
sulla stampa
a cura di P.C. - 23 aprile 2007
La Francia e noi
Michele Salvati sul Corriere della Sera
C'è non poco orgoglio gallico nell'articolo di Jacques Attali che il Corriere ha pubblicato ieri. Anche se alcuni degli esempi con i quali Attali giustifica il suo orgoglio non sono proprio convincenti (le migliaia di inglesi che comprano case in Francia contro i pochi francesi che fanno l'opposto: da quando il sole e la natura sono un merito per il Paese che ne gode?), altri però lo sono. La Francia è un Paese molto ricco, con una qualità della vita eccellente, complessivamente ben amministrato. Le sue istituzioni sono solide e l'efficienza media del suo ampio settore pubblico è elevata, specie se spostiamo il confronto all'Italia. Le sue grandi imprese dominano molti mercati mondiali, la produttività oraria è molto alta e la sua crescita robusta e continua. Naturalmente le élite, gli economisti e gli intellettuali francesi si lamentano, e i timori di "declino" ai quali periodicamente danno voce non sono secondi a quelli italiani. Ma si lamentano a partire da obiettivi assai diversi dai nostri. Noi abbiamo paura di sprofondare ancora nelle graduatorie di benessere, produttività, efficienza istituzionale che ci relegano ai livelli più bassi tra i grandi Paesi europei. Loro temono di non essere all'altezza di un ideale di primato, di grandeur, che noi non ci siamo mai posti.
Si lamenta anche la gente comune e qui le lamentele sono più fondate. Fatte le debite proporzioni il salario minimo legale è di 1250 euro e la signora Royal si propone di portarlo a 1500, un livello superiore al salario medio italiano i loro problemi sono molto simili a quelli della gente comune del nostro Paese. La disoccupazione è elevata ed elevatissima quella giovanile. La precarietà del lavoro diffusa. La scuola non funziona come uno strumento di mobilità sociale, per selezionare i capaci e i meritevoli quale che sia la condizione delle loro famiglie. Forte è la preoccupazione che i regimi pensionistici finanziariamente insostenibili saranno ritoccati in peggio. E ancor più forti sono quelle relative alle condizioni di vita nelle città, alla violenza nelle periferie, al fallimento del disegno di integrazione del gran numero di immigrati esistenti in Francia, dei loro figli e nipoti: e in questi campi nevralgici per il consenso politico la situazione è peggiore che in Italia.
Di fronte a queste preoccupazioni, delle élite e della gente comune, l'offerta politica è chiara solo ai lati estremi dello spettro politico: la destra autoritaria e xenofoba di Le Pen e la sinistra radicale, quella il cui successo costò il ballottaggio ai socialisti di Jospin nelle presidenziali del 2002. Chiara, naturalmente, ma del tutto insostenibile come proposta di governo, come programma effettivamente attuabile in un Paese democratico e in un'economia di mercato. Le proposte di governo, in queste elezioni, sono state tre e sono il frutto di una forte innovazione nei tre partiti che si fronteggiano e nei candidati che essi esprimono. In due di essi, i socialisti e i gollisti, si è trattato soprattutto di una rottura generazionale.
...
La campagna elettorale è stata la più "americana" che si sia condotta in Francia e i programmi dei candidati hanno avuto diverse accentuazioni più o meno opportunistiche, all'inseguimento di un enorme numero di sondaggi. Ed è solo apparente il paradosso che vede insieme un grandissimo interesse degli elettori e un'altrettanto grande incertezza: l'elettore cerca ansiosamente risposte ai suoi problemi, ma è frastornato da proposte programmatiche tra le quali fa fatica a trovare differenze di rilievo. Sicché è probabile che, alla fine, saranno le immagini tradizionali di destra e sinistra, del gollismo e del socialismo, quelle che risulteranno determinanti nel voto, e non le innovazioni programmatiche che pur ci sono state. La destra di Sarkozy probabilmente ha trovato una definizione più stabile e chiara, che le consente di ricevere sia l'appoggio di intellettuali liberali, sia di cittadini comuni che la votano perché dà una risposta più civile di quella di Le Pen ai problemi che essi avvertono come dominanti. La sinistra una definizione altrettanto chiara non l'ha ancora trovata e questo è uno dei pochi campi in cui, forse, la Francia può accettare una lezione dalla sua più povera cugina. I paragoni vanno sempre fatti con cautela, perché il Ps non è i Ds e l'Udf di Bayrou non è la Margherita: ma la prossima formazione del Partito democratico, l'integrazione in nome di un comune futuro di due eredità del passato che in Italia sembrano ancor più difficili da integrare che in Francia, forse qualcosa può insegnare.
