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sulla stampa
a cura di P.C. - 25 aprile 2007


Le paure incrociate
Massimo Giannini su
La Repubblica

"Democrazie difficili". Secondo i giuristi, sono le democrazie del nostro tempo. In continua ricerca di legittimazione. Un referendum popolare non dovrebbe spaventarle. E invece, nella nostra difficilissima democrazia un sistema politico sempre più "liquido" vive il referendum sulla legge elettorale come una minaccia mortale. Tutti i partiti ne hanno paura. I piccoli sospettano che i grandi lo usino come arma di distruzione, per sopprimere le rappresentanze parlamentari. I grandi temono che i piccoli lo usino come arma di ricatto, per sfasciare le alleanze politiche. Queste paure incrociate possono avere un prezzo alto, in un sistema che produce molta conflittualità e poca governabilità. Sabotare i quesiti può accentuare la distanza tra la politica e i cittadini. Soprattutto se i cittadini capiscono che la crociata anti-referendaria nasce dall´istinto di conservazione della politica.
Nessuno si illude. Questo referendum non certo è "la soluzione" del problema italiano. Eliminare la possibilità per i candidati di presentarsi in più circoscrizioni e assegnare il premio di maggioranza non più alla coalizione ma alla lista più votata: l´effetto dei due quesiti è un lifting sulla faccia di Frankenstein. Ma in questo limite, sta anche il potenziale di questa pistola carica. Può uccidere il "mostro". correttivo è utile, se serve a superare l´orribile "porcata" calderoliana varata a fine legislatura da un centrodestra interessato solo ad avvelenare i pozzi del circuito politico-istituzionale. Declinato in questa chiave, puramente abrogativa come deve essere, il referendum ha un senso. Non ha più solo un´utilità strumentale (più che un fine in sé, un mezzo per costringere i partiti a un accordo). Acquista anche una sua utilità marginale (più che un nuovo sistema compiuto e autosufficiente, l´unico modo per destrutturare qui ed ora quello vecchio, insensato e inefficiente).
Certo, in una democrazia "difficile" ma normale la via maestra di una riforma elettorale sarebbe quella di un´intesa ampia e trasversale, da cercare e raggiungere nella sede propria del confronto e del negoziato politico: il Parlamento. E questo continua a valere anche per l´Italia. Se nei prossimi mesi maggioranza e opposizione riuscissero davvero a raccogliere l´invito di Giorgio Napolitano, e a trovare l´accordo su un testo condiviso che cancellasse gli orrori del "Calderolum" e risolvesse i quesiti del referendum, saremmo tutti più contenti. Ma su questo sentiero ci sono almeno due ostacoli.
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Ma anche in questo caso, c´è un caveat, al quale in una democrazia difficile ma normale non si può e non si deve sfuggire. Qualunque intesa, soprattutto se riguarda il sistema delle regole repubblicane, deve avvenire alla luce del sole. Senza contropartite nascoste. Senza merci di scambio passate sotto banco. Non è inutile ripeterlo. In questi ultimi giorni sono accadute e accadono cose inconsuete, per gli standard abituali del rissoso teatrino della politica italiana. Cose anche positive. Ma che, se messe in sequenza, suscitano qualche riflessione. Berlusconi che esce "rinfrancato" dai congressi di Ds e Margherita. Trattative sempre più riservate, e sempre più ristrette, sui potenziali meccanismi elettorali più consoni a neutralizzare il potere di veto delle ali estreme. Segmenti di centrosinistra e pezzi di establishment che chiamano Fininvest e Mediaset al capezzale di Telecom. Voci di possibili ammorbidimenti della legge sul conflitto di interessi, e addirittura di congelamento della legge Gentiloni sulle tv.
Tutto si deve fare, per smettere davvero di considerare l´"odiato nemico" come un semplice avversario politico. Tutto si deve tentare, per uscire da una fase di reciproca criminalizzazione ideologica, che ha minato la qualità della democrazia dell´alternanza. Tutto si deve sperimentare, per valorizzare i pochi e preziosi gioielli di famiglia rimasti nell´economia nazionale. Ma a una sola condizione: che sul mercato politico, come su quello finanziario, la trasparenza non sia offuscata dalle zone d´ombra. L´interesse collettivo non sia barattato con gli interessi privati. Come Frankenstein e Alien, è un film che in questi ultimi anni abbiamo già visto. E non ci è affatto piaciuto.


