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a cura di G.C. - 26 marzo 2007


La battaglia della Merkel
Andrea Bonanni su
la Repubblica

BERLINO. La solenne cerimonia di Berlino si apre con l´orchestra che intona l´ouverture del "Prometeo" di Beethoven. Il presidente polacco Lech Kaczynski e il premier rumeno Traian Basescu scattano in piedi. Gli altri leader li osservano incuriositi. Non è quello l´inno europeo. I due si guardano imbarazzati e poi si risiedono con la maggior dignità consentita dalle circostanze.
Non c´è dubbio: nel giorno in cui celebra i suoi primi cinquant´anni, l´Europa avrebbe ancora bisogno di un po´ di pedagogia e di molta pazienza. Ma non c´è più il tempo né per l´una né per l´altra. Dopo due anni di letargo seguiti ai "no" di Francia e Olanda alla Costituzione, ieri la cancelliera Angela Merkel ha rimesso l´Ue sulla pista di rullaggio e ha spinto i motori al massimo. O decolla nel giro di pochi mesi, o assisteremo ad uno schianto di proporzioni storiche.
Dietro le solennità protocollari delle celebrazioni per l´anniversario dei Trattati di Roma, dietro il linguaggio altisonante della Dichiarazione di Berlino, è questo il senso della giornata di ieri. La nuova Costituzione, che non avrà più questo nome ma che dovrebbe conservare la sostanza del testo bocciato nei due referendum, dovrà essere in vigore per le elezioni del Parlamento europeo nella primavera del 2009.
Può sembrare una data lontana. Ma in realtà i tempi sono strettissimi. Ieri, in pubblico, la Merkel non è venuta meno alla sua proverbiale riservatezza rifiutandosi di dire quali saranno le scadenze intermedie del rilancio istituzionale. Ma alla Cancelleria non fanno mistero di quale dovrebbe essere la tabella di marcia: lancio della Conferenza intergoverantiva al prossimo vertice di giugno, rapida discussione durante la presidenza portoghese per valutare le possibili modifiche al testo dei Trattati e conclusione, se possibile, entro dicembre in modo da consentire il tempo necessario per le ratifiche nazionali.
In realtà un obiettivo così ambizioso può essere raggiunto solo a condizione di portare a termine un progetto ancora più ambizioso a cui la Merkel lavora già da tempo: arrivare al vertice di giugno non solo con una "road map" che preveda i passaggi intermedi della revisione dei Trattati, ma anche con un consenso di massima tra i leader europei su quale dovrà essere il risultato finale della Conferenza intergovernativa. "Non ho intenzione di lasciare alla presidenza portoghese che verrà dopo di noi un lavoro fatto a metà", si è lasciata sfuggire ieri la Cancelliera, annunciando di avere davanti a sé settimane di lavoro "duro" e "riservato" .
In effetti le probabilità di riuscire a mettere d´accordo i governi europei nel giro di meno di tre mesi appaiono sulla carta veramente ridotte. Eppure ieri sia Romano Prodi sia il presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Poettering, entrambi molto vicini alla Merkel, hanno ripreso ufficialmente l´ipotesi che la discussione possa e debba essere chiusa entro dicembre. Segno che la Cancelleria ha valutato con attenzione le proprie carte prima di giocarsi il tutto per tutto. "Ne ho parlato con gli altri capi di governo. Esiste la volontà per poter decidere a giugno una "road-map" assortita da alcune misure. Non è tergiversando o perdendo tempo che renderemo più facile il nostro compito", ha spiegato ancora Angela Merkel.
Il problema, a questo punto, non risiede in questo o quel paragrafo della Costituzione, ma nella volontà o meno di chiudere finalmente il lungo calvario della riforma istituzionale, dando all´Europa gli strumenti e le competenze di cui ha bisogno, soprattutto in materia di politica estera e di sicurezza interna. Dopo mesi di diplomazia segreta e di incontri bilaterali tesi a sondare e ad "ammorbidire" questo o quell´interlocutore, alla Cancelleria si sono convinti che gli ossi veramente duri rimasti da affrontare sono tre: Polonia, Repubblica Ceca e Gran Bretagna. Ad essi si aggiunge l´incognita dell´Olanda, il cui nuovo governo ha fatto chiaramente sapere di non voler chiamare i propri cittadini a ratificare un testo troppo simile a quello che è hanno già bocciato.
Varsavia e Praga hanno detto apertamente di essere contrari ad una riforma dei Trattati che possa aumentare i poteri dell´Europa a scapito delle sovranità nazionali. I polacchi, addirittura, propongono di ricominciare da capo la discussione, come se ventisette governi non avessero già firmato solennemente il Trattato costituzionale nel 2004 e 18 Paesi non lo avessero già ratificato.
I britannici probabilmente la pensano allo stesso modo. Ma sono più prudenti nell´esprimere ufficialmente le loro riserve se non altro per ragioni di buon gusto, visto che una delle firme sotto il Trattato (che Londra non ha mai ratificato) è quella di Tony Blair.

