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sulla stampa
a cura di G.C. - 18 aprile 2007


Ds, inizia il viaggio verso il Pd
Eduardo Di Blasi su
l'Unità

La discussione congressuale dei Ds inizia domani, al "Nelson Mandela Forum" di Firenze. Pronti per il viaggio verso il capoluogo toscano i 1550 delegati di un partito che conta, i numeri li fornisce Andrea Orlando, responsabile Organizzazione, 615.414 iscritti.
Di questi 256.461 si sono già espressi nei congressi territoriali disegnando una platea che dà alla mozione di Piero Fassino il 75,5% dei delegati (193.631 voti), a quella di Fabio Mussi il 15,1% (38.719), a quella di Gavino Angius e Mauro Zani il 9,4% (24.111). Dal punto di vista politico, da registrare, ieri, un incontro di un'ora in Campidoglio tra Veltroni e Fassino sul congresso e l'avvio della fase costituente del Pd. Stamattina Fassino incontrerà Massimo D'Alema.
Si guarda ai Dl. Dal congresso Ds, spiega il coordinatore della Segreteria Maurizio Migliavacca, "uscirà un dispositivo sincronizzato sul quale stiamo lavorando ma che è chiaro su due punti: con i congressi si apre la fase costituente che ha una tappa fondamentale nell'elezione dell'assemblea costituente entro il 2007. L'assemblea definirà Statuto e Manifesto". Mancano i dettagli, ma alla vigilia di un Congresso che si preannuncia battagliero, non si può sperare di ottenere di più. Quindi, prima di immergerci nella sostanza politica dei prossimi giorni, soffermiamoci sulla forma. Afferma Francesco Verducci, responsabile comunicazione nella Direzione Ds, che si sono volute "evitare spettacolarizzazioni" e che si è scelto un atteggiamento di "sobrietà".

Battute a parte, la scenografia quasi del tutto allestita, fa proprio il concetto di "strada", come "luogo di incontro, di scambio, di arricchimento delle genti e delle culture". Un percorso che attraverserà la sala dividendola in due e che avrà il proprio "nocciolo" nel palco della presidenza.

La colonna sonora è stata scelta da Luca Sofri: Springsteen, Ligabue, Gianna Nannini, Counting Crows, Dire Straits e Mina. Veniamo agli interventi. Domani, alle 15,30, apre la relazione del segretario Piero Fassino, cui seguirà l'intervento del leader Dl Francesco Rutelli. Venerdì mattina interverranno Fabio Mussi e Gavino Angius. Giorno caldo quello di venerdì. Dopo il pronunciamento dei leader delle minoranze, tocca al presidente del partito Massimo D'Alema e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Nel tardo pomeriggio c'è Romano Prodi. Da segnalare due "ricordi" affidati a Renato Zangheri e Vicenzo Consolo. Il primo ricorderà la figura di Antonio Gramsci. Il secondo quella di Pio La Torre. La relazione conclusiva è attesa per sabato alle 13, seguirà la votazione degli organismi (Consiglio Nazionale) e del documento comune con i Dl sulla road map della fase costituente. Sabato è anche la volta di un illustre ospite straniero: Howard Dean, presidente del Partito Democratico americano. Come spiega Luciano Vecchi, responsabile esteri dei Ds, a Firenze arriveranno 147 rappresentanti di 73 partiti esteri ed organizzazioni internazionali e 65 rappresentanze diplomatiche. presidente. Tra questi George Papandreou, Poul Nyrup Rasmussen, Martin Schulz, Kurt Beck (Spd), Marco Aurelio Garcia (del partito dei lavoratori brasiliano), il vicepresidente della Camera dei Deputati afghana Fawzia Koofi. Sul sito dei Ds è già attivo un link al Congresso. L'evento sarà trasmesso anche attraverso la internet (Dsonline.tv) e coperto da NessunoTv (canale 890 di Sky) che, per l'occasione, allarga il proprio bacino di utenza anche ad una lista di tv locali.