Una alleanza contro la spesa
Dario Di Vico sul
Corriere della Sera

Di norma le Cassandre non piacciono, figuriamoci in tempi di spartizione del tesoretto. La disponibilità ad ascoltare voci in controtendenza risulta oggi più bassa che in passato. Pazienza. Qualcuno i ruoli scomodi se li deve pur caricare e allora conviene dire subito ciò che non va. Il dato Eurostat che segnala come più del 50% del Pil italiano derivi direttamente dalla spesa pubblica è angosciante. Anche perché l'orientamento prevalente dentro la maggioranza di governo e nel sindacato punta ad ampliare l'area pubblica, rimpiange più o meno velatamente le Partecipazioni statali e vuol far transitare la redistribuzione del reddito proprio attraverso la spesa pubblica.
L'economia avrebbe bisogno di tutt'altro. La ripresa dell'industria privata c'è, è significativa ed è trainata dalle esportazioni. L'occupazione cresce ed è la prima volta che ciò avviene in contemporanea con la ristrutturazione delle imprese. Il mercato del lavoro si sta, dunque, rivelando sufficientemente flessibile da consentire il reimpiego, da un settore all'altro, dei lavoratori in eccedenza. Ma tutto ciò non basta, in un Paese dove metà ricchezza dipende dal portafoglio dello Stato non si può fare affidamento solo sull'ingegno dei piccoli e medi imprenditori. Bisogna liberare i servizi e sfrondare la spesa pubblica a colpi di vere lenzuolate.
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La Confindustria di Luca di Montezemolo, anche a costo di pagare qualche prezzo nei rapporti con l'esecutivo, ha fatto da argine al revival della cultura statalista e agli scomposti assalti al tesoretto. Il presidente ha saputo posizionare gli industriali privati a favore della concorrenza e del rigore, pur dovendo pedalare in salita visto che l'Italia si avvia a sommare il più alto debito pubblico e la più drastica tassazione sulle imprese. Un intervento coraggioso anti- spesa incontrerebbe ampio favore anche a palazzo Koch. Il governatore Mario Draghi, nel primo scorcio del mandato, non solo ha ripetutamente invitato il sistema bancario a confrontarsi con il mercato e a non confidare più nell'aiuto del regolatore, ma in numerose occasioni — ultima l'Ecofin dello scorso weekend — ha segnalato una spesa corrente abnorme, giunta ai massimi storici. Ma il governo saprà cogliere quest'occasione o cederà ancora una volta come nel recente contratto degli statali?


