
sulla stampa
a cura di G.C. - 19 aprile 2007
Il partito americano
Paolo Mieli sul Corriere della Sera
Il modo critico, talvolta ipercritico (giustamente ipercritico) con il quale un po' da tutti è stata seguita la gestazione del Partito democratico, va oggi lasciato da parte per fermarci a riflettere in modi più appropriati su cosa rappresentino e cosa siano le assise con cui di qui a domenica Ds e Margherita si scioglieranno. Come prima cosa va osservato che, al di là degli esiti che potrà avere l'operazione, siamo al cospetto di un evento di dimensioni storiche. Quattro anni fa, quando il lungimirante Michele Salvati propose la fondazione di questo partito, il suo isolamento fu pressoché totale. E ancora pochi mesi fa lo scetticismo era prevalente. L'idea che l'esperienza organizzativa del comunismo e del postcomunismo italiano nonché quella della sinistra Dc e di parte dell'area laica intermedia potessero avere fine con lo scioglimento dei due partiti in un unico contenitore, appariva ingenua o eccessivamente ambiziosa. E invece ciò accade.
Non ci sembra poi di scarso rilievo la circostanza che i fondatori della nuova formazione politica, anziché ispirarsi a una delle denominazioni del centrosinistra europeo, abbiano optato per quella del più antico partito statunitense, il partito di Franklin Delano Roosevelt ma anche dell'anticomunista Harry Truman, di John Kennedy ma anche del "guerrafondaio" Lyndon Johnson e poi di Jimmy Carter e di Bill Clinton. Chi conosce la storia americana sa quanto apparenti fossero le contrapposizioni tra questi presidenti e quanto diverso da quello della nostra sinistra sia sempre stato il rapporto del Democratic Party con parole come democrazia o guerra. Quel nome, Partito democratico, implica la collocazione di radici importanti del nuovo albero dall'altra parte dell'oceano. Implica in buona sostanza la scelta del modello americano anche se ancora a lungo, per prudenza e dissimulazione, ciò verrà negato. Quantomeno nel discorso pubblico.
Nella storia di questo dopoguerra c'è un precedente dell'attuale matrimonio (sia pure allargato) tra Ds eMargherita: l'unificazione socialista del 1966. Un precedente sfortunato, che può essere portato a esempio solo di quel che non si deve fare. La fusione di due apparati recalcitranti, socialista e socialdemocratico, produsse scissioni, un flop elettorale (nel 1968) e la rottura dell'anno successivo, quando Psi e Psdi ripresero ognuno la propria strada. A onore dei contraenti del patto odierno va detto che, pur se gli errori di quarant'anni fa possono essere commessi di nuovo tutti e in parte sono già stati commessi, in caso di disfatta l'esito non potrà essere lo stesso; nel senso che, se dovranno ridividersi, i due partiti non potranno mai tornare ad essere quel che sono adesso. Ds e Margherita, a differenza dei socialisti degli anni Sessanta, si muovono dunque senza rete. E questo nobilita l'impresa.
Tale condizione dovrebbe far sì che da adesso in poi chi deciderà di militare nel partito democratico dovrà dimostrarsi all'altezza della prova. A cominciare dai leader. Anzi dal leader. Oggi ancora non sappiamo chi possa capeggiare il nuovo partito e candidarsi alla guida del governo (un'idea ce l'avremmo, ma non spetta a noi dare questo genere di indicazione). Sappiamo in ogni caso che quel leader deve essere una sola persona sottolineiamo: una sola personae che dovrà uscire allo scoperto nel giro di poche settimane. Solo se guidato fin dai primi passi da un capo certo e carismatico il partito democratico potrà avere successo.
Scontro tra Confindustria e Bertinotti
Luigina Venturelli su l'Unità
Tra accuse d'impresentabilità e controaccuse di statalismo, la miccia Telecom accende uno scontro al calor bianco tra il presidente della Camera e Confindustria. Pomo della discordia alcune osservazioni impietose sullo stato dell'imprenditoria nazionale: "La vicenda Telecom - ha dichiarato Fausto Bertinotti nel corso di una trasmissione televisiva - ci dice quanto il capitalismo italiano sia devastato".
