
sulla stampa
a cura di G.C. - 16 aprile 2007
Problema: chi sceglie chi
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Non è affatto sicuro che il leggendario popolo delle primarie il 16 ottobre 2005 sia andato a votare per la scelta del candidato alla Presidenza del Consiglio avendo anche in mente un, allora inimmaginabile, Partito Democratico. Dunque, tirarlo, quel "popolo", tutto in ballo in continuazione per legittimare un Partito che non c´era allora e non c´è ancora adesso, è sicuramente eccessivo.
Tuttavia, va ricordato che, una volta preso atto e lodato l´impegno organizzativo dei Diessini, che quei 4 milioni e trecentomila elettori costituivano all´incirca cinque volte tanto gli iscritti ai partiti dell´Unione. Dunque, se il problema che si pone adesso, in maniera alquanto prematura ovvero "preventiva", poiché siamo in attesa dei congressi di DS e Margherita, è già quello delle modalità di elezione della futura Assemblea Costituente, allora bisogna prendere sul serio sia le parole dei dirigenti di partito che le cifre delle primarie (che sono le poche che abbiamo).
Le parole dei dirigenti di partito, ma anche dei sostenitori del PD, dicono, persino ossessivamente, rinnovamento, ringiovanimento, rappresentanza delle donne. Tutto questo, preso sul serio, significa che i dirigenti di partito ultracinquantenni, quasi tutti uomini, debbono prepararsi a lasciare le loro cariche, anche quelle elettive, in tempi e in modi che non provochino sconquassi per il governo. Pertanto, la loro rappresentanza in sede di Assemblea Costituente, al fine di non farli cadere in tentazione, dovrà essere molto ridotta. Suggerirei, e passo a dare i numeri, non più di un quinto del totale. Chi ha un minimo di esperienza delle dinamiche assembleari sa che, al di sopra di una certa cifra, le assemblee diventano manipolabili e risultano poco funzionali ad un dibattito reale, approfondito, mirato a decisioni efficaci. La mia proposta è che l´Assemblea Costituente del Partito democratico sia composta, non da mille, che mi pare una cifra stratosferica, ma da 575 delegati: 100 scelti dai partiti contraenti che decideranno loro con quale metodo, 475 dai cittadini che si iscriveranno al Partito democratico.
475 è esattamente e non casualmente il numero dei collegi uninominali del Mattarellum che, non tanto incidentalmente, avrebbero dovuto, secondo il programma dell´Ulivo, trasformarsi in "convenzioni di collegio" dove gli eletti si sarebbero periodicamente confrontati con i loro elettori mettendo in atto una dinamica virtuosa di rappresentanza e di comunicazione politica. Non credo sarebbe il caso, in partenza, precostituire una parità di esito nella rappresentanza di genere alla quale, invece, dovrebbero pensare i partiti scegliendo le loro delegate. Suggerirei, invece, alle donne di ciascuno collegio e alle associazioni di darsi da fare non soltanto per candidare, ma per votare e cercare di fare eleggere candidate donne. D´altronde, se il persin troppo ripetuto slogan "una testa un vuoto", che a molti pare un principio assolutamente elementare in democrazia, deve trovare immediata applicazione, allora non può pretendere di imporre una candidatura rispetto ad un´altra né tantomeno precostituire elette e eletti. Da questo momento, però, cominciano i problemi che riguardano proprio le modalità delle candidature e poi delle elezioni nei singoli collegi uninominali.