L'ultimo Berlinguer: "Mai nel Pd"
Federico Geremicca su
La Stampa

Si ferma un momento, quasi inseguisse le parole giuste per chiudere il cerchio di un dolorosissimo ragionamento. "E poi, in fondo, anche questa ricerca ossessiva di numi tutelari che legittimino la loro operazione, questa storia del Pantheon, di Berlinguer, di Craxi, degli avi... E' indice di una grande debolezza, di assenza di una personalità propria. E naturalmente fa emergere il contrasto tra alcune figure del passato - tra le quali, certo, anche Enrico - e quelle del presente. La differenza, insomma, tra i dirigenti di un tempo, che parlavano dicendo “noi”, e quelli di oggi che ripetono sempre “io”, “io”, “io”...". E il sipario, allora, potrebbe anche calare qui, sul passo d'addio ai Ds dell'ultimo Berlinguer. Giovanni, fratello di Enrico e candidato alla guida della Quercia nel 2001 dal "correntone" di Veltroni, Cofferati e Mussi, non entrerà nel Partito democratico: "Tenteremo di unire le forze di sinistra - spiega -. Proveremo a superare quella maledetta frantumazione che fa parte della peggior tradizione della sinistra italiana. E' necessario, perché ci sono diritti traditi e calpestati, quelli dei giovani, dei disoccupati, degli operai che crepano mentre lavorano. Bisogna provarci, è un dovere. Ci proveremo. Io sono pronto a continuare...".

Parole che arrivano dritte dal secolo scorso, che è sette anni fa ma sembra una vita. Una filosofia da '900, solida come il suo argomentare, come la sua casa, che è una gimkana tra migliaia di libri e mobili d'epoca; come le foto di Enrico, lì alla parete, ritratto con Giovanni, appunto, la sigaretta cascante tra le labbra come James Dean. Tutto, dalla sua casa al suo ragionare, trasmette l'idea di una solidità demodè. Magari superata. Certo non sostituita. Ecco, per dire, come motiva il suo no al nascente Partito democratico: "Ci sono tendenze pericolose, lì. La più grave è lo smarrimento dell'idea di laicità dello Stato. Arrivo a dire che era meglio quando c'era la Dc, che spesso conteneva l'invadenza vaticana. Oggi siamo invece all'offrirsi, al sollecitare un'influenza diretta della Chiesa sulle decisioni politiche e perfino sul comportamento dei singoli senatori. E' un caso di palese violazione dell'articolo 67 della Costituzione, che tutela l'esercizio parlamentare senza vincolo di mandato". Raddoppia quasi tutte le finali, nel suo intatto accento sardo. La casa è ingombra di mobili che costruisce Giovanni stesso, con fatica e pazienza certosina: un hobby antico.

C'è un altro aspetto del nascente partito che non piace affatto al fratello del più amato dei segretari Pci. "Sono deluso per un processo che è tutto di vertice, per l'assenza di contenuti ideali e programmatici e per il disdegno - sì, il disdegno - nei confronti di forme di partecipazione possibili e invece mortificate e perfino combattute. Ora, intendiamoci, io non mi auguro affatto il fallimento del Partito democratico, sarebbe un regresso per tutti noi. Ma certo, mentre nasce quel partito, qualcun altro dovrà lavorare a unire le forze sparse della sinistra...".

Eccola, dunque, l'antichissima "nuova frontiera" di questo professore emerito in Psicologia e Igiene del lavoro: la sinistra. Giovanni Berlinguer parla di precari e disoccupati, ricorda l'esistenza in Italia di 25 milioni di lavoratori, reclama la difesa dei ceti deboli, la necessità di una politica di pace. E' convinto che di tutto ciò il Partito democratico non si occuperà. "E invece vedo una forte volontà di aggiornamento nella sinistra italiana - incalza -. Il passo più importante è stato compiuto sul tema della violenza, e già da tempo ormai. Ora è in atto un grande sforzo nell'assunzione di responsabilità di governo, per evitare che posizioni estreme, di rottura facciano saltare tutto per aria. E' un percorso sul quale è incamminata non solo Rifondazione. Penso ai Comunisti italiani, al mondo dell'ambientalismo, a gruppi e movimenti impegnati in un processo di revisione. E' una sfida difficile, la nostra, lo so. Come quella del Partito democratico, del resto. Ma è solo la competizione e poi l'alleanza tra queste due formazioni future che può permetterci di governare l'Italia. Cambiandola".