In meno di tre mesi, comunque, Angela Merkel si è data l´obiettivo di riuscire a trovare un compromesso che induca i governi del fronte del "no" ad accettare l´avvio di una conferenza intergovernativa verso una conclusione più o meno condivisa, senza sacrificare la sostanza del progetto di Costituzione naufragato due anni fa.
Sul piano puramente istituzionale non dovrebbe incontrare enormi difficoltà. La creazione di un presidente permanente dell´Unione, di un ministro degli esteri, e il ridimensionamento del numero dei commissari non suscitano eccessive resistenze. Il problema rappresentato dalla seconda parte della Costituzione, cioè dalla Carta dei diritti, che risulta particolarmente ostica ai britannici, potrebbe essere aggirato stralciandola dal testo dei Trattati e mantenendo però un riferimento ad essa che ne renda vincolanti i principi. Resta aperto invece il problema delle politiche: cioè dell´estensione del voto a maggioranza alla politica estera e alla politica di sicurezza e giustizia: temi considerati irrinunciabili per Paesi come l´Italia, il Belgio e la stessa Germania, ma inaccettabili per cechi, polacchi e britannici. E potrebbe riaprirsi la questione complicatissima della ponderazione dei voti dati a ciascun Paese in modo che ne rispecchi meglio il peso demografico. Nella formulazione prevista dal Trattato Costituzionale, il nuovo sistema di voto premia la Germania ma penalizza Spagna e Polonia. Non sarà semplice farlo passare.



La visione comune che non c'è
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Forse soltanto Milan Kundera, con la sua insostenibile leggerezza, potrebbe trovare il linguaggio giusto per definire la Dichiarazione di Berlino sui cinquant'anni dell'Europa. Una dichiarazione senz'anima, senza passione, rivelatrice di un malessere esistenziale che non sembra trarre alcun insegnamento dal mezzo secolo di conquiste celebrato ieri dove un tempo sorgeva il Muro.
Il documento predisposto dalla padrona di casa Angela Merkel, certo, non manca di entusiasmo quando si volge al passato.
Ma la sfida, dopo quasi due anni di paralisi imposta dalle bocciature francese e olandese del Trattato costituzionale, era quella di cominciare a guardare al futuro. E qui tali e tante sono le divisioni, tali e tante sono le inconciliabilità concettuali esistenti tra i Ventisette, che la Cancelliera tedesca merita ogni elogio per essere riuscita a evocare una vaga "rinnovata base comune" da mettere a punto prima delle elezioni parlamentari europee del 2009.

