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sulla stampa
a cura di P.C. - 26 aprile 2007


Privatizzazioni e nostalgie
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

La privatizzazione di Alitalia si è persa nella nebbia. In gennaio il minis tro Tommaso Padoa- Schioppa disse che era cosa fatta. Sono trascorsi tre mesi e ancora non è cominciata la due diligence, cioè l'analisi dei conti della compagnia da parte dei tre concorrenti. Il governo tira per le lunghe, forse aspetta che gli stranieri rimasti in gara, Aeroflot e il fondo americano Texas Pacific Group, si ritirino. A quel punto finirà per vendere ad Air One, unica compagnia italiana che partecipa alla gara.
Così si risolverebbero molti problemi. La nuova compagnia avrebbe il monopolio della tratta Milano-Roma, una gallina dalle uova d'oro che consentirebbe di evitare riduzioni di personale e l'eliminazione dei molti privilegi di cui oggi godono i dipendenti Alitalia. Il tutto, come sempre, sulle spalle dei consumatori. Perché l'Antitrust non dice che se Air One vincesse quella gara dovrebbe cedere ad altri metà degli slot Milano-Roma?
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C'è nostalgia dei manager pubblici, i vecchi boiardi. Gli imprenditori che hanno gestito Telecom in questi anni forse non sono stati molto efficienti, ma dieci anni fa Biagio Agnes ed Ernesto Pascale, i manager che gestivano i telefoni di Stato, proponevano di indebitare l'azienda fino al collo per cablare tutta l'Italia (il "Piano Socrate"): è stata Telecom privata a sviluppare la tecnologia che oggi consente di far transitare la banda larga Adsl sul vecchio doppino di rame, senza bisogno di cablare alcunché. In realtà Agnes e Pascale volevano indebitare la società perché così essa sarebbe diventata invendibile, e i loro posti garantiti. Furono anche tanto lungimiranti da internazionalizzare l'azienda comprando partecipazioni a Cuba e in Serbia, con il risultato che Telecom ebbe sempre difficoltà sul mercato statunitense. Altro che internazionalizzazioni vietate dal ministro dell'Economia, proposte delle quali non vi è traccia nei verbali del consiglio di amministrazione della società.
Ciampi e Draghi vengono accusati di aver consentito che i privati acquisissero il controllo di Telecom attraverso "scatole cinesi", un fatto che oggi preclude ai piccoli azionisti della società la possibilità di incassare il premio di maggioranza che invece incasseranno gli azionisti di Olimpia nel momento in cui venderanno le loro azioni Telecom.


