
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 marzo 2007
La nota dei vescovi contro i Dico
Luigi Accattoli sul Corriere della Sera
ROMA La nota della Cei sui Dico afferma che i parlamentari cattolici hanno la "grave responsabilità sociale" e il "dovere morale" di opporsi alla legalizzazione delle coppie di fatto, dovere che diventa "ancora più grave" nel caso delle coppie omosessuali. Il disegno di legge del governo è "inaccettabile" e avrebbe un "effetto deleterio" sulla famiglia.
La nota approvata e pubblicata ieri dal Consiglio permanente dei vescovi definisce "riflessioni" le sue affermazioni e le affida "alla coscienza" dei politici e dei legislatori, perché "si interroghino" sulle decisioni da prendere. Non tende dunque a formulare un pronunciamento formalmente vincolante, bensì a fornire un richiamo autorevole con cui confrontarsi. Ma pur proposto con il garbo del linguaggio "pastorale", la via tracciata non lascia dubbi interpretativi: "Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo". Con la sua approvazione la famiglia perderebbe la propria "unicità" e "la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume". "Non abbiamo interessi politici da affermare", assicurano i vescovi che si richiamano alla Costituzione (articoli 29 e 31) nella loro difesa della famiglia e precisano che l'opporsi ai Dico "non pregiudica il riconoscimento della dignità di ognuno". Ma aggiungono che "garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive" potrebbero essere assicurate "nell'ambito dei diritti individuali", senza "ipotizzare" figure giuridiche "alternative al matrimonio".
Le affermazioni più forti sono prese da due documenti della "Congregazione per la dottrina della fede" pubblicati nel 2003 con la firma del cardinale Ratzinger e la recente esortazione apostolica di papa Benedetto intitolata "Sacramentum caritatis". Citando quest'ultimo testo la nota afferma che "sarebbe incoerente quel cristiano che sostenesse le unioni di fatto". Dai documenti del 2003 sono presi passaggi di questo tenore: "Il parlamentare cattolico ha il dovere morale di votare contro un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali"; egli "non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica" per "favorire soluzioni che compromettano la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società".
I contenuti della nota erano già conosciuti nella sostanza, perché variamente anticipati dall'ultima prolusione in Consiglio permanente tenuta dal cardinale Ruini e dalla prima dell'arcivescovo Angelo Bagnasco.
Nella sostanza il testo è come l'hanno pensato e voluto, in oggettiva convergenza, i cardinali Ruini e Bertone su tassativa indicazione di Benedetto XVI.
La nota democratica
Sebastiano Messina su la Repubblica
Vivaci polemiche ha suscitato ieri, in Vaticano, la bozza riservata di una "nota costituzionale" all´esame del Consiglio dei ministri e considerata dalle gerarchie d´Oltretevere una indebita interferenza nella sovranità spirituale della Chiesa.
Particolarmente contestato il passaggio nel quale i ministri rivolgono "una parola impegnativa ai cittadini democratici che operano in ambito ecclesiale", esortandoli a non approvare più con un silenzio passivo "l´insopportabile esclusione delle donne dal sacerdozio", un divieto che non solo "è inaccettabile sul piano di principio e pericoloso sul piano sociale ed educativo", ma contiene "una palese e grave violazione dell´articolo 3 della Costituzione, che vieta ogni discriminazione sulla base del sesso".
Ieri pomeriggio si erano formate due correnti, in seno alla Conferenza Episcopale. La prima invocava la rottura del Concordato, rivendicando l´autonomia cattolica della Chiesa dal laicismo giuridico. La seconda, al contrario, si preparava a organizzare il "Constitution day", con la partecipazione di suore, badesse e - per la prima volta - monache di clausura. Poi in serata, solo in serata, qualcuno ha letto la data del documento: 1° aprile.