Parigi reclama gli eroi
Barbara Spinelli su La Stampa
Ségolène infine è riuscita a restituire l'onore perduto al partito socialista. Non è stata eliminata al primo turno, come cinque anni fa era accaduto a Lionel Jospin. La sinistra è riabilitata, la candidata ottiene il 25 per cento e si colloca subito dopo il vincitore di questa prima prova, che è il gollista Nicolas Sarkozy. Ma la destra esce rafforzata dal voto, e non è più la destra di ieri: Sarkozy ha fatto una campagna impostata sulla rincorsa di Le Pen, e ha ottenuto un consenso più vasto del previsto: più del 30 per cento. Ha preso numerosi voti a Le Pen, che nel 2002 aveva ottenuto il 16,8 per cento e oggi scende all'11. Il Fronte nazionale comincia a essere assorbito, una parte della destra estrema dovrà disimparare la violenza cui è abituata: è un progresso, e solo un uomo di destra poteva conseguirlo. Ma l'elettorato di Sarkozy combinato con quello di Le Pen dà vita a una grande e ambigua forza, e questo vuol dire che i socialisti di Ségolène non potranno vincere con le vecchie coalizioni di sinistra. Hanno bisogno a tutti i costi di François Bayrou, che non ha vinto la scommessa - entrare nella gara finale - ma che resta determinante e che dà vita a una terza forza assai potente (il 18 per cento circa), a un centro mai esistito nella Francia presidenziale fondata da de Gaulle. Senza di lui Ségolène Royal può difficilmente vincere, e Bayrou è dunque la vera novità di questo scrutinio.
....
Anche Ségolène ha voluto diventar leggenda, scegliendo come icona una santa - Giovanna d'Arco - e vestendosi il più delle volte di bianco. E salvifico ha voluto essere Bayrou, anche se fra i candidati è apparso il più naturale, il meno nervoso e retorico. Proprio lui tuttavia è stato accusato di essere populista, di distruggere il tradizionale scontro fra blocchi. Le Monde lo ha descritto come figlio delle disillusioni, dell'insurrezione contro la classe politica, come se Sarkozy e Royal fossero di una stoffa più legittima perché appartenenti ai due campi di destra e sinistra. Ma Bayrou non è solo figlio della disillusione. Ha raccolto consensi perché propone una via diversa, una nuova separazione: non più fra destra e sinistra, ma fra riformatori (di sinistra e destra) e non riformatori. Perché ha lanciato un messaggio che la sinistra non potrà trascurare: in questa Francia dove Sarkozy rincorre Le Pen, la sinistra deve abbandonare la tradizione mitterrandiana e apprendere nuove forme di alleanza fra centro e sinistra anziché fra socialisti e estrema sinistra. Bayrou non è riuscito a ottenere questa rivoluzione subito. Ma la sua proposta alla lunga non è aggirabile. È quello che nei giorni scorsi hanno voluto dire socialisti e riformatori come Michel Rocard, Bernard Kouchner, Daniel Cohn-Bendit.
Bayrou ha avuto contro di sé i partiti classici e anche i giornali, e questa cecità di stampa e televisione non è nuova, né in Francia né fuori. Già nel 2005 stampa e televisione non avevano visto la nascita di un enorme rigetto dell'Europa. Sarkozy e Ségolène hanno invece capito: ambedue si sono proposti come personaggi nuovi, di rottura. Sarkozy aveva rotto con Chirac, ed è giunto sino a sposare alcune tesi di Le Pen. Ségolène aveva rotto con l'establishment socialista, con i cosiddetti elefanti: "Sono una candidata della non sottomissione", ha ripetuto più volte. Nelle prossime settimane capiremo la vera natura delle loro rispettive novità.