25 aprile troppo, troppo poco
Giovanni De Luna su
La Stampa

Dal fastidio per un eccesso ridondante e celebrativo, al disagio per un imbarazzante silenzio. Nel congresso di scioglimento dei Ds, come nel Pantheon del nuovo partito democratico, non c'è traccia di un qualche richiamo all'antifascismo. Certo, se si ritorna ad alcune immagini degli Anni 80 (Craxi che inaugura una caserma della Guardia di Finanza a Milano o Gava davanti al monumento allo scugnizzo a Napoli), si ha l'impressione che quelle celebrazioni servissero ormai solo a mascherare il desolante vuoto di credibilità in cui stava per inabissarsi quella classe politica, aggrappata al carisma di Pertini e a un passato che stava inesorabilmente per passare. E potrebbe anche essere legittimo considerare quel tipo di antifascismo sepolto insieme alle macerie del Novecento, in un processo che avrebbe visto progressivamente esaurirsi tutti i valori culturali, politici e esistenziali che vi erano racchiusi. Ma allora bisognerebbe dirlo, dichiarare di considerare esaurita una pagina della nostra storia che pure continua a vivere nel patto fondativo della Repubblica.
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Nasce nel segno della libertà contro la dittatura. E questo suo patrimonio genetico è stato così forte da condizionare nel senso della democrazia e della libertà lo stesso partito comunista che in Italia si è sottratto agli esiti totalitari e statolatrici delle altre esperienze del comunismo europeo. Dalla sintesi tra democrazia e antifascismo, dal modo in cui i due termini si innervarono reciprocamente, nacque la Repubblica. La Costituzione è l'unica della nostra storia unitaria a scaturire da un'Assemblea Costituente ed è stato l'antifascismo, attraverso la Resistenza, a realizzare quello che era sempre stato il sogno inappagato di una democrazia compiuta.


E Angius a sorpresa lascia i DS
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — A sorpresa anche Gavino Angius non affronterà la sfida del Partito democratico. Lo annuncia una manciata di giorni dopo la conclusione del congresso della Quercia con una lettera a Piero Fassino e con una nota affidata alle agenzie.
"Ho sofferto, ma non potevo fare altrimenti", ha spiegato. Fassino è rimasto interdetto: "Rispetto la decisione di Gavino ma non la comprendo".
Lo fa con una lettera a Piero Fassino e con una nota affidata alle agenzie di stampa in cui spiega perché non può aderire a un partito, il Pd, che con la laicità e il socialismo nulla ha a che fare. Non lo seguono in molti, della sua componente, solo Alberto Nigra lo fa senza indugio. Mentre il presidente onorario dell'Arcigay, Franco Grillini, anche lui rappresentante della terza mozione, fa sapere che sta ancora meditando sul suo "strappo" con la Quercia. Però un altro parlamentare, Fabio Baratella, sarebbe in procinto di seguire le orme di Angius. Ma non è questione di numeri, il fatto è che quel quarto di partito che nei congressi locali si era dichiarato renitente alla leva democratica fa fatica a nascondere la propria insofferenza.
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È una brutta botta per Fassino, il quale aveva fatto appena a tempo a rallegrarsi dei sondaggi pubblicati sul sito Internet di Repubblica, che lo davano secondo dopo Veltroni, nella hit parade della leadership, con una percentuale di consensi che è il doppio di quella di D'Alema e Anna Finocchiaro. Ma il pragmatico segretario della Quercia cerca di non perdersi d'animo lo stesso. Incontra Prodi e delinea con lui l'iter del Partito democratico. Poi, con i compagni di partito più fidati si lascia andare a questi ragionamenti: "Diciamo la verità: buona parte degli iscritti che hanno votato Mussi e Angius non andranno via dal partito". E comunque, è la riflessione ad alta voce del leader della Quercia, che cosa possono fare? "L'izquierda unida con Bertinotti? Che cosa c'entra con il socialismo che ci accusano di voler abbandonare? Eppoi non prendiamoci in giro: è chiaro che se izquierda unida
sarà la guiderà Bertinotti e non certo un ex Ds". E ancora: "Dicono di voler unire la sinistra, ma la dividono. Mi sembra un gesto un po' disperato. E sono convinto che in molti di loro giocano più motivazioni psicologiche che politiche".
Comunque, avverte Fassino, "non drammatizziamo. È finito il tempo in cui chi non era d'accordo era un eretico. Rispettiamo questa scelta, anche se sappiamo che non li porterà lontano...".


