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a cura di G.C. - 28 marzo 2007


Il cavaliere tra le macerie
Massimo Giannini su
la Repubblica

Il regno dell'oppio, la tomba degli eserciti. Al Senato, l'Afghanistan poteva essere anche la tomba del governo di centrosinistra. È diventato invece la tomba dell'opposizione di centrodestra. L'Unione conferma la precarietà della sua autosufficienza politica, in questa occasione mimetizzata dal soccorso bianco dei centristi. Ma da ieri la Casa delle Libertà non esiste più. Berlusconi, Fini e Bossi si aggirano confusi tra le macerie di un edificio crollato sotto i colpi del cinismo culturale e dell'autolesionismo politico di chi lo aveva costruito. Con la decisione di astenersi sul voto per il rifinanziamento della missione Isaf, Forza Italia, An e Lega si rinchiudono nella trincea dell'incoerenza e dell'irrilevanza, e soprattutto consumano la rottura definitiva con l'Udc di Casini.

Solo sei giorni fa, alla Camera, i tre partiti della ridotta forzaleghista avevano votato compatti per il sì allo stesso decreto legge. Com'era logico per un'opposizione che, quand'era maggioranza nella precedente legislatura, aveva mandato le truppe italiane prima in Iraq, senza mandato dell'Onu, e poi proprio in Afghanistan, sotto l'egida della Nato. Con tutta la buona volontà, non si può non giudicare gravemente strumentale e palesemente irresponsabile il voltafaccia dei leader nero-azzurro-verdi a Palazzo Madama. Tanto più che il governo gli ha concesso anche l'unica cosa giusta che, sia pure con intenzioni malevole, avevano chiesto: la disponibilità a rafforzare l'equipaggiamento dei nostri soldati impegnati nei teatri di guerra tra Herat e Kabul, previa richiesta dettagliata degli stati maggiori militari.

Come un mese fa per l'Unione gli istinti di piazza avevano avuto la meglio sui vincoli di coalizione, stavolta per il Polo gli interessi di bottega hanno prevalso sugli interessi del Paese. Il Cavaliere, sobillato da Bossi e mai abbastanza contrastato da Fini, ha ceduto di nuovo alla sua tentazione: la spallata a Prodi. Ci ha riprovato, e ancora una volta ha miseramente fallito. Non si fa politica, a colpi di "intentona" populista, stavolta azzardata addirittura sulla pelle dei nostri militari e alla faccia di una "ortodossia atlantica" declamata nei comizi ma smentita dai fatti.

Una prova di forza ha qualche ragionevole probabilità di successo se è effettivamente tale. Invece oggi è proprio questo che manca all'opposizione, anche più di quanto manchi alla stessa maggioranza: la forza. È debole la leadership, perché Berlusconi non è più il padre-padrone di un'alleanza politica che era stata costruita sulla sua biografia personale. È debole il progetto, perché i cinque anni di governo non sono serviti a far nascere una vera identità conservatrice e moderata di stampo europeo e oggi lo stesso vantaggio registrato nei sondaggi riflette più il disincanto verso il centrosinistra, che non un nuovo incanto verso il centrodestra.

Forse esagera Prodi, a giudicare il voto di ieri come una grande "svolta politica". Ma un fatto nuovo, dal Senato, emerge e impressiona. La Cdl implode e crolla perché perde, forse irrimediabilmente, uno dei suoi pilastri. L'Udc, per troppo tempo prigioniera della Casa delle Libertà, vota con l'Unione e compie fino in fondo il suo processo di autonomizzazione.

Ovviamente è insensato parlare di un Casini che entra nel centrosinistra. Ma intanto, è certo che dopo la crisi di governo di un mese fa è iniziata a tutti gli effetti la fase delle "geometrie variabili". Oggi la convergenza è sulla politica estera. Venerdì prossimo lo schema potrebbe ripetersi sulle liberalizzazioni. Più in là, magari, anche sulle pensioni o sulla restituzione del "tesoretto" fiscale.