Tra veti, risse e inciuci
Federico Geremicca su
La Stampa

Da una parte è come se si fosse messo in moto un treno: entusiasmo, capannelli ai tavoli per la raccolta delle firme, leader politici importanti che confermano la propria adesione, timori moderati verso possibili manovre ostruzionistiche; dall'altra parte, invece, è come se una carovana si fosse messa in marcia al buio e nel fango, il cammino verso la riforma è lento, ci si spinge e ci si sgambetta, ognuno indica un obiettivo e una direzione diversa. Ed è dunque cominciata più o meno così una non inedita corsa contro il tempo: da un lato i referendari, tre mesi a disposizione per raccogliere le 500 mila firme richieste; dall'altro i partiti, sei mesi - al netto delle lunghe vacanze del Parlamento - per tentare di varare una riforma della legge elettorale capace di disinnescare il referendum. In mezzo, tra gli uni e gli altri, il governo di Romano Prodi - ad alto rischio di asfissia nel braccio di ferro tra partiti e referendari - e soprattutto l'ancora gracile bipolarismo italiano, conquista recente ma già largamente contestata.
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Ciò nonostante, una intesa tra i partiti (se non tutti, almeno una maggioranza) è possibile. Ma essendo possibile alle condizioni più o meno dette, è assai probabile che la vittima numero uno dell'intesa finisca per essere proprio il giovane bipolarismo italiano. Osannato negli anni scorsi fino ad esser elevato al rango di quasi-religione, il sistema dell'alternanza è lentamente scivolato in una crisi (incomprensibile) dalla quale non l'ha risollevato nemmeno il pessimo esito fornito dall'attuale legge elettorale. Come se non bastasse, a spingere verso il suo declino ci si sono messi due fattori da non sottovalutare. Il primo, non nuovissimo, è rappresentato dalla presenza numerosa di forze politiche (dai partiti centristi di Casini e Mastella a quelli comunisti di Bertinotti e Diliberto, per non dire della Lega) sempre più insofferenti nei confronti della subordinazione verso i partiti maggiori ai quali sono costretti dal maggioritario. Il secondo, più recente ma perfino più insidioso, sta nella possibile tentazione del nascente Partito democratico di avere le mani un po' più libere sul terreno delle alleanze politiche e di governo (e in questo senso non c'è dubbio che l'accoppiata maggioritario-bipolarismo sia un ostacolo non da poco).
Le più recenti dichiarazioni del presidente del Senato e del leader della Margherita sembrano andare in questa direzione: ed è del tutto evidente che se la posizione espressa da Marini e da Rutelli diventasse la posizione del Partito democratico, i giochi sarebbero praticamente fatti. A difendere il sistema maggioritario, infatti, non resterebbero - a quel punto - che Gianfranco Fini e la pattuglia referendaria, fatta di esterni ai partiti o di leader dallo scarso peso interno ai partiti. Andasse davvero così - e nulla, al momento, garantisce il contrario - i bipolaristi potrebbero cominciare davvero ad arrotolare le loro bandiere. A tutto vantaggio dei proporzionalisti di ogni colore e di ogni provenienza.


L'irresistibile ascesa della compagna Anna
Francesco Merlo su
la Repubblica

E adesso accade che tutti parlano di Anna, e tutti lodano Anna sia a sinistra sia a destra. Chi la vuole segretaria del Partito democratico, chi la immagina premier ricordando che fu, soltanto per un attimo, candidata alla presidenza del Senato e poi della Repubblica, chi dice che è come la Iotti, chi la paragona a Emma Bonino. E c´è chi scrive persino che è bella e sexy come la Valentina di Crepax. Ma chi è Anna Finocchiaro e perché si parla bene di lei? Non sarà che Anna Finocchiaro più che una persona fisica è un bisogno italiano, un´idea, una voglia matta? Secondo noi se Anna Finocchiaro sta diventando, suo malgrado, il nuovo modello della donna italiana di successo non è tanto per i suoi meriti e le sue qualità.
Ma soprattutto perché anche l´Italia, influenzata dalla Francia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, cerca la sua donna, anzi la sua donna-donna che la liberi dalla nomenklatura e dalle facce barbose, dalle mortadelle e dai grissini, dai baffetti e dalla forfora, dai comunisti anticomunisti, dagli eternamente finti giovani…
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No, anche Anna ha capito che la gragnola di complimenti è roba che uccide. Come insegnano i reiterati affondamenti della Bonino, i baci in politica sono micidiali pugni guantati. E la bolla mediatica di nome Anna può servire per dare l´impressione che le cose stanno cambiando, per illudere gli italiani che si può ancora rompere il gioco della gerontocrazia e della nomenklatura.
Gli italiani vogliono infatti un donna che non sia più una maschia alla Tina Anselmi, non più una single familistica alla Bindi, non più una finta tigre alla Santanché né un´angioletta maliziosa alla Prestigiacomo. Il modello italiano premia la donna sposata e mai fotografata da Corona. E l´eleganza italiana è fatta di sobrietà. Per diventare leader la donna italiana deve sapere non farsi notare, non essere indisponente anche quando è di parte, non irritare neppure mentre difende la sua fazione.
E non deve essere bella ma deve avere stile. Di nuovo fiutando il pericolo Anna Finocchiaro giustamente si infastidisce quando gli adulatori scrivono che è bella e sexy come una povera velina, Con la bellezza infatti si può scherzare: essa ammette qualunque rifacimento e può seguire la moda in tutte le sue volubili cangezze. Con lo stile, no: allo stile bisogna restare fedeli molto più che al proprio marito e persino più che al proprio partito.
Diciamo la verità: Anna Finocchiaro non è bella come scrivono. E, non suoni come un paradosso, anche per questo potrebbe durare, E´ infatti intrigante e interessante come tutte le femmine potenti, brune arabe o andaluse o siciliane.
Altre volte abbiamo assistito alla costruzione di personaggi che si sono poi rivelati mezze calzette. Adesso però sono gli italiani ad avere bisogno estremo di una rottura che sia rassicurante, di una iniezione di fiducia. E più che gli italiani sono le istituzioni ad avere necessità di donne senza eccessi e senza passati di cui pentirsi, che non provano nostalgie per modelli di società paradisiache, che nel sessantotto non distribuivano volantini e non tiravano molotov , che non hanno insomma il luccicore dell´ex che è sempre mezzo traditore e mezzo tradito.
Nessuno può dire dove finisca l´Anna sognata e dove inizi l´Anna reale, e quanto la proiezione corrisponda all´autenticità, a questa signora catanese che ha la voce roca, una stretta di mano perentoria e piena di impegno in carattere con il suo grande carattere… Noi che conosciamo la vera Anna Finocchiaro azzardiamo e auguriamo che sia proprio questa in carne ed ossa la donna-donna destinata all´Italia che cambia. Di sicuro per chiudere i conti con un secolo che non è stato per nulla breve qui ce ne vorrebbero una, dieci, mille di Anna Finocchiaro.


