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sulla stampa
a cura di G.C. - 20 aprile 2007


Fassino: "Il futuro è adesso"
Wanda Marra su
l'Unità

Luce soffusa blu, flash di fotografi. Una lunga strada suoi toni cangianti del blu e dell'arancione accoglie i 1500 delegati e gli invitati al Pala Mandela di Firenze. Un vero ingresso da star per Fabio Mussi, che arriva tra i primi al congresso che segnerà la sua uscita dai Ds e viene inquadrato dal maxi-schermo, mentre saluta. Una vera ressa per l'ingresso di Silvio Berlusconi, che per la prima volta ha accettato l'invito a partecipare alle assise della Quercia. "Se il Partito Democratico andrà avanti, credo che sia ineluttabile che anche nel blocco liberale si vada nella stessa direzione, come mi auguro". Grande accoglienza anche per un'altra presenza attesissima, quella di Epifani.
Applauditissimo D'Alema, che arriva tra gli ultimi. Poi si spengono le luci. Fassino non arriva subito, passa qualche minuto. E intanto, l'attesa cresce. Quando appare il segretario, il congresso lo accoglie a ritmo d'applauso. Stringe le mani a tutti, Fassino, arrivando. Poi è la volta dell'Inno nazionale e dell'Inno alla Gioia, che tutti i leader dei Ds ascoltano, in piedi. Dopo la musica, le prime parole sono di Vittoria Franco, coordinatrice delle donne Ds. Poi, è la volta di Caterina, una ragazza, vero simbolo dei Ds che vanno verso il Pd. "Mi chiamo Caterina ho 23 anni, ne avevo 5 quando è caduto il muro di Berlino, i primi soldi che ho guadagnato erano un euro. Sono una Fisica. Le giovani donne come me si chiedono se potranno investire sulla maternità, continuando il progetto di ricerca sul quale l'Italia ha investito". Intanto, arriva il messaggio del Presidente della Repubblica, Napolitano: "Non dimentico che con voi ho condiviso per una vita lotte, passioni e ideali politici".