La stessa Angela Merkel ha avvertito che il suo metodo di lavoro non cambierà, e che la presidenza cercherà il consenso di tutti attraverso contatti bilaterali dietro le quinte.
Ma è proprio qui, è in questo obbligo di una visione comune che non esiste più, la contraddizione che imprigiona l'Europa e cui il metodo della Cancelliera rischia di non sfuggire.
Per un insieme di ragioni che comprende il maxiallargamento del 2004 temerariamente portato a termine prima del riassetto istituzionale, i Ventisette somigliano oggi alla celebre formula che Zhou Enlai dedicò a sovietici e americani negli anni della prima distensione: dormono nello stesso letto, ma non fanno gli stessi sogni. Gli inglesi con altri non pensano e non credono al progetto di Europa politica che ispirò i Sei fondatori, in Polonia e in altre contrade dell'Est il nazionalismo degli oppressi non si è ancora stemperato, il vecchio asse portante franco-tedesco è in crisi da anni e ora guarda con ansia alle presidenziali transalpine, barriere condizionanti vengono alzate persino in Olanda.
Per uscire dall'ibernazione senza cadere nell'avvilente minimo comun denominatore che ha prevalso a Berlino, allora, servirebbe quel "pizzico di follia creativa" invocato ieri da Romano Prodi e sostenuto a titolo personale anche dalla Cancelliera. Ma come superare i tanti Muri dell'Unione che bloccano i suoi processi decisionali rifiutando una vera estensione del voto a maggioranza, che mantengono dissensi fondamentali sulla politica fiscale, su quella sociale, sugli allargamenti futuri, sul nucleare, su aspetti qualificanti di politica internazionale?
In realtà un accordo unanime per un nuovo Trattato (la parola Costituzione è ormai fuori corso) non può produrre altro che un'intesa iperminimalista simile a quella che ha portato alla Dichiarazione di Berlino. Ammesso e non concesso che il percorso verso il giugno 2009 resti sgombro da rotture irrimediabili (temute al più tardi nella fase delle ratifiche), non esistono nell'Unione di oggi nemmeno le condizioni politiche che portarono alle modeste ambizioni del Trattato costituzionale. E la vera questione che l'Europa del reale pone ai suoi membri, allora, stride terribilmente con le luminarie celebrative di Berlino: si vuole salvare l'unanimità e trasformare l'Unione in un Villaggio Potemkin destinato a essere travolto nel mondo multipolare e globalizzato ormai alle porte, oppure gli integrazionisti più convinti metteranno sotto controllo i dissensi che lacerano anche loro e troveranno la forza di costituirsi in avanguardia?
La Dichiarazione di Berlino è l'ennesima conferma che questa scelta non tarderà a porsi in termini ultimativi. E può darsi che gli elettori, nel 2009, proprio sulle due Europe e sulle loro diverse ambizioni finiscano per doversi esprimere.


