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sulla stampa
a cura di G.C. - 27 marzo 2007


Il centrodestra si spaccò
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

La parola del ministro degli Esteri contro quella dell'ex ministro degli Esteri, D'Alema da una parte, Fini dall'altra: il "caso Mastrogiacomo" sembra proprio non volersi chiudere, e dopo aver provocato una crisi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, continua a essere oggetto di polemica tra governo e opposizione. In un'intervista a Repubblica il titolare della Farnesina aveva criticato l'atteggiamento del Polo, precisando che "tutti i nostri passi" nella trattativa per la liberazione del reporter erano stati "decisi nel rispetto delle linee concordate con le altre forze politiche".
Ma il leader di An fornisce una versione diversa dei fatti, e sostiene che "non c'è stato nessun contatto dell'esecutivo con l'opposizione": "Quantomeno, io non sono stato informato. E a quanto mi risulta non è stato informato nemmeno Berlusconi. Gliel'ho chiesto espressamente e mi ha risposto di no". Qual è allora la verità? D'Alema ci ha tenuto a sottolineare che "non si può dire "il governo faccia tutto il possibile" e poi venire aggrediti", mentre Fini — che al pari del Cavaliere ha criticato la linea tenuta da Palazzo Chigi e Farnesina — nega il formale coinvolgimento dei leader della Cdl.

La querelle s'innesta alla vigilia dello scontro sul decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all'estero, che sancisce la spaccatura del centrodestra. È presto per dire se le sorti di Berlusconi Fini e Bossi si sono definitivamente divise da quelle di Casini, è certo però che gli (ex) alleati hanno avviato trattative diverse e parallele pur di avere la meglio gli uni sull'altro. Il capogruppo di An al Senato, Matteoli, ha avuto ieri un colloquio con il ministro della Difesa, proponendogli una mediazione in extremis: se il governo presentasse un emendamento "condiviso" dall'opposizione, il centrodestra voterebbe sì al decreto. Parisi ha preso tempo, e le parole di Prodi dal Brasile — "cambiamenti particolari sono possibili in Parlamento" — possono sembrare un segnale di apertura.
Ma l'ostilità della sinistra radicale a qualsiasi modifica non lascia margini all'operazione. Contemporaneamente Marini ha perorato la causa dell'Udc, avvisando i capi della maggioranza che Casini ha pronto un ordine del giorno con cui invita l'esecutivo ad "adeguare mezzi e uomini" del contingente italiano "qualora l'evoluzione della situazione in Afghanistan lo richiedesse". Secondo fonti del governo, sul testo ci sarebbe stata una consulenza tecnica del capo di Stato Maggiore della Difesa, l'ammiraglio Di Paola. E a nessuno è sfuggito che dagli Stati Uniti è giunta la richiesta di potenziare la missione e di modificare le regole d'ingaggio. Ma anche questa richiesta — seppur sotto forma di ordine del giorno — incontra, per ora, il veto del settore estremo dell'Unione. Non certo quella di Rutelli, che ha rinsaldato i rapporti con Casini e che da tempo è favorevole alla proposta, da quando disse in un'intervista che "in Afghanistan dovremmo rafforzare il nostro contingente". Oggi a Palazzo Madama si capirà se i centristi troveranno sponde nella maggioranza, o se invece non otterranno una contropartita politica in cambio del loro voto favorevole al decreto, anticipato da Casini all'ambasciatore americano Spogli. Tutto è nelle mani del presidente del Senato, che dovrà decidere se ammettere fuori tempo massimo l'ordine del giorno dell'Udc. L'ipotesi incontra l'ostilità delle altre forze di opposizione, e il leghista Calderoli avvisa Marini: "Faccia attenzione, perché se tenterà di forzare la mano si assumerà la responsabilità di un atto politico per nulla super partes. E lui sa che dopo il decreto sulle missioni c'è quello sulle liberalizzazioni che ha tempi strettissimi...". Resta da capire chi tra le due opposizioni la spunterà. Ma da oggi — come dice il repubblicano Nucara — "la Cdl non esiste più".