"Governare bene è essenziale e il governo Prodi lo sta facendo. Questo non è un governo provvisorio. Dai Democratici di Sinistra continuerà ad arrivare un forte e leale sostegno a Romano Prodi". Ci tiene a sottolinearlo in apertura della sua relazione Fassino. Dopo una lunga introduzione sulle sfide del paese e del governo, Fassino arriva al Partito Democratico: "L'Italia è di fronte a un passaggio d'epoca nei quali sono i caratteri costitutivi della nazione che vanno ripensati". Un grandissimo applauso saluta la definizione di Fassino, secondo il quale il Pd è "una necessità storica". E allora serve "un soggetto politico non moderato o centrista, bensì progressista riformista e riformatore".
Laicità e legge elettorale sono tra i punti al centro del discorso del segretario. La laicità "non consiste nella riproposizione di antichi e anacronistici steccati. Ma nella comune ricerca di un nuovo umanesimo, di un pensiero nuovo, capace di suscitare comuni, innovative risposte". Poi ricorda che "mettere mano a una legge elettorale è un'assoluta priorità". E sottolinea come costruire "una grande forza, a vocazione maggioritaria è la condizione per dare al bipolarismo un assetto stabile e effettivamente di governo", chiarisce Fassino".
Nel fulcro della sua relazione, Fassino entra nel vivo di cosa dovrà essere il Pd. "Adesso si apre la Fase 2, il processo costituente, che dovrà essere caratterizzato fin da subito da quell'apertura che tutti auspichiamo".Ne ricorda le tappe: "Prepariamo per l'autunno l'assemblea costituente del Pd, eletta dai cittadini sulla base del principio una testa-un voto. E proponiamo che lì si vari il testo aggiornato e emendato del manifesto, si adotti uno statuto del partito e si lanci la fase finale di costituzione in tutti i comuni italiani delle strutture di base del Pd, fissando la convocazione del congresso di fondazione entro la primavera del 2008, in modo da presentare il nuovo partito già alle amministrative del prossimo anno". Quando propone le primarie, la platea applaude con un entusiasmo eloquente: "Proporremo nello Statuto del Pd norme che prevedano il ricorso alle primarie per la scelta di candidati ad incarichi elettivi".
Torna ancora Fassino sulla collocazione europea del nuovo soggetto, e avverte la Margherita: "È del tutto naturale che un grande partito riformista, quale vuole essere il Pd, trovi collocazione là dove si riuniscono le altre forze riformiste europee, che nella stragrande maggioranza sono socialiste e socialdemocratiche". E rivolge un appello a Boselli e ai suoi: "Questa è anche la casa dei socialisti".
Ma il momento più emozionante del discorso di Fassino è l'ultimo appello alla sinistra Ds, che ha annunciato che venerdì, dopo la relazione di Mussi, lascerà il congresso. Non si rassegna il segretario. Offre un appuntamento futuro nel quale valutare insieme il percorso del Pd: "Lungo il percorso non mancheranno le occasioni per operare tutte verifiche necessarie e, in ogni caso, all'indomani dell'assemblea costituente questa assemblea congressuale - che a norma di statuto rimane in vita tra un congresso e l'altro ed è la sede di decisione democratica più larga - sarà riunita per valutare l'andamento del processo costituente e assumere gli adempimenti successivi".
Si rivolge direttamente a Mussi e ai suoi: "Alle compagne e ai compagni che hanno votato la mozione Mussi esprimendo contrarietà al Pd, non chiedo di rivedere o revocare le proprie opinioni. Chiedo di essere impegnati con noi, e con le loro idee, le loro proposte, le loro suggestioni critiche, nella costruzione del nuovo partito". Gli applausi che accompagnano questo passaggio del segretario sono i più lunghi, e i più appassionati di tutta la relazione. Ma Mussi, inquadrato dai maxi-schermi, non muove un muscolo, non applaude. Lo sguardo e i tratti ne mostrano però la commozione. "Tra le tante eredità del '900 da non portarsi in questo nuovo secolo c'è anche questa: l'idea che separarsi sia il modo giusto per risolvere i problemi. Non è così", rincara il leader Ds. Rivolto all'altra minoranza, quella capeggiata da Gavino Angius, Fassino ricorda che chi ha votato per la terza mozione ha inteso "sottolineare l'esigenza di introdurre correzioni e integrazioni al percorso fin qui condotto: proposte in buona parte condivisibili e che intendiamo raccogliere". Per questo, insiste il segretario, a loro "chiedo di far valere le loro proposte nel cantiere del Pd".
E a proposito del proprio ruolo: "Muoverò ogni mia energia perché tanta aspettativa nei miei confronti sia onorata nel migliore dei modi. Chiederò alle più autorevoli personalità del nostro partito a partire dal compagno Massimo D'Alema di essere ancora di più al mio fianco per esercitare insieme al meglio l'attività dirigente in un passaggio così cruciale".
Mentre la platea si infiamma, il segretario arriva alle conclusioni: "Il Partito democratico non lo facciamo per noi. Il futuro è adesso. E qui inizia una nuova storia. E sono sicuro che la sapremo vivere con la generosità, la passione, il coraggio che richiedono le grandi imprese. Ce la faremo amici, compagne e compagni. Sì, per noi, per i nostri figli, per l'Italia ce la faremo". Sono passati 100 minuti e un lunghissimo applauso saluta il segretario che scende dal palco. E' l'ultimo dei 57 che hanno accompagnato la sua relazione.


La mossa del cavallo
Lucia Annunziata su
La Stampa

Piero Fassino ha fatto la mossa del cavallo: pericolosamente insidiato dal movimentismo ulivista, lo ha assunto, fatto suo, e scavalcato.

Arrivato al Congresso criticato dagli ulivisti puri per il rischio di una "fusione a freddo", ha fatto una conversione di rotta, al grido di: "Lasciamoci definitivamente alle spalle la disputa astratta fra sezioni e gazebo". Ha proposto regole di apertura estrema per la formazione del futuro partito: scelta della leadership con voto individuale e segreto, ricorso alle primarie per tutti i candidati agli incarichi elettivi, voto segreto e limite del numero dei mandati per i dirigenti. Regole che, se applicate, potrebbero davvero spappolare ogni idea di partito conosciuta finora.