Contro la Ue i soliti furbi
Gianfranco Pasquino su
l'Unità

Le parole migliori sull'Europa le ha espresse, come oramai succede regolarmente, il presidente Napolitano. Le radici, che non sono soltanto giudaico-cristiane, ma anche elleniche, contano, se non servono ad escludere. Il senso dell'Europa è, però, un progetto, quel progetto iniziale di pace e prosperità che sta all'origine della Comunità Europea e che, nel corso del tempo, ha avuto uno straordinario successo giungendo ad aggregare 27 Paesi. Dunque, anche se a qualche commentatore e a qualche intellettuale riesce sempre facile criticare quello che non c'è piuttosto che valutare documentatamente e sobriamente quello che è stato conseguito, che è enorme, e ancora meno a prospettare quello che si dovrebbe e potrebbe fare, l'Unione Europea costituisce un esempio unico di grande area economica e politica, prospera e pacifica.
Ciononostante, sostengono i critici, l'Unione Europea soffre di un, non meglio e non approfonditamente definito, deficit democratico al quale si dovrebbe rispondere con una riforma delle istituzioni.
Mentre concordo, in ottima compagnia con il Presidente Napolitano, sulla soluzione istituzionale, ma anche politica, sono in disaccordo sull'attribuzione di responsabilità diretta all'Ue del cosiddetto deficit democratico. Infatti, le istituzioni europee sono democratiche quel tanto - e, personalmente, credo che non sia affatto poco - che i capi di Stato e di governo dei vari Paesi hanno voluto che siano. Qualche volta, in verità, sono i capi di governo che hanno sistemi politici che funzionano in maniera democraticamente efficace, che possono dolersi a ragione del deficit democratico delle istituzioni europee. Da loro si vorrebbe, però, in particolare e in special modo dagli inglesi, ma anche, ad esempio, dagli svedesi, un maggior contributo alla democrazia dell'Unione che, invece, soprattutto gli inglesi, dalla Thatcher a Blair, non hanno affatto garantito.
Troppo spesso, ovvero ogniqualvolta fa loro comodo, i dirigenti degli Stati-membri attribuiscono all'Unione la responsabilità di politiche che essi stessi non saprebbero attuare, in particolare se quelle politiche sono, proprio come dovrebbero essere, rigorose. Insomma, per molti di loro, l'Unione Europea è un capro espiatorio ovvero un alibi. Poi, quegli stessi dirigenti, con poche, ma significative eccezioni, non riconoscono pubblicamente nei loro rispettivi paesi di fronte ai loro cittadini-elettori il contributo spesso essenziale che l'appartenenza all'Unione ha dato all'economia, alla società e alla sicurezza dei loro Stati. Ancora meno informano i loro cittadini che l'appartenenza all'Unione è un vero e proprio bonus, economico e, spesso, democratico, come Spagna, Portogallo e Grecia hanno rapidamente appreso e come molti Paesi dell'Europa orientale hanno saputo immediatamente comprendere e apprezzare. Il punto è proprio questo e serve, da un lato, a spiegare gli oramai famigerati esiti dei referendum contro il Trattato Costituzionale europeo in Francia e in Olanda, largamente dominati e determinati, più il primo che il secondo, da polemiche e da tematiche interne, dall'altro, a comprendere perché è venuto meno l'entusiasmo per una impresa politico-istituzionale di valore storico.
È inevitabile parafrasare John Kennedy invitando i dirigenti politici, i capi di Stato e di governo, a chiedersi non quello che l'Europa deve fare per loro, ma quello che loro debbono fare per l'Europa. Sembra, peraltro, che un po' tutti capi di governo e di Stato dei Paesi membri sappiano, se non benissimo, almeno a sufficienza, che cosa loro stessi dovrebbero fare per l'Europa. Tuttavia, in base a mediocri e miopi calcoli politici, che sicuramente i padri dell'Europa stigmatizzerebbero, temono di parlare alto e forte ai loro cittadini, meno che mai, come dimostrano i candidati alla Presidenza della Francia, durante la campagna elettorale. Si ha l'impressione che spesso, a meno che la democrazia non venga considerata una mera espressione elettorale, i dirigenti politici rinuncino a quell'opera di responsabilizzazione politica dei loro cittadini che passa anche attraverso una spiegazione approfondita delle buone ragioni dell'Unione Europea e dei suoi ineliminabili contributi positivi. È in questa chiave, di semplificazione, di trasparenza, di assunzione di responsabilità che può ripartire il processo di riforma delle istituzioni dell'Unione Europea.