Chi ha paura di Sarkozy
Jean-Marie Colombani su
La Stampa

E ora, chi ha paura di Nicolas Sarkozy? Dopo i risultati del 22 aprile è questa la domanda che si ha il diritto di porsi, tanto sembra diffusa la certezza che egli ha già vinto. Anzi, pare già all'Eliseo! A riprova dell'incredibile mimetismo con lo Chirac vincitore al secondo turno delle presidenziali 1995, inseguito e filmato da una troupe della televisione mentre fa il segno della vittoria e concede una breve intervista attraverso il finestrino dell'auto che attraversa Parigi, il Sarkozy vincitore (ma per ora soltanto al primo turno) ha rifatto la stessa scena. Unica differenza la marca dell'auto, Citroën per Chirac, Renault per Sarkozy. Lo choc di immagini non poteva essere più significativo.
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Il problema è che in Francia i "seniors" sono più numerosi dei giovani. Ségolène Royal ha dato prova di una capacità di movimento che va al di là di quanto avrebbe potuto augurarsi il solo Partito socialista: ha inviato un segnale di apertura a François Bayrou. Tuttavia quest'ultimo può essere tentato di fare orecchio da mercante nell'immediato: come molti, lui tende a pensare che Nicolas Sarkozy abbia già vinto la partita e dunque sta già pensando alle elezioni legislative che seguiranno quella presidenziale.
Bayrou ha comunque realizzato una performance eccezionale: resuscitare il Centro. Lui vorrebbe farne una forza indipendente al servizio della sua candidatura alla... prossima elezione presidenziale. Nell'attesa cercherà di contendere al Ps il ruolo di primo oppositore di Nicolas Sarkozy. Il suo successo (era impossibile per lui arrivare al secondo turno) è dovuto a due fattori: allo zoccolo tradizionale di ciò che resta in Francia del centro-destra generato dalla vecchia democrazia cristiana e a un effetto di delusione-Ségolène, o più esattamente al rimprovero fatto al partito socialista e ai suoi dirigenti di non prendersi la responsabilità di affermare la linea riformista di un'autentica socialdemocrazia. Il primo fattore si può valutare nel 10-12 per cento di elettorato, il secondo nel 5-6 per cento. Questi dati mostrano quanto siano limitate le possibilità di aggregare nuovi voti da parte di Ségolène Royal e quanto sia debole il margine di manovra di François Bayrou.
Eppure nel paesaggio politico uscito dal 22 aprile, la sinistra, tenuto conto della sua debolezza elettorale (36 per cento) e più precisamente il Ps, se vogliono governare sono condannati a guardare verso un centro che fosse forte abbastanza da potersi emancipare dalla destra. Ségolène Royal tuttavia non ha demeritato: ha fatto leggermente meglio di François Mitterrand nel 1981. Ma quando quest'ultimo ha abbordato il secondo turno poteva contare sul battaglione dei voti comunisti: ora questi sono scomparsi! Non bisogna vendere la pelle dell'orso. Tra i due turni delle elezioni presidenziali, si apre una campagna diversa da quella del primo turno. Più che mai i due contendenti sono scrutati attraverso la lente. Ségolène Royal è una donna tenace e coraggiosa; Sarkozy è energico ma fa paura una parte del Paese. In ogni caso, questa volta i francesi sceglieranno con cognizione di causa: è il duello che hanno voluto. Lasciamo che il duello sia.