Ma Prodi rischia a sinistra
Federico Geremicca su La Stampa
Uno degli argomenti spesi dai gruppi dirigenti di Ds e Margherita per motivare la nascita del Partito democratico risiede nella necessità di semplificare la geografia del centrosinistra rafforzando quello che viene solitamente definito il suo "timone riformista". Naturalmente, la nascita del nuovo partito - confermata ieri dalle conclusioni del congresso della Margherita - potrebbe determinare una serie di altri effetti a catena, dei quali - in verità - già si intravede la direzione. Basti qui indicare i due più annunciati: l'avvio di un analogo processo unitario nella galassia della sinistra radicale e l'accelerazione di un simile percorso anche nel campo del centrodestra. Tanto del primo quanto del secondo, si è già più volte detto e scritto.
Meno indagato, invece, è l'effetto che il passo compiuto da Fassino e Rutelli potrà avere sul governo di Romano Prodi: e cioè sulla sua tenuta e sul suo percorso. L'interrogativo, com'è evidente, è tutt'altro che ozioso: essendo protagonisti della fusione (calda o fredda che sia) i due maggiori partiti della coalizione di governo.
...
In conclusione si può dire, per il momento, che dall'avvio ufficiale del percorso che porterà al Pd Romano Prodi può trarre motivi di conforto, ma anche di fondata preoccupazione. Il suo annuncio d'abbandono del campo a fine legislatura ha certo fatto chiarezza e forse attenuato alcune tensioni intorno al tema della leadership futura. Anche questo può aiutare il governo. Ma non è detto che tale tregua duri a lungo. E non è detto, soprattutto, che i nemici nascosti del Partito democratico non provino addirittura a ricorrere all'arma "fine di mondo" per far saltare il processo avviato: una crisi di governo. Solo la caduta dell'esecutivo - e le possibili divergenze anche tra Ds e Margherita su come porvi rimedio - pare ormai l'evento capace di fermare la corsa del Partito democratico. Per qualcuno - e perfino per qualcuno insospettabile - la tentazione potrebbe esser forte. E se anche sarebbe un modo per buttar via, come si dice, il bambino con l'acqua sporca, beh, non sarebbe la prima volta che in Italia si vede una cosa così.
Rutelli abbraccia Fassino
Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera
ROMA Il riassunto della giornata è in quell'abbraccio. Sul palco della Margherita, affollato da tanti ex democristiani, sale l'ex comunista Piero Fassino, rimasto per tre ore seduto in prima fila ad ascoltare gli interventi dei suoi futuri compagni di partito. Francesco Rutelli gli alza il braccio in segno di vittoria mentre tutti applaudono: nasce davvero il Partito democratico e il segretario dei Ds si commuove nuovamente, come aveva fatto il giorno prima a Firenze. Perché anche dal congresso della Margherita, allestito nel felliniano studio di Cinecittà, i delegati danno il via libera al nuovo soggetto unitario. E terminano la loro tre giorni con la promessa di un percorso comune.
UNITA' Rutelli imposta tutto il suo intervento finale sull'unità "necessaria". Tanto che si rivolge direttamente al segretario della Quercia e gli dice: "Caro Piero, siamo già adesso lo stesso partito, già ora condividiamo gli stessi orizzonti". E come si chiameranno, "compagni"? "Niente paura risponde il leader della Margherita "compagni" è una parola che ricorre più di cento volte anche nella Bibbia". Insomma, è il momento dell'unità "che avrà, con il Pd, la funzione di uno stimolo positivo per il governo". E, soprattutto, invoca Rutelli, "bando ai personalismi", "no" alla guerra per la leadership: "Verrà il momento di scegliere chi guiderà il Pd: sarà un momento vitale, uno dei passaggi chiave, ma il partito non può vivere in attesa di quel momento, non può essere un esile strumento di una guerra tra capi". Lo ripete con più chiarezza anche davanti alle telecamere del Tg3: "Saremmo matti se facessimo la guerra sulla leadership, anche perché Silvio Berlusconi ora ci teme".
In altre parole: senza una pace interna il Pd non potrà mai decollare ed è meglio fare un passo indietro rispetto alle proprie ambizioni, almeno per qualche mese. Poi saranno le primarie a decidere fra i tanti possibili candidati, compreso lo stesso Rutelli e il nome che aleggia da venerdì nell'assemblea dei dl, cioè Walter Veltroni. Per dirla con Lamberto Dini: "I cavalli ci sono, vediamo chi correrà di più".