Una scelta ignobile
Antonio Padellaro su
l'Unità

Poiché al Senato l'astensione equivale a un voto negativo, si può dire che astenendosi sul finanziamento della missione italiana in Afghanistan Berlusconi e Fini votano no ma nascondono la mano. Del resto, se si vergognano c'è da capirli perché la loro è una scelta sciagurata contro tutto e contro tutti. Una decisione contro i soldati italiani ai quali è come se dicessero: non ci interessa proprio nulla della vostra sicurezza; fosse per noi, non avreste i soldi per l'equipaggiamento e vi lasceremmo senza protezione alla mercé dei tagliagole talebani contro i quali siamo buoni soltanto a scagliarci a parole. Una decisione contro la nostra dignità nazionale vista l'onta che ne deriverebbe se le nostre missioni all'estero venissero da un giorno all'altro cancellate. Una decisione contro gli alleati, soprattutto contro l'alleato Usa nei confronti del quale i due leader si sperticano in lodi ma che nel momento decisivo abbandonano. Quegli stessi americani che oggi esprimono gratitudine al governo italiano per il "contributo generoso" alle missioni nelle aree calde nel mondo. Una decisione contro l'appello del presidente Napolitano rivolto a maggioranza e opposizione per ricercare tutte le intese utili a mantenere i nostri impegni internazionali (si è visto come). Una decisione che Fini prende contro il senso di responsabilità istituzionale che gli dovrebbe derivare dal suo passato di ministro degli Esteri. Una decisione che Berlusconi prende contro se stesso poiché fu il suo governo, dopo l'11 settembre, a votare la missione in Afghanistan con l'appoggio dell'allora opposizione di centrosinistra. Ma la cosa peggiore è che dietro un tale disastro politico e morale ci sono soltanto i piccoli interessi di bottega di alcuni personaggi che confermano di essere perfettamente all'altezza della propria mediocrità.


La prima volta di Fausto
Miriam Mafai su
la Repubblica

Non erano più di una cinquantina, pare, i giovani e le ragazze che ieri mattina all´Università di Roma hanno accolto con insulti e cartelli di protesta il presidente della Camera Fausto Bertinotti, che si avviava a partecipare a un convegno di Comunione e Liberazione. Non più di una cinquantina e tuttavia l´episodio non può essere sottovalutato né liquidato come qualcuno ha fatto alla stregua di esempio di maleducazione politica o "analfabetismo istituzionale". Le grida e le proteste dei giovani e delle ragazze presenti sulla scalinata dell´Università (un luogo che ha visto nel corso degli anni ben più corpose e in qualche caso drammatiche contestazioni) portano infatti alla luce un disagio presente non solo e non tanto nelle stesse file di Rifondazione Comunista, quanto in una parte forse minoritaria ma non trascurabile del movimento.

Bertinotti le ha definite "schegge impazzite", ma la conversione della stessa Rifondazione Comunista ad una cultura istituzionale, responsabile e della "non violenza" è un dato molto recente. Non del tutto acquisito. Non del tutto metabolizzato. E al quale una parte almeno dei movimenti giovanili, alternativi, - vezzeggiati e corteggiati da Rifondazione fino al punto da portarne i leader in Parlamento - sono rimasti finora estranei. Se non ostili. Non è poi così lontano il tempo in cui anche esponenti di partiti oggi al governo partecipavano ai cortei con i quali si escludeva, sempre e comunque, il ricorso alla forza, in nome di una interpretazione per lo meno forzata e arbitraria dell´articolo 11 della nostra Costituzione. E, del resto, non è proprio in coerenza con quella cultura che alcuni senatori di Rifondazione hanno rifiutato, poche settimane fa, di votare le scelte di politica estera illustrate al Senato dal ministro D´Alema? Non è in coerenza con quella scelta e con quella linea che anche oggi il senatore Turigliatto ed altri con lui minacciano di non votare, in Senato, il decreto per il rifinanziamento delle nostre missioni militari all´estero?
C´è nel nostro paese una sinistra, minoritaria e marginale quanto si vuole, che resta tenacemente ferma sulle parole d´ordine che ne mobilitarono i sentimenti e le passioni non molto tempo fa. È una sinistra estrema, anti-istituzionale per definizione, nel cui arcipelago peraltro crescono anche posizioni violente. Rifondazione in passato ha cercato di "cavalcare la tigre" ma ormai si è solidificata una cultura alternativa che entra in contraddizione con le scelte politiche di una forza di governo.
Spetta inevitabilmente alla sinistra, a quella che per molti anni è stata vicina a tutti i movimenti, alimentandone anche le speranze più generose e infantili, il compito di conquistare - dove è ancora possibile - a una visione più realistica della politica quelle passioni e quelle coscienze: ma senza civettare con le posizioni più radicali, evitando ogni ambiguità e affermando le proprie idee con la dovuta chiarezza. Il corto circuito tra movimenti e le scelte politiche di governo di cui ieri, all´Università di Roma abbiamo avuto un primo esempio può essere un´occasione importante per Rifondazione Comunista per affrancarsi definitivamente da quelle "schegge impazzite" che possono forse portare qualche voto ma sono politicamente pericolose.