La ragione di tutto ciò è abbastanza comprensibile: la mossa permette al segretario non solo di sottrarsi alle critiche di chi lo consegna al vecchio, ma anche di diventare garante del nuovo. In ogni caso si può già dire che, dopo l'intervento di Fassino, per una di quelle tipiche abilità di cui è così dotato il gruppo dirigente dei Ds (a poche ore da essere "ex"), il congresso di un partito sospettato e accusato di rigidità e burocratismo rischia di giocarsi invece intorno al grado di movimentismo con cui si proietta verso il futuro.

Il movimentismo di cui parliamo dovrebbe essere in realtà un elemento già acquisito dai tempi delle primarie, 16 ottobre 2005. Quei gazebo affollati di elettori, sono diventati in seguito il simbolo di ogni pulsione anti-partitica, nell'accezione chiaramente datagli da Sebastiano Vassallo, relatore alla riunione di Orvieto in cui fu stilato il manifesto del Pd: "L'Ulivo è nato per richiamare alla partecipazione politica quei tanti cittadini italiani che da tempo non sono più attratti, o si sentono addirittura respinti, dalle tradizionali strutture di partito". Parole che hanno segnato una sorta di linea del Piave, con i partiti in difensiva da una parte - attestati sulla necessità di non aprire le porte all'antipolitica - e gli ulivisti "puri", dall'altra - con la loro richiesta di elezioni dirette della futura classe dirigente, con il loro sogno di primarie permanenti, gazebo al posto di sezioni, e società civile al posto delle strutture di funzionari e politici di professione.

Non c'è dubbio che i partiti nei mesi scorsi hanno subito una forte pressione: il partito è dopotutto per definizione organizzazione e selezione. Ne hanno sofferto molto Fassino e Rutelli. La rivolta antiapparati è diventata lentamente l'argomento attraverso cui si sono scaricate quasi tutte le altre tensioni; discutere di come si farà il nuovo partito è diventata metafora per tutti gli altri messaggi, una specie di linguaggio indiretto per dire cose che non si potevano dire.

La posizione sulle regole ha così finito con il costituire una sorta di mappa possibile del futuro: Romano Prodi poche settimane fa ha fatto sua anche in via ufficiale la parola d'ordine degli ulivisti puri, "una testa un voto"; ha sempre militato in questo campo Arturo Parisi; di certo a queste posizioni aperturiste si è ispirato Walter Veltroni nel pronunciare la frase ormai famosa sulla fusione a freddo. Interessante per capire la evoluzione di questo dibattito è il caso Massimo D'Alema, uomo di partito per eccellenza, che non a caso alcuni mesi fa se ne uscì con una tagliente frase contro i gazebo, e che poi negli ultimi tempi si è progressivamente spostato verso l'idea di una forte discontinuità, con l'azzeramento di ogni organismo così come è ora.

Oggi che il congresso Ds entra nel vivo, con gli interventi di quasi tutti i leader di cui abbiamo fin qui parlato, si può scommettere che le regole del nuovo partito torneranno a fare la parte del leone.