I laici alla prova dei Dico
Edmondo Berselli su la Repubblica
La nota del Consiglio permanente della Cei sui Dico era attesissima: su di essa si era appuntata tutta l'attenzione del mondo politico, e già questo è sintomatico del peso e degli effetti che i pronunciamenti della gerarchia ecclesiastica possono avere all'interno di partiti e schieramenti. Specialmente se un documento viene annunciato come una parola "impegnativa" per i cattolici. Si tratta di vedere quanto può essere impegnativa per un rappresentante del popolo, eletto senza alcun tipo di vincolo o di mandato, insediato in nome della Repubblica. E la risposta deve essere semplice e radicale: nulla è impegnativo per un deputato o un senatore, se non la sua coscienza.
In ogni caso, a leggere la nota dei vescovi, si ha la sensazione di una lineare quanto irriducibile continuità: sulle coppie di fatto, il primo atto dell'arcivescovo Angelo Bagnasco, neo presidente della Cei, non si differenzia in modo significativo dalle ultime attestazioni del cardinale Ruini.
Sarebbe stato per la verità irrealistico aspettarsi prese di distanza o differenze nette. Le richieste di un tono meno espressamente politico e più "pastorale", manifestatesi in seno all'assemblea dei vescovi, hanno smussato alcune asprezze della bozza precedente (che definiva "un atto gravemente immorale" la concessione del voto al riconoscimento legale delle unioni omosessuali).
Tuttavia la nota dei vescovi è destinata a provocare ripercussioni intense nel mondo politico. Se si sostiene che in base a concezioni antropologiche, filosofiche e istituzionali "la legalizzazione delle coppie di fatto è inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo e avrebbe effetti deleteri sulla famiglia", non si vede quale sia la possibilità di interlocuzione, e neppure di elaborazione giuridica. Se sulle coppie di fatto "nessun politico che si chiami cattolico può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica", il discorso è chiuso.
I parlamentari cattolici che intendessero contribuire a regolare le unioni non formalizzate dal matrimonio sarebbero "incoerenti". E se si aggiunge che per avvalorare la propria verità la Cei ricorre con chiare citazioni all'autorità di Joseph Ratzinger, il cerchio si completa senza apparenti possibilità, per le componenti cattoliche della nostra politica, di trovare una via d'uscita. O l'obbedienza, o l'errore.
Ora, dato che proprio la laicità è un principio ordinatore della politica, nonché degli assetti istituzionali, si può già immaginare quali saranno le ripercussioni di questo aut aut episcopale. Non tanto a destra, dato che l'ex Casa delle libertà è comunque unita in un sostegno indiscusso, per quanto sospettabile di strumentalità, alla gerarchia ecclesiastica. Ma nel centrosinistra, e in particolare nella sua parte centrista, il pronunciamento dei vescovi avrà implicazioni vistose.
E' vero che dopo lo sforzo strenuo di mediazione e duttilità politica con cui la cattolica Rosy Bindi si era impegnata nella stesura del disegno di legge sui Dico, oggi quel testo si è inabissato al Senato, dove la Commissione Giustizia ha cominciato a valutare soluzioni legislative diverse, di tipo privatistico, connesse all'estensione di garanzie da iscrivere nel Codice civile. Ma con il documento di ieri la Cei ha segnato un solco profondo nel terreno della politica.
Ha fissato criteri, ha sancito vincoli. Come potrà, un qualsiasi parlamentare cattolico, affrontare l'accusa di "incoerenza" rivoltagli dalla Chiesa? E come potrà argomentare la sua laicità a fronte della "devozione" del fronte opposto (che pure comprende avversari e alleati)? L'effetto di confusione che il chiarissimo dispositivo della Cei determinerà sulla politica italiana sarà poi amplificato dal cosiddetto "Family Day", la manifestazione convocata in San Giovanni in Laterano il 12 maggio. Che a dispetto delle migliori intenzioni, e anche di sporadiche e volenterose adesioni a sinistra, assumerà facilmente l'aspetto di una contrapposizione frontale tra l'Italia del cattolicesimo, dell'ortodossia matrimoniale, del tributo ai vescovi e al Papa, e l'Italia della laicità: in cui a soffrire con maggiore intensità saranno proprio gli esponenti politici cattolici legati a un'idea - diciamo degasperiana? - ferma e civile di separazione tra l'ordinamento statuale e la religione organizzata.