SME: il pg chiede cinque anni per il Cavaliere
Paolo Biondani sul
Corriere della Sera

MILANO — La procura generale ha chiesto 5 anni di reclusione per Silvio Berlusconi. L'ex premier, secondo il sostituto Pietro De Petris, va condannato per aver "corrotto stabilmente" l'ex magistrato romano Renato Squillante, attraverso l'avvocato Cesare Previti, mentre va assolto dall'accusa di aver comprato un altro giudice della Capitale, che bloccò la privatizzazione della Sme. "Se credono di fermarmi con questi metodi, vuol dire che non mi conoscono", ha replicato Berlusconi.
In primo grado il presidente Castellano aveva concesso all'allora premier le attenuanti generiche e la conseguente "prescrizione breve". La legge Pecorella vietava all'accusa di fare appello, ma in febbraio è stata dichiarata incostituzionale. Il processo così riaperto potrebbe chiudersi a fine aprile. Intanto Squillante, processato a parte grazie al "lodo Schifani" (anch'esso incostituzionale), era stato condannato in primo e secondo grado, ma la Cassazione ha azzerato il processo, ordinando di rifarlo a Perugia, dove ormai è certa la prescrizione "lunga". Mentre Previti è stato condannato a 6 anni (dimezzati dall'indulto) anche dalla Cassazione per aver corrotto un altro giudice, Vittorio Metta, che assegnò ai Rovelli mille miliardi di lire nella causa Imi-Sir.
CONTI FININVEST — Il sostituto pg ieri ha sostenuto che il "pieno coinvolgimento di Berlusconi" sarebbe provato anche "documentalmente" per l'ultima delle quattro tangenti all'allora capo dei gip di Roma: 434.404 dollari usciti il 6 marzo '91 da un conto occulto della Fininvest in Svizzera (chiamato "Ferrido" e alimentato da "All Iberian"), passati su "Mercier" di Previti e finiti lo stesso giorno su "Rowena" di Squillante. Un bonifico che "non ha alcuna giustificazione lecita". Questi "documenti bancari", sempre per l'accusa, "riscontrano" anche la testimone Stefania Ariosto, che giura di aver visto Previti, a fine anni '80, consegnare "altre due tangenti Fininvest a Squillante". De Petris ha chiesto "il massimo della pena" per "l'estrema gravità del reato": "La vendita della funzione di magistrato mina la fiducia dei cittadini nella giustizia". Bocciando la sentenza di Castellano, il pg ha spiegato che "le attenuanti non possono derivare automaticamente dell'incensuratezza", che dovrebbe essere la regola. Anche l'avvocato dello Stato, Domenico Salvemini, ha chiesto di condannare Berlusconi a risarcire "1.100.000 euro" di "danni morali".
CASO SME — Deludendo la parte civile De Benedetti, il pubblico ministero d'appello ha chiesto invece di scagionare Berlusconi per l'affare Sme, motivando che gli altri imputati (tra cui l'ex giudice Verde) sono stati assolti in primo e in secondo grado. Secondo De Petris, però, resta "documentato" che Squillante nell'88 incassò 100 milioni di lire usciti dal conto di Pietro Barilla, ma "d'accordo con Berlusconi", che anzi sarebbe stato "il vero motore" della cordata creata "per volontà di Bettino Craxi" solo "per bloccare l'accordo tra Romano Prodi e De Benedetti sulla Sme".