Governare per cambiare. Che è diverso dal governare per modernizzare, uno degli slogan del futuro Pd. Giovanni Berlinguer spiega la differenza. Argomenta, cita esempi, ragiona. E nel momento dell'addio al partito germinato dal partito nel quale ha militato per una vita, sembra lasciare poco spazio all'emozione. "Mi spiace, se è questa l'impressione. Invece sono molto coinvolto emotivamente. Mi auguro che ci siano meno lacerazioni possibili. Spero che i nostri diversi percorsi siano intrecciati. Ma quel che è certo è che non intendo rinunciare all'idea di un partito della sinistra democratica collegato all'esperienza del socialismo europeo". Come tanti altri compagni reduci dal vecchio Pci, Giovanni Berlinguer è di fronte alla seconda grande svolta della sua vita. Meno inevitabile di quella dell'89, peggio argomentata, frutto di una scelta discutibile, e infatti discussa, non parto di una drammatica necessità storica. "Nell'89 io subii una forte scossa. Ma riflettendo arrivai all'idea che in quella svolta c'erano assieme un fallimento storico e una grande opportunità: la liberazione da regole e dogmi che avevano frenato un'intera generazione". E' chiaro che per lui, stavolta, le cose non stanno così. La valigia per Firenze, per l'ultimo congresso del suo partito, è pronta. E ora sì che l'ultimo dei Berlinguer deve controllare l'emozione. "Non parteciperò all'elezione dei dirigenti che scioglieranno i Ds - dice -. E il distacco dal tronco rinsecchito sarà immediato o graduale, dipenderà da loro. Ascolterò il congresso e spero non si ripetano intolleranze nei confronti delle nostre decisioni". Giovanni Berlinguer prende un'altra via. E se questo renda incompatibile la presenza del fratello Enrico tra i numi tutelari del Partito democratico, decidetelo un po' voi. Lui non vuole nemmeno sentirne parlare: "E' una cosa barbara giocare con i morti e la memoria". Tutto qui.


Credibilità Zero
Massimo Gaggi sul
Corriere della Sera

La British Aerospace ha comprato alcune aziende americane della difesa, ma manager e ingegneri inglesi non possono avere accesso alle loro tecnologie ritenute dal Pentagono "strategiche" per la sicurezza nazionale e perciò rese inaccessibili a qualunque soggetto straniero. Una vecchia legge in vigore negli Stati Uniti vieta al capitale estero di acquistare una compagnia aerea americana. Il magnate australiano Rupert Murdoch si è dovuto fare cittadino americano per poter costruire un impero mediatico negli Usa (la rete nazionale Fox, varie "cable tv" e giornali come il New York Post).
Il liberismo economico che caratterizza il sistema americano non è assoluto: in alcune aree il possesso di aziende è sottoposto a vincoli anche più stretti di quelli in vigore in Italia. La vicenda At&t-Telecom, con la repentina decisione del gigante Usa di ritirare l'offerta per il controllo della società italiana, danneggia la credibilità del Paese come possibile partner industriale e finanziario non perché è stato rivendicato il ruolo strategico di un settore o di un'impresa, ma perché, ancora una volta, tutto ciò è avvenuto non al momento di fissare regole "uguali per tutti", ma solo dopo l'offerta lanciata da americani e messicani.
Come al solito la politica italiana scopre l'interesse nazionale—una protezione che, con modalità e livelli di intensità diversi, c'è in ogni Paese — quando è troppo tardi. E si considera in diritto di rimettere indietro le lancette dell' orologio. E' un grosso errore. Nel merito perché, intervenendo "a posteriori ", si finisce sempre per creare un'interferenza politica nelle dinamiche di mercato: oggi tra gli analisti Usa si parla di ritorno al vecchio dirigismo italiano e anche di uno sgradevole aroma di antiamericanismo diffuso da questa vicenda.

