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sulla stampa
a cura di G.C. - 30 marzo 2007


Berlusconi: Casini fuori dalla Cdl
Francesco Bei su
la Repubblica

ROMA - "Questo strappo di Casini ci ha fatto tanto male e l´abbiamo dolorosamente patito". Silvio Berlusconi, aprendo alla Sala della Regina di Montecitorio l´assemblea di tutti i parlamentari della Cdl - tranne i centristi - prende di petto il problema del giorno: l´uscita definitiva dell´Udc dall´orbita berlusconiana, compiuta in Senato sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. "Casini - spiega il Cavaliere, seduto tra Fini e il dc Rotondi - immagina di poter costruire il grande centro, tornando a quella politica dei due forni e a fare l´ago della bilancia, come faceva Craxi, tra destra e sinistra. Ma il grande centro c´è già, è Forza Italia". Insomma con Casini, sintetizzerà a riunione conclusa, "siamo in un regime di separazione" e comunque il centrodestra "anche senza l´Udc ha la maggioranza del Paese".
Ma nonostante la pancia degli elettori forzisti e una gran parte dei parlamentari (leghisti in testa) gli chieda a gran voce di mandare a quel paese i centristi, Berlusconi si mantiene prudente al di qua del crinale. A costo di prendersi qualche "buuuh" nell´assemblea della Camera, il leader forzista non spezza del tutto il filo che lo lega a Casini: "Dobbiamo usare tanta pazienza e cercare di convincere l´Udc a restare in questo campo, la sua base del resto è con noi. Capisco che gli amici della Lega pensino che la misura sia colma ma bisogna essere oggettivi". E "l´oggettività" del ragionamento è che senza l´Udc il centrodestra perde le elezioni, a partire da quelle amministrative, che l´ex premier invita a "politicizzare al massimo". "Abbiamo perso nel '96 - ricorda infatti il Cavaliere - perché ci mancò il milione e mezzo di voti della Lega. Ora non dobbiamo consegnare quei 2 milioni e 400 mila voti dei centristi ai nostri avversari". Dunque cosa fare? Come andare avanti scrollandosi di dosso, come dice Gianfranco Fini, "l´immagine di un´opposizione depressa e sfilacciata"? Il leader di An suggerisce intanto di smetterla di andar dietro alle posizioni dei centristi: "Non ci dobbiamo preoccupare di quello che fa l´Udc, non siamo il cane che rincorre la lepre. Siamo noi la lepre". Una delle soluzioni è riprendere il vecchio discorso della federazione di centrodestra, anche se Umberto Bossi dice di aver "altro a cui pensare che non alle stupidaggini". E poi lavorare al "nuovo programma di governo" e, soprattutto, presentarsi uniti all´appuntamento con la riforma elettorale. Berlusconi in particolare ci tiene molto, perché sa che la Lega la ritiene una questione di vita o di morte. "Abbiamo già pronto un testo su cui siamo tutti d´accordo", confida Giulio Tremonti. La bozza sarà messa a punto lunedì ad Arcore in un nuovo vertice a cui parteciperanno sia Fini che Bossi, ma tra An e Lega le divergenze restano intatte, a partire dal referendum. Per Fini infatti il quesito "resta una strada", mentre il Senatur lo vede come l´anticristo: "Dal vertice di Arcore non mi aspetto nulla di buono e se Fini viene a parlare con me del referendum, è meglio che non venga proprio".
Da lontano, Casini si gode lo spettacolo di un centrodestra che, comunque la si metta, è ancora costretto a fare i conti con lui.