Bagnasco: "Dico inaccettabili e pericolosi"
Marco Tosatti su
La Stampa

"Inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo": una Nota pastorale dei vescovi ribadirà nei prossimi giorni, con dovizia di parole e concetti tutti i perchè del "no" della Chiesa ai Dico; ma bastano i due aggettivi usati dal neo-presidente della Cei, monsignor Bagnasco, a chiudere ogni possibilità di compromesso sul disegno di legge del governo Prodi. Ciascuno ha il suo stile, e Bagnasco è diverso da Ruini. Così la sua "prolusione", il primo discorso del Presidente della Cei al Consiglio permanente dei vescovi, è differente da quelle a cui ci ha abituato per 15 anni il cardinale Vicario; più succinta, meno articolata, concentrata su punti essenziali. Ma chi si attendeva che l'arrivo del sorridente arcivescovo di Genova potesse segnare un cambiamento di accenti sulle questioni che in queste settimane hanno turbato le acque della politica (e del governo) è destinato a una delusione cocente. Una larga parte della prolusione è dedicata all'"emergente" tema della famiglia. Monsignor Bagnasco affronta il problema, "con la serenità e la chiarezza che sono indispensabili".

La preoccupazione dei vescovi non è "per nulla politica, ma eminentemente pastorale". Più volte nel suo discorso monsignor Bagnasco torna a ribadire sia il diritto della Chiesa a parlare di famiglia, sia il suo non interesse nella politica in senso stretto. Ha citato a varie riprese Benedetto XVI: "Nessuna legge fatta dagli uomini può perciò sovvertire la norma scritta dal Creatore senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò "che costituisce il suo stesso fondamento basilare". Sul diritto-dovere dei vescovi di esprimersi, il mite Bagnasco attinge quasi alle armi letterarie dell'invettiva: "Come può l'insistente parlare del Papa e dei Vescovi a questo riguardo essere interpretato come un sopruso, o come un'invadenza di campo, o come un gesto indelicato se non spropositato? O addirittura come una ricerca di potere temporale? Se la Chiesa cercasse il potere, basterebbe imboccare la via facile dell'accondiscendenza". E a proposito del matrimonio ripropone la denuncia che già tante polemiche ha suscitato: "Per cui merita essere solleciti affinché le famiglie più esposte non cedano “sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi”, come lo stesso Pontefice ha segnalato".

Un intero paragrafo, che merita di essere riportato nella sua interezza, è dedicato ai Dico. Eccolo: "In questa cornice si colloca ciò che è stato detto, dall'interno della comunità ecclesiale, nel corso delle ultime settimane, in riferimento al disegno di legge in materia di “Diritti e doveri delle persone unite in stabili convivenze”. Personalmente posso solo dire che apprezzo quanto da parte cattolica è stato fatto, impegnandomi ad assumerlo e a svilupparlo. Desidero per un verso rilevare la convergente, accorata preoccupazione espressa dai Vescovi su questo disegno legislativo inaccettabile sul piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo. Per altro verso, registro la preoccupazione che lo stesso provvedimento ha suscitato in seno al nostro laicato, nelle parrocchie come nelle aggregazioni. Mai come su questo fronte così esposto, loro intercettano ciò che il Concilio Vaticano II dice sia a proposito del matrimonio e della famiglia, sia del dovere della partecipazione per una vita civile più equilibrata e saggia, consci che la famiglia è un bene della società nel suo insieme, non solo dei cristiani".

Le ultime parole della prolusione sono un incoraggiamento alla manifestazione del 12 maggio, e un monito ai cattolici in vista di eventuali operazioni politiche future.



Bagnasco nel solco di Ruini
Marco Politi su
la Repubblica

L'entrata in scena del neo-presidente della Cei monsignor Angelo Bagnasco marca uno stile nuovo, più pacato e meno autoritario. Sparisce, rispetto all'era precedente, la rigidezza del leader che decide per tutti e sparisce anche - almeno nella forma - quell'implicita avversione pregiudiziale all'Ulivo, che caratterizzava la linea del cardinale Ruini.

È un segnale importante che Bagnasco abbia voluto depotenziare il Family Day da qualsiasi valenza anti-governativa, dandogli il sigillo di una "festa" a sostegno della famiglia. È questa, d'altronde, la linea del segretario di Stato cardinale Bertone, resosi conto del fatto che lo scontro frontale irrita vasti strati della società italiana.