Questa svolta è, allo stesso tempo, un'opportunità e un rischio. L'opportunità è evidente: non c'è scandalo, ma solo buon senso, se gli schieramenti politici si "contaminano" su grandi questioni che una volta proprio un esponente di spicco di Forza Italia come Tremonti definì giustamente no-partisan. Il profilo internazionale del Paese, suggellato dalla partecipazione delle sue truppe nelle missioni internazionali, è patrimonio della nazione, e non appartiene né alla destra né alla sinistra. La stessa cosa vale per un'economia di mercato più efficiente, per un Welfare più solidale verso i giovani o per un sistema tributario più equo. Una strategia politica non ideologica, e una tattica parlamentare non ostruzionistica, possono attribuire all'Udc un ruolo di ago della bilancia, che può aiutare questa fragile legislatura a non consumarsi nell'inutilità, e a produrre almeno qualche risultato positivo per il Paese.

Ma qui sta anche il rischio, che il centrosinistra farebbe bene a non sottovalutare. La crisi di governo non è passata invano per l'Unione. L'ultima istantanea di Palazzo Madama ritrae una sinistra radicale finalmente disposta (suo malgrado) ad accettare quello che prima dell'autodafè di fine febbraio avrebbe sdegnosamente rifiutato: l'invio di nuovi mezzi militari in Afghanistan. Ma sancisce anche l'esistenza di schegge di radicalità intollerante che nelle aule del Parlamento sfuggono ormai a ogni controllo, e che nelle aule della Sapienza riecheggiano negli insulti a Bertinotti. Se Berlusconi non può contare sulla sua debolezza per tentare di far cadere il governo, Prodi non può contare sulla stampella di Casini per farlo durare altri quattro anni.

Il leader dell'Udc ha compiuto il suo "parricidio" politico. Ora è più libero, ed è in movimento. Ma non farà il ribaltone. Non può, e probabilmente non vuole.
Qui sta il pericolo. Il voto di ieri non lancia affatto segnali confortanti, sullo stato di salute del bipolarismo italiano. Entrambi gli schieramenti escono indeboliti, da questa ennesima roulette russa sui numeri.

Ora che il centrodestra estremista è allo sfascio, il centrosinistra riformista ha solo un modo per scongiurare un'insidiosa revanche neo-centrista. Accelerare davvero la nascita del partito democratico. È già tardi: la burocrazia degli apparati rischia di diventare esiziale per la democrazia dell'alternanza.


Il grande demolitore
Furio Colombo su
l'Unità

Già dalle due del pomeriggio anche le porte secondarie di Palazzo Madama sono presidiate da troupe televisive con luci e telecamere accese. Per entrare devi dire che cosa farai e che cosa ti aspetti. È un buon check point democratico in cui la domanda più frequente è: "Ritiene che si tratti di un voto di politica estera o di politica interna?".
Alle quattro in punto del pomeriggio l'aula del Senato è completamente occupata dai senatori, e - nel loggiato - da un foltissimo pubblico che fa pensare a un teatro dell'opera. Nel "palco centrale", gremito di telecamere, c'è persino un cameraman giapponese.
C'è tensione? ti chiedono. Sì, c'è tensione. Perché il mondo di Berlusconi è come una stampa di rovine di Piranesi. Scontento di non avere abbastanza distrutto quando governava, adesso Berlusconi marcia con il sindaco di Milano e settemila manifestanti per invocare la sicurezza che aveva giurato ad ogni Porta a Porta di avere garantito all'Italia col suo governo. Tutti i reati a Milano sono in diminuzione. Forse per questo Berlusconi si è messo in marcia. Da imputato di reati non lievi nel secondo processo Sme, che si apre lo stesso giorno proprio a Milano, probabilmente si sente solo in una città in cui i reati degli altri diminuiscono. Come se non bastasse gli è passato accanto il vento forte delle celebrazioni per i cinquant'anni del Trattato di Roma, proprio mentre Angela Merkel, cancelliere tedesco, è presidente di turno dell'Unione Europea.
Una presenza ferma, ragionevole, portatrice di progetti per far rivivere in pieno il sogno-progetto dell'Europa-Paese. Immaginate quanti, nel nostro popoloso continente allargato a ventisette, avranno istintivamente sovrapposto le due immagini: Angela Merkel nella grande cerimonia di Berlino intenta a dare prestigio al suo Paese mentre guida l'Europa, Silvio Berlusconi che insulta il deputato tedesco Schultz e presenta così all'Unione Europea una penosa immagine da commedia dell'arte fatta per screditare persona, governo e Paese.
Ma mentre marciava con la sua scorta, la sua coraggiosa amica Moratti e settemila fedeli del suo culto per chiedere la sicurezza di una città che lui stesso (e un suo sindaco e i suoi assessori) avevano governato fino a un minuto prima, Berlusconi deve essersi domandato: "Cos'altro posso spaccare?". Un'idea lo ha subito conquistato. Spacchiamo il voto sulla missione italiana in Afghanistan, spacchiamo un Paese già incerto e diviso sull'idea che una guerra sia la risposta. Spacchiamo la fiducia di coloro che in Afghanistan ci sono andati quando gli avevano detto (come in Iraq) in “missione di Pace”. Spacchiamo ciò che gli altri governi e il governo afghano si aspettavano dalla missione italiana.