Ds, Mussi annuncia l'addio
Ninni Andriolo su
l'Unità

L'"estremo appello" inviato a chi ha vinto il Congresso è chiaro: "Fermatevi, prima di chiudere i Ds". Separazione, quindi. Se consensuale o meno lo chiariranno le settimane che mancano dalle assise di Firenze. "Non dobbiamo ripetere la rottura del 1989", auspica Marco Fumagalli, alludendo al Pci e alle fratture del dopo Bolognina. "Serve rispetto reciproco, tra due realtà della sinistra che seguono prospettive diverse e che non si considerano nemiche", fa eco Fulvia Bandoli. Ognuno per la propria strada, allora, quelli della "svolta" che partorì Pds e Ds? Così sembra, stando a ieri. I punti interrogativi, semmai, riguardano il come e il quando. La separazione non dovrebbe avvenire prima del Congresso di Firenze. Anche perché, in questi giorni, dirigenti e iscritti che hanno votato "a sinistra per il socialismo", hanno dato uno stop all'ipotesi accarezzata da esponenti del gruppo dirigente della mozione. Quell'abbandono anticipato, infatti, avrebbe dato ragione a chi bolla il "no" al Partito democratico come una "scissione dai Ds". La scelta di partecipare al congresso verrà ufficializzata, però, soltanto il 16 aprile prossimo, sempre che non si apra un clima da "caccia alle streghe che impedisca un confronto rispettoso delle posizioni di tutti".
Il 16 aprile, appunto, si incontreranno a Roma i delegati della sinistra eletti nei congressi locali. L'appuntamento, che precederà di pochi giorni le assise diessine di Firenze, non era in calendario. Ma costituirà, da ieri, il primo momento di una consultazione tra gli iscritti della sinistra. Per decidere come e quando aprire il cantiere "di un movimento autonomo della sinistra" e per tastare il polso alla "base". Con una campagna di assemblee che servirà a registrare - anche - l'entità delle adesioni ad un percorso che si dovrebbe divaricare da quello che porta al Partito democratico. "Un quarto degli iscritti ai Ds è decisamente contrario, o molto perplesso, rispetto alla formazione del Pd - afferma Mussi - Un quarto è molto, e noi immaginiamo che tra gli elettori vi sia una quota larga di contrari al Pd". Il dibattito sui modi e sui tempi della strategia da mettere in campo, però, è ancora aperto. "Così come chiediamo alla maggioranza Ds una pausa di riflessione, anche noi della sinistra dobbiamo prenderci un po' di tempo in più. Perché la fretta è cattiva consigliera", avverte Vincenzo Vita.
Quando avviare il percorso costituente che guarda a sinistra, anche allo Sdi, a Rifondazione e al Pdci attraverso una prospettiva di scomposizioni e ricomposizioni? Già al Congresso di Firenze, come spiega qualcuno? "Se loro accelerano con il Pd noi, certo, non possiamo restare fermi", sottolinea Alfiero Grandi, passando il cerino acceso nelle mani di Fassino e facendo capire che in gioco c'è la partita sulle responsabilità ultime della scissione, che la sinistra Ds non intende assumersi. "Nel momento in cui si apre la costituente del Pd, annunciamo che formeremo un movimento politico organizzato autonomo", spiega Mussi. L'avvio concreto del processo di costruzione del Partito democratico, però, potrebbe coincidere con appuntamenti diversi, più o meno prossimi. E c'è chi immagina già una fase post-congressuale in cui continueranno a convivere da "separati in casa" maggioranza e minoranza Ds.



I parlamentari cattolici e l'obbedienza ai vescovi
Giuseppe Alberigo su
la Repubblica