Ma se il nuovo approccio appare più soft, sulla questione concreta delle coppie di fatto vi è un'intransigenza di fondo, che promana direttamente da papa Ratzinger e che pretende di vincolare i parlamentari cattolici. Intransigenza riassunta nel pronunciamento papale: "Nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore". Dov'è scontato che sulla qualità di una legge decide la gerarchia ecclesiastica. Infatti il presidente della Cei si è affrettato subito a definire "inaccettabile e pericoloso" il disegno sui Dico.

Inutile fingere. Il Family Day è la seconda tappa, dopo il referendum sulla procreazione assistita, dell'escalation della Chiesa come soggetto politico.
Inutile nascondersi che la manifestazione del 12 maggio ha il suo fulcro nell'essere contro i Dico, cioè contro l'affermazione di un diritto civile: la regolamentazione delle convivenze e il riconoscimento delle unioni gay.

La storia è testimone. Nel 1980 Giovanni Paolo II convocò il sinodo internazionale di vescovi per discutere della famiglia.
Successivamente il pontefice pubblicò il documento Familiaris Consortio. In un quarto di secolo la Chiesa italiana non sentì mai il bisogno di organizzare una simile mobilitazione di massa per la famiglia. Avviene solo oggi che si tratta di impedire il varo di una legislazione già adottata tranquillamente nella maggioranza dei paesi europei, spesso con il concorso o su iniziativa di partiti democristiani.

Corre adesso la versione che la manifestazione del 12 maggio sarebbe frutto dell'iniziativa "laica" dell'associazionismo cattolico. Non è così. E' vero che l'idea è balenata per primi ai leader di Rinnovamento nello Spirito e dei Neo-catecumenali sull'esempio dello scontro frontale ingaggiato dalla Chiesa spagnola contro Zapatero. Ma né loro né il Forum delle famiglie avrebbero mai avuto la capacità di riunire la galassia bianca. Al contrario, il progetto stava per andare all'aria per le divergenze interne al mondo cattolico.

Chi ha portato con ferrea determinazione i movimenti attorno al tavolo, con il traguardo prefissato di un documento unitario e di una manifestazione di massa, è stata la leadership della Cei. D'altronde è difficile resistere al ricatto sussurrato: il Papa lo vuole. Si è ripetuto pari pari lo schema leninista della campagna anti-referendum del 2005. Con aspetti anche surreali.
Quando ancora le associazioni discutevano se fare o no il Family Day, monsignor Rino Fisichella - da sempre in perfetta sintonia con Ruini - preannunciava già una dimostrazione e indicava pure il luogo.

Emerge qui una particolarità esclusiva dell'Italia, che Benedetto XVI ha scelto quale sua trincea nell'Occidente secolarizzato. Il nostro Paese ha un ventaglio enorme di iniziative di impegno religioso. Chi aderisce all'Azione cattolica crede nella "mediazione" tra vangelo e società, chi segue Cl è fautore della "presenza", chi è nelle Acli si batte per il rapporto tra fede e mondo del lavoro, chi sta con Rinnovamento è attratto dalla relazione con lo Spirito, chi segue i Neo-catecumenali ripercorre un cammino di iniziazione, e si potrebbe continuare. Nessuno di questi cattolici impegnati ha dato delega ai propri leader di entrare nel dettaglio legislativo di una regolamentazione delle coppie di fatto. Nessuno di loro - eppure hanno esistenze tanto variegate - è stato mai nemmeno interrogato sulla questione.

E' dall'alto, è dalla cattedra vaticana che l'associazionismo cattolico viene piegato alle esigenze di una strategia, che entra direttamente nelle aule parlamentari italiane per dire cosa si può o non si deve fare. Così come dal palazzo vaticano è giunta la singolare telefonata di plauso del Vicario di Cristo ad un capopartito, il ministro Mastella, per la sua opera di sabotaggio dei Dico. Episodio unico nella storia contemporanea del cattolicesimo.

Ben diversa è la situazione in America, così spesso citata per la sua religiosità da vescovi, teocon o atei devoti. Perché negli States ogni gruppo religioso si guadagna il consenso all'aperto.