“Diliberto non hai capito”
Ermanno Olmi sul
Corriere della Sera

Caro direttore,
leggo sul Corriere del 24 aprile che col mio film Centochiodi ho fatto arrabbiare il signor Oliviero Diliberto. Mi dispiace sapere che a un convegno sulla giornata mondiale del libro promossa dall'Unesco si è sentito costretto a dichiarare che l'aver mostrato l'inchiodatura dei libri "è un messaggio diseducativo".
Eppure ero certo che lo spettatore — come in generale è avvenuto — cogliesse la provocazione del paradosso (che secondo il Devoto Oli recita: proposizione formulata in apparente contraddizione con i principi elementari della logica ma che, sottoposta a rigoroso esame critico, sì dimostra valida). I libri, se non diventano vita incarnata, sono oggetti inchiodati nella rigidità di un sapere inutile. Ma il signor Diliberto mi ammonisce: "Così si individua il libro come un pericolo da estirpare.
Operazione non dissimile a mille altre fatte in passato che hanno portato a immani tragedie.
Bisogna stare attenti. Soprattutto quando si maneggiano le religioni". D'accordo, e aggiungo: come è capitato con le ideologie, scritte e imposte e nel loro nome si sono compiuti crimini di cui vergognarsi. E infine l'aver io profanato "i libri in nome di una presunta purezza del cristianesimo è profondamente diseducativo". Non ho affatto la presunzione di "purificare" il cristianesimo in quanto religione, bensì aspiro a un cristianesimo praticato come scelta di vita. Tuttavia, dopo essere stato redarguito, mi rendo conto della gravità della mia colpa e farò pubblica ammenda. Riconosco che il paradosso del mio film è talmente diseducativo che il contesto in cui ci troviamo inorridisce: infatti, la qualità del dibattito della nostra classe politica, la correttezza dei comportamenti parlamentari, il rigore della spesa nelle funzioni pubbliche, la sollecita giustizia, la eguaglianza di trattamento nella sanità, la autorevolezza degli insegnanti nella scuola, l'educazione e il sostegno della speranza per i giovani, la democrazia stessa, tutto è così altamente educativo che per consolarmi della mia colpa cercherò anche un solo amico disposto a bere un caffè in mia compagnia. Qualche volta, provi a rifletterci signor Diliberto.