Per tutti loro, di qui in avanti, si prepara un cammino accidentato. Ed è prevedibile che sarà molto accidentata anche la strada della politica nel suo insieme: perché è vero che la Chiesa ha il diritto di manifestare i suoi principi, e di sostenerli pubblicamente; ma l'intervento diretto e vincolante dei vescovi sui legislatori non sarebbe stato possibile se l'intero arco politico fosse unito dalla condivisione di un principio fondativo e solidale di laicità.
La fine del dialogo
Gian Enrico Rusconi su La Stampa
La Nota del Consiglio episcopale italiano rappresenta una svolta nella definizione della natura e del ruolo del laicato cattolico. Contiene un passaggio centrale che è la campana a morto del cattolicesimo liberale o "progressista" in Italia. Leggiamo infatti che il cattolico "non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società".
Va da sé che, nel caso specifico del dibattito sulla legge delle unioni di fatto, sono i vescovi a decidere che cosa è il "bene comune". Al laico cattolico impegnato nella società e nella politica non resta che aderire senza riserve alla linea dettata dall'episcopato. Ogni altra posizione è definita "incoerente".
"Incoerenza" può essere intesa come un'espressione relativamente morbida, in un contesto che evita di menzionare o minacciare sanzioni ai disobbedienti. Ma il testo è netto nell'escludere ogni opinione deviante che, non a caso, viene collegata ai due principi-cardine della laicità, "pluralismo" e "autonomia". Sono dunque proprio i principi laici che vengono evocati e negati.
Ma è prevedibile che nel campo cattolico italiano non si alzino proteste o dissensi. Soltanto qualche voce isolata e molto silenzio, compensato dalla soddisfazione degli agnostici clericalizzanti. Adesso lo schieramento tra i cattolici obbedienti e gli altri è chiuso a battaglia.
E manda il segnale della fine del già faticosissimo dialogo tra cattolici e laici (presuntivamente non credenti e diffamati come "laicisti").
Perché si è arrivati a questa situazione? La Nota dell'episcopato italiano si inserisce perfettamente nella logica della sfera pubblica aperta al confronto di tutte le opinioni. E le opinioni sono tanto più forti quanto meglio mediaticamente organizzate. Da qualche anno questo riesce bene alla Chiesa e alle sue agenzie. Mi auguro quindi che adesso cessi il lamento che la sfera pubblica in Italia esclude o mortifica la Chiesa (rimane l'equivoco di confondere la dottrina della Chiesa con la voce di Dio, ma questo è un altro discorso serio).
Non diremo neppure che è in pericolo la democrazia. Si può anzi dire che gli uomini di Chiesa hanno imparato a usare tutte le tecniche democratiche per garantire e promuovere la specifica identità dei cattolici. Le "procedure" democratiche, che un tempo erano guardate con sospetto perché presuntivamente estranee ai valori, sono utilizzate ora spregiudicatamente per difendere le proprie posizioni. Il ricorso all'"obiezione di coscienza" viene disinvoltamente evocato e usato per delegittimare normative di carattere generale.
L'invito al laicato cattolico di aderire senza riserve alla linea della gerarchia è l'ultimo atto di questa strategia. Il cattolicesimo italiano si presenta (deve presentarsi, secondo la Cei) come un corpo compatto di convinzioni e di tattiche politiche vincenti.
Dove va Casini
Gianfranco Pasquino su l'Unità
La pretesa dell'Udc di avere dal Presidente della Repubblica "un governo di salute pubblica" appare alquanto esagerata e pomposa. Il sistema politico italiano non risulta essere sull'orlo di una crisi epocale, e certamente Pierferdinando Casini non ha né la storia né la stoffa del Gen. Charles de Gaulle
Il quale che detestava i centristi e i proporzionalisti... In aggiunta, non è neppure già arrivato per lui il momento di riscuotere il dividendo della, peraltro, significativa presa di distanza dalla ex-Casa della Libertà in occasione del rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan.