Fantasmi socialisti
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Non ha mai nominato, manco una volta, la parola operai, mai la parola fabbrica, mai la parola masse. Temi che un tempo incendiavano i militanti di quello che si vantava di essere il più grande partito comunista d'Occidente. Non ha mai citato, neppure una volta, quel Silvio Berlusconi il cui solo nome per un decennio riusciva magicamente a riaccendere anche le più ammaccate e tristi riunioni di piazza. E dopo aver rimosso le arie dell' "Internazionale" e "Bandiera Rossa" e perfino della "Canzone Popolare" o dell'ironica "Il cielo è sempre più blu", ha affidato la missione di scaldare i cuori al robusto inno di Mameli e a "Over the Rainbow", come non ci fossero più canzoni capaci di riassumere con parole italiane e comprensibili all'intera platea una fede buona per tutti. Eppure nella sua appassionata relazione al quarto congresso dei Ds, così appassionata da fargli venire infine un groppo in gola, Piero Fassino è stato chiamato a fare i conti soprattutto con una parola antica: socialismo. E lì, ha dovuto tentare più acrobazie del mitico Giovanni Palmiri il giorno in cui fermò il fiato ai milanesi comparendo su un trapezio nel cielo di piazza Duomo. Doveva infatti, lassù sul filo, reggere contemporaneamente in equilibrio quattro socialismi differenti. Il primo, ovvio, era il richiamo al socialismo che doveva rassicurare Fabio Mussi o almeno instillare qualche dubbio nei suoi fedeli, con un continuo rimando alla lunga storia della sinistra e un monito sulle scissioni del passato, "nessuna delle quali è stata foriera di maggiori opportunità". Il secondo doveva confortare Poul Rasmussen, George Papandreou, Kurt Beck e Martin Schultz, che certo non erano venuti a Firenze per essere smentiti dopo aver detto più volte di aspettarsi che il "partito nuovo" entri senz'altro nella grande famiglia socialista europea. Il terzo dovrebbe, se non subito almeno in un futuro ravvicinato, convincere i socialisti della diaspora a non vedere nel Partito democratico "una riedizione in scala minore del compromesso storico " ma piuttosto "la casa anche dei socialisti". Operazione complessa per l'erede di quell'Enrico Berlinguer che, al di là della rivendicazione di una diversità morale, marchiò Bettino Craxi come "un pericolo per la democrazia" e di quel Massimo D'Alema che ammiccava: "Diciamo che non son mai stato un socialista italiano. Sono diventato direttamente un socialista europeo". L'esercizio più arduo, però, era il quarto: fare digerire questo continuo appello al socialismo, nominato e invocato nelle sue varianti 31 volte, a chi nella Margherita ha già detto e ridetto di non avere alcuna intenzione di entrare nel Pse e men che meno nell'Internazionale Socialista. Anche se per il segretario diessino "già oggi è costituita per quasi metà dei suoi 185 partiti da forze di ispirazione culturale diversa dall'esperienza socialista". Esempio? Il Partito del Congresso Indiano e il Partito dei Lavoratori di Lula. Due esempi, come dire, esotici. Basteranno? Francesco Rutelli dice che risponderà oggi.



Berlusconi: Pd, "quasi quasi mi iscrivo anche io"
Redazione del
Corriere della Sera

FIRENZE - Circondato da telecamere e giornalisti - tenuti però a debita distanza da un insolito drappello di body guard costituito dai portuali di Livorno, responsabili del servizio d'ordine -, il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha raggiunto il PalaMandela per il congresso dei Ds. L'accoglienza è stata buona e il leader di Forza Italia non ha ricevuto alcun fischio, come si era in parte temuto alla vigilia: "E' stata un'accoglienza di cui sono lieto - ha commentato il Cavaliere - e mi piacerebbe che fosse sempre così". Prima dell'inizio dei lavori, Berlusconi è stato avvicinato da Piero Fassino che, dopo avere salutato i presidenti di Camera e Senato, Bertinotti e Marini, si intrattenuto qualche istante con l'ex premier stringendogli a lungo la mano.
"DEMOCRAZIA MODERNA" - "Siamo venuti ad ascoltare la relazione del segretario - ha spiegato Berlusconi ai cronisti - in un momento di transizione verso, spero, una democrazia più moderna e più avanzata, in cui ci siano dei partiti che si confrontino tra di loro senza volersi eliminare a vicenda, ma magari rispettandosi". "Se il Partito Democratico andrà avanti - ha aggiunto - , credo che sia ineluttabile che anche nel blocco liberale si vada nella stessa direzione, come io auguro".

GLI APPLAUSI A FASSINO - Berlusconi ha poi seguito con attenzione l'intervento di Piero Fassino e ha applaudito quando il capo dei Ds ha affrontato il tema delle riforme, indicate come la via per un riavvicinamento tra i cittadini e la politica. Il Cav aveva annuito anche al passaggio in cui il segretario della Quercia ha ricordato che "in politica non ci sono nemici, semmai avversari".
"INTERVENTO RESPONSABILE" - Per il leader dell'opposizione quello del segretario ds "è stato un intervento serio, responsabile e sincero sulle difficoltà che il progetto incontrerà" e per questo "faccio molti auguri alla volontà coraggiosa di Fassino". Il passaggio che gli è piaciuto di più, secondo quanto riferito ai giornalisti, è stato l'invito a collaborare sulla legge elettorale, "sulla quale non siamo così distanti".
"POTREI ISCRIVERMI" - Ma il leader della Cdl si è spinto anche oltre: "Se questo è il Partito democratico - ha detto parlando dei temi toccati dal segretario della Quercia - al 95 per cento sarei pronto ad iscrivermi anche io". "Ho sentito un'impostazione socialdemocratica che in alcuni punti è addirittura liberale - ha sottolineato Berlusconi - . Sono anche d'accordo con la politica sociale di cui ha parlato il segretario dei Ds"


