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a cura di G.C. - 17 aprile 2007
AT&T dà l'addio a Telecom
Redazione de la Repubblica
NEW YORK - AT&T ha deciso di ritirarsi dall'offerta per Telecom, ma America Movil resta in corsa. Il gruppo statunitense, che con quello messicano, aveva manifestato l'intenzione di rilevare il 66% di Olimpia, la società che ha in portafoglio il 18% di Telecom, h agettato la spugna. Ma non così la società guidata da Carlos Slim. La notizia, confermata da fonti vicine all'operazione, era stata in primo tempo annunciata dalla versione online del Wall Street Journal. In borsa giù i titoli della galassia di Tronchetti Provera, mentre a Wall Street AT&T guadagna terreno. Colanninno sull'ipotesi di investimento: "Opportunità importante ma molto lontana"
Il quotidiano economico, sottolinea che l'interessamento dell'azienda Usa, annunciato ufficialmente da Pirelli il primo aprile, "aveva sollevato proteste, in Italia, in merito alla possibilità che una società straniera potesse acquisire il controllo" della compagnia telefonica. Secondo "una persona vicina all'operazione", non citata dal quotidiano newyorchese, AT&T "ha notificato nella mattinata a Pirelli" la propria decisione. Non sono ufficialmente note, per ora, le ragioni della decisione. E' atteso un comunicato di Olimpia in serata.
America Movil. Né Telmex né America Movil erano informate della decisione del partner AT&T, ma i messicani rimangono in gara, hanno spiegato i portavoce delle due compagnie controllate dal magnate messicano Carlos Slim.
L'assemblea. A Rozzano, dove è in corso l'assemblea del gruppo di tlc, è stato il vicepresidente esecutivo di Telecom Italia, Carlo Buora, ad annunciare all'assemblea la notizia di un probabile ritiro di AT&T dalla 'corsa' per il controllo dell'azienda. Lo ha fatto leggendo un'agenzia di stampa. Qualche applauso è salito dalla platea.
La Borsa. L'annuncio del ritiro dell'offerta, ha trascinato al ribasso i titoli riconducibili a Marco Tronchetti Provera nelle contrattazioni after hours.
Colaninno. E il presidente di Immsi, Roberto Colaninno (nel '99 presidente e amministratore delegato dell'azienda italiana), oggi a New York durante il road show della Borsa italiana, ha definito l'investimento in Telecom "un'opportunità importante, a certe condizioni, ma molto lontana. La guardiamo, ma ce ne sono anche molte altre". Colaninno, rispondendo a una domanda su un suo eventuale coinvolgimento nell'acquisto della società telefonica, ha definito Telecom "una società interessante - ha detto -, ma non so se possa essere gestita con le caratteristiche industriali che vogliamo noi".
La commistione degli interessi
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Dopo il ritiro di At&t dalla partita per l'acquisto di Telecom il quadro è cambiato. Ma il mutamento di proprietà rimane all'ordine del giorno. E diventa ancora più interessante, in questa nuova situazione, il modo in cui l'Unità di ieri, con un articolo di Rinaldo Gianola, ha riferito e commentato la possibilità che Silvio Berlusconi e Roberto Colaninno si mettano d'accordo, con la benedizione di Mediobanca, per conservare l'azienda all'Italia. Il tono è quello leggero di un giornalista che ha raccolto notizie interessanti e le comunica ai lettori con un pizzico di distaccata ironia. Vi sono alcuni passaggi sul conflitto di interessi di Berlusconi e sulle possibili ricadute politiche di una tale operazione, ma trattati con la levità e il garbo di chi preferisce concentrare la sua attenzione su una delle tante vicende che rendono la vita sorprendente.
Suppongo che qualche vecchio lettore dell'Unità abbia sbarrato gli occhi leggendo questo articolo nel suo quotidiano preferito mentre Berlusconi approvava il pugno di ferro con cui Vladimir Putin ha disperso i manifestanti di Mosca e San Pietroburgo. Quando il leader di Forza Italia approfittò di una conferenza stampa a Roma per difendere la politica cecena del presidente russo, tutta la sinistra commentò le sue parole con indignazione. Come ricorda l'autore dell'articolo, Colaninno è l'imprenditore che acquistò Telecom con l'approvazione di Palazzo Chigi quando il presidente del Consiglio era Massimo D'Alema. Mentre Berlusconi è il leader politico a cui la sinistra ha attribuito quasi tutte le sventure della politica italiana dell'ultimo decennio. Ma nell'articolo non vi sono né riprovazione né indignazione. Qualcuno si sarà chiesto se non stia apparendo all'orizzonte un compromesso storico tra finanza rossa e finanza azzurra, non meno importante di quello che Enrico Berlinguer annunciò dalle colonne di
Rinascita dopo il colpo di Stato cileno del settembre 1973.