Sicuramente, la decisione di Casini, che è stata importante, non può essere attribuita a semplice opportunismo politico. Al contrario, ha dimostrato acquisita autonomia e, soprattutto, ha messo a nudo l'alquanto deteriore strumentalismo di Berlusconi e la deplorevole carenza di elaborazione politica, non tanto della Lega di Bossi, quanto di Fini che dovrebbe saperne di più e osare di più. Tuttavia, proprio il voto in Senato ha dimostrato che la maggioranza c'è ed ha una sua capacità attrattiva. Dunque, salvo pur sempre probabili errori dei centro-sinistri e l'emergere di nuovi, imprevisti dissensi e dissapori al loro interno, l'Italia ha tuttora un governo che governa e gli elettori italiani non sono in attesa di qualcosa di drammaticamente diverso.
Poiché Casini ripete anche per rassicurare il suo elettorato che potrebbe altrimenti non seguirlo, e anche, un pochino, forse per autoconvincersi che le sue mosse vanno in quella direzione, ovvero che la sua priorità è la caduta del governo Prodi, dovrebbe prendere atto che il tempo non sembra ancora venuto. Le sue mosse sembrano indebolire i suoi vecchi alleati, irritandoli alquanto, e lasciano intravedere anche la possibilità di una sua, difficile, ma non improbabile, convergenza sullo schieramento di centro-sinistra. In questo schieramento verrebbe accolto a braccia aperte dall'Udeur di Mastella e, con tutta probabilità, anche dagli inossidabili popolari nella Margherita.
Naturalmente, una operazione di questo genere provocherebbe immediate e letali reazioni non soltanto dai piccoli partiti della sinistra che asserisce di essere radicale e che si sentirebbe resa numericamente inutile e politicamente emarginata, ma anche da Rifondazione Comunista.
D'altro canto, è plausibile ritenere che l'approdo di Casini nel centro-sinistra non sarebbe visto di buon'occhio da molti elettori dell'Unione e dovrebbe essere temutissimo anche da coloro che già denunciano una probabile deriva centrista e moderata del futuro Partito Democratico. È evidente che su tutti temi cari ai cattolici le posizioni di Casini, coerenti fin che si vuole, coincidono con quelle dei teo-dem e andranno a rafforzarle.
È altrettanto evidente, come non soltanto Casini, ma anche Tabacci e Cesa continuano a dire, seguendo l'anticipatore Follini, che l'obiettivo di medio periodo dell'Udc non è, in effetti, un governo di salute pubblica, che, al massimo, potrebbe servire a formulare una legge elettorale proporzionale e a farla approvare dal Parlamento, ma una ristrutturazione del sistema politico italiano. Fuori dal bipolarismo, rigido, conflittuale, primitivo, che, però, ha consentito le alternanze, e dentro una competizione multipolare che offrirebbe ai partiti che si collocano nei pressi del centro notevoli, non del tutto meritate, opportunità.
Poiché nel Parlamento italiano i "proporzionalisti" di sinistra, di centro e, persino, di destra sono molti, l'obiettivo di una nuova legge elettorale proporzionale potrà, probabilmente, essere conseguito, anche perché Casini non si dimenticherà di buttare sulla bilancia anche voti come quello espresso dall'Udc in Senato.
Mentre molti si rallegrano della comparsa di due opposizioni e delle tensioni che Casini produce nei rapporti con i sui ex-alleati di centro-destra, mi sembra opportuno sottolineare che il sistema politico che Casini e l'Udc hanno in mente sarebbe molto più simile a quello che operò fino al 1992 e molto distante dalle diverse espressioni di bipolarismo che caratterizzano la maggior parte delle democrazie europee.
Insomma, è opportuno sapere che per il centro-sinistra c'è un duplice prezzo da pagare per usufruire delle evoluzioni di Casini: la sostituzione del governo Prodi e la costruzione di un sistema politico multipolare. Senza in nessun modo impedire a Casini di perseguitare nel suo moderato movimentismo, il centro-sinistra dovrebbe chiarire a se stesso e ai suoi elettori quali prospettive politiche e istituzionali considera utili e praticabili.