Probabilmente l'offerta dell'At&t non sarebbe andata comunque a buon fine, ma chi oggi gioisce per il "salvataggio della Patria telefonica", dovrebbe riflettere su un dato: At&t non stava cercando subdolamente il colpo gobbo. E' solo la più grande società di telecomunicazioni del mondo (vale 242 miliardi di dollari) che, volendo crescere anche all'estero, aveva individuato la possibilità di acquisire un importante "asset" europeo con un investimento abbastanza limitato (2 miliardi di euro). Davanti alla levata di scudi, ha deciso di rivolgere altrove il suo interesse.
A noi rimane la proprietà nazionale di Telecom e l'immagine di un Paese nel quale è difficile investire. Incertezza delle regole, scarsa trasparenza, problemi di corruzione e illegalità dilagante li hanno anche altri Paesi. In genere sono quelli emergenti, come la Cina. Che riescono comunque ad attirare investimenti: le imprese rischiano perché lì il costo del lavoro è bassissimo e i mercati locali stanno crescendo molto rapidamente. L'Italia dovrebbe far parte di un altro mondo: quello delle democrazie industriali avanzate, che non crescono come l'Asia, ma hanno l'appeal della tecnologia, della stabilità e della credibilità.


L'ossessione di Mieli
Antonio Padellaro su
l'Unità

Paolo Mieli ha un incubo: Massimo D'Alema. Ci duole rivelarlo ma davanti all'evidenza di una vera e propria sindrome dai tratti ossessivi, come tacere? Mieli vede D'Alema dappertutto. O meglio ne intravede ovunque l'ombra e il baffo ostile. E dietro l'ombra la macchinazione, l'intrigo, il maneggio. E subito ne è tormentato, e più l'assillo cresce e più la malinconia lo avvolge come un sudario. Per quale motivo non sapremmo dire, ma un motivo ci sarà. Lunedì scorso, per esempio, quando il direttore del Corriere della sera ha letto l'articolo de l'Unità dedicato alla cordata Colaninno-Berlusconi per Telecom, subito (se lo conosciamo bene) l'istinto giornalistico gli avrà suggerito apprezzamento per la notizia esclusiva e ben argomentata; qualità che da buon direttore non ha mai smesso di pretendere dai suoi redattori. Ma un momento dopo, immaginiamo, ecco che come un chiodo puntuto il sospetto avrà preso a straziarlo. Cosa nasconde, in realtà, quella notizia? Quale congiura? Quale comunista inciucio? Spettrale l'ombra del baffo gli si è manifestata. E dunque bisognava indagare, controllare, aguzzare la vista.
Le linci dattilografe non mancano al Corriere. Il più adatto sarebbe stato Battista. Ma, chissà, forse era impegnato a disvelare i crimini di Menenio Agrippa e della sinistra della plebe. Così come Ichino stava facendo con la sinistra fannullona. E Panebianco con la sinistra talebana. Fu allora che Mieli chiamò Sergio Romano, e s'alzò alto un nitrito. Era il baio che l'ambasciatore cavalcava, come ogni mattina, nella bruma prima di dedicarsi all'epistolario intrattenuto con il barone Otto von Bismarck sulla battaglia di Sadowa.
Scherziamo naturalmente. Ma il resto è tutto vero e tutto stampato. Sotto il titolo "La commistione", l'editoriale di prima pagina del "Corriere" di ieri, martedì 17 aprile 2007, rappresenta un infondato, pretestuoso, offensivo processo alle intenzioni contro un giornalista, Rinaldo Gianola, e contro un giornale, il nostro. Periodo dopo periodo, frase dopo frase si procede per insinuazioni, allusioni, malignità. Il tutto appeso ai cattivi pensieri dell'estensore e del suo committente. Il commissario Romano è insospettito dal "tono leggero del giornalista" e dal "pizzico di distaccata ironia" con cui comunica le sue informazioni ai lettori. E poi, eh eh, "il conflitto di interessi di Berlusconi e le possibili ricadute politiche di tale operazione, trattati con levità e garbo". Prove schiaccianti, diciamolo, del complotto tra "finanza rossa e finanza azzurra", ordito dal duo Colaninno-Berlusconi, lanciato dall'"Unità", benedetto da Massimo D'Alema. Quest'ultimo ritratto, non a caso, accanto all'attuale presidente della Piaggio, che fu già proprietario di Telecom nel '99 quando, guarda un po', lo stesso D'Alema era presidente del Consiglio. A condire l'inesorabile requisitoria di Romano alcuni stravaganti riferimenti ai modi bruschi con cui Putin ha disperso i manifestanti di Mosca e San Pietroburgo con il sostegno di Berlusconi, e al compromesso storico di Berlinguer.