Dico, nella Cei spuntano le "colombe"
Giacomo Galeazzi su
La Stampa

CITTA'DEL VATICANO. Dietro le quinte del primo consiglio permanente Cei della presidenza Bagnasco, i vari orientamenti dell'episcopato si dividono sulle risposte al ddl Bindi-Pollastrini. Oggi parte la discussione sull'attesa nota vincolante per i politici cattolici: è il delicato esordio dell'era Bagnasco. Il documento dei vescovi, annunciato dal cardinale Ruini come "una parola impegnativa per coloro che accolgono il magistero della Chiesa" e ricalibrato dal suo successore come "atto collegiale aperto all'apporto di tutti", polarizza la discussione nella Conferenza episcopale e ne fa emergere le diverse "correnti". Da un lato i "falchi", sostenitori della necessità di ufficializzare un duro ammonimento ai parlamentari cattolici che votano per il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto (l'arcivescovo Domenico Graziani della commissione Cei per le Migrazioni, il vescovo Francescantonio Nolè della commissione per il Clero, l'arcivescovo Giuseppe Molinari della commissione per l'Evangelizzazione e il vescovo ciellino Luigi Negri, l'arcivescovo "ruiniano" Luigi Moretti della commissione per la Famiglia), dall'altro le "colombe", favorevoli a un pronunciamento fermo nei contenuti ma senza sanzioni quali la scomunica o il no ai sacramenti (il vescovo Sergio Goretti della commissione per il Dialogo, il vescovo Antonio Lanfranchi della commissione Cei per l'Evangelizzazione, il vescovo Antonio Riboldi della commissione per la Famiglia). A tentare di ricucire tra i due schieramenti, i "pontieri" come l'arcivescovo Edoardo Menichelli della commissione Famiglia e Filippo Strofaldi della commissione per la Vita consacrata.

Intanto il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone indica per la nota Cei le priorità della "promozione della famiglia e consolidamento delle provvidenze per la famiglia". Il testo potrebbe essere licenziato in settimana dal consiglio permanente o invece portato all'assemblea generale di maggio. Le sensibilità dei presuli sull'argomento sono diverse. Il neo-leader Angelo Bagnasco assicura che il documento "non calerà come una clava". Al politico cattolico, osserva monsignor Nolè, va chiarito "quali impegni comporta la sua fede". Un richiamo, avverte il vescovo, "reso vincolante per la coscienza del credente dalla sopravvivenza della famiglia, un valore assoluto che deriva dalla parola divina: non osi separare l'uomo ciò che Dio unisce". Chi vota i Dico "mette in pericolo il progetto di Dio sull'uomo", quindi "è in una posizione irregolare per i sacramenti, non può ricevere l'eucarestia senza prima essersi pentito ed aver ricevuto l'assoluzione del confessore". I politici cattolici, aggiunge Nolè, "devono ispirarsi alla dottrina sociale e morale della Chiesa", quindi, "è diritto-dovere di noi pastori pretendere dal credente la coerenza al vincolo morale sia quando vota in Parlamento sia quando accede ai sacramenti".

I cattolici che votarono le leggi sul divorzio e l'aborto non furono sanzionati dalla Chiesa, così non devono esserlo i sostenitori dei Dico, ribatte monsignor Riboldi: "E' un fatto politico e di responsabilità personale. Ognuno risponderà davanti a Dio e alla storia. Mettere chi vota i Dico fuori dalla comunione ecclesiale sarebbe una “prima volta” grave perché non possiamo violare la coscienza ogni volta che non ci piace una legge. Meglio il dialogo, della spada. Meglio una scelta di libertà, di un'imposizione. Le convivenze sono una realtà. Meglio cercare di convincere che condannare all'inferno".

Ribadisce, invece, il vincolo che lega i credenti ad un comportamento, monsignor Graziani: "L'autonomia deve intendersi in senso relativo ma adesso il confronto è sul modo di interpretarla e sulle modalità di esercitarla. Oggi stiamo assistendo a grandi confusioni". Prova a mediare monsignor Strofaldi, che comprende il "travaglio dei “cattolici adulti” come Prodi e Bindi", ma ritiene che la nota Cei debba indirizzare la coscienza del legislatore: "Altrimenti si rischia il soggettivismo".