È opportuno tornare al criterio fondamentale che consiste nel raccogliere a sostegno di ciascuna candidatura un certo numero di firme, né troppo basso, per evitare personalismi e folclore, né troppo alto, per scoraggiare prove di forza e esibizionismi. È altresì auspicabile che la competizione sia trasparente e regolamentata senza dare vantaggi iniziali a nessuno. Da ultimo, sarebbe opportuno chiedere, se non addirittura, come preferirei, imporre, a candidate e candidati nei singoli collegi di esprimersi su tre temi assolutamente cruciali per il futuro partito democratico. Il primo tema è quello del "Manifesto dei Valori" dal momento che sembra che quello redatto sia diventato, sotto il fuoco delle critiche, emendabile e che, anzi, sarà possibile stilarne un altro di diverso spessore. Il secondo inevitabile tema è quello della collocazione europea del Partito democratico che è diventata ancora più importante dopo le nette affermazioni di Rasmussen che ha tolto le illusioni sulla possibilità di collocazioni temporanee e fluttuanti. Il terzo tema, sul quale è chiaro che il Parlamento ha enormi difficoltà a raggiungere intese, sul quale l´Unione non raggiunge sintesi e sul quale incombe risolutivo il referendum elettorale, è proprio quello della legge elettorale prossima ventura.
La giostra socialista riprova col Psi
Sebastiano Messina su la Repubblica
E quando la giostra delle sigle inedite ha finito il suo ultimo giro, dopo il Ps, dopo il Si, dopo il Psr, dopo la Lega Socialista, dopo Rifondazione Socialista, dopo i Socialisti Riformisti, dopo il Nuovo Psi e dopo lo Sdi, il manovratore Enrico Boselli torna a sorpresa al punto di partenza: "Per il nome, non trovo di meglio che chiamare il nuovo partito come si è sempre chiamato, almeno dal 1893: Partito Socialista Italiano, Psi".
Ma sì, c´è qualcosa di nuovo, anzi d´antico, nella politica italiana. C´è un ex delfino di Craxi - l´ex giovanotto promettente di Bologna - che a cinquant´anni si riprende l´insegna di Ghino di Tacco. E c´è un ex vice di Bettino, Gianni De Michelis, che vede inverarsi la sua profezia di due anni fa, quando annunciava a chi l´aveva seguito sotto le bandiere berlusconiane: "Se il destino ci porterà a sinistra, andremo lì per rompere con il bipolarismo".
Quindici anni dopo il crollo del craxismo, rinasce la vecchia idea di rimettere insieme i cocci del vecchio partito. Obiettivo: "Uniremo i socialisti per unire i riformisti". Vaste programme, direbbe De Gaulle. Ci provano da tre lustri, gli orfani del Garofano. La "Costituente Socialista" è del 1997. La "Federazione Laburista" è del 1994. Il Trifoglio, con Cossiga e La Malfa, è del 1999. Il Girasole, con i verdi, è del 2001. La Rosa nel Pugno, con i radicali, è dell´anno scorso. Ma non c´è stato, finora, niente da fare. A loro, l´operazione che riesce meglio non è la somma ma la divisione. Come disse una volta Chiara Moroni, "quando un socialista si guarda allo specchio, è già cominciata la scissione".
Stavolta promettono di fare tesoro dei vecchi errori, e certo fa un certo effetto vedere sullo stesso palco - quello del congresso socialista di Fiuggi - gli uomini che hanno attraversato il deserto del dopo-Craxi come generali di un´armata in disfatta, uomini come Rino Formica, De Michelis, Ugo Intini, Franco Piro e lo stesso Bobo, uniti dal sogno di tornare ai tempi d´oro di via del Corso. Ci fosse stato anche Martelli, nel frattempo passato alle tv berlusconiane, la foto di gruppo sarebbe stata perfetta. Giuliano Amato no, non era stato invitato. Però l´ha evocato, senza farne il nome, il figlio di Bettino, usando con perfidia le stesse parole con cui suo padre liquidò il suo ex numero due: "Un vecchio battitore libero, un professionista a contratto, ci obietta che... ".
Si torna a casa, dunque. O almeno, ci si prova. Boselli, l´instancabile Boselli, si allena dal 14 novembre 1994: il giorno dopo lo scioglimento del Psi, lui si fece eleggere segretario del Si (Socialisti Italiani), il primo partito con il nome di una carta di credito. Non tutti lo seguirono. Valdo Spini aveva fondato dieci giorni prima la Federazione Laburista. Bobo Craxi pensava alla Lega Socialista. Fabrizio Cicchitto, Enrico Manca, Claudio Martelli e Ugo Intini lavoravano al progetto del Nuovo Psi.