Non sono in grado di prevedere l'esito di questa iniziativa, soprattutto in un momento in cui il ritiro dalla partita di At&t crea la possibilità di scenari diversi. Realistica o meno, l'ipotesi riferita dall'Unità e il modo in cui è stata presentata dal giornale di Antonio Gramsci suggeriscono tuttavia almeno due riflessioni.
In primo luogo, Telecom deve restare italiana e questo obiettivo è più importante di qualsiasi altra considerazione. Nazionalismo economico? Desiderio di conservare al Paese uno dei pochi "campioni" che gli sono rimasti? Forse, ma soltanto in parte. Al fondo del problema esiste un'altra ragione. Il mondo della politica (governo, partiti, sindacati) vuole interlocutori nazionali perché teme, con ragione, che i proprietari stranieri rifiuterebbero di giocare la partita con le regole a cui siamo abituati. Si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo.
In secondo luogo non bisogna mai prestare troppa attenzione ai sanguinosi insulti e alle terribili accuse che gli opposti schieramenti italiani si scambiano al di sopra del fossato che li divide. Quel fossato, in realtà, è un rigagnolo che può essere attraversato in un senso o nell'altro senza rossore e imbarazzi non appena le circostanze e gli interessi suggeriscono un cambiamento di fronte. Non vorrei che qualcuno definisse questo stile "realista". Il realismo è una virtù seria che occorre praticare con un forte rigore morale. Questo è soltanto una forma di opportunismo o, peggio, di scetticismo disincantato e amorale.
Qualcuno dica no
Antonio Padellaro su l'Unità
Va tutto bene: il mercato che non si può imbrigliare, l'italianità del settore strategico delle telecomunicazioni, la difesa dell'interesse nazionale. Ma il possibile ingresso di Silvio Berlusconi, in cordata con Colaninno, nel capitale di Telecom (anticipato ieri da l'Unità), rappresenterebbe il trionfo del conflitto d'interessi e un schiaffo sonoro quanto insopportabile per tutti coloro che contro il detentore di quel conflitto si sono battuti. O hanno detto di battersi. Sconfitto alle ultime elezioni anche per l'abuso di potere frutto di un intreccio politico-padronale a dir poco smodato, il cavaliere aveva l'occasione per scegliere. O lasciare la politica per tornare a fare esclusivamente l'imprenditore. O restare in politica rinunciando a tutto il resto. Preda della sua bulimia, l'uomo di Arcore ha deciso di tenersi tutto. Il ruolo di boss del centrodestra. La voglia matta di ritornare subito a Palazzo Chigi. E, naturalmente, la robba. Bisognava impedirglielo. Mettendo al primo posto dell'agenda del governo dell'Unione la soluzione del problema, una legge che lo costringesse a rinunciare a uno dei due mastodontici interessi. Ma nei 12 punti prioritari di Prodi del problema non si fa cenno. E la proposta di legge che prevede incompatibilità per chi ha cariche di governo ha vita travagliata in Parlamento. Cosicché molti cittadini hanno la sensazione che l'argomento sia stato usato solo per ragioni politiche di parte, e se ne disinteressano. Ci aspettavamo che nella maggioranza si levasse un coro di proteste ad affermare che il capo dell'opposizione nella proprietà della più importante azienda del Paese costituirebbe una bestemmia nel resto del mondo civile. Stiamo ancora aspettando.
Legge elettorale, Prodi vuole ampia maggioranza
Redazione de la Repubblica
TOKYO - "Cocciutamente insisto che non farò mai una legge elettorale che non abbia una maggioranza amplissima, altrimenti il giorno dopo ricadiamo nell'instabilità". Lo ha confermato il premier Romano Prodi parlando con i giornalisti nel corso della sua visita a Tokyo. Un obiettivo molto ambizioso, ma il presidente del Consiglio si è mostrato comunque molto ottimista. "Con il dialogo qualche barriera si demolisce", ha ricordato, precisando che "ci sono più possibilità di quanto pensavo all'inizio di questa esplorazione".