Mussi, strappo con commozione
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

FIRENZE — Alla fine Berlusconi applaude. Lui no. Il mangiacomunisti batte convinto le mani a un discorso pieno di Camere del Lavoro, ruolo storico del Pci, compagne e compagni. Lui, "nato sotto un altoforno", "figlio della Piombino operaia", amico di Fassino e D'Alema fin dalla giovinezza, resta a braccia rigide. A Livorno, il giorno di quell'altra scissione del 1921, Bordiga avrà applaudito Turati? Probabilmente no. Nel dubbio, Fabio Mussi non applaude Fassino.
"Mussi segretario di partito! Il sogno di tutta una vita da impiegato, al prezzo di una piccola scissione!". La vignetta di Vincino, che sul Corriere lo punta da settimane, era impietosa. Mussi ieri si è ribellato: "La nostra non è una scissione". Sono loro, quelli della maggioranza Ds, che se ne vanno. "Stanno facendo un partito in cui non mi riconosco". Fassino si è commosso nel chiederle di restare. "Che c'entra? Anche io mi sono commosso". A dire il vero era apparso chino sul banco a prendere appunti. "Siamo fatti di carne. Fassino ha toccato corde profonde. Ma la razionalità ci impone di andare avanti. Del resto, qualche dubbio sulla sua relazione il congresso l'ha avuto: si respirava un'atmosfera sospesa, di attesa". Del suo intervento di oggi, è ovvio. L'unico dubbio resta se fare come i seguaci di Bordiga e Gramsci a Livorno, lasciare in massa il teatro subito dopo la conclusione del capo, che stavolta è lui. Lo è diventato ai tempi dei girotondi e all'ombra di Cofferati, ora altrove. Indimenticabile la sua relazione al culmine del "biennio rossiccio" (la definizione è di Peppino Calderola), in un convegno all'Ambra Jovinelli, in cui Mussi espresse tutta la sua calda fiducia nell'avvenire: "La destra ci trascinerà indietro in un medioevo delle istituzioni e dell'anima, popolato di latifondisti del video, soldati di ventura, bande tribali!".
Impiegato, proprio no. Mussi, invece, è personaggio di spessore. Vecchio Pci di Piombino, Fgci, Normale di Pisa, dove ha affinato appunto la razionalità e conosciuto D'Alema, sulle scale del pensionato per studenti. "Avevamo due borse a testa, una per mano. Sentimmo un frastuono. I fascisti avevano tentato di metter su una manifestazione per i colonnelli greci, quelli di sinistra avevano reagito. Mollammo le borse e ci precipitammo. Capitando in mezzo a un massacro infernale. Ci conoscemmo così, nel furore della battaglia. Massimo era asciutto come un'acciuga, aveva i baffetti appena accennati e una testa enorme tutta ricci. Io ero magro, portavo un gran ciuffo nero sulla fronte e non avevo ancora i baffi". Ieri Fassino l'ha abbracciato e baciato. D'Alema si limita a una pacca, poi gli indica il posto accanto a Reichlin. I mussiani precisano che respingeranno l'invito di Fassino a restare nel partito, ma eviteranno l'uscita in massa dal Palasport.