Primo risultato: ha spaccato la sua coalizione. Infatti quando ha fatto sapere, tra l'imbarazzo dei suoi molti fedeli italiani e dei suoi pochi estimatori nel mondo, che avrebbe votato insieme con Turigliatto, ex Rifondazione, contro la presenza in Afghanistan di soldati italiani, subito Casini ha annunciato lo strappo, quello vero, quello più grave da quando esiste la Casa delle Libertà. I Senatori di Casini votano per la missione. Come sempre, fanno sapere, i fedeli di Berlusconi, soprattutto Lega e An al seguito di Forza Italia, votano no. Anzi, come in un capriccio infantile gridano no, no, no, come di fronte a qualcosa un po' disgustoso.
Ma un conto è trottare per le strade di Milano con la faccia cupa in difesa di una delle metropoli con meno reati in Europa. Un conto è scatenare l'istinto strategico del culto nell'aula del Senato.
Intanto devono confrontarsi con un esordio senza spigoli di D'Alema che sta ai fatti, usa il buon senso, evita l'urto, scarica un po' la tensione e crea serie difficoltà al teppismo d'aula. Per esempio li lascia un po' disorientati, quando li informa che è stato Karzai, è stato il governo afghano a proporre non solo un tavolo della pace con tutti i rivoltosi compresi i talebani, ma anche una amnistia per tutti i combattenti.

E subito l'aula (la parte del culto berlusconiano e leghista) comincia a far sentire la sua preferita modalità espressiva: il boato da stadio. Con la consueta festosa sfacciataggine Calderoli propone che "al tavolo della pace possono essere ammessi solo coloro che hanno già deposto le armi", ovvero che si sono arresi prima della resa, o hanno fatto la pace prima della pace. Ovviamente l'ostacolo, qui, è logico e di buon senso. Ovvio che a un tavolo di pace ci si incontra disarmati. Ma è ovvio anche che - nel caso fortunato di una guerra che si sta spegnendo - gli incontri avvengono prima della pace, e allo scopo di fare la pace, non dopo. A meno che si tratti di un processo a sconfitti e prigionieri, da parte dei vincitori, che restano armati.
È doveroso e un po' imbarazzante notare che l'estroso Calderoli ha avuto il suo momento. L'aula, destra e sinistra, (forse per far cadere la febbre) lo ha votato con qualche defezione di chi non ha voluto cedere alla mancanza di senso logico e pratico.
Incoraggiato dall'immeritato successo Calderoli ci riprova con la seguente proposta: "D'ora in poi la liberazione di un ostaggio italiano potrà avvenire solo con regole concordate con gli altri membri della Nato". Significa, chiunque lo capisce, che questa regola - se osservata - renderà impossibile la liberazione di ogni altro Mastrogiacomo.
Di nuovo avviene lo strano miracolo. È vero si tratta solo di un ordine del giorno che non è legge. Ma può un governo privarsi della tutela dei propri cittadini? Forse Tony Blair in questi giorni sta discutendo con Prodi sulla modalità di liberazione dei marinai inglesi catturati dai pasdaran iraniani? E lo ha mai fatto Berlusconi quando è toccato a lui liberare ostaggi?
Eppure, come ho detto, il miracolo è avvenuto. Di nuovo, per alcuni di noi, è stato necessario votare no. Ma la maggior parte dell'Unione ha sorprendentemente votato sì per Calderoli.
Il fatto è che l'irritazione della ex Casa delle Libertà per la salvezza di Mastrogiacomo è così evidente da essere imbarazzante. E forse è la vera chiave per le sequenze che si susseguono oggi in Senato da destra. La parola è vendetta. Occorre punire e - se possibile - umiliare il governo Prodi per avere salvato la vita di Mastrogiacomo attraverso l'intervento del miscredente Gino Strada e del personale del suo ospedale “Tiziano Terzani” di Lashkar Gah.
Poi la nuvola d'ira della ex Casa delle Libertà, nel bel tono urlato di Storace, trova il suo sfogo: vuole, chiede, esige, grida, impreca la sua volontà di cambiare il decreto “soldati in Afghanistan” con una grandinata di emendamenti. E' più o meno un tentativo di ostruzionismo.