La Conferenza Episcopale Italiana ha inaugurato la stagione successiva alla lunga presidenza Ruini con una "Nota" del Consiglio di presidenza, che adempie un annuncio pubblicato dallo stesso cardinale Ruini il 13 febbraio scorso. Il testo riguarda la famiglia fondata sul matrimonio e le iniziative legislative in materia di unioni di fatto, come recita il titolo. In realtà il cuore dell´atto è costituito dalle eventuali norme che il Parlamento italiano potrebbe esaminare per regolare le "coppie di fatto". Infatti alla famiglia il Consiglio di presidenza della Cei – costituito tutto da celibatari che della famiglia hanno solo un´esperienza remota.. . – dedica in tutto qualche veloce riga priva di qualsiasi novità. Il che non è privo di interesse poiché è proprio il rapporto sponsale tra uomo e donna che la Bibbia indica come il "modello" della stessa relazione tra il Cristo e la Chiesa. E´ deludente che i Vescovi non abbiano colto l´occasione per toccare tanto argomento con maggiore afflato.
Ma l´attenzione era tutta concentrata sulle prospettive di iniziative parlamentari di cui si parla da settimane. Vero è che secondo l´orientamento della Segreteria di stato vaticana, espresso dallo stesso cardinale Bertone, la Cei dovrebbe dedicarsi agli aspetti pastorali della vita cristiana nel nostro Paese, ma l´ombra della presidenza Ruini è lunga e persistente e almeno questo atto ne risente abbondantemente. Soprattutto alcuni passaggi della parte "politica" del documento sono estranei a qualsiasi spirito pastorale, come quando si vorrebbe negare che il diritto possa dare forma giuridica o riconoscimento a tipi di convivenza: affermazione paradossale, estranea a qualsiasi sana concezione del diritto.
Entrando nel vivo dell´argomento, la Nota formula "una parola impegnativa" rivolta "specialmente ai cattolici che operano in ambito politico". Dopo aver citato un passo della recente esortazione di Benedetto XVI sull´impegno dei Vescovi a essere fedeli alla loro responsabilità nei confronti del gregge, la Nota afferma che "sarebbe incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto".

Qual è la portata di questo documento? E´ proprio vero, come alcuni sostengono, che obbligherebbe i parlamentari cattolici a negare la loro approvazione a norme che regolassero le "unioni di fatto" (neologismo orrendo, che vorrebbe caricaturare rapporti di amore spesso non meno intenso che nel matrimonio-sacramento!)? Il Consiglio di Presidenza impone "obbedienza" su questo argomento? I parlamentari credenti sono tenuti a prestarla?
La semplice formulazione di questi interrogativi aiuta a comprenderne l´assurda improponibilità. E´ improponibile che dei membri di un parlamento liberamente eletto possano essere vincolati a un´obbedienza estranea alle loro convinzioni di coscienza. E´ quasi incredibile che i Vescovi vogliano impegnare la loro autorevolezza su questo argomento, mentre trascurano di invitare i parlamentari a negare il loro voto a atti di guerra, ben più anti evangelici delle unioni di fatto. E´ altrettanto incredibile che i Vescovi chiedano impegno in questa circostanza, mentre non hanno fatto niente di simile a favore della deplorevole condizione degli extracomunitari. D´altronde i cattolici italiani hanno già sperimentato l´inanità di richieste analoghe quando il "non expedit" avrebbe voluto imporre l´astensione dalle elezioni per "punire" l´Italia che nel 1870 aveva annesso Roma, eliminando il potere temporale dei papi. La piena cittadinanza dei cattolici italiani é stata guadagnata con la disobbedienza a quella imposizione.
In realtà si ha l´impressione che anche tra i membri della Presidenza della Cei abbia serpeggiato qualche dubbio, che affiora anche nelle pieghe della "Nota", che comunque non è stata sottoposta al consenso dell´intero episcopato italiano. L´invito conclusivo ai parlamentari "affinchè si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni" ha un tono che riecheggia quanto aveva dichiarato qualche giorno prima Bagnasco quando aveva detto che la nota non sarebbe stata usata come "una clava". Nè é superfluo rileggere quanto il Concilio Vaticano II ha solennemente richiamato a proposito del fatto che "gli imperativi della legge divina l´uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza che egli è tenuto a seguire fedelmente".
Bisogna augurarsi che questo atto sia inteso nella sua intenzione esortativa, evitando che abbia effetti laceranti nel Paese e nella comunità cattolica in seno alla quale migliaia di fedeli, spesso coppie unite nel sacramento del matrimonio, hanno manifestato la loro ansia per un episcopato che sembrerebbe pronto a esprimersi solo in congiunture politico-parlamentari.
In questi giorni la nazione e i cattolici in modo speciale, hanno preso commiato, con rimpianto e con riconoscenza, da Nino Andreatta che nell´ultimo mezzo secolo è stato uno dei più impegnati esponenti della vita pubblica. Da credente Andreatta ha servito la Repubblica con grande lealtà e ha promosso in molte circostanze la vita cattolica, rifiutando fermamente, come già prima De Gasperi, i conflitti che in qualche circostanza comportamenti ecclesiastici poco avveduti avrebbero potuto innescare.