"In questi quarant'anni ho affrontato diversi momenti difficili, cambiamenti profondi, svolte. Ogni volta mi sono preso la libertà di dire quel che pensavo". Non è vero che è stato sempre all'opposizione. "L'ultima volta che ho votato la mozione di maggioranza, lo slogan era: "Una grande sinistra in un grande Ulivo". Oggi l'Ulivo è più piccolo e la sinistra ammaina le insegne. Evapora". In effetti Mussi è il più coerente con la stagione dei movimenti e della critica da sinistra alle segreterie dei partiti. Altri del Correntone che simpatizzarono per i girotondi, da Bassolino alla Melandri, non ci sono più. In serata quel che resta della sinistra del partito era riunita per una cena frugale, crostini di milza, ribollita e chianti, per decidere il da farsi. Si diffonde la voce che Fabio parlerà a mezzogiorno, sciogliendo l'imbarazzo: tutti i delegati, non soltanto i suoi, lascerebbero il congresso, ma per andare a pranzo. Potrebbe essere una delle ultime volte, a ricordare l'altra relazione di Mussi: "Qui si mette a rischio la biosfera, le condizioni basilari di produzione e riproduzione della vita!".
Irremovibile, si augura almeno di non perdere le amicizie. "Ci terrei molto a salvare i rapporti personali. Quando nel '94 ci fu il ballottaggio D'Alema-Veltroni, andai da Massimo a dirgli: ho deciso, voto Walter. Lui non mi ha mai portato rancore". Portare rancore a Mussi è quasi impossibile: anche gli avversari gli riconoscono correttezza, simpatia e talento per le battute, riservate negli ultimi tempi al partito democratico (la migliore: "Fondere cristianesimo e illuminismo era il grande problema irrisolto di Kant; ora ci provano Fassino e Rutelli"). Se ne accorse anche Berlusconi, che dopo averlo schernito — "la sua faccia è una via di mezzo tra Hitler e un salumiere" — lo invitò a cena. "Fu una serata memorabile, una gara di battute" ha raccontato Mussi. Ieri Berlusconi appariva rilassato e disponibile, alle riforme e all'intervento in Telecom. Più preoccupato Mussi, che ha il problema dell'approdo. La coerenza socialista lo porterebbe verso il rinato Psi, dove però troverebbe De Michelis e le insegne del garofano. Più probabile l'accordo con Bertinotti, che socialista non è. Alla festa della ribollita si decide che è meglio restare al congresso ed evitare sceneggiate: "Siamo gente seria, noi". Il capo è chiuso in albergo a limare l'intervento, che si annuncia denso, colto, ricco di citazioni. Quell'altra volta aveva evocato Krugmann, Albraith, Adorno ("In gioventù a me molto caro"), Tversky e Kahnemann: "Il presente immediato è governato dal cieco caso. Si gioca a dadi; ma il tuo numero non esce mai".


Telecom, Mediaset pronta per la cordata italiana
Marco Ventimiglia su
l'Unità

Doppia conferma. Prima Fedele Confalonieri, poi Silvio Berlusconi: chi nutriva ancora dei dubbi sul reale interesse di Mediaset ad entrare nella partita Telecom è servito. Ha iniziato nella mattinata il presidente del gruppo, durante l'assemblea degli azionisti, poi nel primo pomeriggio è arrivata la voce del padrone, a margine del congresso DS. Entrambi hanno espresso un chiarissimo concetto: "Siamo interessati all'ingresso in Telecom per preservarne l'italianità, ma non vogliamo comandare". "Siamo stati semplicemente richiesti nel caso di una cordata italiana - ha dichiarato Silvio Berlusconi -, e il mio gruppo ha detto: ove richiesti, se per mantenere l'italianità di un'azienda così importante, siamo disponibili a parità di interventi di altri imprenditori".
Poi, a cercare di dare una risposta ai molti punti interrogativi, il leader dell'opposizione ha aggiunto: "Non esiste nessun'altra motivazione e non c'è assolutamente voglia di comandare". Molto più prolisso sull'argomento era stato nella mattinata Fedele Confalonieri: "Anche alla luce della vicenda Telecom, l'italianità di Mediaset aumenta ancora il suo valore e Mediaset diventa in modo del tutto naturale un interlocutore di chi ha a cuore la salvaguardia del sistema". Parole pronunciate dal presidente di Mediaset durante il suo intervento di apertura dell'assemblea: "Mediaset - ha aggiunto - è l'unica azienda del settore della comunicazione che ha due caratteristiche forti: è in ottima salute ed è italiana".
E riferendosi, appunto, alle ricorrenti indiscrezioni di un interesse del gruppo di Cologno a partecipare a eventuali cordate per rilevare Telecom, Confalonieri ha quindi sottolineato come "proprio la politica, anche quella più aggressiva nei nostri confronti, ha dovuto finalmente riconoscere un'area di rispetto verso l'impresa Mediaset. E la Mediaset da ridimensionare, l'azienda duopolista da rieducare, a suon di amputazioni al mercato, e alla concorrenza, viene finalmente considerata come un potenziale presidio degli assetti imprenditoriali nazionali". Insomma, un'autentica celebrazione dell'azienda nella quale Confalonieri non ha risparmiato le consuete frecciate al governo, in particolare con le critiche già espresse al ddl Gentiloni "che crea danno alla sola Mediaset senza con questo creare nuove opportunità per il mercato o per nuovi operatori".