L'accusa dell'ex sindacalista alla sua vecchia controparte padronale è senza mezzi termini: "Il fatto che ci chiediamo se ci sia un imprenditore italiano con abbastanza soldi per intervenire su Telecom è sconcertante". Insomma, "il capitalismo italiano è a un estremo di impresentabilità".
Immediata la replica che Confindustria ha assegnato ad una nota infuocata: "Le dichiarazioni del presidente della Camera confermano purtroppo il clima anti-impresa di larghi settori dell'attuale maggioranza". Il verdetto è definitivo e corredato dall'elenco dei meriti non riconosciuti: "Il capitalismo italiano ha trascinato il Paese fuori dalle secche della crescita zero, e grazie allo sforzo delle sue imprese piccole, medie e grandi è tornato a misurarsi con successo sui mercati dopo un severo processo di selezione".
Segue, quindi, la lista delle difficoltà logistiche riscontrate, ovviamente a causa dell'apparato statale: "In questa competizione le imprese italiane sono quasi sempre lasciate sole, a differenza di quanto avviene in altri Paesi". Va da sé che, secondo Confindustria, "fare impresa in Italia è sempre più difficile per il carico fiscale più alto d'Europa, una burocrazia senza pari, il rischio sempre più frequente di veder cambiare in corsa le regole del gioco. Forse - sottolinea l'associazione - quello che piace è il modello del capitalismo di stato che ha ridotto l'Alitalia nelle condizioni attuali".
La nota non si risparmia frecciatine ironiche, solitamente riservate ai virgolettati di qualche esponente piuttosto che ai toni formali di un comunicato ufficiale di categoria. Segno di quanto la polemica risulti indigesta, soprattutto nel momento in cui il sistema imprenditoriale sta mostrando, causa l'affaire Telecom, alcune evidenti lacune. Ma Confindustria assicura: "Gli imprenditori italiani continueranno con rigore ed impegno nella loro difficile sfida, e invitano il presidente della Camera ad un contatto più diretto per conoscere il volto vero del nostro capitalismo. Certo il dibattito sulle vicende economiche che riguardano il Paese sta toccando livelli che sconcertano e preoccupano".
Ue: in Italia allarme protezionismo
Marco Zatterin su La Stampa
BRUXELLES. Ha riflettuto una settimana e poi ha messo tutti i suoi dubbi in nero su bianco. La vicenda Telecom, sostiene la Commissaria Ue alla Società dell'informazione e Media, Viviane Reding, prova che in Italia esistono ancora "pressioni protezionistiche". Dunque, che ci sono forze convergenti, politiche ed economiche, che puntano a chiudere le porte della penisola agli investitori stranieri, come del resto hanno denunciato gli americani di At&t nel gettare la spugna e rinunciare alla corsa per l'ex monopolista della telefonia mobile e fissa. Bruxelles deve rimanere "vigile" su quanto sta accadendo intorno al gruppo di Tronchetti Provera. E, se il caso, essere pronta a intervenire, per colpire ogni violazione delle regole del gioco.
La posizione della Reding è contenuta in una lettera di due pagine datata 16 aprile e indirizzata al presidente dell'esecutivo Ue José Manuel Barroso, oltre che ai colleghi Neelie Kroes (responsabile per la la Concorrenza), Charlie McCreevy (Mercato interno) e Andris Piebalgs (Energia). Secondo alcuni fonti, anzi, sarebbe stata proprio la signora Kroes a chiedere una maggior concertazione sul caso e chiarimenti sulla telefonata avvenuta nove giorni fa col ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni sulle attese proposte legislative per la separazione funzionale della rete. Detto fatto.
Il testo ricostruisce la conversazione con l'esponente italiano senza nascondere le ambasce del caso. Anzitutto, la Commissaria spiega di aver chiamato Gentiloni sulla base di "allusioni" secondo cui "la proposta modifica legislativa era motivata da tendenze protezionistiche". Era il caso, scrive la Reding, di "ricordare la necessità di assicurarsi che qualsiasi obbligo legale doveva essere pienamente in linea con la legislazione europea". In tale contesto l'eventuale scissione della rete dalla holding milanese è stata vincolata a un intervento "del regolatore nazionale Agcom sulla base di una robusta analisi di mercato" scaturita da "un problema rilevante di concorrenza". Niente intromissioni da parte del governo, è il messaggio. La commissaria riferisce che Gentiloni ha illustrato la situazione politica, rassicurandola sul fatto che "la legislazione attualmente prevista in Italia sarebbe pienamente in linea con la legislazione Ue e che, contrariamente ad alcune indiscrezioni dei media, ciò che il ministro prevedeva non era un'azione unilaterale, ma l'attribuzione al regolatore nazionale del potere di chiedere a Telecom Italia, se necessario, di separare la sua rete di accesso dalle sue attività nei servizi".