La deriva antagonista
Michele Serra su
la Repubblica

Il 25 aprile, natale della democrazia italiana e della ritrovata indipendenza nazionale, è spesso stato, suo malgrado, una vetrina delle ricorrenti e aspre spaccature della sinistra. I fischi di ieri a Cofferati, Pericu e Bertinotti, opera dei militanti dei centri sociali, si collocano in questa interminabile scia, alla quale aggiungono poco, se non la stracca irriducibilità di uno spirito di fazione che galvanizza da sempre pezzi molto rumorosi, e piuttosto narcisi, della sinistra estrema. Tutto più o meno come una trentina di anni fa, anzi trentacinque, quasi quaranta. quando i lunghi cortei dei partiti e dei sindacati venivano contestati dall´onda (allora robusta e quasi di massa) degli studenti convinti di essere i soli eredi coerenti della lotta partigiana, "tradita" dall´imborghesimento della sinistra parlamentare, dai cedimenti di padri infingardi. Anche allora la presenza in piazza di democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali (due o tre: eroici) era considerata, dai presunti tutori della purezza partigiana (gli avi politici di quelli che ieri hanno inveito contro il sindaco Moratti) come una intrusione sgradita. E ai partigiani veri, che avevano memoria politica e perfino fisica del fronte largo degli antifascisti, toccava fare quadrato attorno all´unità della piazza.
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Recenti episodi (vedi la stella a cinque punte che accompagnava, del tutto incongruamente, una scritta murale contro il vescovo Bagnasco) fanno propendere, invece, per il cretinismo maldestro, con un uso dei segni più da ultras di calcio che da cultura politica. Un uso post-moderno - più modaiolo che ideologico - di quello che passa in quel momento il ricco mercato della minaccia e dell´insulto.
Comunque sia, i due ingredienti (eventuale e voluto rilancio della violenza come solo autentico viatico dell´"autodifesa di classe"; cretinismo imitativo) hanno in comune, oltre al pauroso anacronismo, l´incomunicabilità totale con la realtà sociale, con i conflitti in corso, e perfino con il sempre invocato "antagonismo politico", che da che mondo è mondo ha pagato al terrorismo e alla violenza i prezzi più alti, quasi sempre azzerandosi: niente come un´ondata di violenza estremista è l´ideale innesco di una restaurazione politica, come dimostra ampiamente la storia italiana dei Settanta e degli Ottanta.
Ma di questo è sommamente inutile parlare con i portatori insani di quello striscione e di quello e altri slogan. La superbia del giudizio tranciante e assoluto, la certezza di essere i soli depositari di indimostrate verità rivoluzionarie, rendono totalmente autistico il percorso mentale e spesso anche il percorso politico di queste frange. L´odio recente per Bertinotti e Rifondazione è il tipico sbocco, a mezzo tra il ridicolo e il disperato, di ogni "avanguardia" autoproclamata, che osteggia e attacca prima di tutto il "nemico" confinante, quello che leva terreno politico e adrenalina al potenziale allargamento del piccolo gruppo. Per queste persone, tra le quali è doloroso immaginare anche ragazzetti sprovveduti, insieme a quale maturo fanatico, il novero dei traditori è quasi infinito: il tradimento inizia un metro fuori dal centro sociale, subito fuori dalla piccola cerchia di amici, dalla nicchia protettiva e confermativa. Il richiamo alla "classe operaia", alle "masse", ai "popoli" illustra, per contrasto, una sterminata solitudine. Molte "azioni esemplari" nascono proprio da questa separazione paranoica tra il Piccolo Gruppo Virtuoso e il mondo cattivo, che deve essere punito. Non si sa se la Digos disponga di psichiatri. Servirebbero.