Le micro-Iri locali
Mario Pirani su
la Repubblica

Qualche rara volta ci capita di vedere la tv che vorremmo. Merito di pochi, coraggiosi reporter capaci di disvelare il retroscena del teatrino politico, i meccanismi che lo muovono, le interconnessioni opache dove gli interessi dei partiti si agglutinano in operazioni di occupazione e spartizione, calibrate al millimetro. Nei mesi scorsi citammo in proposito le puntate di "Report", curate da Milena Gabanelli che ci auguriamo riprendano presto. Nelle ultime tre domeniche, sulla terza rete Rai, abbiamo seguito un ineffabile investigatore, Riccardo Iacona, il quale con la flemma di un poliziotto britannico riusciva a far parlare e confessare una miriade di personaggi dell´universo clientelare calabrese ed abruzzese (con una scorsa anche nei corridoi di Montecitorio) e a spiegare quanta poca differenza ci sia sovente tra destra e sinistra nella gestione pratica dei mutui affari. Sotto la sigla "Viva l´Italia" Iacona ha costruito un´inchiesta su "Pane e politica", per fare emergere come quest´ultima sia diventata, anche al di là del test calabro-pescarese analizzato in questa occasione, una professione ambita e diffusa, resa ancor più autoreferenziale dalla legge elettorale, in realtà molto bene accolta dalle segreterie dei partiti, diventate depositarie del potere di eleggere i loro prescelti. Dal Parlamento l´autoreferenzialità discende per li rami quasi fosse una dote di natura. Come giudicare, ad esempio, l´approvazione all´unanimità dei presenti da parte del Consiglio regionale della Calabria (ma chissà in quante altre regioni?) di una legge che ha permesso l´assunzione a spese del pubblico erario di 86 portaborse, parenti di deputati e funzionari di partito, accuratamente suddivisi per appartenenza, incaricati di assicurare con uno stipendio a vita il rapporto tra eletti ed elettori?

In proposito, però, il lettore non deve confondere gli scandali e le ruberie tipo lady Asl con il sistema di regalie a pioggia ufficialmente sancite dal bilancio della giunta. Con quella Storace la beneficenza era più copiosa: ogni consigliere aveva in media a disposizione 700.000 euro all´anno da distribuire a suo piacimento a società, gruppi, palestre, mostre, fiere e feste, enti locali e persino a strutture create ad hoc, secondo tabelle ed elenchi definiti, su suggerimento dei singoli consiglieri sponsor, al momento dell´approvazione della legge finanziaria. La giunta Marrazzo, alle prese col colossale buco ereditato, soprattutto per quanto concerne la sanità, ha avuto il merito di tagliare l´ammontare della benefica elargizione, portandola a 350.000 euro a consigliere. Ma si tratta pur sempre di 25 milioni di euro, sottratti a una gestione oculata, ad obbiettivi trasparenti ed economicamente prioritari. Perché mantenere in piedi una spesa generica e clientelare in partenza? La risposta è semplice quanto desolante: perché i partiti e le reti personali che ormai li rappresentano, quale che sia il colore, così esigono. L´istituzione - in questo caso la giunta regionale - non ce la fa a sottrarsi alla sua funzione di cinghia di trasmissione.
Un´altra riprova ci è fornita dal progetto di legge regionale presentata dal consigliere Roberto Alagna della lista civica Marrazzo al fine di ridurre i costi dei ben 86 enti, in parte inutili duplicati degli assessorati, società, agenzie dipendenti o partecipate dalla Regione Lazio (ma la situazione è più o meno identica anche nelle altre): "E´ un sistema che è andato ingigantendosi in maniera incontrollata nel tempo, determinando la proliferazione di centro di costo senza peraltro rispondere a principi di efficacia e di efficienza.... si registra invece un´attività eccessivamente invasiva da parte della politica da cui dipendono le nomine degli amministratori, attraverso meccanismi che non sembrano in grado di garantire scelte ispirate a competenze e professionalità". Gli enti presi in esame contano 46 presidenti, 172 consiglieri di amministrazione, 38 direttori generali, 189 revisori dei conti. Di fronte alla denuncia la giunta anche in questo caso è corsa, parzialmente, ai ripari: una quindicina di enti saranno trasformati in agenzie regionali, i consiglieri di amministrazione delle restanti società non potranno essere più di 3, le loro indennità ridotte del 10%. Parziali congratulazioni per un parziale ripensamento. Sarebbe, peraltro, utilissima un´inchiesta in tutta Italia per scoprire quante centinaia di micro-Iri proliferino in Regioni e Comuni a spese dell´erario.