La morale è che Bruxelles "manterrà contatti stretti" con Roma per impedire che il possibile protezionismo "abbia effetti dannosi sul mercato interno".
Tesoretto: 2,5 mld al welfare
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Il Governo ha delineato gli indirizzi di investimento del "tesoretto" di 10 miliardi di euro: 7,5 miliardi saranno destinati alla correzione del deficit. e 2,5 allo Stato sociale e al rilancio dell'economia. Le risorse dovranno servire a coprire praticamente tutti gli interventi, esclusa la partita sugli statali, che sono al centro del confronto con le parti sociali, dai ritocchi alla legge Dini al superamento dello scalone della riforma delle pensioni targata Maroni; dalla riforma degli ammortizzatori sociali al sostegno alle pensioni minime; fino agli incentivi fiscali per la contrattazione integrativa.
I SINDACATI: "TROPPO POCHI 2,5 MLD"- Il ministro dell'Economia lo ha comunicato a sindacati e imprese, convocate per il secondo round sulle tutele sociali, a Palazzo Chigi: ulteriori risorse aggiuntive che si rendessero necessarie, infatti, "dovranno essere ottenute da interventi sulla spesa pubblica grazie ad economie di spesa e a riforme", ha avvertito Padoa Schioppa raccogliendo così il plauso di Confindustria sul rinnovato "rigore" ma suscitando il malumore di Cgil, Cisl e Uil. I sindacati, infatti, pur apprezzando le linee di riforma degli ammortizzatori sociali del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, giudicano i 2,5 miliardi di euro "insufficienti" a far fronte a tutti gli impegni abbozzati dai tavoli di concertazione. Non solo. Il timore principale è che l'esiguitá delle risorse disponibili finisca con il metterli alle corde costringendoli in un certo senso a rinunciare all'abolizione dello scalone per dirottare l'intervento sugli altri obiettivi individuati.
Al cittadino non far sapere
Marco Travaglio su l'Unità
Cari lettori, quando il Parlamento approva una legge all'unanimità, di solito bisogna preoccuparsi. Indulto docet. Questa volta è anche peggio. L'altroieri, in poche ore, con i voti della destra, del centro e della sinistra (447 sì e 7 astenuti, tra cui Giulietti, Carra, De Zulueta, Zaccaria e Caldarola), la Camera ha dato il via libera alla legge Mastella che di fatto cancella la cronaca giudiziaria. Nessuno si lasci ingannare dall'uso furbetto delle parole: non è una legge in difesa della privacy (che esiste da 15 anni) nè contro la gogna delle intercettazioni. Questa è una legge che, se passerà pure al Senato, impedirà ai giornalisti di raccontare - e ai cittadini di conoscere - le indagini della magistratura e in certi casi persino i processi di primo e secondo grado. Non è una legge contro i giornalisti. È una legge contro i cittadini ansiosi di essere informati sugli scandali del potere, ma anche sul vicino di casa sospettato di pedofilia. Vediamo perché.
Oggi gli atti d'indagine sono coperti dal segreto investigativo finché diventano conoscibili dall'indagato.
Da allora non sono più segreti e se ne può parlare. Per chi li pubblica integralmente, c'è un blando divieto di pubblicazione, la cui violazione è sanzionata con una multa da 51 a 258 euro, talmente lieve da essere sopportabile quando le carte investono il diritto-dovere di cronaca. Dunque i verbali d'interrogatorio, le ordinanze di custodia, i verbali di perquisizione e sequestro, che per definizione vengono consegnati all'indagato e al difensore, non sono segreti e si possono raccontare e, di fatto, citare testualmente (alla peggio si paga la mini-multa). È per questo che, ai tempi di Mani Pulite, gli italiani han potuto sapere in tempo reale i nomi dei politici e degli imprenditori indagati, e di cosa erano accusati. È per questo che, di recente, abbiamo potuto conoscere subito molti particolari di Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, dei crac Cirio e Parmalat, degli spionaggi di Telecom e Sismi.