La Francia che ha già vinto le elezioni
Jean Daniel su
La Repubblica

Lo so, i miei amici hanno ragione: tutto è ancora in gioco. La battaglia continua e François Bayrou, con i suoi 8 milioni di elettori, è diventato l´arbitro. Tutto questo lo so, come voi lo sapete. Ma nulla oggi mi impedirà di dar conto dei miei motivi di sollievo. Sono anche i vostri? Li dimenticherete presto. Vengo al punto che più mi preme: Le Pen è alle corde. Per renderci conto della portata di quest´evento dovremmo rileggere ciò che tutti scrivemmo nel 2002, all´indomani del 21 aprile, con Le Pen in lizza al secondo turno. Non credo di aver mai scritto, nella mia lunga carriera, un articolo tanto allarmato, costernato, spaventato. Questo paese, il nostro paese ci era diventato improvvisamente estraneo. Scrissi allora: "Ormai, camminando per strada, non si può più evitare di vedere un lepenista in chiunque ci venga incontro, dato che rappresentano un terzo degli elettori". E c´è chi ha pensato a espatriare.
Dunque, su questo punto possiamo soffermarci un attimo e riprendere fiato. Sarkozy si è lepenizzato? Forse, anzi sicuramente. Ed è senz´altro questa la mossa che gli è riuscita nelle ultime settimane. Ma qualunque cosa si voglia dire su quest´avversario, non è Le Pen. E c´è dell´altro. La salute democratica di questa Francia che credevamo depoliticizzata, disincantata, dubbiosa verso i partiti politici di qualunque tipo, sprofondata in un populismo che conduce allo slogan "tutti corrotti, tutti marci". Oggi le passioni si affrontano, tutte nel segno del rinnovamento. E contrappongono, sia dalla parte di Ségolène che da quella di Sarkozy e di Bayrou, chi vorrebbe il confronto, come sempre e meglio di prima, tra una sinistra e una destra nettamente definite; e chi, al seguito di Bayrou, voleva chiudere col bipolarismo. Mentre è accaduto il contrario.
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Qualcuno dirà che ho sconfinato nei problemi dell´esercizio del potere, mentre ora si tratta innanzitutto di conquistarlo. Secondo loro, in circostanze che già danno Sarkozy vincente nei sondaggi, per condurre questa battaglia nulla si deve muovere nella sinistra. Per parte mia, sono del parere opposto. Non solo perché un´affermazione di modernità non spaventa ormai più nessuno, ma perché anzi potrebbe rassicurare quei ceti medi che hanno votato in parte per François Bayrou, o anche, ne sono certo, per Nicolas Sarkozy. A parere dei politologi, le classi medie sono le principali vittime della situazione economica, e la sinistra ha pericolosamente sottovalutato i loro problemi.
Su un altro punto che mi sta a cuore, quello della politica dell´immigrazione (come su quello della sicurezza) non si comprenderà mai nulla dei francesi se non si intuisce la loro schizofrenia su questo punto. Provano ripugnanza davanti all´immagine del razzismo, della xenofobia, dell´odioso, arcaico sciovinismo di Jean-Marie Le Pen. Ma nel loro intimo non hanno mai ben chiarito le risposte da dare al discorso del presidente del Fronte nazionale. Nicolas Sarkozy ha capito una cosa: c´è una contraddizione che urta la ragione dei francesi, a qualunque partito appartengano, tra il massimo di apertura all´accesso degli immigrati e lo scarso impegno per assicurare loro il lavoro, la casa, l´integrazione linguistica. Ma in omaggio ai pregiudizi del suo elettorato – e contrariamente a François Bayrou – Sarkozy non ha saputo, o non ha voluto trovare le parole per sottolineare la dimensione fraterna della preoccupazione che dovremmo avere per la sorte di chi trova accoglienza presso di noi.