...
SCONTRO Ma il benvenuto al Pd, festeggiato a Cinecittà con una cascata di coriandoli e la voce di Caterina Caselli ("È la pioggia che va..."), è segnato anche dalla rivolta dei parisiani che, per protesta, non partecipano alle votazioni finali, quelle sull'assemblea federale e il presidente, decise per acclamazione. Denuncia Willer Bordon: "Lo statuto della Margherita prevede il voto segreto: così facendo daremo il messaggio che siamo i primi a violare le regole". Lo stesso dice Natale D'Amico. Alla fine popolari e rutelliani fanno quadrato e i 98 dell'assemblea federale (decisi in base agli equilibri raggiunti tra le diverse componenti della Margherita) vengono eletti con 4 voti contrari e 12 astenuti. Mentre Francesco Rutelli è presidente con un solo voto contrario, quello del leccese Lorenzo Ria, e un astenuto. Parisi, finito di ascoltare l'intervento finale, se n'era andato via promettendo di "non votare un accordo notturno fondato sulle quote". E così ha fatto contestando, praticamente in diretta dagli studi tv dell'Annunziata, quella che considera "una partenza col passo sbagliato".
Ma non è la sola contestazione in chiusura del congresso. A protestare sono anche le donne, appena 7 su 98 eletti dal congresso. È vero che il voto di ieri riguarda solo il 25 per cento dell'assemblea federale, ma fanno notare le delegate prendendosela direttamente con Rutelli "siamo ancora troppo lontane dal 40 per cento di rappresentanza femminile esistente tra i Ds".
Ecco l'identikit dell'Homo democraticus
Edmondo Berselli su la Repubblica
E allora è aperta la caccia all´"homo democraticus", il futuro elettore ed elettrice del partito nuovo, di cui si sa praticamente tutto sul piano politico, e si sa invece piuttosto poco o quasi niente sulle sue preferenze, sui gusti, sulle letture, su ciò che guarda e ascolta, insomma della sua antropologia culturale.
Sarà pure essenziale sapere che il 65 per cento dei "democratici" si considera semplicemente "di centrosinistra", proprio come si dichiarò una volta Arturo Parisi, sciogliendo in tal modo il dilemma esistenziale e politico fra centro e sinistra. Ma forse è ancora più interessante esaminare le preferenze culturali dei delegati diessini presenti al Mandela Forum di Firenze, che fra gli intellettuali di riferimento hanno spedito al vertice della classifica Antonio Gramsci, ma senza fargli toccare il 20 per cento dei consensi: e dopo un´infilata di filosofi in sequenza da Bobbio a Marx, seguiti da Kant, Popper, Hegel, Socrate, Voltaire, Rousseau, quasi il 40 per cento ha semplicemente e "democraticamente" disperso il voto.
...
Ma qualsiasi sondaggio serio mostrerebbe che il film democratico di culto, per le donne del futuro Pd, è da sempre Pretty Woman, cioè "voglio la favola" e Richard Gere per marito (qualche problemino identitario può emergere se è vero, com´è vero, che anche gli uomini considerano Pretty Woman un film irresistibile, sarà per via della così facile disponibilità di Julia Roberts, ma anche per un´identificazione totale con il protagonista, il tycoon che si smarrisce interclassisticamente e si ritrova nel più improbabile e gratuito degli amori).
E si otterrebbe un vero entusiasmo accennando ai telefilm più "americani": soprattutto segnalando il più potente capolavoro di queste ultime stagioni, Dr House, in cui il cinismo del medico protagonista non nasconde la competenza, la dedizione, la professionalità, cioè l´aspetto più "cool" della nuova sinistra, quella che ha scelto il "realismo utopico" e quindi ha le passioni sotto controllo.