Fosse stata già in vigore la legge Mastella, Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi seguiterebbe a truccare i campionati, Fiorani a derubare i correntisti Bpl, Gnutti e Consorte ad accumulare fortune in barba alle regole, Pollari e Pompa a spiare a destra e manca. Per la semplice ragione che, al momento, costoro non sono stati arrestati né processati: dunque non sapremmo ancora nulla delle accuse a loro carico. Lo stesso vale per i sospetti serial killer e pedofili, che potrebbero agire indisturbati senza che i vicini di casa sappiano di cosa sono sospettati.
La nuova legge, infatti, da un lato aggrava a dismisura le sanzioni per chi infrange il divieto di pubblicazione: arresto fino a 30 giorni o, in alternativa, ammenda da 10 mila a 100 mila euro (cifre che nessun cronista è disposto a pagare pur di dare una notizia). Dall'altro allarga à gogò il novero degli atti non più pubblicabili. Anzitutto è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pm o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare. La notizia è vera e non é segreta, ma è vietato pubblicarla: i giornalisti la sapranno, ma non potranno più raccontarla. A meno che non vogliano rovinarsi, sborsando decine di migliaia di euro.
È pure vietato pubblicare, anche solo nel contenuto, la documentazione e gli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati sul traffico telefonico e telematico, anche se non più coperti da segreto. Le intercettazioni che hanno il pregio di fotografare in diretta un comportamento illecito, o comunque immorale, o deontologicamente grave sono sempre top secret.
Bontà loro, gli unanimi legislatori consentiranno ancora ai giornalisti di raccontare che Tizio è stato arrestato (anche per evitare strani fenomeni di desaparecidos, come nel vecchio Sudamerica o nella Russia e nell'Iraq di oggi). Si potranno ancora riferire, ma solo nel contenuto e non nel testo, le misure cautelari, eccetto le parti che riproducono il contenuto di intercettazioni. Troppo chiare per farle sapere alla gente.
E i dibattimenti? Almeno quelli sono pubblici, ma fino a un certo punto: non possono essere pubblicati gli atti del fascicolo del pm, se non dopo la pronuncia della sentenza d'appello. Le accuse raccolte (esempio, nei processi Tanzi, Wanna Marchi, Cuffaro, Cogne, Berlusconi etc.) si potranno conoscere dopo una decina d'anni da quando sono state raccolte: alla fine dell'appello. Non è meraviglioso?
L'ultima parte della legge è una minaccia ai magistrati che indagano e intercettano troppo, come se l'obbligatorietà dell'azione penale fosse compatibile con criteri quantitativi o di convenienza economica: le spese delle Procure per intercettazioni (che peraltro vengono poi pagate dagli imputati condannati, ma questo nessuno lo ricorda mai) saranno vagliate dalla Corte dei Conti per eventuali responsabilità contabili. Così, per non rischiare di risponderne di tasca propria, nessun pm si spingerà troppo in là, soprattutto per gli indagati eccellenti.
A parte "Il Giornale", nessun quotidiano ha finora compreso la gravità del provvedimento. L'Ordine dei giornalisti continua a concentrarsi su un falso problema: quello del carcere per i giornalisti, che è un'ipotesi puramente teorica, in un paese in cui bisogna totalizzare più di 3 anni di reclusione per rischiare di finire dentro. Qui la questione non è il carcere: sono le multe. Molto meglio una o più condanne (perlopiù virtuali) a qualche mese di galera, che una multa che nessun giornalista sarà mai disposto a pagare. Se esistessero editori seri, sarebbero in prima fila contro la legge Mastella. A costo di lanciare un referendum abrogativo. Invece se ne infischiano: meno notizie scomode portano i cronisti, meno grane e cause giudiziarie avrà l'azienda.