C'è tuttavia un dettaglio nello scenario italiano: i cittadini da anni ripetono nei sondaggi che rispettano la Chiesa, ma non vogliono che sia essa a fare le leggi. Tocca ora alla classe politica rivendicare decisamente la propria autonomia.


In 15 mila a Milano con la Moratti
Fabio Poletti su
La Stampa

MILANO. "Avvoltoi...", sibila il leghista Matteo Salvini che sfila solo con la bandiera di Milano senza simboli di partito come era stato deciso, davanti alle sciarpe con il logo di Forza Italia, gli striscioni dei Circoli della libertà di Marcello Dell'Utri e pure queste due giovanissime arrivate da Napoli con un cartello. Poche parole, un solo pensiero nel cuore: "Silvio ci manchi". E vai a capire cosa c'entri con questo corteo per la sicurezza fortissimamente voluto dal sindaco Letizia Moratti in cui Milano doveva scendere in piazza e alla fine ci sono i militanti di partito, quelli che hanno risposto alla chiamata delle 370 associazioni di quartiere e di categoria e la gente sfilacciata a piccoli gruppi nel corteo lungo 15 mila persone che a passo nemmeno troppo veloce in neanche un'ora si fa mezzo Corso Venezia e tutto corso Buenos Aires. "Siamo in 70-80 mila, oltre le previsioni...", esagera il vicesindaco Riccardo De Corato di An, in prima fila dietro allo striscione "Milano vuole sicurezza". "Sono 7000", ridimensiona la Questura.

"Questa è una manifestazione politica contro il governo. L'Unione si disinteressa della sicurezza, fa solo leggi per aprire le porte agli extracomunitari", picchia duro con la sua voce flautata Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, primissima fila, appena dietro al gonfalone del Comune di Palermo, quattro vigili urbani in trasferta e un assessore sorridente davanti alle telecamere: "Sa, ci sono le elezioni...".

A guardare le sciarpe indossate dai militanti di Forza Italia - "Senza i nostri simboli non saremmo venuti", assicura Alessandro Bernardi, coordinatore dei club di Milano - a sentire i cori dello spezzone di An con i tricolori - "Coraggio, coraggio, Prodi è di passaggio" - sembrerebbe un corteo di partito come tanti. Ignazio La Russa, il colonnello di An a Milano giura che "questa è una manifestazione politica contro il governo". A guardare il palco tirato su in piazza Argentina sembra un finale di campagna elettorale: Cicchitto, Bondi, Formigoni, La Russa, Silvio Berlusconi che saluta e alla fine prende pure la parola: "Basta con la politica di questo governo".

Quasi quasi ruba la scena a Letizia Moratti senza fascia tricolore a differenza di altri sindaci, cappottino bianco e un sorriso che non finisce più mentre lascia volare in cielo un fascio di palloncini. Il suo comizio è un coro di "basta". Applausi quando urla: "Basta alle occupazioni abusive". Ancora più forti quando gioca facile: "Basta alle sopraffazioni degli immigrati irregolari". Alla fine lancia il suo ultimatum: "Domani scrivo al ministro dell'Interno Giuliano Amato per convocare il tavolo sulla sicurezza che ha promesso". A chi le chiede se non le sembra che questa sia una manifestazione un po' troppo simile a un corteo della Casa delle libertà, Letizia Moratti scuote la messinpiega: "Questa manifestazione è di tutti. Ho salutato anche un rappresentante della Margherita".

Polemiche politiche. Le solite che hanno accompagnato sin dal primo giorno la manifestazione lanciata dal primo cittadino di Milano. Criticata dai sindaci di altre città, presa di mira per quella che sembrava una smania di protagonismo. Col rischio che le voci della gente dai quartieri alla fine risultassero solo di sottofondo. "L'importante è esserci", assicurano dalla Confesercenti, storicamente vicini al centrosinistra ma oggi qui perchè "l'80% dei commercianti vuole più sicurezza". E che dovrebbe dire questo signore di piazza Prealpi che se la prende con quelli che abitano in centro e sul cartello lo scrive pure: "Io non vivo con la scorta sotto casa". In questo corteo c'è spazio per tutti. Anche per Cristiano Malgioglio, il cantante col ciuffo ossigenato: "Mi hanno rapinato due volte, speriamo che si faccia qualcosa". La ricetta giusta, alla fine ce l'ha Pino Babbini, ex austista di Bossi traghettato con l'Italia dei Valori di Di Pietro e in corteo pure lui "a titolo personale". Assicura: "Il problema non è aumentare i poliziotti ma diminuire i ladri".