A rileggerlo, un perfetto monologo da teatro dell'assurdo. Da rappresentare con alcune comparse appese ai lampadari e l'irruzione dell'apposito personale sanitario. E mentre cala il sipario immaginiamo Paolo Mieli e Sergio Romano impegnati a discutere con l'azionista di riferimento Marco Tronchetti Provera sul tema suggerito giorni fa da Guido Rossi: Chicago anni Venti, la notte di san Valentino e l'etica del capitalismo.


Bersani si difese: Wind è egiziana
Sergio Rizzo sul
Corriere della Sera

ROMA - La risposta a Ronald Spogli, si fa capire negli ambienti governativi, ha bisogno di essere meditata. Il terzo "incidente" in pochi mesi con l'amministrazione statunitense, dopo le polemiche sulla base di Vicenza e la lettera degli ambasciatori nella quale si esortava il governo italiano a confermare l'impegno in Afghanistan non va preso sottogamba.
Per questo la replica all'ambasciatore statunitense non arriverà che oggi pomeriggio, e sarà affidata a Paolo Gentiloni, chiamato a riferire prima al Senato e poi alla Camera sul caso Telecom Italia. Ma si può immaginare che il ministro delle Comunicazioni ripeterà quello che già avrebbe detto in privato, ieri, ai suoi interlocutori: "Chi afferma che il governo italiano abbia esercitato la sia pur minima ingerenza nella vicenda si sbaglia di grosso. Semmai è il contrario. Ci siamo mossi esattamente nella direzione indicata dallo stesso Spogli: il governo stabilisce le regole e il resto lo fa il mercato". Una versione che tuttavia potrà difficilmente far cambiare idea all'ambasciatore americano. Perché se è vero che la separazione della rete fissa da Telecom Italia era un processo già avviato con una trattativa fra l'azienda e l'Autorità delle Comunicazioni, e lo stesso presidente di questa authority, Corrado Calabrò, è sempre stato convinto che gli americani non potessero essere all'oscuro di questo ("Crede che chiunque volesse comprare non si fosse informato?", ha risposto a chi lo sollecitava), resta il fatto che questa operazione ha subìto adesso una forte accelerazione.