Mastella, comprensibilmente, esulta: "Un grande ed esaltante momento della nostra attività parlamentare". Pecorella pure: "Una buona riforma, varata col contributo fondamentale dell'opposizione". Vivi applausi da tutto l'emiciclo, che è riuscito finalmente là dove persino Berlusconi aveva fallito: imbavagliare i cronisti. Ma a stupire non è la cosiddetta Casa delle Libertà, che facendo onore alla sua ragione sociale ha tentato fino all'ultimo di aumentare le pene detentive e le multe (fino al 500 mila euro!) per i giornalisti. È l'Unione, che nell'elefantiaco programma elettorale aveva promesso di allargare la libertà di stampa. Invece l'ha allegramente limitata con la gentile collaborazione del centrodestra.
Se il Veneto se ne va in pezzi
Ferdinando Camon su La Stampa
Dopo Cortina, che vuol passare all'Alto Adige, ecco adesso l'Altipiano di Asiago che vuol lasciare il Veneto per il Trentino, e Treviso per il Friuli-Venezia Giulia: il movimento secessionista diventa una frana. Il presidente della provincia di Bolzano si dice pronto ad accogliere Cortina, "che rientrerebbe così nella sua patria (Heimat)".
La patria, dunque, non è l'Italia. In Alto Adige lo si sperimenta ogni giorno. A Brunico, provincia di Bolzano, passeggiavo ieri con la nipotina di sette anni. La piccola vede per terra un sacchetto con degli avanzi, lo raccoglie e lo mette in una pattumiera. Passa una ragazza altoatesina in bicicletta e la sgrida: "Non usarla tu, quella è mia!".
A Brunico ci si sente "tedeschi"
Questa, in provincia di Bolzano, è una città ostile. Come tutte le città nemiche, è ingiusta. Perché in realtà il cassonetto che quella ragazza, che si sente tedesca, proibisce a noi, che siamo veneti, è più nostro che suo. Se si fa 100 quel che gli altoatesini mettono insieme con la raccolta fiscale, quel che poi si trovano a disposizione, con le risorse girate dallo Stato, si aggira sul 130. Per il Veneto succede il contrario: se dà allo Stato 100, quel che poi riceve, sotto forma di servizi e risorse, si aggira sul 60-70. I giornali veneti sono ossessionati da queste cifre.
In realtà le cose sono più complicate, perché ogni regione a statuto speciale deve far fronte a servizi che nelle regioni normali sono forniti dallo Stato: la scuola, la Sanità... Ma lo sbilanciamento a favore delle regioni speciali resta. In Alto Adige doveva servire a rendere gli altoatesini entusiasti di essere in Italia. Non è così. Eppure, se passiamo il confine ed entriamo in Austria, la prima impressione, fortissima, è quella di un calo verticale della ricchezza. In Italia tutto è fiorito, verniciato, nuovo. In Austria molto è scrostato, vecchio, disadorno. È il Tirolo che dovrebbe chiedere di essere annesso all'Alto-Adige, non viceversa.
Per un 30 per cento in più
L'Altipiano di Asiago è in provincia di Vicenza, e Vicenza è "l'Atene del Veneto", la capitale culturale. Pochi scrittori sono veneti come i vicentini, forse nessuno. Trasferirli nel Trentino vuol dire snaturarli, non si spiegano più. Sull'Altipiano c'è l'Ortigara, il più alto concentrato di trincee della Grande Guerra: di qua noi, di là i nemici. I giovani di Asiago eran di qua, a combattere dal basso in alto, salendo per i costoni verso le trincee fortificate. Gli otto comuni dell'Altipiano, Asiago, Enego, Gallio, Conco, Lusiana, Roana, Foza e Rotzo, sono creazioni dei veneti: rappresentano le "vacanze in casa", i soldi spesi lì è come se restassero in famiglia. Come per Cortina: è la "capitale estiva" del Veneto, d'estate i veneti non dicono "andiamo in vacanza", ma "andiamo a Cortina".