Naturalmente, ogni nuova sigla nasceva con il preciso programma di riunificare i socialisti, generando una confusione della quale è rimasto vittima perfino Palazzo Chigi. Giovedì scorso un comunicato ufficiale annunciava infatti l´incontro tra Prodi e "l´onorevole Zavettieri, segretario del Partito Socialista Democratico Italiano", costringendo l´interessato a precisare che "noi siamo gli ex del Nuovo Psi, i socialisti democratici sono quelli dello Sdi", mentre il Psdi (di cui sopravvivono due tronconi, l´un contro l´altro armati, ovviamente) sottolineava indispettito che Zavettieri non è segretario di nessuno dei due partiti.
Il capolavoro dell´unità socialista - si fa per dire - rimangono comunque i due congressi contemporanei del Nuovo Psi. Accadde il 16 dicembre 2002, in due alberghi romani sulla via Aurelia. Al Midas (teatro dell´avvento craxiano del 1976) si riunisce un Nuovo Psi che acclama Bobo Craxi segretario e Claudio Martelli presidente, perché dialoghino col centro-sinistra. All´Ergife, intanto, un altro Nuovo Psi elegge Gianni De Michelis alla segreteria, affinché rimanga nel centro-destra. Finisce che il 2 maggio Martelli dichiara decaduto Bobo Craxi da segretario del Nuovo Psi-1, e il 7 maggio De Michelis nomina lo stesso Bobo Craxi "coordinatore e portavoce della segreteria" del Nuovo Psi-2.
Di quello che è successo dopo - divorzi, rappacificazioni, separazioni e ricongiunzioni - nessuno è più riuscito a tenere il conto. Sono rimaste finite su Internet le immagini della scazzottata al congresso del 2005 al Palafiera di Roma, quando un oratore calabrese filo-craxiano disse a un demichelisiano di Napoli che lo interrompeva: "Io sono un socialista. Tu sei un cretino e stai seduto". Lo stesso De Michelis, due settimane fa, ha messo su YouTube il video della sua contestazione al consiglio nazionale del partito, seguita da una bella rissa tra compagni (conclusa in gran fretta all´arrivo di una volante della polizia).
Il tema, comunque, oggi è un altro: i voti. Riuscirà il Psi del 2007 ad avere non diciamo il 13,5 per cento dei voti del Psi del 1992, non diciamo la metà ma almeno un quarto o poco più, insomma un onesto 4 per cento che lo metta al riparo dalle soglie di sbarramento?
Casini, ultimo no a Berlusconi
Francesco Bei su la Repubblica
ROMA - Nel backstage dove Pier Ferdinando Casini si cambia la camicia zuppa di sudore, dopo 80 minuti di discorso, il forzista Fabrizio Cicchitto si affaccia insieme a Gianni Letta per fargli i complimenti: "Ottima relazione, bravo". Il leader Udc si volta: "Detto da voi... vuol dire che ho sbagliato tutto". Certo, nell´ottica di Forza Italia l´Udc si è confermato alternativo a una sinistra "un po´ americana e un po´ africana, impasto di radicalismo e telepredicatori", e questo da Berlusconi viene considerato un ottimo risultato, forse il massimo raggiungibile al momento. Ma sul modo di stare nel centrodestra, su come costruire quel "grande partito dei moderati che ci chiede il Ppe", Casini coltiva idee molto diverse. E sulla leadership continua a dare dispiaceri al Cavaliere: "Le lancette della storia non ci possono riportare al 1994, siamo fieri di accogliere i nostri amici con l´applauso, ma le lancette della storia non possono ripartire da lì. Sarebbe un abbaglio imperdonabile". Ovvero per l´Udc Berlusconi non potrà più essere il candidato premier. Casini lo spiega chiaramente nel passaggio finale del suo intervento alla fiera di Roma, quando prospetta per l´ex premier un ruolo di padre nobile del centrodestra, ma nulla di più: "Nessuno è insostituibile, nemmeno io. Persino Kohl e Aznar se