un´altra frontiera Nino ha dimostrato come nel rapporto tra Stato e Chiesa - che in Italia ripropone periodicamente gravi e delicati problemi - sia possibile conciliare il servizio allo Stato con quello alla Chiesa, come essere coerenti ai propri valori, anche e proprio a causa delle loro radici cristiane, sia il giusto modo per un cristiano di vivere la politica. Anche su questo tema della laicità, Andreatta ha ravvivato l´insegnamento e l´esempio di Sturzo, ricordando a tutti, nella sua opera quotidiana e in particolare nelle vicende del crac del Banco Ambrosiano, che per un cristiano la coscienza, deve venire prima di una cieca devozione alla gerarchia. Per Nino, sono parole sue, "ciascuno attinge alla Sapienza e cerca di tradurla in azione, senza la convinzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte".
Vorrei - in conclusione - constatare come tutte le qualità riconosciute a Nino, il prestigio da lui acquisito e l´impegno profuso in molteplici campi, non lo abbiano portato ad assumere un ruolo di leadership monocratica. Credo che ci siano state due occasioni per un simile passo: una nel 1981, al tempo dell´esperienza dell´Assemblea degli esterni della Dc e un´altra nel 1994, quando Martinazzoli lasciò il Ppi e Andreatta, con Mancino e Iervolino, fece parte del Comitato di Reggenza. Ma una leadership monocratica, anche e soprattutto in un mondo mediatico come quello odierno, richiede delle attitudini che forse a Nino mancavano, ma che soprattutto sarebbero state difficilmente conciliabili con i tratti caratteristici della sua personalità di cui ho qui parlato. Mi chiedo come la spasmodica ricerca del consenso, richiesta ai leader monocratici di questi tempi, avrebbe potuto coniugarsi con la sua limpida vocazione a rifiutare i compromessi e le scorciatoie.
Se dovessi condensare in una sola parola il messaggio più prezioso che possiamo trarre dall´eredità culturale e umana di Nino Andreatta, ove questa fosse amorevolmente studiata, non esiterei a scegliere la parola che esprime quella condizione mentale e spirituale degli uomini senza la quale essi non possono vivere e operare, ma che noi oggi stentiamo a recuperare: sceglierei la parola speranza. Speranza, in ultima analisi, che i comportamenti e le scelte degli uomini e soprattutto dei responsabili dei destini del mondo vedano alla fine prevalere - come Andreatta ha continuato a credere - una linea di razionalità e insieme di moralità.


Internet, blog e pochi libri
Maria Novella De Luca su
la Repubblica

Connessi. Sempre. Come se il tempo e lo spazio non esistessero. Pronti a dirsi "ciao" sotto casa e a ritrovarsi un minuto dopo a chattare su Messenger, mentre il cellulare vibra in tasca e l´iPod in cuffia impermeabilizza da ogni disturbo esterno. Sono nati all´inizio degli anni Novanta, quando il mondo mandava in pezzi le ultime ideologie.
e a contarli tutti, sulle tabelle Istat del censimento 2006, si scopre che tra i 14 e i 18 anni gli adolescenti italiani sono un po´ meno di tre milioni, 2.900.361. Un segmento di popolazione che di anno in anno si fa più esiguo: erano il 18% nel 1996 adesso sono il 17%, rappresentano la prima generazione di figli unici, hanno un tasso di scolarizzazione mai raggiunto prima e genitori che detengono il record storico di separazioni e divorzi.
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In realtà al di là del mondo Hi-Tech, oltre Myspace e YouTube, i quattordici-diciottenni di questi anni, combattono gli stessi turbamenti dei ragazzi di sempre, lo stesso tempo indefinito tra l´addio all´essere bambini e la sfida di diventare grandi. Come Pollo e Curry ad esempio, gli adolescenti del delicato film di Francesca Archibugi "Lezioni di volo", che iniziano a percepire se stessi, il mondo e l´amore dopo l´esperienza, anzi lo shock di un viaggio in India. Le statistiche Doxa dicono anche che nell´ultimo anno i teenager hanno letto in media (soltanto) due libri a testa, eppure hanno decretato il successo senza precedenti dei romanzi di Federico Moccia, del film e del libro "Notte prima degli esami", e di saghe come "Eragon" o "Cronache dal mondo emerso".
Giovanissimi e "forti consumatori" rivelano gli analisti di marketing, il 90% possiede un cellulare, oltre l´80% naviga in Internet, ma poi fanno dannare le aziende perché sono impermeabili ad ogni tipo di campagna pubblicitaria e la vittoria o il fallimento del "brand" lo decidono loro, con il passaparola. "Per il 61% dei teenager il consumo è un elemento centrale della vita - chiarisce il sociologo Enrico Finzi - e le categorie fondamentali di spesa sono l´abbigliamento, la musica, il divertimento e la tecnologia. A differenza dei bambini che sono conformisti e chiedono tutti lo stesso zainetto o le stesse scarpe, i teenager sono individualisti fino al midollo, detestano gli spot ammiccanti e giovanilisti, hanno gusti nomadi e mutevoli, e vogliono scegliere con la propria testa. Anche se, a sorpresa - aggiunge Finzi - i ragazzi ultimamente si rivelano meno innovatori del previsto, consumano beni tradizionali, sono insomma dei neo-moderati".
Ad ascoltarli però i "teens" della generazione digitale dicono che il miglior modo di fare affari è eBay, e intanto girano, viaggiano, volano low cost, sanno di essere una eurogenerazione, utilizzano il corpo come una tavolozza dove sperimentare piercing e tatuaggi, hanno anzi per il corpo un culto che sconfina, anche, nell´ossessione. Federico ha 16 anni e fa il terzo liceo scientifico, è allegro, ironico, dice di amare il jazz americano "me lo regala mio fratello" e il rock giapponese, passioni, ammette, difficili da condividere con i suoi coetanei, che però, scherza, "sono scettici ma incuriositi". "Com´è la mia giornata? Motorino, scuola, sport, compiti, computer, You Tube e Messenger, essere in comunicazione è essenziale, oggi però tra i ragazzi ci sono differenze enormi sia sociali che culturali, siamo divisi in gruppi, anche se poi quando si esce il venerdì e il sabato sera alla fine le comitive si mescolano, andiamo in discoteca, nei pub, nei centri sociali, da McDonald´s, al cinema. Tra i maschi è tornato di moda essere macho, far finta di essere sempre incazzati, le ragazze tengono tantissimo all´immagine, forse i libri di Moccia hanno avuto successo per questo, perché raccontano dei modelli, dei tipi precisi e in tanti ci si identificano…Io no, preferisco navigare su Internet, scaricare musica, giocare a calcetto e leggere libri di viaggio, il sesso sì, c´è, alcuni l´hanno fatto altri no, alcuni usano droga altri no, ho diversi amici i cui genitori si stanno separando…Essere tristi capita, è normale, ma più che parlarne è meglio reagire, vedere gli amici, uscire". Un altro giro insomma, un´altra corsa. L´età adulta può attendere.


   27 aprile 2007