Una coincidenza che gli americani hanno considerato sospetta, tanto più perché prima d'ora nessuno aveva ipotizzato un intervento di legge per dare a Calabrò il potere di imporre lo scorporo della rete in caso di disaccordo. E soprattutto perché accompagnata da una serie di dichiarazioni incendiarie di ministri: primo fra tutti, il responsabile delle Infrastrutture Antonio Di Pietro che ha più volte pronunciato la parola "decreto". Una circostanza che avrebbe rafforzato al quartier generale dell'At&t la sensazione di avere intorno un clima ostile. Questa argomentazione viene naturalmente rigettata dal governo, dove pure c'è chi non ha condiviso affatto la gestione di questa vicenda. Per esempio il ministro delle Politiche europee Emma Bonino, che fin dal primo giorno ha preso le distanze da chi, anche nell'esecutivo, rivendicava l'italianità dell'azienda, e non ha certamente fatto salti di gioia quando gli americani hanno gettato la spugna. Ieri il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani si è sfogato con gli ambasciatori dell'Unione Europea, respingendo le accuse di voler sbattere la porta in faccia agli investitori esteri (di qualunque provenienza, prima spagnoli e adesso americani), interessati alle telecomunicazioni. Con queste parole: "È un discorso che a tutti si può fare, tranne che all'Italia, dove quattro compagnie su cinque sono controllate dagli stranieri. Omnitel è stata comprata dagli inglesi di Vodafone, Wind dagli egiziani di Orascom, 3Italia è di proprietà cinese, e Fastweb sta per essere acquistata dagli svizzeri. Vi sembra un Paese che non vuole gli investitori esteri nelle telecomunicazioni?". Nemmeno troppo implicito, poi, il riferimento agli stessi Stati Uniti, con l'invito a dare un'occhiata al peso delle partecipazioni estere nelle compagnie telefoniche locali. Ma come la pensa Bersani è noto. Più di una volta il ministro dello Sviluppo economico ha invitato gli imprenditori italiani a farsi avanti. Non senza accompagnare gli inviti alle critiche.



Jaruzelski sotto accusa per "crimini comunisti"
Emanuele Novazio su
La Stampa

Da ieri è la vittima più illustre della "lustracja", la "verifica anti comunista" alla quale i gemelli Kaczynski sembrano voler affidare la rinascita morale della Polonia: l'accusa, per il generale Wojciech Jaruzelski, è quella di "crimini comunisti" per avere imposto la legge marziale il 13 dicembre del 1981 allo scopo di stroncare Solidarnosc, il sindacato guidato da Lech Walesa al quale aderivano anche il futuro presidente Lech e suo fratello Jaroslaw Kaczynski. Con l'ex capo del governo e del partito, 84 anni, sono sotto accusa altri 8 protagonisti di quel periodo drammatico: fra loro l'ex ministro degli Interni Czeslaw Kiszczal e l'ex segretario del partito Stanislaw Kania. Rischiano una condanna fino a 10 anni di reclusione.

L'annuncio del responsabile della sezione di Katowice dell'Istituto della memoria nazionale (Ipn) Andrzej Drogon - dal quale nell'ottobre del 2004 è partita l'inchiesta contro i responsabili dello stato di guerra - è destinato a riaprire vecchie ferite in un Paese che aveva creduto di voltare pagina grazie allo spirito della "tavola rotonda" fra opposizione e potere comunista, nel febbraio 1989: l'impegno preso allora di archiviare il passato rese possibile la nascita del primo governo democratico dopo gli anni della dittatura - quello di Tadeusz Mazowiecki - e la nascita della nuova Polonia, che negli anni successivi si sarebbe aperta all'Unione europea e alla Nato. L'Ipn in passato ha avviato procedimenti contro l'ex arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus, costretto a clamorose dimissioni subito dopo il suo insediamentro lo scorso gennaio, e il ministro delle Finanze Zyta Gilowska, accusati entrambi di avere collaborato con i servizi segreti comunisti. Ma i dossier ancora aperti sono centinaia di migliaia.

La "lustracja" sta entrando nella sua fase più turbolenta: la nuova legge che obbliga i collaboratori del regime comunista ad autodenunciarsi entro maggio è una resa dei conti, ma i gemelli Kaczynski la considerano l'indispensabile pedaggio alla "rivoluzione morale" della quale si sono fatti paladini. In primo piano sono gli intellettuali: almeno settecentomila fra docenti, magistrati, giornalisti, dirigenti delle case editrici, editori di tv e giornali dovranno consegnare un dossier a un dipartimento creato per l'occasione con un centinaio di funzionari, che riferirano all'Inp. Chi fornirà dichiarazioni in contrasto con gli archivi dell'Istituto, o rifiuterà di obbedire al governo, sarà licenziato e non potrà esercitare la professione per 10 anni.