Treviso non somiglia a Udine, ma è sorella gemella di Padova-Vicenza-Verona: stessi pregi, stessi difetti. Senza Cortina, Asiago, Treviso, la regione Veneto è inconcepibile: morirebbe. E questa morte sarebbe un suicidio. Perché se il problema è quel 30 per cento che la Regione si sente sottratto, e che vuol riavere, il primo atto per riaverlo è darsi lo statuto regionale: se ha lo statuto può rivolgersi allo Stato e discutere i poteri. Una Regione che vuol ottenere dallo Stato senza avere uno statuto, è come un cliente che vuol riscuotere in banca senza avere i documenti. La causa di questa valanga di secessioni dalla regione sta nella regione.
Attacco a Israele
Furio Colombo su l'Unità
Boicottaggi inglesi
Prima di tutto, secondo la buona regola giornalistica, i fatti. I giornali e le agenzie del mondo annunciano la richiesta della associazione dei giornalisti e cronisti inglesi ("National Union of journalism") di "boicottare le merci israeliane sul modello del boicottaggio imposto al Sudafrica al tempo della apartheid".
Il voto dei giornalisti inglesi (66 a favore, 54 contrari) ci dice che quella importante associazione si unisce alla associazione britannica degli architetti e all'organizzazione dei docenti universitari.
Le quali associazioni, in due diversi congressi, in due date diverse, avevano chiesto non solo il boicottaggio ma anche il blocco di ogni scambio o collaborazione culturale.
Per comprendere un fatto, prima ancora di commentarlo, occorre ambientarlo, ovvero dargli un contesto. Può essere utile notare che i tre eventi dello stesso segno (isolare Israele) avvengono in tre momenti diversi. Nel primo (docenti universitari) c'è la guerra nel Libano, mentre mille missili di Hezbollah cadono su Israele, e per la prima volta nonostante la drammatica reazione Israele appare in pericolo.
Il secondo si colloca quasi a ridosso della interposizione di forze dell'Onu, su iniziativa e guida dell'Italia (e mentre Hezbollah invade le strade di Beirut con un milione di militanti per proclamare la sua vittoria). Il terzo avviene esattamente nel giorno in cui Israele celebra la memoria della Shoah mentre non c'è guerra, non sono in corso azioni militari, tre giovani soldati israeliani sono ostaggi di Hezbollah e Hamas, senza alcun contatto con le famiglie. Impossibile però ignorare altre due circostanze. La prima è che permane su Israele la esplicita condanna a morte del capo di Stato iraniano Ahmadinejad che, senza obiezioni o irritazioni internazionali, ha annunciato "la cancellazione di Israele" proprio mentre il Paese che Ahmadinejad presiede, sta compiendo altri passi avanti nella costruzione del proprio sistema nucleare. La seconda circostanza, se non fosse per una sua connotazione tragica (annuncio non confermato di uccisione) apparirebbe bizzarramente comica, forse interpretabile alla luce del celebrato humour britannico: i giornalisti del Regno Unito chiedono il boicottaggio di Israele mentre il giornalista inglese Johnston è stato rapito e viene tenuto in prigionia, con minaccia, o avvenuta esecuzione, per la vita del prigioniero, da una organizzazione palestinese.
Il commento ai fatti non può che partire da qui, dal caso estremo: i giornalisti inglesi si schierano a favore di chi ha rapito, tiene in prigionia, ha ucciso o minaccia di uccidere un loro collega.
Impossibile non dare spazio all'ipotesi che il non nobile rovesciamento di giudizio dei nostri colleghi inglesi sia un episodio di opportunismo: uno schierarsi deliberatamente clamoroso contro Israele come mossa ritenuta utile (o richiesta) per la liberazione - se è vivo - del prigioniero Johnston. Temo che non sia vero.
La presa di posizione contro Israele dei giornalisti inglesi mi sembra perciò spontanea, effettiva espressione di sentimenti e persuasione in un settore particolarmente informato della opinione pubblica inglese. Dunque incredibile.
Perché incredibile? Perché è impossibile che i giornalisti inglesi non sappiano, o abbiano dimenticato, che per quasi quarant'anni Israele è stato assediato da un ferreo boicottaggio arabo. Per non dispiacere ai potentati arabi del petrolio, il mondo (Europa inclusa, e con la sola eccezione degli Stati Uniti) ha scrupolosamente rispettato l'embargo arabo contro Israele. Per l'Inghilterra valga una controprova: non una sola azienda inglese è stata presente e attiva in Israele durante i bei tempi (direbbero i giornalisti inglesi) dell'embargo. La decisione però svela il suo senso apertamente anti-ebreo, non solo quando lo si colleghi alle decisioni prese con entusiasmo dagli architetti e dai docenti del Regno Unito, ma sopratutto a confronto con l'atteggiamento tenuto dalle tre organizzazioni in tre circostanze ben più clamorose delle "cattiverie" imputate a Israele eletto a unico agente negativo in un mondo travolto da guerre, stragi, delitti politici, persecuzioni.