Opposizione spiazzata
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
La politica è una attività complicata e incerta e tutti commettono errori. Ma alcuni errori sono così clamorosi da instillare dubbi negli osservatori sulla lucidità di chi li compie. Scegliendo l'astensione (al Senato significa voto contrario) sulla missione in Afghanistan, Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega intendevano raggiungere, presumibilmente, tre obiettivi.
Intendevano colpire il "traditore" Pier Ferdinando Casini, stigmatizzare, di fronte agli elettori, la sua "intelligenza" col nemico, col centrosinistra. Intendevano poi dimostrare agli alleati dell'Italia la superiore affidabilità, in politica estera, del centrodestra rispetto al centrosinistra. Intendevano, infine, mettere a nudo le contraddizioni della maggioranza e, eventualmente, dare al governo la spallata definitiva.
Hanno ottenuto l'opposto. Casini, come ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere di ieri, esce rafforzato dalla prova del Senato. I suoi voti si sono solo aggiunti a quelli della maggioranza, egli non ha "salvato" il governo. In compenso, ha mostrato una coerenza di comportamento sulle questioni internazionali che il resto dell'opposizione, invece, non può più vantare: è difficile spiegare perché al Senato si voti contro un provvedimento che si è approvato solo pochi giorni prima alla Camera. Ed è difficile spiegare perché si voti contro una missione pur essendo a favore della missione.
Anche il secondo obiettivo è stato mancato. All'estero non ci sono molti esperti dei bizantinismi della politica italiana. L'unica cosa che gli alleati capiranno è che l'opposizione non si è espressa a favore del mantenimento delle truppe italiane in Afghanistan.
Per quanto riguarda il terzo obiettivo, mettere a nudo le contraddizioni della politica estera della maggioranza, è stato, anch'esso, largamente mancato. Se, come la razionalità politica dettava, tutta l'opposizione avesse votato a favore del provvedimento, la debolezza del governo, il fatto che esso non abbia una maggioranza di eletti sulla politica estera, terrebbe ora banco nei commenti. Prodi non sarebbe caduto ma si sarebbe ulteriormente indebolito. Il comportamento suicida di Berlusconi e dei suoi alleati ha consentito al governo di nascondere sotto il tappeto le sue contraddizioni.
Non sarà forse la grande svolta che dice Prodi ma una svolta c'è. Nel senso che fino ad oggi era stato il centrosinistra a farsi del male. Se ne era fatto tanto, per tanti mesi, al punto da provocare un crollo dei consensi nel Paese. Ora è il centrodestra che ha cominciato a farsi seriamente del male. È difficile, ad esempio, che le divisioni entro l'opposizione, ufficializzate dal voto del Senato, non abbiano riflessi sulle prossime amministrative. Come è difficile che ciò non comporti anche un certo calo di consensi per il centrodestra nel Paese.
Il re saudita "tradisce" gli Usa
"L´occupazione dell'Iraq è illegittima"
Alberto Stabile su la Repubblica
RIYAD - Un accenno, quasi di sfuggita. Un inciso buttato lì quasi per caso, senza fare nomi, con perfida doppiezza medorientale. Ma pesante come una mazzata, bruciante come uno schiaffo in pieno viso. Parla della crisi irachena, re Abdallah Abd el Aziz, nella bomboniera tutta ori, stucchi e cristalli in cui ha rinchiuso i governanti arabi per celebrare l´avvento dell´era saudita sulla scena diplomatica regionale. E quasi non trattiene le lacrime, il vecchio sovrano, al pensiero dell´"amato Iraq", dove "il sangue scorre tra fratelli, all´ombra di un´illegittima occupazione straniera e di un odioso settarismo, minacciando la guerra civile".
"Illeggitima occupazione straniera". Ma che succede a re Abdallah? È questo il modo di definire la presenza dei soldati americani in Iraq? Parole che sembrano uscite dalla bocca di un agitatore e non da quella di un leader moderato, anzi il capofila dei cosiddetti regimi arabi moderati. Per giunta, amico e protegée di lunga data degli Stati Uniti, cui l´esercito più potente del mondo non ha esitato ad offrire il proprio scudo per difendersi dai nemici di ieri (Saddam) e da quelli di domani (Ahmadinejad).