Stringe il cuore immaginare nelle balconate il duro destino di un giornalista europeo o americano. Non può capire nulla: la destra esalta la guerra. Festeggia la Nato. Inneggia all'amicizia non con gli Stati Uniti (di cui non sa niente, salvo la scarsa popolarità di berlusconi) ma con Cheney e Bush. E vota no.
Franca Rame, con un bel discorso e molto tormento, dice che vota sì. Scende la sera. La pioggia di urla, mozioni, emendamenti, ordini del giorno e “parti separate”, come un tremendo monsone che sta passando, si fa più rada e finisce. Finalmente il voto finale. L'uomo che, nel giorno d'Europa, tutti sono stati costretti a ricordare per la brillante vignetta del kapò, il leader che il giorno prima ha marciato contro se stesso, in una città che senza di lui, adesso, è marcatamente più sicura, il personaggio internazionale che è stato persino ammesso al Ranch Crowford di George W. Bush, ieri ha votato contro l'America per fare un dispetto a Prodi.



L'errore del Cavaliere
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Il 26 marzo del 1999 Silvio Berlusconi, nel discorso parlamentare sulla guerra del Kosovo, dichiarò che non sarebbe mancato il sostegno dell'opposizione al governo D'Alema, pur "privo di maggioranza in politica estera", giacché questa scelta rappresentava il dovere inderogabile "che spetta all'opposizione quando sono in gioco gli impegni non del governo ma del Paese". Ma ieri il leader di Forza Italia, in circostanze analoghe se non identiche, non ha voluto attenersi al principio proclamato con solennità esattamente otto anni fa, e ha incassato con un solo gesto due risultati negativi. Ha voltato le spalle a un decreto la cui approvazione era stata richiesta addirittura dall'ambasciatore americano in Italia. E ha dimostrato che in Senato, pur tra mille peripezie e acrobazie, il governo Prodi ha conservato una maggioranza autosufficiente, anche prescindendo dall'apporto dei venti senatori dell'Udc che hanno votato sì.
Il mito della spallata, galvanizzante e capace di mobilitare la piazza, ha abbagliato i leader del centrodestra, inducendoli a pensare che la maggioranza, paralizzata dai suoi contrasti interni, si sarebbe miracolosamente liquefatta. Solo così si spiega la piroetta con cui la Casa delle Libertà ha rinnegato il voto favorevole alla Camera accordato una manciata di giorni fa. E si spiega la concitazione frettolosa con cui Silvio Berlusconi ha riposto quella linea di condotta abbracciata otto anni orsono, e che sanciva la preminenza degli interessi nazionali su quelli di uno schieramento. A lenire le ferite di una sconfitta che non era scritta nel destino non provvederà nemmeno la caccia al capro espiatorio, l'accusa a Pier Ferdinando Casini di aver proditoriamente "salvato" il governo. I numeri dicono che le cose stanno diversamente e Prodi esce paradossalmente rafforzato da un braccio di ferro che l'opposizione ha affrontato senza calcolarne rischi e contraddizioni.
Casini può legittimamente obiettare che, rispetto al voto della Camera, a cambiare posizione non è stato lui, ma il resto dell'opposizione, passato inopinatamente da un voto favorevole all'astensione. Il governo può a sua volta sostenere che l'accoglimento di un ordine del giorno del centrodestra in cui si chiedeva un irrobustimento della sicurezza militare dei soldati in Afghanistan dimostra il rifiuto di una logica di contrapposizione assoluta. La comunità internazionale, in primo luogo gli Usa e la Gran Bretagna, possono invece rammaricarsi perché la richiesta all'Italia di non lesinare sforzi e risorse quando in Afghanistan si è alla vigilia di uno scontro decisivo con i talebani non ha potuto contare su un'opposizione che aveva fatto della solidarietà atlantica un tratto identitario.
L'opposizione (o le due opposizioni, come oramai appare incontestabile) avrà motivo di riflettere su una scelta che non è stata in grado di ottenere nemmeno uno dei risultati che si prefiggeva. Alla maggioranza di governo, passato lo spavento, non converrà contemplarsi nella sensazione di un'autosufficienza ritrovata, ma pur sempre gracile e vulnerabile.