In sostanza il cambiamento riguarda soprattutto un certo eclettismo, un´ordine di praticabilità, il passaggio da pensieri troppo forti ai pensieri deboli e accettati in quanto tali. Certo, ci vuole una seria critica dell´economia post reaganiana, una concezione anti-liberista come quella di Paul Krugman o una critica come quella di Joseph Stiglitz rivolta alla globalizzazione gestita dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario. Ma la scena mentale dell´homo democraticus accetta poi facilmente l´idea che per fare funzionare l´economia non ci vogliono troppe ubbie vetero-socialiste, e difatti anche a Firenze l´uomo delle lenzuolate, Pier Luigi Bersani, ha spopolato esclamando: "Compagni, le liberalizzazioni sono di sinistra!", sollevando un applauso che avrebbe fatto felice l´ispiratore della Terza via blairiana, Tony Giddens (sui cui manuali, come il classico Fondamenti di sociologia, hanno studiato intere generazioni di studenti italiani: da cui si potrebbe anche trarre l´idea che il riformismo non piove dal cielo, ma semmai dai buoni libri).
Il senso di fondo è che nell´epoca delle non-ideologie le riforme buone "sono quelle fatte da noi", soprattutto se quegli altri, la destra, nei loro cinque anni di legislatura, si sono ben guardati di liberalizzare alcunché. E se i berlusconiani, i forzisti, si sono appropriati dell´azzurro, i futuri democratici sono passati alla riscossa prendendosi il blu. Il blu del povero Rino Gaetano, cantautore bravo e ironico morto in un incidente d´auto nel 1981, capace allora di infilare in una canzone popolare (Aida) parole inusuali come "la costituente, la democrazia", ma anche, adesso, di far chiudere il congresso di Firenze con il popolo ex comunista ed ex diessino che canta in coro "ma il cielo è sempre più blu
".
Dev´essere chiaro che il blu democratico non è un succedaneo emotivo del rosso tradizionale della sinistra. Ci vuole poco infatti, basta la playlist preparata da Luca Sofri per Piero Fassino, per capire che il blu ha una storia, una tradizione progressista. Al forum Mandela si è ascoltata la voce di Caterina Caselli che evocava nel cielo del partito democratico "le macchie di blu" che si spalancano in È la pioggia che va, storico pezzo dei Rokes di Shel Shapiro, anno 1966. Ottimo: senza pedanterie, occorre riprendere il filo che negli anni Sessanta, nella fase del bipolarismo perfetto fra Beatles e Rolling Stones, si è spezzato, dividendo il mondo fra gli impegnati e i non so, fra la musica politica e la musica di consumo. Anche allora c´era il centrosinistra. La speranza è che questa volta la lieve euforia "democratica", che pure poteva essere più intensa, non si dissolva, e che non arrivino anni plumbei: culturalmente, s´intende.
Tutti gli uomini che attendono il Messia
Filippo Ceccarelli su la Repubblica
Quando scattava l´applauso, tanto a Cinecittà quanto al PalaMandela, s´illuminava il proscenio. Astuzie di regia, dispositivi tecno-sentimentali. Ma nell´imminente Partito democratico la luce non si sa ancora dove andrà a posarsi. Perché il podio da rischiarare è vuoto, e al tempo stesso anche troppo affollato.
Chi sarà, chi farà, il leader del nuovo partito? Conviene rispondere in ordine alfabetico, e dunque: Bersani, Bindi, D´Alema, Fassino, Finocchiaro, Fioroni, Franceschini, Letta, Rutelli, Veltroni, e il timore è sempre che ci si sia dimenticati qualcun altro.
La proliferazione degli aspiranti può essere un segno di democrazia, di trasparenza, di sana competizione. E la prova che nel centrosinistra c´è un nutrito gruppo dirigente all´altezza dei nuovi compiti. Come pure può essere la fine della vecchia ipocrisia del "non sum dignus", opportunamente garantita dagli accordi al coperto. Al contrario può essere anche, questo profluvio di possibili candidati, la manifestazione della più diffusa e conclamata mancanza di umiltà. Può essere un grave errore affrontare subito la questione, e un inedito vantaggio delegarla alle Primarie. Può essere tutto, insomma. Ma come spesso accade anche in politica, i dubbi più insidiosi riposano nei proverbi della nonna. E uno di questi dice: troppi galli a cantare, non si fece mai giorno.
...