Avvolto in una nuvola di bianchi drappeggi, dalla tunica alla kefia, contro cui si stagliava la macchia solitaria della nera barba a pizzo, troppo nera, forse, per un uomo di 82 o 83 anni, re Abdallah, con studiata lentezza, stava leggendo il discorso di apertura che tutti si aspettavano. Non un´autocelebrazione, certo, ma un sottile contrappunto tra i principali problemi sul tavolo della Lega araba e le diverse azioni diplomatiche che l´Arabia saudita aveva promosso negli ultimi mesi. A costo di rompere con la tradizione, l´immagine di un paese separato, impenetrabile, recluso nella sua egoistica e contraddittoria ricchezza, irraggiungibile e indisponibile come un´isola lontana avvolta dal grande mare del deserto.
"È diventato necessario ed urgente porre fine prima possibile all´ingiusto blocco (economico) imposto al popolo palestinese, in modo che il processo di pace possa muovere in un´atmosfera lontana dall´oppressione e dalla forza".
E chi se non la diplomazia di re Abdallah, anzi del fratello, Principe Sultan Abd el Aziz, può vantare il merito di aver mediato tra le fazioni palestinesi, al Fatah e Hamas, avvicinandole l´una all´altro, fino alla creazione di un governo di unità nazionale che, per dirla con il presidente Abu Mazen, soddisfa "quasi tutte" le condizioni poste dalla comunità internazionale? Adesso, dice in sostanza il sovrano saudita a quella stessa comunità internazionale, non avete più scuse per continuare con il boicottaggio.
E per quale altro motivo questo vertice della Lega Araba si celebra proprio a Riyad, se non per l´insistenza dell´alleato americano di spingere i sauditi a venire allo scoperto, dimostrando di sapersi mettere alla testa dei regimi arabi moderati, nel posto che era stato dell´Egitto. Da qui nasce il nullaosta dato dall´Amministrazione americana al piano di pace saudita e il cauto interesse dimostrato dal premier israliano, Olmert, anche se l´iniziativa saudita è vecchia di cinque anni ed era stata finora del tutto ignorata.
Erano anni che un leader arabo non raccoglieva intorno a sé tanta deferente attenzione.
Mubarak, il faraone al tramonto, se ne stava assorto, a braccia conserte. Aveva di che pensare il Raìs, perché qui si discuterà della sua proposta, condivisa da Abdallah, di rompere il tabù del nucleare. Per usi civili, s´intende, secondo la formula di cui si avvale anche il regime degli Ayatollah. Il siriano Assad era una maschera di pietra ("gli Stati Uniti non capiscono il mondo arabo", aveva detto al re, in un colloquio a due, la sera prima).
Forse avrebbe potuto usare parole diverse, ma per nessun motivo al mondo il re saudita avrebbe potuto ignorare le responsabilità americane nella crisi irachena. Il suo prestigio personale ne sarebbe uscito a pezzi, nel momento in cui esortava il mondo arabo "a essere unito per una volta nella vita". E proseguiva: "A quel punto non permetteremo alle forse straniere nella regione di stabilirne l´avvenire e non ci sarà issata sulla terra araba altra bandiera che quella dell´arabismo".
Retorica, certo, ma anche, secondo un osservatore egiziano, "il tentativo di far capire agli Stati Uniti che c´è un limite alle pressioni, alla tattica delle azioni preventive, in una parola, all´unilateralismo di cui ha fatto largo uso l´amministrazione Bush.
Tra sedute a porte chiuse e la diplomazia parallela impegnata nei corridoi dei grandi alberghi di Riyad, matureranno le proposte per rilanciare il piano saudita sul conflitto con Israele. Il responsabile della politica estera della Ue, Solana, invita i governanti arabi a essere flessibili. Si parla di gruppi d´azione incaricati di rimuovere gli ostacoli persistenti, come la richiesta israeliana di cassare dal piano la questione dei rifugiati. "Impossibile. Prima Israele accetti di discutere", ha risposto per tutti il segretario della Lega araba, Amr Mussa.