Il ritorno dei pastori
Alberto Melloni sul
Corriere della Sera

L'"era Bagnasco" è iniziata in modo movimentato, com'era ovvio. Chiamato dal Papa alla testa della Cei è dovuto salire su un treno in corsa, caratterizzato da un orizzonte e da un metodo ben noto, rispetto al quale Bagnasco ha dato qualche segno di discontinuità: giustamente non ha omesso parole di stima per il predecessore e non ha dimenticato le professioni di allineamento, che sono abbastanza ovvie in ogni grande struttura. Ma ha fatto riferimento ai terreni sui quali l'arcivescovo di Genova vuole portare la Cei: un'attenzione alla vita pastorale, un'accentuazione della collegialità, una rinuncia (per la prima volta da decenni) a dipingere il "quadro politico nazionale". Soprattutto s'è sentita l'attenzione a non dividere la chiesa in buoni-cattivi prendendo atto delle ragioni di tutti. Per qualcuno piccoli segni di una Cei più capace di valorizzare le sue diversità; per qualcuno fatue illusioni di un organo cresciuto politico e destinato a restarlo. È su questo sfondo così diafano che si capiscono i due documenti che hanno segnato questi giorni iniziali di Bagnasco e che hanno attirato una diseguale attenzione dell'opinione pubblica. Il primo documento è stata la lettera del cardinale Bertone al nuovo presidente, nella quale ci sono gli auguri del segretario di Stato, ma anche le "regole d'ingaggio" della nuova Cei e un giudizio severo sulla precedente. Il cardinal Bertone dice convinto che Bagnasco saprà "incoraggiare" i pastori a lavorare con spirito collegiale "autentico": il che dice qualcosa del giudizio sul clima precedente. Inoltre Bertone afferma che il nuovo presidente ha conosciuto come vescovo non solo i processi di secolarizzazione, ma anche "il progressivo indebolimento del tessuto ecclesiale italiano": una diagnosi severa a fronte della quale indica come "priorità" l'evangelizzazione, la catechesi, la "motivata disciplina" del clero. Infine Bertone assicura al presidente della Cei che nei "rapporti con le istituzioni politiche" egli avrà la collaborazione e "la rispettosa guida della Santa Sede" e della segreteria di Stato per tutti quegli "affari che, sempre per fini pastorali, debbono essere trattati con i Governi civili". Ciò che il Vaticano s'attende dalla nuova Cei e il bilancio che trae del passato è chiaro: e la discussione sviluppatasi nel consiglio permanente di questi giorni dice che anche fra questi scelti vescovi e arcivescovi c'è il desiderio di riattivare un dialogo interno rimasto a lungo anchilosato.
Il secondo documento è la "nota" sulla famiglia e le leggi sulle unioni di fatto: annunciata a febbraio da Ruini come un testo "vincolante", quello che giunge ora in porto è un testo stratificato, serenamente contorto, attenuato e allargato da sensibilità diverse. Si richiama il monito vaticano del 2002 affinché i politici cattolici non votino mai ciò che "compromette" o "attenua" (quanta politica c'è in un verbo?) "le esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società", ma si riconosce che per le "persone" qualcosa deve essere fatto. Alza un muro contro la "legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso" (che legali lo sono già), ma non cede al linguaggio del disprezzo riservato altrove agli omosessuali. Sulla famiglia accenna a ciò che essa può essere per grazia (una unione stabile, fedele, feconda), ma non accenna né al sacramento né alla indissolubilità quasi a riconoscere, anche a quegli sposi o ex sposi che il rigorismo chiamava concubini, una dignità a lungo negata.