Bertone ai vescovi: meno politica
Luigi Accattoli sul
Corriere della Sera

ROMA — Dibattito a porte chiuse ma piuttosto mosso, al Consiglio permanente della Cei, sulla "nota" riguardante i Dico: le indiscrezioni segnalano che una buona parte degli intervenuti la vuole più "pastorale" e propositiva, meno "politica" e precettiva. Queste sollecitazioni della periferia trovano forse un alleato nelle indicazioni per il dopo- Ruini fornite da una lettera del cardinale Bertone all'arcivescovo Bagnasco che invita la Cei a puntare su collegialità e pastoralità, mentre per i rapporti con lo Stato la sollecita a contare sulla "rispettosa guida della Santa Sede".
Il dopo-Ruini sarà forse più agitato e nuovo di come l'avevano previsto gli osservatori. Essi avevano immaginato con buona convergenza che la grande autorità esercitata per sedici anni dal cardinale Vicario sarebbe stata ripartita tra istanze collegiali e Segreteria di Stato vaticana, ma nessuno si era spinto a ipotizzare che la "verifica dei poteri" sarebbe stata avviata fin dal primo appuntamento. E proprio questo è avvenuto ieri: il Segretario di Stato ha rivendicato il suo ruolo "guida" mentre il Consiglio permanente sollecitava una riscrittura "pastorale" della "nota" ruiniana. La discussione — che ha occupato la mattinata di ieri e parte del pomeriggio — riprenderà stamane sul testo rivisto. Se ci sarà accordo, potrebbe essere pubblicato oggi stesso. La bozza iniziale — preparata dagli uffici centrali della Cei con la consulenza della Congregazione per la dottrina della fede — è breve, tre pagine circa ed è tutta concentrata sulla questione legislativa. Motiva la "inaccettabilità" del disegno di legge sui Dico, in quanto portatore di una "parziale omologazione" delle convivenze, comprese quelle omosessuali, alla famiglia. Per quanto riguarda il comportamento dei parlamentari cattolici, la bozza — citando un documento della Congregazione per la Dottrina della fede pubblicato nel gennaio del 2003 — afferma che "la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l'attuazione di un programma politico o di una singola legge" che tendano a "equiparare altre forme di convivenza" alla famiglia "fondata sul matrimonio monogamico ed eterosessuale".
Più tassativo è un altro passaggio della bozza che — citando un secondo documento della stessa Congregazione pubblicato nel luglio del 2003 — afferma il "dovere morale" del parlamentare cattolico di "votare contro progetti di legge favorevoli al riconoscimento legale delle unioni omosessuali". Qui viene l'affermazione più forte dell'intero documento: "Concedere il suffragio del proprio voto a un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale".

Su questo laborioso scenario della transizione da Ruini a Bagnasco mette il proprio cappello cardinalizio e vaticano il segretario di Stato di papa Benedetto, Tarcisio Bertone, che a riprova del suo stile diretto di comunicazione fornisce al successore di Ruini tre direttive che più chiare non si può.
Il primo collaboratore del papa incoraggia i vescovi a "una piena valorizzazione della collegialità". Poi indica loro gli "urgenti bisogni" della "pastorale" italiana (cita l'evangelizzazione, la catechesi, le vocazioni) segnalati dalla "preoccupante avanzata della secolarizzazione". Infine rivendica a sé la "guida" in materia di rapporti con lo Stato, che invece il cardinale Ruini gestiva autonomamente: "Per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche, assicuro fin d'ora a vostra eccellenza la cordiale collaborazione e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale".


La Nato: l'Italia ordini ai soldati di combattere
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

Ieri a Bruxelles si sono riuniti i direttori politici dell'Alleanza Atlantica. Alla fine dell'incontro James Appathurai, portavoce del segretario generale Jaap De Hoop Scheffer, ha lanciato un messaggio: "Nel tempo, i vari governi italiani hanno espresso chiaramente il loro impegno in Afghanistan. Il direttore politico di Roma ha confermato questo impegno. L'Italia ha dato un enorme contributo nella sua zona. Naturalmente gli alleati contano sulla parola di Roma, e si augurano e si aspettano che l'impegno continui, come il governo ha detto pubblicamente".