"Di una legge elettorale buona, seria e duratura - ha proseguito - ne abbiamo bisogno tutti: il problema della stabilità di governo è un valore per tutto il Paese". Sollecitato dai cronisti, Prodi ha poi commentato anche le recenti parole di Roberto Calderoli, che ha offerto al governo una sorta di tregua della Lega Nord in cambio di un accordo sulla legge elettorale. "Indipendentemente da quanto detto da Calderoli il valore della stabilità è importantissimo", - ha spiegato il premier sottolineando che se l'Italia avesse avuto una stabilità di governi sin dal dopoguerra "sarebbe oggi un paese leader in tutti i campi".
Il presidente del Consiglio ha poi toccato anche l'altro grande tema d'attualità, ovvero la nascita del Partito democratico. "Ora - ha commentato - parte una grande avventura che si misura con il Paese non contro i partiti, ma oltre i partiti, anche perché gli stessi partiti lo hanno voluto così ampio ed esteso".
L'importante, ha poi ricordato Prodi, è che "il Partito democratico deve nascere fondato e radicato profondamente nella Costituzione, nell'articolo 49 che parla di metodo democratico e di trasparenza". A suo avviso quindi queste "non sono chiacchiere perché è la Costituzione che lo dice e su questo punto bisogna lavorare molto" altrimenti, se si sottovaluta tutto ciò, il Partito democratico "nasce con un distacco dalla gente e dal paese e da quelli che sono i desideri dei giovani".
I fantasmi di Columbine
Siegmund Ginzberg su l'Unità
Beslan in America, ma senza terroristi. La strage più spaventosa di studenti che ci sia mai stata in un campus americano. E, al tempo stesso, simile a molti, troppi massacri nelle scuole, made in Usa
Oltre una ventina, forse addirittura ventinove studenti ammazzati, poco dopo l'alba, in un dormitorio del Virginia Tech, a Blacksburg, non molto distante da Washington. A colpi d'arma da fuoco, uno dopo l'altro, non un'autobomba come quelle a Baghdad. Un solo assassino solitario.
Nel momento in cui scriviamo non si capisce ancora cosa sia esattamente successo, nemmeno chi sia l'assassino, il perché. Forse un loro compagno di scuola, forse l'amico di una loro compagna di scuola. Uno studente, o forse no. Un asiatico, o forse no. Un sequestro di studenti andato male, o forse no. L'unica cosa evidente è che somiglia come una goccia d'acqua ad altre stragi del genere: il bagno di sangue del 1999 a Littleton, in Colorado, quando due studenti erano entrati armati di tutto punto nella mensa della scuola a avevano ammazzato sistematicamente 12 compagni prima di suicidarsi, il massacro del 1966 all'Università del Texas, quando un giovane si era arrampicato armato sulla torre dell'orologio e da lì aveva aperto il fuoco uccidendo 16 persone prima di essere a sua volta abbattuto. Succedeva prima dell'11 settembre e succede dopo, succedeva prima del terrorismo islamico e succede dopo. Succedeva prima del terrorismo ultrà interno (Timothy McWeigh e la bomba di Oklahoma City, 168 morti, 500 feriti, sono del 1995). Non è necessario ci siano motivazioni ideologiche, politiche, religiose. Sappiamo che le milizie ultrà locali hanno ancora in questi ultimi anni, programmato stragi più efferate di quelle di Al Qaeda. Le statistiche privilegiano in genere un movente: la vendetta per un ingiustizia subita, il fatto personale. Difficile fare un fascio, scorretto cercare un'unica spiegazione.
Un filo conduttore comune però: che si tratta di massacri a scuola assolutamente domestic, made in Usa, american as the apple pie, quanto la torta di mele si direbbe da quelle parti, stragi senza precedenti in Occidente e forse nemmeno altrove, unheard of, di cui non si è mai avuta notizia, nella vecchia Europa. Anzi, qualcosa che dalle nostre parti non riusciremmo nemmeno a immaginare (possiamo immaginare un attentato, persino una scuola o un asilo, o uno stadio fatti saltare in aria, possiamo immaginare le più disgustose violenze allo stadio, pigia pigia assassini, ma non qualcuno, uno studente o un professore che entrano in classe e cominciano a sparare ammazzando decine di ragazzi.
Da cosa dipende la differenza? Ogni volta che succede in America viene messa sotto accusa la facilità con cui, in molti Stati americani, è possibile procurarsi armi da guerra. Dopo ogni strage ci sono proteste e inviti a proibire la libera vendita delle armi. A cui si risponde che sono già proibite, non avrebbero mai dovuto esserci in mano agli autori di quei massacri. È una tragica ironia che le armi siano severamente bandite dalle università, dalle scuole e dalla loro vicinanza, ma certo è più facile procurarsi un fucile d'assalto in America che dalle nostre parti. E anche le munizioni. In "Bowling for Colombine", il film di Michael Moore seguito alla strage in Colorado, la troupe del regista le va tranquillamente a comprare nel supermarket.