Un comizio elettorale
Dario Cresto-Dina su
la Repubblica

Addentata dalla voracità di Berlusconi e liquefatta dalla sua incontinenza, la manifestazione per la sicurezza voluta dal sindaco di Milano Letizia Moratti, ieri senza fascia tricolore per evitare ulteriori polemiche istituzionali, si è trasformata in ciò che si temeva fin dall´inizio: un comizio elettorale del centrodestra e del suo capo davanti a una folta platea di tifosi - settemila per la polizia, settantamila secondo gli organizzatori, in realtà forse non più di quindicimila - che brandivano i cellulari come fiaccole.
Davanti a tanto ben di dio il Cavaliere, balzato sul palco prima ancora che scattasse la ola degli ultrà e nonostante l´imbarazzo del presidente lombardo Formigoni e della stessa Moratti, non si è risparmiato nulla e non ha risparmiato niente e nessuno. Dai giudici del processo Sme a Bertinotti, dall´Afghanistan a Casini, per finire con una benedizione urbi et orbi: "Auguri, auguri a tutti. Che i sogni che avete nei vostri cuori e nelle menti si realizzino". Attorno a lui c´erano facce sbigottite, sotto di lui mani plaudenti. Un film visto tante volte.
Lo show di Berlusconi è stata l´apoteosi sbagliata di un lungo mese sbagliato. Il bisogno di legalità, la percezione diffusa di un pericolo crescente e dalle sembianze sfuggenti, la paura delle donne, delle madri e dei vecchi, quella paura che nelle grandi nuove città ci segue tutti come una seconda ombra, come un´inquietudine dell´anima, è diventata subito una carta politica di contrapposizione, tanto da rimanere sul tavolo anche dopo il solo risultato concreto ottenuto dalla Moratti: il patto per la sicurezza firmato a Roma con il ministro Giuliano Amato.
Dopo quell´accordo era difficile continuare a difendere i motivi della protesta, alle accuse di populismo non si poteva più ribattere. Allora, Letizia Moratti, nei giorni che hanno preceduto il corteo, ha cercato di raffreddare i toni, di consegnare all´iniziativa un altro percorso strategico e un titolo differente: non più un sindaco contro il governo, ma un sindaco accanto ai cittadini. Non più la rivolta di una città contro uno Stato dal quale è stata abbandonata, ma la richiesta di una protezione migliore, rivendicazione assolutamente legittima per una Milano dove la presenza delle forze dell´ordine appare spesso troppo discreta e dove il degrado si estende a macchia d´olio per colpa, questo sì, di un´amministrazione comunale indifferente al fascino delle piccole cose che rendono più bella e vivibile una città.
Ieri sera, purtroppo, il segnale nuovo di cultura invocato dalla Moratti non c´è stato. E non soltanto per responsabilità di Berlusconi. Siamo in realtà all´apocalisse culturale, storditi dall´incapacità di trovare parole da usare contro la violenza. La politica più scontata e becera si è impossessata della scena, lasciando sul terreno solitudini contrapposte. Da una parte quella dei comitati di quartiere e delle forze di centrosinistra confuse in una catena umana che ha voluto marcare il dissenso dall´iniziativa principale; dall´altra quella delle lobby di commercianti, artigiani, tassisti e piccoli imprenditori che qui da sempre si riparano, tra un mugugno e l´altro, sotto l´ombrello della destra milanese.
Non è cambiato nulla.

Sarebbe stato sufficiente ascoltare le parole del cardinale Dionigi Tettamanzi, quando ci ha ricordato che la nostra solitudine, nostra vera paura metropolitana, non si combatte andando in piazza, ma cercando di ricostruire quel concetto di comunità che abbiamo perduto.
Di fronte a un cittadino che ha paura un sindaco può prenderlo per mano e accompagnarlo verso una nuova forma di società e di socialità, oppure può scendere in strada e manifestare assieme a lui. Ma in questo modo non diventerà un sindaco migliore.


  27 marzo 2007