La Nato vorrebbe che alcuni Paesi fornissero più truppe e togliessero i limiti all'impiego di quelle già presenti. L'Italia, ad esempio, ha stabilito dei "caveat", che vietano l'uso dei suoi soldati fuori dalla zona occidentale dell'Afghanistan. Ogni richiesta di intervento in altre regioni va sottoposta al governo, che è tenuto a rispondere nel giro di 72 ore. Roma non intende aumentare le sue truppe o cambiare la natura della loro missione, ma la questione dei "caveat" potrebbe trovare una soluzione di compromesso, ad esempio cambiando le procedure di risposta alle emergenze.

A Bruxelles si è parlato anche di ostaggi, sull'onda delle polemiche seguite alla liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo. Secondo Scheffer, "alcuni membri hanno detto che bisogna riconoscere come le decisioni prese da un singolo stato abbiano effetto su tutti gli altri, e possano essere un incentivo per ulteriori azioni del genere". Quindi diversi paesi, tra cui Usa, Canada e Germania, "hanno chiesto una discussione in ambito Nato su come rispondere a simili situazioni".

Il sottosegretario di Stato americano Burns non ha nascosto la posizione di Washington: "Nella sala c'era un chiaro sentimento che nessuno di noi dovrebbe accettare di negoziare il rilascio degli ostaggi in cambio di terroristi. Gli Stati Uniti sostengono da tempo questa posizione. E' stato suggerito che dovremmo avere una politica Nato sull'argomento: si tratta di un'idea molto buona". Nello stesso tempo, però, Burns ha precisato: "Noi non negozieremo mai per gli ostaggi e una grande maggioranza delle voci che ho sentito condividono questo approccio. Ma è un sentimento, non una critica".

Tranne Condoleezza Rice, alla cerimonia erano presenti tutti i protagonisti diplomatici della vicenda: il vice segretario di Stato Negroponte, il sottosegretario con delega per l'Europa Daniel Fried, il suo vice Kurt Volker, e l'ambasciatore italiano Castellaneta. Al termine Fried ha parlato per tutti, permettendo espressamente di registrare in modo ufficiale la sua posizione: "Per noi il caso è chiuso. Qualunque incomprensione possa esserci stata, la dichiarazione comune della scorsa settimana l'ha chiarita". Si riferiva al comunicato seguito alla telefonata tra il segretario Rice e il ministro degli Esteri D'Alema, avvenuta dopo le critiche di un funzionario anonimo del Dipartimento di Stato che aveva smentito la versione data dal capo della Farnesina sulla sua cena a Washington con la collega americana. Quindi Fried ha concluso: "Gli Stati Uniti apprezzano la stretta relazione con l'Italia: lavoriamo insieme in tutto il mondo, in Europa e fuori dall'Europa. L'Italia è una grande potenza e non siamo mai stati delusi dal suo contributo per la nostra causa comune".


Iraq, schiaffo del Senato Usa a Bush
Redazione de
la Repubblica

WASHINGTON - Il Senato degli Stati Uniti ha votato 50-48 a favore di un inizio del ritiro delle truppe americane dall'Iraq nel marzo 2008, compiendo un altro passo in direzione di uno scontro diretto con la Casa Bianca. E' di quattro giorni fa, infatti, il voto della Camera che impegnava il governo a lasciare il Paese del Golfo a partire sempre dal prossimo marzo, subordinando a questo impegno i finanziamenti straordinari per la missione chiesti dal presidente.

E come prevedibile, George W. Bush ha subito dichiarato la propria irritazione per il voto del Senato. Confermando che metterà un veto a qualsiasi legge che contenga indicazioni su scadenze per l'impegno degli Usa. "Il presidente esprime il proprio disappunto - ha detto la portavoce Dana Perino - per il fatto che il Senato continui sulla strada di un testo al quale metterà il veto e che non ha alcuna possibilità di diventare legge".

Bush ha sottolineato che la strategia attuata in Iraq dal generale David Petraeus sta già "facendo emergere segnali incoraggianti" e ha aggiunto che il Senato, che ha approvato la nomina di Petraeus, ha ora il dovere di "dare alle sue truppe i fondi di cui necessitano, non un mandato per il fallimento".

Ma i democratici, per bocca del loro leader in Senato, Harry Reid, hanno sostenuto che serve a questo punto, dopo 3.200 americani morti, "un messaggio al presidente: è arrivato il momento di indicare un nuovo cammino in questa guerra ingestibile". "E' una guerra - ha aggiunto Reid - non vale più una sola goccia di sangue americano".


  28 marzo 2007