C'è chi tira in ballo le radici profonde, storiche, della predisposizione alla violenza in Usa. Ci sono stati studiosi che l'hanno fatta risalire addirittura al '600, ai primordi della schiavitù, alla particolare ferocia necessaria per tenere a bada le rivolte degli schiavi indigeni o neri d'importazione (commisurata alla ferocia dei ribelli). Altri hanno messo l'accento sull'epopea della Frontiera, sulla legge del più forte, il diritto a portare armi per difendersi, sul peccato originale di un paese che, per diventare quel che è, ha dovuto fisicamente sterminare coloro che ci abitavano prima. C'è chi ricorda che persino la lotte operaie e sindacali in America avevano tradizionalmente una ferocia inaudita (a colpi di fucile e di dinamite, altro che brigate rosse!). Altri ancora, tirano in ballo la predisposizione a farsi giustizia da sé, rimediare in proprio al riparare torti che lo Stato o altri non sono in grado di rimediare.
Che farà, come al solito, inarcare le sopracciglia in un'America poco disposta a farsi fare la lezione, in tema di violenza, dalla sponda opposta dell'Atlantico, da un'Europa che nell'ultimo secolo ha avuto due guerre mondiali, l'olocausto, alcuni stati di polizia, e diversi movimenti terroristici.
A ogni strage seguono nuove tornate di discussione. In America innanzitutto, come è ovvio, e poi di rimbalzo da noi. Prima di tutto bisognerebbe cercare di capire meglio che cosa è successo. La meccanica, il movente. Subito dopo Colombine, dei due studenti serial killer si era detto che sarebbero stati membri di una società studentesca estremista, che sarebbero stati ammiratori di Hitler, e così via. Poi, mesi dopo, è venuto fuori che nulla di ciò che si era detto all'inizio corrispondeva a verità, che le cose erano molto più semplici, e allo stesso tempo molto più complicate e inspiegabili. Per il momento dobbiamo accontentarci di una sola certezza: che da noi, in questa maniera, in queste proporzioni, non succede. In America, succede ripetutamente.
I fucili al supermarket
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
NEW YORK L'ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, repubblicano molto liberal e persona di solidi principi religiosi (è un mormone che nella chiesa di Salt Lake City ha ricoperto ruoli comparabili a quelli dei vescovi cattolici), per molti anni si è battuto per ottenere controlli più stretti sulla vendita e la detenzione di armi.
Fino a qualche mese fa, quando, poco prima di annunciare la sua candidatura alla Casa Bianca, ha cominciato a difendere il diritto dei cittadini di armarsi liberamente e si è addirittura iscritto alla Nra, la potente lobby dei produttori di armi da fuoco.
Stamattina, poche ore dopo la più sanguinosa mattanza di civili della storia americana il Senato di Washington dovrebbe votare una legge (già approvata in Commissione la scorsa settimana) che riduce i pochi vincoli attuali, autorizzando gli americani ad andare al lavoro armati (lasciando, però, fucili e pistole chiusi nelle loro auto). In alcuni Stati leggi come questa, che è sponsorizzata dalla Nra, godono addirittura dell'appoggio dell'Afl-Cio, la principale confederazione sindacale che ritiene, in questo modo, di proteggere un diritto dei lavoratori (oltre che il posto di chi lavora nella produzione e distribuzione di armi da fuoco).
L'ennesima strage in un campus scuoterà l'America, forse provocherà reazioni più vigorose che in passato, ma non cambierà la cultura di un Paese che ha la nozione dell'autodifesa impressa nel suo Dna e che considera quello di detenere armi da fuoco un diritto inalienabile, protetto dal Secondo emendamento della Costituzione (il cui significato è, peraltro, controverso). È stato così dopo la strage del '99 alla Columbine High School di Littleton, in Colorado l'uccisione di 12 studenti alla quale Michael Moore ha dedicato un celebre filmdocumentario ma anche dopo decine di altri episodi analoghi, pur se con bilanci un po' meno drammatici. È di pochi mesi fa la vera e propria "esecuzione" di cinque bambine nella scuola di una comunità amish della Pennsylvania da parte di un squilibrato entrato nell'edificio con un'arma automatica. Due anni fa sei ragazzi (e quattro adulti) erano morti in un episodio analogo in una riserva indiana del Minnesota.