ne sono andati e non è successo niente. Nemmeno loro erano indispensabili, è una regola che vale per tutti". Bruno Tabacci, quando ormai i delegati sciamano verso il ristorante, chiarisce che per Casini non c´è d´altronde altra strada che quella di smontare il centrodestra berlusconiano, se non altro per convenienza personale: "Lo dico in maniera brutale: Casini il leader della Cdl sa che non lo farà mai, se le cose restano così la prossima partita sarà Fini contro Veltroni. Casini può solo puntare sulla ristrutturazione del sistema". Già Fini. Il leader di An ieri era in prima fila ad ascoltare la relazione dell´alleato, che non ha mancato di punzecchiarlo. A chi se non a Fini erano riservate infatti quelle accuse di "vassallaggio", quel riferimento al fatto che "essere amici non significa essere servili e subalterni"? L´ex ministro degli esteri ha incassato con fair play (dopo la relazione è andato con Andrea Ronchi nel camerino a salutare "Pier") e in privato ha espresso la sua soddisfazione perché "almeno su tutti i capisaldi della Cdl in questi anni, dalla lotta alla droga, alla cittadinanza, alla politica estera, Casini condivide in pieno il nostro progetto valoriale". Certo, Fini ha anche constato che "le nostre idee restano diverse sulla legge elettorale e su come si decide la leadership del centrodestra".
Sulla riforma del sistema elettorale, Casini è sembrato ormai dare per scontato il referendum ("meglio il referendum di una legge pasticciata, noi faremo campagna per l´astensione") e, in ogni caso, ha preso atto del tramonto del sistema tedesco. "Se noi rappresentiamo un centro di valori - osserva Casini - non siamo appesi a un sistema elettorale piuttosto che a un altro: dove vanno infatti i moderati senza l´Udc? Da nessuna parte". E tuttavia resta la critica di fondo a un bipolarismo "caratterizzato dalle falci e martello o dalla compiacenza verso chi espone le croci celtiche, perché comunismo e fascismo per noi sono entrambi orrori della storia".
Gramsci e Ghandi: le idee del nostro Pd
Redazione de l'Unità
"I Padri Nobili il Pantheon del Pd... non mi sembra il primo dei nostri problemi perché alla gente normale di queste cose non importa nulla". Marco Ruggeri, 32 anni, è il segretario della federazione Ds di Livorno. Da cinque anni è operaio in una raffineria dell'Eni. Per partecipare al congresso dei Ds toscani, a Marina di Carrara s'è dovuto prendere due giorni di ferie.
Oggi torna in fabbrica, turno di notte. "Negli spogliatoi - racconta - i compagni di lavoro, soprattutto quelli più anziani, mi chiedono delle pensioni, quando e come ci andranno. Mica di padri nobili. Alla politica chiedono concretezza, perché l'idea che passa è che siamo lì per spartirci le poltrone. Che i politici pigliano troppi soldi e che non gliene frega della gente. Mi dicono che sono strano, che prima o poi rimarrò deluso e smetterò". E tuttavia se dovesse sceglierli lui i quadri da appendere nella galleria del futuro Pd, raffigurerebbero Berlinguer e anche Pertini. Ma per legami familiari. "Ho visto il mio babbo piangere solo due volte. Una quando è morto Berlinguer. L'altra quando se ne è andato Pertini". Quanto alla futura leadership del Pd Ruggeri la sceglierebbe "con le primarie. Ma se si fa coincidere leader del partito con premier del governo, avremo bisogno comunque di qualcuno che si occupi a tempo pieno del nuovo partito. Qualcuno che lo guidi e lo faccia funzionare, perché noi si vuole fare un partito vero". Per il segretario-operaio "il migliore è D'Alema", ma "mi rendo conto che è visto come uomo di parte" e allora "Veltroni o Bersani".