Contro la pena di genocidio
Aldo Rizzo su
La Stampa

L'Europa discute se e quali orribili fatti del passato possano essere definiti genocidi, e trova a Bruxelles un precario compromesso semantico e politico, foriero di nuovi dibattiti. Ma, se è giusto interrogarsi sul passato e su come definirne le più atroci vicende, sarebbe assai utile anche occuparsi attivamente del presente, di fatti altrettanto devastanti, non per condannarli, o non solo, ma per impedire che diventino anch'essi irreparabili. Il caso più ovvio è quello del Darfur, dell'ampia regione del Sudan meridionale, dove in tre anni la repressione della rivolta africano-cristiana (approssimativamente tale e comunque alimentata soprattutto da ragioni sociali), da parte del governo arabo di Khartum e delle milizie islamiche ad esso alleate, ha prodotto almeno 200 mila morti e oltre due milioni di profughi disperati. E non è molto migliore la sorte di chi è rimasto.
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Nel "santuario" di Al Qaeda
E più giù del Sudan c'è la Somalia, Mogadiscio, dove in una settimana sono morte all'incirca 300 persone e un altro mezzo milione è fuggito nelle campagne. Come prevedibile, la reazione degli estremisti islamici, cacciati dai governativi col decisivo appoggio degli etiopi, non si è fatta aspettare. Qui il giudizio è più complesso, perché le cosiddette Corti islamiche, parenti strette dei taleban, minacciavano concretamente di fare della Somalia un altro "santuario" di Al Qaeda. Ma l'ipotesi da perseguire, politicamente, era quella di un intervento internazionale, che consolidasse la situazione, prevenendo rivincite e regolamenti di conti, anche trasversalmente tra i vari clan. Sono arrivati un po' di soldati, soprattutto ugandesi, ma via libera ai massacri. Si diceva l'Europa, l'Onu (il cui nuovo timoroso segretario, Ban Ki-moon, sembra ancora guardarsi intorno). Ma ricordiamo anche l'Italia, ora membro del Consiglio di sicurezza. Lodevolissima la sua campagna contro la pena di morte, ma altrettanto o più lodevole sarebbe un'iniziativa concreta per quei luoghi in cui la morte viene distribuita all'ingrosso, senza procedimenti giudiziari.


Quando l'orco è una donna
Umberto Galimberti su
La Repubblica


Quello che più impressiona in questa storia di (ormai dobbiamo dirlo) "ordinaria pedofilia", è la presenza, in questo gioco tragico e perverso, di quattro donne: tre educatrici e una bidella della scuola materna, a cui le mamme ogni mattina, in piena fiducia, affidavano i loro bambini. Le donne, durante la giornata, consegnavano i piccoli a loro affidati agli orchi, per le loro mostruosità fisiche e per giunta videoregistrate per la gioia dei perversi voyeur.
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Nei loro frammentari e divaganti discorsi noi scrutiamo l´intelligenza, mai la paura. Ci inorgogliamo per le loro fulminee ideazioni e scartiamo, come prodotti delle fantasie, le loro ansie e quel che di terribile nella realtà può capitare a loro. E che per descriverlo non hanno parole, perché nella loro breve vita ancora non sanno che cos´è la sessualità e tanto meno cos´è la violenza sotto la specie dell´amore.
Le educatrici si sono inserite con abilità nell´ingenuità dei bambini, con astuzia perversa hanno sfruttato lo schema elementare, a loro ben noto, con cui i bambini visualizzano gli adulti e, allargando il campo dell´accoglienza, sono passate dal gesto di tenerezza al gesto truce verso soggetti che, per la loro età ancora troppo fragile e incerta, hanno un enorme bisogno d´amore e ancora non dispongono di conoscenza.
Come sarà il futuro di questi bambini? Il "danno" non sempre è risanabile, come mai lo è quando non si hanno dispositivi mentali per codificare le esperienze che si fanno. Il danno non lo abbiamo evitato. L´abbiamo semplicemente interrotto. E questo grazie all´ascolto attento dei genitori che non hanno scambiato per "fantasie" le parole incerte dei loro bambini.
Li hanno guardati da vicino, non hanno trascurato i loro sguardi tristi, i loro accenni vaghi, le loro paure che scoppiavano immotivate in circostanze normali, la loro gioia spenta, i loro silenzi che non si lasciavano sedurre neanche dalle cose che avevano sempre desiderato. Hanno raccolto i frammenti dei loro racconti. Li hanno messi insieme con cura. Hanno fatto i genitori come spesso non si fa.
L´invito a tutti noi è di seguire il loro esempio, mentre la richiesta forte e chiara da rivolgere a chi promuove e mette in ruolo bidelli, insegnanti, educatori, soprattutto nei primi anni in cui i bambini fanno esperienza in comune, è quella di esercitare un rigore e un´attenzione continua senza esitazione e senza pietà, perché il danno, il più delle volte, lascia una traccia che non si cancella più.


   25 aprile 2007