Però val la pena di ricordare sempre che questo è un Paese dove, oltre a mille parlamentari, venti ministri e cento sottosegretari, ci sono sette milioni di italiani che vivono il rapporto coi pastori nella messa domenicale. Alcuni li amano altri li sopportano, qualcuno li capisce altri meno: ma tutti si aspettano che i pastori si prendano le loro responsabilità pastorali, dicano a chi vogliono bene (in teoria tutti, ma sarebbe bello sentirselo dire), si dimostrino capaci di educare ad abiti virtuosi da cui verranno anche politici cattolici "coerenti" e vertebrati, testimonino che essi sono consapevoli d'avere il dono d'annunciare il vangelo senza mutilarlo e senza esserne il freno. Un dono contro il quale non c'è legge.


Salari: Italia "maglia nera" nell'Unione europea
Giampiero Rossi su
l'Unità

I salari italiani crescono poco. E comunque molto meno rispetto a quelli dei lavoratori degli altri paesi europei. Infatti, se in Gran Bretagna la busta paga dal 2000 al 2005 è cresciuta del 27,8%, in Italia la crescita è stata solo del 13,7% (la media europea è del 18%). Solo la Germania e la Svezia, paesi dove comunque i livelli retributivi sono mediamente superiori rispetto all'Italia, segnalano un crescita inferiore. È questo il quadro che emerge da uno studio condotto dall'Eurispes.
Se si guarda al potere di acquisto dei salari, risulta che l'Italia è davanti solo al Portogallo. Perché? Secondo l'Eurispes ha pesato l'inflazione, che di fatto "ha prosciugato i salari". Sotto il profilo della competitività, invece, il basso costo del lavoro risulta "un vantaggio perché la modesta dinamica salariale - evidenzia l'Eurispes - se confrontata con quella dei nostri partner europei ci assicura un discreto vantaggio in termini di costi". L'inflazione ha depresso parecchio i salari italiani in termini di potere d'acquisto: negli ultimi quattro anni ha avuto "un andamento molto superiore alla crescita dei salari lordi riducendo ulteriormente il valore reale dei salari netti".
In Italia il costo medio in euro per ora di lavoro è inferiore a quello di tutti paesi europei ad eccezione della Spagna, della Grecia e del Portogallo. La posizione del nostro paese non cambia se passiamo a considerare il livello dei salari lordi (l'Italia è al quartultimo posto). Anche il cosiddetto cuneo fiscale è molto diverso da paese a paese e va dal 51% della Germania, per un lavoratore senza famiglia a carico, al 22,3% del lavoratore con moglie e due figli a carico in Irlanda, che è il paese con il minor peso del cuneo fiscale comunque lo si calcoli. "In questa classifica l'Italia - evidenzia Eurispes - non si trova più agli ultimi posti: balza al quarto posto, preceduta solo dal Belgio, dalla Svezia e dalla Germania".
Per quanto riguarda invece gli stipendi e i carichi di famiglia l'Italia "attua una moderata politica familiare. Infatti il cuneo - calcola l'Eurispes - è del 9% inferiore per il lavoratore con tre persone a carico, rispetto a quello senza carichi familiari". "I lavoratori se ne accorgono tutti i giorni, anche i più distratti dovranno trarre le conseguenze di quanto è contenuto nell'indagine dell'Eurispes - commenta il presidente della Commissione lavoro della Camera, Gianni Pagliarini - è urgente ora agire per ridistribuire la ricchezza, rilanciare la domanda interna con una politica che favorisca i consumi: così facendo si opera non soltanto per migliorare la qualità della vita dei cittadini-lavoratori, ma anche per aiutare il paese a crescere imboccando la via dello sviluppo".