Ma Prodi non ci crede
Augusto Minzolini su
La Stampa

La strategia per la grande battaglia su Telecom a Palazzo Chigi è monitorata 24 ore su 24. Se due giorni fa Romano Prodi, fedele agli insegnamenti di von Clausewitz, aveva lanciato un'offensiva in piena regola per rispondere alle accuse dei suoi detrattori, ieri è stato il giorno del silenzio. Almeno in parte. Prima di partire da Seul alla volta di Roma il premier ha evitato con attenzione di rispondere a una raffica di domande. Lo ha fatto alla sua maniera, facendo lo gnorri. Sul nuovo interessamento manifestato da At&t su Telecom ha risposto: "Non ne so niente". Sulle accuse di Fausto Bertinotti al capitalismo italiano: "Non so di che parlate".

E il Professore stava assumendo lo stesso atteggiamento anche sulla lettera inviata dal commissario Ue, Viviane Reding - di fatto un avvertimento al governo italiano che l'Europa non tollererà una politica protezionista sul caso Telecom -, se non fosse intervenuto il suo portavoce, Silvio Sircana, per spiegare che il richiamo di Bruxelles "era generale, rivolto a tutti e non solo all'Italia". A quel punto Prodi ha tirato fuori quello che aveva in corpo. Quasi facendo spallucce ha osservato: "Avete visto? Era tanto poco importante che non me l'hanno neanche passata". Non male per un ex presidente della Commissione europea.

Appunto. Un pizzico d'ironia, un cucchiaino di sufficienza e l'Europa è servita. In fondo non potrebbe essere altrimenti: il Professore non ha nessuna voglia di cedere ed è intenzionato a giocare la sua partita contro il patron di Telecom, Tronchetti Provera, per vincere. Per cui quest'ultimo può agitarsi quanto vuole ma il Professore ha una ricetta bella e pronta, una cordata tra banche italiane e un partner europeo, e non la vuole assolutamente cambiare.

Non c'è da meravigliarsene. In trent'anni di guerre di potere la cocciutaggine di Prodi è diventata proverbiale. E dato che il premier non ha i debiti che lo prendono alla gola come Tronchetti, può anche aspettare. Gli basta lanciare qualche azione di disturbo ogni tanto per parare le mosse dell'avversario (come la trattativa con gli americani) e attendere che la mela maturi. Per coglierla. Nè pensa che qualcuno gli possa rovinare i giochi. Ad esempio, lui all'ipotesi che Berlusconi entri in campo non crede proprio. Certo ieri anche il Professore ha letto nelle breaking views del Wall Street Journal il sarcasmo con cui era ipotizzata un'alleanza tra lui e il Cavaliere nella vendita della Telecom: la Bibbia dei finanzieri ha paragonato, infatti, l'ipotetica alleanza tra i due al patto Ribbentrop-Molotov. In realtà il premier è convinto che il movimentismo di Berlusconi, che ieri ha annunciato al congresso dei Ds il suo interessamento per Telecom, sia un modo per stare alla finestra e ridare slancio al titolo Mediaset. Sono congetture che danno a Prodi la sicurezza che il Cavaliere alla fine, al di là dei tatticismi, non sarà l'attore principale della partita. Una convinzione confermata dal giudizio che Prodi ha del "Berlusconi imprenditore". "Il Cavaliere - spiegava giorni fa a Tokyo uno degli uomini del premier più attento al mondo delle telecomunicazioni - si muove come un immobiliarista. Investe solo se ci sono utili da fare subito. Ma il settore delle telecomunicazioni non è più remunerativo come un tempo: richiede investimenti e gli utili, quando arrivano, non sono più quelli di una volta".