Nel frattempo, com´è ovvio e com´è anche giusto, i mandatari dei piccoli e grandi messia di Cinecittà, in gran segreto, si spartivano i posti. Mentre in sala Letta offriva alla platea preziosi frammenti dei dialoghi tra Dio e il re Salomone; Franceschini evocava a tutto spiano "il secolo nuovo"; e dopo aver confidenzialmente fatto presente di aver avuto l´influenza, e di essere sempre stato un caposcuola sindacale, un bravo motociclista e un esperto di classicità, il presidente del Senato Marini, non a caso nella Dc romana conosciuto come "Scintillone", ha esclamato: "Cambia la storia!". E anche: "Mi aspetto un grande avvenire!".
Che sì, certo, sono cose che si dicono ai congressi. Ma l´impressione è che stavolta, in mancanza di meglio, o per coprire il peggio, tutte queste alate insistenze sulla "Svolta", sulla "Missione", sull´"Orizzonte", abbiano un po´ preso la mano; fino a sconfinare in un millenarismo da ciclo di Gioachino da Fiore, Rastafariano o da Piccolo Budda. Come se nello sforzo di risultare il più efficace possibile, la tecno-retorica da post-congresso recuperasse modalità messianiche, escatologiche, palingenetiche, religiose. Per cui: "Chi dovrà guidare il nuovo partito?" si è chiesto a un certo punto Rutelli. "Ah, bella domanda, questa!" ha risposto con qualche sgomento una delegata, quasi riscuotendosi da uno stato di trance.
Quanti vani messia, oltretutto, nel passato recente della sinistra: questo pure veniva da pensare sotto volte dello Studio 5 della ex Margherita: Cofferati, Nanni Moretti ("Con questi leader, Berlusconi vincerà per tre generazioni!"), lo stesso Prodi. "Romano, salva l´Italia!" gli gridavano per la strada. E lui fermo lì, non era ancora arrivato il suo tempo. Intanto fiorivano leggende a base di ulivi rinverditi, si raccoglievano segni, si condensavano metafore. Eh: anche di questo è fatta la politica.Così, alla fine della giostra, la futura leadership del partito che non c´era riguarda capi veri, presunti capi e mestieranti da talk-show e retrobottega. Troppi candidati, è vero, uguale nessun candidato. E però: fra tentazioni oligarchiche e profetismi indotti, alla fine, stai a vedere che la scelta migliore resta quella democratica della conta.
In festa come bambini
Michele Serra su la Repubblica
La parola "scudetto" è una delle poche rimaste intatte, nel calcio mutageno dei nostri giorni. Risale allo sport pre-televisivo e non ancora baciato e contaminato dagli sponsor, è una parola poco solenne, domestica, da bar e da banco di scuola, da spogliatoio, da album di figurine. Un piccolo scudo di stoffa tricolore da cucire sulle maglie.
Un tempo spiccava isolato in mezzo ai colori ammalianti della squadra amata. Oggi bisogna cercarlo meglio nella tempesta di patacche e marchi e logo e graffiti che quasi cancellano i colori sociali.
I più giovani non possono (ancora) capire la totale meraviglia che prende noi ex-ragazzi quando scopriamo che qualcosa, almeno qualcosa, è rimasto "come prima". Cioè come quando eravamo bambini. È un cortocircuito sentimentale, questo, difficile da cogliere (e magari da perdonare) per chi non è coinvolto nelle faccende del tifo. Significa sentire, una domenica di sole, un clacson che suona giù in strada, sotto le finestre, per andare a festeggiare lo scudetto, e percepirlo (con un tuffo al cuore) come lo stesso clacson udito quarant´anni prima, sotto un´altra finestra, quando c´era il padre a regolare la sola manopola importante, quella della radio e di Tutto il calcio minuto per minuto, e la televisione era ancora spenta e muta. (La televisione era una dea serale, mattino e pomeriggio erano consacrati alla voce severa e autorevole della radio). Significa sapere benissimo di quante porcherie, ipocrisie, interessi loschi, violenze, manfrine politiche è macchiato il calcio, eppure sentirsi stupidamente, irresistibilmente felici come quando si andava a San Siro sul tram numero 15, e si comperavano il mottarello o le caldarroste (a seconda della stagione) in piazzale Axum, nella Milano in bianco e nero di quasi mezzo secolo fa.
...