Il burattinaio di Teheran
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Nella vicenda dei militari britannici catturati dagli iraniani, esattamente come in quella ben più pericolosa della corsa di Teheran al nucleare, la vera sfida è capire cosa passi per la mente a Mahmoud Ahmadinejad.
Per identificare il problema bisogna fare qualche passo indietro. Nel 2005 Ahmadinejad viene eletto Presidente. Le ambizioni nucleari dell'Iran (civili, secondo quanto sostiene Teheran) non sono nuove. Nuovo, semmai, è il quadro regionale, con l'Iraq a pezzi che favorisce gli iraniani e gli Usa per nulla disposti a subire altri rovesci. Due buone ragioni per giocare d'astuzia, incassando da una parte e rassicurando dall'altra.
Ahmadinejad invece cosa fa, pur sapendo che l'Iran è già sulla lista nera per aver tradito il trattato anti-proliferazione con i suoi programmi segreti? Dichiara che Israele andrebbe cancellato dalla carta geografica, e nega l'Olocausto per meglio negare la legittimità dello Stato ebraico. Ingaggia con gli Usa di Bush, ben corrisposto, una polemica rovente. Prende per il naso gli europei che tentano di negoziare. Respinge un pacchetto di proposte vantaggioso almeno come base di trattativa. E da ultimo riesce ad irritare persino i russi, pur comprensivi e interessati. Insomma, provoca invece di cautelarsi, a tal punto che qualcuno comincia a chiedersi se "voglia" essere attaccato.
Non cambia registro, Ahmadinejad, nemmeno quando un test elettorale lo sconfessa e si moltiplicano in Iran i segnali di insofferenza.

Proprio in quei giorni gli Stati Uniti accettano per la prima volta di dialogare con Iran e Siria (oltre che con gli "insorti") sul disastro iracheno. Gli europei sono sempre più convinti che le sanzioni vanno applicate, ma come mezzo per far ragionare Teheran e prevenire una azione militare che avrebbe conseguenze nefaste in tutto il Medio Oriente. Dietro le stizzite e scontate reazioni ufficiali qualche voce più possibilista giunge persino dall'Iran. Dopotutto il trattato anti- proliferazione consente l'accesso al nucleare civile, e l'ostacolo al negoziato sembra consistere nella sospensione dell'arricchimento iraniano "prima" o "contestualmente" all'apertura delle trattative. Insomma, lo spauracchio di una nuova guerra sembra allontanarsi. E cosa fa allora Ahmadinejad con il suo braccio armato delle Guardie rivoluzionarie? Cattura un bel gruppo di militari britannici, li accusa di presunta (e contestata) violazione delle acque territoriali, li porta a Teheran, mette su un teatrino televisivo con tanto di "confessione" e pretende le scuse di Londra.
Ecco spiegato perché, se si vuole tentare di capire l'incidente dello Shatt al Arab, occorre partire dalla questione nucleare: perché un unico filo di tempestive provocazioni unisce l'uno all'altra, e il burattinaio è sempre Mahmoud Ahmadinejad.
In verità qualche voglia di alzare la temperatura esiste anche a Washington (si pensi agli arresti di iraniani in Iraq) ma la tentazione di preparare un "finale wagneriano" alla presidenza Bush (parole dell'Economist) si scontrerebbe con le difficoltà pre-elettorali della Casa Bianca e con la prudenza degli alleati se non fosse Ahmadinejad a fare il gioco più duro. Lotte di potere a Teheran, o errori di calcolo? Sappiamo soltanto che di questi ultimi ne fece parecchi anche Saddam.


La Polonia punisce i "rossi" di Spagna
Gian Antonio Orighi su
La Stampa

MADRID. No pasaran. Il Senato spagnolo, all'unanimità, ha votato una mozione in cui si condannano i gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski, rispettivamente presidente e premier conservatori della Polonia, per violazione dei diritti umani. Il casus belli è la "pulizia storica" che sta investendo anche i gloriosi combattenti polacchi delle Brigate Internazionali, il fior fiore dell'antifascismo militante mondiale accorso per difendere la legittima II Repubblica dal golpe di Francisco Franco durante la Guerra Civil che si combatté tra il 1936 e il 1939. L'Esecutivo di Varsavia non solo hanno bollato i pochi reduci ancora viventi come "traditori che combatterono in Spagna per costruirvi il comunismo", ma vuole togliere loro persino la pensione speciale concessa per essere stati "lottatori contro il fascismo".