Anche se sono già partiti i primi ricorsi alla Corte costizionale - e ricerche e controlli potrebbero dunque durare anni, considerata la scarsa attendibilità di molti documenti d'accusa - la verifica imposta dal governo conservatore è una conferma: la Polonia rimane un Paese in bilico sul suo passato.


La Francia drogata dai sondaggi
Domenico Quirico su
La Stampa

Il colpevole c'è già, si chiama sondaggio. Ormai è diventato la droga quotidiana almeno del Tout-Paris intellettual-politico: alla fine le radiografie delle intenzioni di voto saranno più di 300, le realizzano per non perder tempo con 800, 900 intervistati, e se intere categorie di cittadini elettoralmente non proprio marginali, tipo giovani sotto i 30 anni e periferie, risultano escluse in quanto sfornite del telefono fisso, pazienza. Si allungano cifre precise alla virgola, che meraviglia! Ma nessuno si da la pena di spiegare quali sono i margini di oscillazione, dato qui sconosciuto e fastidioso.


Un esempio per capire. Con due inchieste realizzate, si badi bene, lo stesso giorno. Per quella commissionata da Le Parisien, Sarkozy Royal e Bayrou sono rispettivamente a 26, 23 e 21 per cento, i primi due in calo, il terzo in frettolosa ascesa. Sulla prima pagina de Le Figaro però la realtà ha un altro aspetto: Sarkozy e Royal al galoppo al 30 e al 26, Bayrou intristisce, in pauroso strapiombo di tre punti, al 17. Politicamente morto e stramorto. Il candidato centrista è un caso delicato: per i sondaggi non passa il primo turno, ma sono gli stessi che lo eleggono al cento per cento presidente al secondo! E poi c'è quel diavolo di Le Pen: i Mosè dell'opinione ancora arrossiscono pensando al 2002 quando non si accorsero del suo 20 per cento. Adesso per evitare repliche si affannano a ricordare che il 15 per cento è solo una stima di comodo, il truce elettore del Front National è di natura subdolo e riservatissimo. Uccide solo nell'urna. Così questa misteriosa bolla lepenista si gonfia giorno dopo giorno, con grande diletto dell'ex paracadutista. Il partito maggiore, 30-40 per cento, sono gli indecisi, è l'unica cosa su cui i sondaggi sono concordi. A difenderli è rimasta solo Laurence Parisot, patron un po' dannunziana della Confindustria: per lei non sbagliano mai, perché durano un giorno.

Altri meno angelici si insospettiscono. Qui c'è qualcuno che manipola e corregge a seconda delle necessità: l'irresistibile ascesa di Bayrou, il primato permanente e continuo di Sarkozy, grande amico dei padroni della stampa e degli istituti di opinione, le discese agli inferi della Royal che servirebbero a metter paura alla pigrizia e al disamore degli elettori socialisti. Si invoca, con posa giustizialista, che il divieto dei sondaggi sia anticipato a una settimana prima del voto proprio per impedire un'intossicazione così maliziosa degli elettori. La realtà forse non è così perversa. I sondaggi sono vittima della inconsistenza dei candidati, che moltiplicano freneticamente temi e proclamazioni per nascondere il vuoto. Nicolas Sarkozy, che raccontano narcisisticamente sempre allo specchio del sondaggio, al venerdì annuncia la teoria eugenetica sulla origine del reato che sottrae il colpevole perfino alla misericordia divina e il sabato proclama tra i suoi ispiratori il Papa Giovanni Paolo II. Con gente così è difficile scegliere.


  18 aprile 2007