Il viaggio verso il Pd è cominciato (giovedì c'è il congresso nazionale Ds a Firenze) e gran parte dei Ds toscani (quelli della Fassino, più dell'82% e quelli della Angius, quasi il 7%) sta preparando i suoi personalissimi bagagli. Politici, ideali e anche affettivi. Il sindaco di Firenze Leonardo Domenici nello zaino ci mette il Manifesto del Partito comunista (1848) di Marx e Engels ("il libero sviluppo di ognuno sia condizione per il libero sviluppo di tutti").
Riccardo Conti, assessore regionale al territorio, ha già in tasca i Quaderni del carcere di Gramsci. L'eurodeputato Guido Sacconi, che ha votato no al Pd ma starà nella fase costituente, annuncia che farà nascere "un luogo" per discutere di socialismo europeo e ci metterà l'effige del filosofo di Treviri.
"Più che padri nobili serve chiarezza su laicità o collocazione europea. Stare nel Pse non riguarda il seggio al Parlamento europeo, ma l'identità" sottolinea Alice Giampaoli, 29 anni di Pistoia, a un passo dalla laurea in Scienze politiche. "Se si vuole fare qualcosa di nuovo, rivendicare il proprio passato mi sembra un approccio un po' vecchio. Comunque le idee di Berlinguer sono in parte anche le mie. Non certo quelle di Bettino Craxi. Ma sarebbe meglio guardare al futuro". E anche sul leader Alice non fa nomi, ma un identikit: giovane e possibilmente donna da scegliere col principio di "una testa, un voto".
"Rimbaud, Baudelaire, Oscar Wilde, John Fante e Bukowski" sceglie una file di nomi non scontata il dirigente di un call-center ("etico - precisa - perché facciamo solo contratti regolari") Samuele Mori 38 anni, due figli, separato. "Il problema è che oggi manca un pensatore. Un Gramsci, un Togliatti". E per il nuovo leader la via passa per "primarie vere" con diversi candidati e programmi in competizione fra loro. "I nomi? Quelli che circolano non mi entusiasmano. Ma se fosse in corsa voterei per il sindaco di Roma".
Paolo Gozzani, 44 anni, operaio Rif-Skf e delagato sindacale, sposato, una bimba di 3, invece la borsa non la fa per andare nel Pd, ma da un'altra parte. Lui ha deciso di non aderire alla costituente per il Pd, ma "a quella per la sinistra".
Caterina Cappelli 19 anni, primo anno di lettere a Firenze, quando si sente chiedere quali padri nobili per il Pd risponde con una faccia un po' stupefatta. Poi cita Berlinguer "perché dialogò con la Dc. Anche se non l'ho mai conosciuto". Quando il leader del Pci morì, nel 1984, non era nata. E quando cadeva il Muro di Berlino aveva due anni. E per lei il Pd almeno fra le nuove generazioni già c'è. "Sono della Sinistra giovanile - spiega - ma faccio parte anche degli scout e assieme a altre associazioni siamo andati in Sicilia a lavorare nei campi con l'associazione Libera. Un modo per combattere la Mafia che mi sembra di sinistra".
"Se il Pd ha un senso- Alessio De Giorgi, già presidente di Arcigay toscana e direttore del sito gay.it - lo ha perché sarà fatto con altri. Dire oggi chi va messo nel Panteon è un errore". Poi comunque cita Ghandi e Norberto Bobbio che "sui diritti ha insegnato a tutti". E anche sul leader escluderebbe "i nomi attuali che sono tutti over 50. Invece bisognerebbe trovare un quarantenne come ha fatto il Labour con Blair o i socialisti spagnoli con Zapatero". Ma la chiave di svolta saranno le primarie "perché se per sceglierlo bisogna far rivotare gli stessi dei congressi, abbiamo fallito la scommessa. Ci servono quelli che riempirono i gazebo a ottobre 2005".
La libertà dal passato
Nicola Rossi sul Corriere della Sera
Agli economisti si rimprovera solitamente un qualche eccesso di astrattezza. L'attitudine a pensare che il modo migliore di superare gli ostacoli sia quello di assumerne l'assenza e non piuttosto quello di affrontarli per quello che sono. Insomma, una certa difficoltà di rapporti con il mondo che ci circonda. Osservazioni spesso non prive di un qualche elemento di verità.