L'Istituto della Memoria Nazionale, che pare tratto dal Ministero della Verità descritto da George Orwell in "1984", ha già provveduto a cancellare le vestigia delle gesta della celebre Brigata Dombrowski, facente parte della 35ª Divisíon Internacional comandata da Karol Swierczewski, "Walter". Dalle colonne della tomba del Milite Ignoto di Varsavia sono stati già tolti i nomi di celebri battaglie in cui si distinsero i "dombrosiacos" contro i franchisti: Ebro, Brunete, Jarama. Un colpo di spugna da Grande Fratello appoggiato anche da storici come Pawel Machcewicz, che sul giornale di destra Rzecpospolita accusa gli antifascisti di essere stati "soldati di Stalin".

In una Spagna che ha sofferto per 36 eterni anni, dal '39 al '75, lo spietato tallone di ferro franchista seguita alla vittoria del "caudillo" nella Guerra Civil, il diktat dei Kaczynski non poteva che far ribollire il sangue. Anche perché nel 1996 il governo dell'ex premier della Rosa González ha approvato un decreto legge in cui si rendeva merito ai 40 mila volontari (tra cui 10 mila francesi, 5 mila tedeschi, 3.350 italiani, 2.800 americani, 2.000 inglesi, 1.000 canadesi) che impugnarono le armi contro le truppe golpiste di Francisco Franco appoggiate da Hitler e Mussolini: a tutti i superstiti venne offerta come premio la nazionalità.

Con un significante unanimismo, la Camera Alta di Madrid è partita all'attacco con una mozione che sarà discussa in aula il prossimo 17 aprile. Dichiarazioni ad alzo zero per difendere quei 25 "Dombrosiacos" ancora viventi, come l'ebreo Michal Bron, 98 primavere, giunto in Spagna 70 anni fa lasciando moglie e figlio appena nato. Rivendica l'ex brigatista: "Sono orgoglioso di quello che ho fatto e non mi sono mai pentito di aver appoggiato la sinistra. Combattere non mi ha reso felice, ma venni per difendere le miei idee. E non voglio che nessuno cancelli il mio passato".

"Il governo attuale vuole eliminare dalla storia del loro Paese il ricordo dei brigatisti polacchi che combatterono in difesa della Repubblica Spagnola. L'Esecutivo conservatore ha annunciato la ritirata dei diritti e delle pensioni, cosí come ha tolto i loro nomi da strade e scuole - esordisce il documento del 21 marzo scorso, due pagine che pesano più dei Pirenei-. Ma, in questo modo, sta sopprimendo non solo una parte della storia del nostro Paese, ma pure dell'Europa, visto che la Guerra Civil fu innegabilmente il prologo del conflitto internazionale delle democrazie contro il totalitarismo fascista".

Poi arriva l'accusa più devastante: "Il governo polacco, con iniziative come quelle descritte, non adempie ai compromessi assunti come membro del Consiglio d'Europa e della Unione Europea, il rispetto dei diritti umani e democratrici". Ma c'è di più: i senatori, compresi i popolari (fondati dall'ex ministro franchista Manuel Fraga Iribarne), chiedono a Zapatero di mostrare tutta la solidarietà possibile con gli ex combattenti polacchi, di dare istruzioni ai consolati per prestare loro ausilio nella difesa dei legittimi diritti, di fare appello all'Unione Europea per vigilare e denunciare qualsiasi discriminazione perpetrata contro i "Dombrosiacos". L'antifranchista americano Ernest Hemingway, in onore alle Brigate Internazionali, ha scritto il celebre romanzo "Per chi suona la campana". Chissà se i gemelli Kaczynski metteranno al bando anche lui.


  30 marzo 2007