Per cui niente. A meno che non ci sia dietro a tutto questo un disegno politico. Di cui il Professore non è convinto, non è a conoscenza o, forse potrebbe essere vittima designata. Ma a parte questi timori che da ieri sera assillano un personaggio sospettoso di natura, i principali acquirenti italiani di Telecom nella testa del Professore restano le banche, quelle amiche. E Prodi per imporre questa ricetta è pronto a sfruttare al massimo la stanza dei bottoni di Palazzo Chigi. Con interventi che nella sua filosofia sono ispirati - inutile dirlo - solo dal desiderio di difendere gli interessi del Paese.

E pensare che ieri prima di partire per Roma il premier italiano ha tessuto l'elogio del dinamismo dell'economia coreana. Un'economia che è pronta ad affrontare le sfide della globalizzazione e non ha lacci e lacciuoli come in Italia. Già, ci si accorge di quanto sia inadeguato il quadro normativo nel nostro Paese, soprattutto, quando si è lontani.

Ieri la Farnesina ha risposto alla lettera dell'ambasciatore americano Ronald Spogli su Telecom affermando che "sarebbe ingeneroso considerare le iniziative del governo italiano come volte ad ostacolare gli investimenti stranieri" in Italia, perché "l'interesse primario dell'Italia è quello di attrarre investimenti". Come dire: la zampata di D'Alema.


Sarko, Ségolene, Bayrou: ultimo appello ai francesi
Domenico Quirico su
La Stampa

La estrema frontiera propagandistica è stata varcata, segno che ormai i candidati, tutti, hanno il fiatone: è quella che invita a scegliere in base al "voto utile". Gettate alle ortiche promesse e programmi gli elettori sono perentoriamente invitati a identificare la propria scelta con il criterio volterriano del buon senso. Che tutti e quattro Sarkozy, Ségolène, Bayrou e Le Pen vedono naturalmente al proprio fianco. Ieri c'è stato l'ultimo assalto, a colpi di meeting, agli indecisi: che sono soprattutto elettori del "sì però", ovvero hanno scelto un candidato ma esitano, tentennano non escludono di cambiare idea domenica mattina. Il risultato passa attraverso la nebulosa degli attirati dal centrista Bayrou. Sedotti dalla sua terza via ma non imbambolati: molti ammettono infatti possibili e probabili rimorsi.

Con chances che la sua promessa di assicurare "una bella doccia fredda" ai supercandidati non sia una sbruffonata. Bayrou, a Pau , ha cercato di aggregarli saldamente al proprio carro accentuando i toni antisistema, invitandoli a sbastigliare le élites politiche "che da decenni difendono i loro privilegi e il loro monopolio".

Per i socialisti bisogna puntare sulla sindrome 2002 che ancora rimorde la sinistra. L'unico modo per scongiurare una nuova eliminazione è votare, subito, Ségolène: perchè Bayrou evidentemente è inserito nel campo della destra. A Tolosa Ségolène di fronte a 18 mila persone unificate dal grido di guerra "Vinceremo" e tonificate da un sondaggio che la sistema per la prima volta ormai a un solo punto dal rivale di destra al primo turno e alla pari nel secondo, ha esibito sul palco il premier spagnolo Zapatero (che l'ha definita "l'avvenire della Francia") e, colpo a sorpresa, Danielle Mitterrand, la moglie del presidente a cui lei si ispira. "Sarkozy è una candidatura inquietante per la Francia perchè il suo modello mette gli uni contro gli altri", ha detto.

A Marsiglia Sarkozy,descritto da Ségolène come "uomo pericoloso"ha scelto invece toni mistici confessando, a ventimila persone, che la campagna elettorale è stata "una prova della verità" che ha lasciato su di lui tracce profonde di "sofferenza": "Nell'incontro tra un uomo e un popolo bisogna aprire anima e cuore, è una comunione, un atto d'amore; per unire i francesi bisogna amarli ma amarli è prendere il rischio di soffrire".


  20 aprile 2007