Una storia che va avanti da decenni: l'episodio più grave, prima del massacro di ieri a Blacksburg, era avvenuto 41 anni fa, nel Texas. Sedici persone furono uccise da un "cecchino" che si era appostato in cima alla torre che domina il campus dell'università di Austin.
Psicologi e sociologi si interrogano smarriti: c'è chi parla di violenza repressa di un Paese che discende da generazioni di pionieri abituati a farsi giustizia da soli e che deve fronteggiare le grandi tensioni di una società multirazziale. C'è chi se la prende con la diffusione dei videogiochi violenti (che, però, sono una realtà degli ultimi anni). In ogni caso la violenza perpetrata con armi da fuoco sta diventando in molte parti degli Usa un fatto comune, che non sorprende più. Nelle grandi metropoli come New York l'aumento della sorveglianza, la durezza nel contrastare il crimine e le azioni di risanamento del tessuto urbano, hanno fatto calare i reati e, in particolare, gli omicidi. Ma nelle zone suburbane e nelle città minori gli episodi di "ordinaria violenza" dilagano. Nei quartieri più poveri si sta creando una sorta di assuefazione all'uso delle armi da fuoco: un fenomeno che viene attribuito alla crescente tendenza di molti giovani a usare la violenza per regolare anche controversie piuttosto banali e alla facilità con cui si può ottenere un'arma.
I negozi specializzati dovrebbero controllare identità e precedenti penali degli acquirenti, ma fucili e pistole ormai sono venduti anche in molti supermercati e nelle fiere che si svolgono ogni fine settimana nelle strade di villaggi e città: veri e propri "mercati delle pulci" dell'autodifesa dove si può ottenere un'arma da fuoco senza dover rispondere a troppe domande.
Bruxelles a Mosca: affari solo se ci sarà libertà
Marco Zatterin su La Stampa
Le cariche della polizia antisommossa di Vladimir Putin contro gli oppositori del Cremlino generano "molta preoccupazione" nell'Unione europea. Con grande cautela, e respingendo al mittente le domande di chiedeva se Bruxelles intendesse condannare i fatti di Mosca e San Pietroburgo, la commissaria Ue alle Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner ha fatto sapere - attraverso la portavoce - che la questione sarà certamente sollevata lunedì a Lussemburgo, quando la troika Esteri incontrerà a Lussemburgo il capo della diplomazia russa. La questione è spinosa. Per ragioni politiche ed economiche, l'Unione lavora da tempo alla costruzione relazioni stabili con l'orso ex sovietico. L'affare, però, non può essere con concluso ad ogni costo. E la violazione dei diritti più elementari, se confermata, rischia di rivelarsi un ostacolo insormontabile per il dialogo.
Su certe cose non si può transigere. "La libertà di espressione e di riunione sono valori molto importanti a cui la Russia si è impegnata come membro del Consiglio d'Europa - è il messaggio inviato da Ferrero-Waldner -, a maggior ragione in questa fase importante nella fase pre-elettorale". Per questo, fa sapere Bruxelles, "la Commissione continuerà a sollevare le sue preoccupazioni sui diritti civili, la libertà di stampa e di riunione negli incontri bilaterali". Sinora gli appelli sono caduti nel nulla, e la voce grossa fatta dopo l'omicidio della giornalista Anna Politkovskaia, non ha sortito altro che effetti minori.
Da questa parte dell'ex Cortina di ferro viene da chiedersi cosa si possa fare per accertare la verità sugli scontri e gli arresti del fine settimana. In realtà, gli strumenti pratici sono nulli o quasi. La portavoce della Ferrero-Waldner ha dovuto ammettere che l'esecutivo Ue "non ha capacità indipendenti di indagine", costretta poi ad arrampicarsi sugli specchi e a dire che "la nostra delegazione a Mosca ha contatti e raccoglie informazioni per noi". L'unica possibilità di pressione è nelle mani dei governi. Cosa che porta il problema su un difficilissimo crinale diplomatico.
Tutto ruota intorno all'accordo di associazione per il quale la Commissione attende dai Ventisette il mandato per aprire un negoziato ufficiale. La procedura, che richiede un consenso unanime, è bloccata dal veto imposto dai polacchi come ritorsione al bando dell'export verso la Russia delle carni nazionali. La speranza, ora come ora, è che il via libera giunga a metà maggio. Mosca ne ha bisogno quanto Bruxelles, anche perché vuole una domanda stabile per le sue risorse energetiche. Per questo la pressione politica dei Ventisette può dare dei risultati.
17 aprile 2007