P2P, "no" del Parlamento europeo a sanzioni penali
Giovanni Visone su l'Unità
Scaricare musica da Internet non è reato. A stabilirlo è la direttiva approvata dalla commissione giuridica del Parlamento europeo che, per la prima volta, stabilisce sanzioni penali per il reato di contraffazione commerciale. A salvare gli utenti della Rete dai falchi del diritto d'autore è un emendamento presentato dal relatore italiano della proposta, il diessino Nicola Zingaretti, che recita: "Per violazione commessa su scala commerciale si intende ogni violazione di un diritto della proprietà intellettuale effettuata per ottenere vantaggi economici o commerciali con esclusione di norma degli atti effettuati dagli utenti privati per finalità non lucrative". Grazie a questa formulazione viene escluso da ogni sanzione penale l'uso di Internet da parte di singoli utenti, a cominciare dalla condivisione di file audio e video (file sharing) e dal loro scambio fra pari (peer to peer).
La direttiva votata la scorsa settimana a Bruxelles è di quelle pesanti. Dichiara guerra aperta ad un giro d'affari illegale di centinaia di miliardi di euro in tutto il mondo (sette miliardi l'anno solo in Italia), sguinzagliando squadre investigative in tutti i Paesi dell'Unione europea. Per chi sgarra si può arrivare alla detenzione fino a quattro anni e a sanzioni pecuniarie dai 100mila ai 300mila euro. Di fronte ad un quadro così apocalittico deve essere bastato un po' di buon senso per convincere gli europarlamentari a mettere definitivamente da parte la vecchia diatriba: scaricare musica da Internet è reato? No, e non lo sarà mai più.
Una risposta che, fino a poche settimane fa, appariva tutt'altro che scontata. Quando la delibera avrà completato il suo iter a Bruxelles, gli utenti della Rete potranno tirare un bel sospiro di sollievo. Quel che dice l'Europa è legge anche per gli Stati nazionali. Per capire quanto valga questa decisione basti leggere la risposta inviata solo pochi giorni fa dal ministro per i beni culturali Francesco Rutelli ad una petizione dell'associazione Altroconsumo: "La distorta pratica del file sharing si legge - deve essere sanzionata. Circoscrivere - come auspicato da Altroconsumo - i confini del reato al solo esercizio di un'impresa commerciale operante attraverso il file sharing su scala commerciale oltre che provocare un sensibile ed ingiusto danno per gli autori e gli editori, potrebbe comportare nell'opinione pubblica un deprecabile indebolimento del giudizio di disvalore nei riguardi di un comportamento che - pur di minore pericolosità sociale rispetto all'organizzazione su scala commerciale - è comunque abusivo ed illegale, con effetti molto pregiudizievoli su di un fenomeno che già assume dimensioni gravi". Altro che depenalizzazione.
È anche vero che, ad ulteriore garanzia dei patiti del file sharing, è arrivata, a metà gennaio, una sentenza della Terza sezione penale della Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso di due studenti torinesi, cancellando la condanna che era stata loro inflitta dalla Corte d'Appello per aver creato un network per lo scambio di file di musica, video e videogiochi: non era reato perché non c'erano fini di lucro. Esattamente quello che, oggi, ripete l'Europa.
In Italia, tre anni fa, si accese il dibattito sul decreto Urbani contro la pirateria informatica. Il provvedimento, nella sua prima formulazione, prevedeva pene severissime anche per gli utenti della Rete: fino a quattro anni di reclusione, multe fino a 15.493 euro, la confisca delle apparecchiature informatiche, la pubblicazione del nome del trasgressore su uno o più giornali a tiratura nazionale. La protesta di internauti, associazioni dei consumatori e dell'opposizione convinse l'allora ministro dei beni culturali a più miti consigli. Rimase tutta via l'ambiguità di una formulazione che, nell'escludere le sanzioni, aveva sostituito la dicitura "a fini di lucro", con quella "per profitto". E "profitto", spiegavano gli esperti di diritto, è anche il risparmio. Come quello di chi scarica un file per uso personale. Almeno fino a ieri.
29 marzo 2007