Riforma, dialogo fra Unione e Lega
Guido Passalacqua su
la Repubblica

MILANO - Con una apertura inaspettata, Umberto Bossi e il presidente del Consiglio Romano Prodi si incontrano oggi a mezzogiorno nel Palazzo del Governo, a fianco della Prefettura di Milano. Argomento, legge elettorale e referendum.
L´appuntamento tra Prodi e Bossi nasce inaspettatamente da una esplicita richiesta del Presidente del Consiglio. La posizione della Lega Nord sul referendum è nota: opposizione totale. Sulla legge elettorale i leghisti puntano su un modello ispirato, in parte, a un "Tatarellum" riveduto e corretto e, in parte, a un testo che richiami la legge per l´elezione dei sindaci.
Ma l´incontro da Prodi e Bossi potrebbe essere anche l´occasione per affrontare anche il tema più generale delle riforme.
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Forse proprio nel rifiuto leghista sul partito unico del centrodestra, si può leggere l´interesse di Prodi a incontrare Bossi. La Lega, al massimo, può pensarsi come una sorta di Cdu bavarese, rivendicando per sé totale autonomia anche nel rapporto con il leader della Cdl Berlusconi.
Del resto, i conflitti tra la Lega, l´Udc e Forza Italia per la candidatura del sindaco di Verona stanno facendo aumentare la tensione tra il Carroccio e gli Azzurri. In queste settimane il rapporto non è dei migliori: i leghisti si sentono "figli di un dio minore" la cui esistenza sta nelle mani di Silvio Berlusconi e di Giulio Tremonti, il che, comprensibilmente, è difficile da digerire.
L´appuntamento di oggi ha avuto una preparazione laboriosa. Tempo fa Prodi, in occasione della Pasqua, telefonò a Gemonio per fare gli auguri al leader della Lega. In quella occasione il presidente del Consiglio andò oltre gli auguri e avanzò a Bossi la proposta di un téte a téte. La risposta del leader leghista fu positiva e si stabilì che Prodi andasse a Gemonio in visita. Poi non se ne fece nulla per svariati motivi. Poi fu il portavoce di Romano Prodi a proporre di organizzare l´appuntamento a Milano, al riparo da occhi indiscreti. E alla fine l´accordo è stato trovato per il Palazzo del Governo, una sede istituzionale, la stessa dove il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha già incontrato Bossi nel luglio scorso.


Cefalonia la prima Resistenza
Alfio Caruso su
La Stampa

Fra il 13 e il 14 settembre 1943 i militari della Acqui di stanza nei tanti presidi di Cefalonia vennero convocati dai loro comandanti per decidere sull'ordine del giorno appena diramato dal quartier generale della divisione. Si votava per avanzata di passo. Il primo punto affermava: chi vuole combattere assieme ai tedeschi, faccia un passo avanti e nessuno lo fece. Il secondo punto affermava: chi vuol cedere le armi faccia un passo avanti e circa millecinquecento lo fecero. Di conseguenza fu stabilito che era inutile esprimersi sul terzo punto (chi vuol tener le armi?): la stragrande maggioranza di soldati, graduati e ufficiali non voleva saperne di cedere all'aut aut diramato da Hitler attraverso il generale Lanz.
Così in una notte stellata 11.700 italiani, ignari da vent'anni di che cosa significassero libere elezioni, furono costretti a scegliere tra la vita e l'onore. Malgrado il caos, malgrado l'assenza di ordini precisi, malgrado l'angosciante silenzio delle stazioni radio, non ebbero dubbi: captarono che per aiutare la patria a voltar pagina bisognasse pronunciare quel no al tedesco.
Anticiparono nei fatti il famoso invito di Kennedy: non stettero a chiedersi che cosa l'Italia poteva fare per loro, bensì che cosa ciascuno di loro poteva fare per l'Italia. Cominciarono così l'epopea e il martirio della Acqui. Sono occorsi quasi sessant'anni prima che il Paese, con Ciampi, tributasse il giusto onore a questi ragazzi (l'età media dei circa 9400 morti era di 24 anni, 1500 erano addirittura del 1922, duecento del 1923).
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Con il commosso pellegrinaggio nell'isola jonica, colonia di Venezia fino al 1797, il nostro Presidente ha compiuto un atto rivoluzionario. Nonostante le profonde origini comuniste, ha trasferito il privilegio e il merito di aver iniziato la resistenza dai partiti politici, in primis il suo vecchio Pci, agli italiani in divisa, che l'8 settembre, nello squagliamento generale, non buttarono il fucile, ma se lo tennero stretto avviandosi verso le montagne. Li attendeva un futuro da partigiani. Quelli dell'Acqui, invece, conservarono il proprio status di regia divisione. All'inizio li spingeva soltanto il desiderio di tornare a casa. Furono giornate convulse, il generale Gandin viveva rintanato in ufficio per paura di subire attentati, avvennero eccessi e perfino omicidi.
La presa di coscienza rappresentò una conquista difficile. Al momento, però, del referendum trionfò l'unità d'intenti, il senso di appartenenza a un'Italia senza aggettivi: non più fascista, ma non ancora democratica; avviata verso la repubblica, ma ancora fedele al giuramento al re.
Splendeva il sole ieri su Cefalonia come splendeva quel 24 settembre, quando gli alpini sudtirolesi della 1° divisione Edelweiss fucilarono alla periferia di Argostoli 129 dei 164 ufficiali sotto il loro dominio. Fu il completamento dell'indebita strage. Ci permettiamo di ricordarvi alcuni nomi di quei bravi soldati: carabiniere Nicola Tirino, attendente Gigi Cuni, capitano Giovanni Maria Gasco, tenente Gianni Clerici, maggiore Oscar Altavilla, capitano Peppino Ciaiolo, capitano Guglielmo Pantano, sottocapo Giovanni Guazzeri, sergente maggiore Paolo Lionello, tenente colonnello Giambattista Fioretti, fante Nestore Arduini, capitano Enzo Cacciamo, sergente maggiore Angelo Boni, sottotenente Enrico Solito (il più giovane dei caduti), capitano Antonio Romanelli... Un elenco infinito d'italiani perbene.