Non è una buona abitudine, d´altra parte, quella tutta italiana di confondere i torti e le colpe in una indefinita melma che affoga nella stessa maniera i colpevoli e gli incolpevoli. Se la Juventus non ha potuto contendere lo scudetto all´Inter, non è certo colpa dell´Inter, come pare intendano, alla fine, i polemisti più disinvolti e più smemorati. La Juve è stata fuori per colpe (accertate) dei suoi dirigenti, e se vogliamo è tipicamente da Inter non averla potuta affrontare proprio nell´anno in cui era in grado di mettere sotto qualunque avversario. Una piccola sfortuna alla quale l´Inter potrà rimediare già dall´anno prossimo, con il campionato a ranghi completi: in pratica tipica fatica da Inter, esagerata e fuori dalla norma l´Inter deve vincere tre scudetti consecutivi per rimettere a posto i suoi conti con la storia del calcio
E comunque più della Juve, se non è sgarbato dirlo, se non è retorico dirlo, quest´anno agli interisti è mancato Giacinto Facchetti.
E adesso i libri ce li scriviamo da soli
Cristina Taglietti sul Corriere della Sera
Ragazzi che (forse) leggono poco, ma certo scrivono molto. Per rendersene conto basterà fare un giro tra gli stand della Fiera del libro per ragazzi che domani apre i battenti a Bologna, tradizionale appuntamento dove si vendono e comprano i diritti e rituale occasione per fare il punto sulla situazione di un mercato sempre sull'orlo della crisi.
L'offerta di romanzi per i cosiddetti young adults è sempre ampia, i dati dell'Aie (Associazione italiana editori) quest'anno sono addirittura più confortanti (rilevano un aumento della lettura nella fascia che va dagli 11 ai 17 anni), ma ciò che emerge come una tendenza nuova è la crescita di una giovane leva di autori che sanno parlare ai loro coetanei affrontando, con ambizioni ed esiti diversi, qualunque genere. Così se una delle iniziative di maggior successo della prima edizione del Fantasio festival di Perugia è stato il concorso "G.a.s. al minimo" che ha raccolto le storie brevi di oltre tremila giovani aspiranti scrittori tra i 17 e i 23 anni (37 sono state scelte e pubblicate in un volume), a Bologna autrici come la ventunenne Sara Boero al suo terzo romanzo con Piume di drago (Piemme) o la ventiseienne Licia Troisi, bestsellerista affermata con la trilogia delle Cronache del mondo emerso (Mondadori), sono ormai delle veterane.
...
Un tema difficile, soprattutto da raccontare a un pubblico di adolescenti, è anche quello affrontato da Erika Silvestri, ventenne di Ladispoli. Nel suo Il commerciante di bottoni (Fabbri), introdotto da una prefazione di Walter Veltroni, racconta la storia di Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz, conosciuto quando aveva 14 anni. "Il libro è una raccolta di incontri, di conversazioni quasi private. Non volevo che l'esperienza di Piero, a cui sono legata come se fosse un nonno, andasse perduta". Erika racconta di aver sempre amato scrivere, e anche leggere: "Ma non ho mai letto i cosiddetti libri per ragazzi. Leggo i libri "normali", molti saggi, perché amo i temi storici, in particolare quelli legati all'Olocausto". Erika di Federico Moccia ha soltanto sentito parlare. "Non lo conosco perché non è il mio genere, ma probabilmente il suo successo sta nel fatto che ha trovato un linguaggio adatto per parlare ai ragazzi".
Anche Maurizio Temporin, diciottenne di Novi Ligure, non legge la cosiddetta letteratura per ragazzi, non considera il suo romanzo, Il tango delle cattedrali (che uscirà da Rizzoli il 2 maggio) appartenente al tanto popolare genere fantasy, nonostante la presenza di un gargoyle nelle prime pagine ("se proprio dovessi scegliere un genere direi che è fantascienza", spiega). Il Tango delle cattedrali è un libro dall'architettura complessa e dalle grandi ambizioni, che parla di tango, di arte, di immortalità, che mescola mondi paralleli e giochi letterari, Oscar Wilde e gli amici dell'autore. Maurizio ha interrotto gli studi al terzo anno del liceo scientifico, a 15 anni è andato a vivere con la sua ragazza, scrive da quando ne aveva 12. Se gli parli di Federico Moccia risponde con Fabrizio De André, Ray Bradbury, Tim Burton e Federico Fellini.
23 aprile 2007