Primo esempio: le truppe inglesi in Iraq sono frequenti protagoniste attive e passive sia di eventi molto sanguinosi e duramente repressivi, sia di rivolte rabbiose e violentissime risolutamente stroncate dalle truppe inglesi. Nessuna di queste frequenti e tragiche circostanze ha evidentemente impressionato i giornalisti inglesi, che preferiscono dedicarsi a Israele.
Secondo esempio. Proprio in Inghilterra, in un bell'hotel di Londra, è avvenuto un esemplare delitto politico del regime post-Kgb di Putin. L'ex agente Litvinenko è morto in modo spaventoso per avvelenamento di polonio sotto gli occhi della stampa inglese che però ha preferito raccontare il delitto in cronaca invece che nelle pagine politiche. Evidentemente non ha contato l'assassinio avvenuto, subito prima, di Olga Politkovskaja (l'implacabile testimone delle stragi russe in Cecenia), e una collezione inspiegata di suicidi di altri giornalisti coraggiosi e ingombranti, subito dopo. Senza contare le carceri piene e la repressione immediata e durissima di ogni tentativo di dimostrazione pubblica contro Putin.
È vero, Israele non produce gas o petrolio e questo fatto libera giornalisti, architetti e docenti inglesi da scrupoli di realpolitik.
Ma la clamorosa differenza nel giudizio che riguarda Israele rispetto ad ogni altro evento per quanto clamoroso e drammatico, è evidente e si spiega solo con un forte pregiudizio, una ferma discriminazione verso lo Stato degli ebrei.
Turchia, assalto a cristiani
Redazione del Corriere della sera
ANKARA - Tre persone sono state uccise a Malatya, nelle regioni orientali della Turchia, in un assalto armato a una casa editrice che stampava libri sul cristianesimo. Tre delle quattro vittime dell'attacco sono state "legate, bendate e sgozzate con coltelli", un'altra persona è grave dopo essere stata anch'essa accoltellata alla gola. Lo ha rivelato il governatore di Malatya, Ibrahim Dasoz. Le vittime erano due turchi cristiani e un tedesco ed erano accusati di fare proselitismo tra i musulmani. Sono state fermate quattro persone. Ma gli inquirenti ritengono con il gruppo fosse formato da cinque persone e che il presunto leader, uno studente universitario di 22 anni, si sia gettato o sia caduto da una finestra del terzo piano e ora versa in fin di vita in ospedale. I quattro fermati sono studenti tra i 19 e i 20 anni. Tra gli effetti che sono stati loro sequestrati anche una lettera in cui dichiarano di "andare verso la morte"
MANIFESTAZIONI - Per ora non sono stati riscontrati legami tra i quattro e ambienti islamo-nazionalisti dei "lupi grigi" che in passato, secondo il sito internet del giornale Hurriyet, avevano organizzato proteste e manifestazioni contro la casa editrice, accusandola di pubblicare e distribuire la Bibbia, tanto da indurla a cambiare il nome dal precedente Kay-Ra. Il direttore della casa editrice, Hamza Ozant, in seguito al reiterarsi delle minacce, stava per chiedere una protezione alla polizia.
La casa editrice non era cattolica, come diffuso poco dopo l'assalto, ma protestante presbiteriana.
DINK - Anche l'editore turco di origine armena, Hrant Dink, ucciso a Istanbul da un fanatico nazionalista in gennaio, era originario della città di Malatya. Originario di Malatya anche il terrorista Mehmet Ali Agça, attentatore di Papa Giovanni Paolo II. Non è il primo attacco in Turchia contro la comunità cristiana. Lo scorso anno venne ucciso nella sua chiesa da un fanatico islamico di 16 anni il sacerdote italiano don Andrea Santoro.
19 aprile 2007