Bayrou: “Farò il Partito Democratico”
Massimo Nava sul
Corriere della Sera

PARIGI — È nato anche in Francia il Partito democratico. E forse per questo, almeno ieri, si è parlato tanto d'Italia, di Prodi e Berlusconi nella campagna elettorale francese. Non ha ancora una sede o un nome ufficiale, ma la nuova formazione è stata lanciata in grande stile da François Bayrou, il candidato centrista eliminato dalla corsa per l'Eliseo che oggi fa più notizia dei due sfidanti, Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy, quasi appaiati secondo gli ultimi sondaggi.
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Per lui, Sarkozy è l'"equivalente di Berlusconi", un paragone che in Francia, non solo a sinistra, equivale a un insulto. Il temperamento, la commistione di politica e affari, l'intimidazione come metodo sono lati preoccupanti e gravi del "campione" della destra francese. Inoltre, Bayrou ha ricordato i suoi legami europei con Prodi e Rutelli, con i quali ha fondato appunto il partito democratico europeo. Il leader centrista non perdona la "campagna acquisti" che Sarkozy ha messo in atto negli ultimi giorni e si dichiara pronto ad accettare il dibattito pubblico proposto da Ségolène per valutare il programma. Sarkozy invece esclude un confronto con Bayrou : "Non ci saranno mercanteggi, oggi si tratta di scegliere fra due proposte e due soluzioni per i problemi della Francia. L'85 per cento dei francesi ci chiedono questo". Il percorso di Bayrou è diverso da quello italiano, ma il risultato potrebbe essere analogo. Bayrou parte dal centro per andare a sinistra, con il proposito di costruire un'alleanza stabile con una sinistra rinnovata e moderna che tagli definitivamente i ponti con il massimalismo. Un'operazione fattibile dopo il clamoroso successo di domenica scorsa, ma tutta da costruire fra defezioni, difficoltà e resistenze. Il suo attuale partito, l'Udf, è l'eredità centrista di Schumann e Giscard d'Estaing. Il suo elettorato è tradizionalmente moderato e cattolico, in certe aree del Paese più a destra del gollismo popolare di Chirac e oggi di Sarkozy. Ma Bayrou è riuscito ad attrarre i delusi dei due campi e a triplicare la sua forza. L'obbiettivo è di mantenerla il più consistente possibile alle elezioni legislative di giugno. Una dichiarazione di voto esplicita significherebbe una prima lacerazione. Se riuscirà a mettere insieme una pattuglia consistente di deputati all'Assemblea nazionale, Bayrou potrebbe essere determinante per le future maggioranze di governo.


   26 aprile 2007