La novità è che, da qualche tempo, gli economisti non sembrano più i soli ad apparire distanti dalla realtà. Anche i politologi (e, per quel che vale la distinzione, gli economisti che si occupano di politologia) sembrerebbero della partita. Vedere per credere l'infinita discussione sulla fase costituente del Partito democratico e la caparbietà con cui si immagina che la definizione delle regole che dovrebbero segnare quella fase una definizione, va da sé, più che necessaria possa muovere animi, suscitare passioni e garantire la partecipazione. Da ciò, ad esempio, l'idea che basti che alla futura Assemblea costituente del Partito democratico si possa accedere solo se legittimati dal voto dei cittadini (bene!) o, per meglio dire, dal voto di tutti coloro che, in possesso di un valido certificato elettorale, intendano dire la loro sul Partito democratico (benissimo!) scegliendo fra candidature riconducibili a diversi disegni politici (ancora meglio!) nel rispetto di dettagliati meccanismi di garanzia intesi ad abbassare le barriere all'entrata nel nuovo Partito. Ma se come par di capire la passione non c'è e con essa il desiderio di partecipare, non si dà definizione delle regole in grado di suscitarla e di alimentarla.
Di regole in grado di garantire la competizione interna al nuovo partito e la sua apertura c'è certamente bisogno ma, paradossalmente, quel che nutre e dà vita alla fase di avvio di un progetto politico non sono le regole ma la libertà di manovra entro la quale la stessa fase si realizza. Quel che può convertire l'indifferenza in attenzione e questa in partecipazione è la libertà di movimento, lo spazio politico e intellettuale senza il quale nessun progetto può nascere, crescere e mettere salde radici. Nelle menti prima che nelle urne. È questo oggi che manca non a caso, naturalmente e non c'è procedura che possa crearlo, non c'è regola che possa imporlo, non c'è editto che possa introdurlo.
Il Partito democratico nasce forte se nasce libero. Libero di riflettere sulla società italiana e sulle sue mutazioni e quindi su se stesso. Per costruire il consenso dell'elettorato sulle scelte e non già sugli album delle figurine dei riferimenti politici e intellettuali. Per esclusione e non per addizione. Libero, più che di visitare i gulag (i gulag !?!), di visitare, a Roma, il Circo Massimo e lì riflettere sulla capacità di mobilitazione della sinistra italiana, al tempo stesso così straordinaria e così futile, così generosa e così in fin dei conti ininfluente. Il Partito democratico nasce forte se nasce libero. Libero di separare i propri destini da quelli del governo in carica. Un governo che negarlo è legittimo ma non serve a molto è ormai un governo elettorale. Che raffigura degnamente il passato del centrosinistra italiano ma che non ne rappresenta il presente e non può rappresentarne il futuro. Il Partito democratico nasce forte se nasce libero. Libero di darsi una leadership diversa e distinta dal gruppo che nell'ultimo quinquennio è riuscito nella impresa non facile di trasformare un'opzione carica di potenzialità e di promesse in una necessitata fragilità. E va da sé che, in assenza di risultati, l'impegno costituisce tutto tranne che un titolo di merito. Il Partito democratico nasce forte se nasce libero. Libero di darsi una linea politica diversa da quella che negli ultimi dieci anni ha regalato al Paese cinque anni di governo delle destre e cinque governi di centrosinistra per ragioni diverse tutti pericolanti. Diversa da quella che, in assenza di un referendum sulla legge elettorale, porterebbe il centrosinistra a convivere con l'umiliante legge Calderoli. Diversa da quella che, in campo economico e sociale, sta oggi così ben attenta a non oltrepassare i confini della manutenzione dell'esistente (e quanto oggi sappiamo sulla destinazione del cosiddetto "tesoretto" è una conferma di questa valutazione).
Gli elettori italiani o buona parte di essi (certamente quelli fra di loro che decidono il risultato elettorale) questo poi ci dicono i sondaggi sono e si sentono ormai sufficientemente liberi per valutare e per scegliere.
Quel che ancora non sappiamo è se il Partito democratico sarà libero tanto da costituire per quegli elettori un interlocutore sufficientemente affidabile e credibile.
Il brigatismo di ritorno
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Quel messaggio propagato tramite un sito Internet, rivolto ai neobrigatisti da un loro presunto ideologo in carcere, come ha potuto raggiungere la rete? Si tratta di quattro pagine datate aprile 2007 che incitano i seguaci a persistere nella cospirazione, uscite da una cella d'isolamento del penitenziario di Monza. Spuntano sul web anche messaggi d'altri arrestati a febbraio. È in corso un'inchiesta, forse avremo risposte o forse no. Sta di fatto che in Italia il brigatismo, dopo quattro generazioni, può disporre ancora di proseliti e complici.
Negli anni 70, fenomeni simili erano insorti anche all'interno di altre democrazie. Poi erano scomparsi. Nella Bundesrepublik, da tempo, s'è dissolto il terrorismo della Rote Armee Fraktion.
In Italia, tuttora, la sedizione che uccide ritorna con episodi ricorrenti. Eppure, nei motivi pubblicizzati della "lotta armata" si ripetono manifeste contraddizioni.
Dall'inizio delle loro sfide, negli anni 70, i brigatisti si dichiararono in guerra con uno Stato repressivo nel quale tuttavia non esisteva la pena di morte, ma con particolare tenacia infliggevano quella pena e hanno continuato a infliggerla per lunghi anni ai rappresentanti o collaboratori di quello stesso Stato. Nel 1978 non esitarono a "giustiziare" Aldo Moro, nell'85 Ezio Tarantelli, nel '99 Massimo D'Antona, nel 2002 Marco Biagi. Ora, mentre il 12 febbraio si sventavano altri previsti attentati con gli arresti seguiti all'indagine della Procura di Milano, venivano anche scoperti arsenali clandestini: Kalashnikov, Uzi, perfino una mitraglietta Skorpion come quella che uccise Moro. Il pm Ilda Boccassini ripete: "Abbiamo salvato vite umane".
Come quelli delle origini, i neobrigatisti presumono che non ci sia differenza tra un ordinamento di democrazia definito liberale, una dittatura sudamericana e un autoritarismo di impronta fascista, perché sarebbero tutte in qualche modo strutture oppressive malgrado variabili apparenze o definizioni. Eppure, quando vengono arrestati, spesso reclamano per sé proprio quelle sostanziali garanzie che distinguono lo Stato di diritto e di democrazia liberale svalutato nelle loro premesse. Si dichiarano persino "prigionieri politici", ma vogliono ignorare che storicamente il terrorismo rivoluzionario fu solo e sempre l'extrema ratio contro spietate tirannie straniere o nazionali.
E ancora, i brigatisti accusano il sistema dell'informazione d'essere assolutamente manipolato. Eppure, tendono a usarlo con ogni possibile sensazionalismo a scopi di reclutamento. Come quando operano nelle maggiori aree sociali di conflittualità e turbolenze, indirizzate a qualsiasi contestazione, per favorire la deflagrazione dell'evento da prima pagina. L'intento è usare i media per divulgare la loro esasperata interpretazione ideologica dei rapporti sociali, persino sperando di provocare quel fenomeno che Trotskij definiva "il corto circuito della dittatura", presupposto d'ogni strategia rivoluzionaria.
Ma in Italia, dal '45 in poi, anche in drammatiche circostanze come la sfida degli "anni di piombo", non abbiamo visto mai nemmeno l'ombra d'una dittatura. Rimane da spiegare perché, mentre il terrorismo di baschi o irlandesi motivato da particolari condizioni storiche tende a esaurirsi, noi soli tra gli europei dobbiamo temere un terrorismo endogeno-ideologico insieme a quello esogeno-islamico.
16 aprile 2007