I padroni delle bollicine
Maurizio Chierici su
l'Unità

Vent'anni fa Emanuele Pirella - giocoliere dell'ironia che ha trasformato la pubblicità italiana - doveva lanciare un'acqua minerale per bambini. Non era conveniente sedurre le madri spargendo dubbi sulla trasparenza della minerale che bevevano gli adulti, anche perché nella bottiglia dei poppanti c'era la stessa acqua offerta al consumo familiare in ogni supermercato. Cambiava solo l'etichetta; fantasia sublime del marketing. Vedrai che funziona, ma come farla funzionare? Alla fine Pirella ha avuto l'idea: raddoppiate il prezzo. Chi compra la crederà un portento. Vendite alle stelle. Aveva capito chi siamo. Siamo i più tenaci consumatori di acqua minerale nel mondo. Ogni italiano ne beve 218 litri l'anno, quasi il triplo degli austriaci. Meraviglia il secondo posto della Svizzera dove l'acqua arriva al rubinetto dalle montagne che abbracciano le vallate: 106 litri a persona, non importa se parla italiano, francese o tedesco.
Bisogna dire che la vecchia Europa adora l'acqua in bottiglia con o senza bollicine: 38 miliardi di litri, un terzo del consumo mondiale anche se la popolazione è appena il 6 per cento della gente sparsa nei continenti. Privilegiati e un po' sfiziosi, ma non proprio accorti. Ci lasciamo trascinare dalla pubblicità che rinfresca giornali e televisori.
Nel 2004 gli investimenti su pagine e spot sono cresciuti del 10 per cento: 379 milioni di euro. Corpo a corpo senza il tempo di tirare il fiato. Ed ecco che pur avendo a disposizione in quasi tutte le città l'acqua buona degli acquedotti, anziché interessarsi alla revisione delle tubature, metodi di depurazione e filtraggio, insomma, dedicare ad un bene prezioso la stessa attenzione riservata ai marciapiedi rotti, gli italiani si lasciano catturare dalla retorica: acqua in bottiglia sinonimo di purezza, bontà garantita dall'etichetta, fa bene alla salute perché raccolta alla fonte. Si vuota il bicchiere con l'illusione di passeggiare nei giardini delle terme anche se l'acqua è finita in bottiglia decine di chilometri lontano da dove sgorga. Camion e autostrade. Non è facile spiegare che l'acqua del rubinetto è potabile e controllata con la pignoleria che la legge non impone alle minerali. Voci flebili sovrastate dal tam tam pubblicitario. Quando gli addetti ai lavori dell'acqua pubblica protestano per la pubblicità da loro ritenuta ingannevole e che, indirettamente, invita a diffidare dal liquido che vien fuori dal rubinetto, i colossi minerali fanno causa. Guai minacciare il loro mercato. Può il funzionario dell'ente locale o il dignitario di stato sfidare i signori delle bollicine? Se per caso la spunta - dopo carte bollate, spese d'avvocati e gironi di tribunali - appena due righe vaganti fra le pagine dell'enfasi pubblicitaria: questo il destino dei kamikaze dell'acqua pubblica. Qualcuno insiste, i volontari danno una mano, ma la lotta è dispari. "Appena un giornalista si interroga sulle acque minerali, il suo giornale rischia di perdere le inserzioni. Se è una Tv, gli spot. Meglio non parlarne. Le pressioni arrivano fino al ministero della Sanità come quando ho mandato un fax al ministro e lo stesso giorno mi chiama Mineracqua, associazione che riunisce gli imbottigliatori". Nel 2003 (governo Berlusconi), Luca Martinelli giornalista di "Altra Economia - L'informazione per agire", manda un fax all'ufficio stampa del professor Sirchia: chiede un'intervista, vorrebbe dare un'occhiata alle analisi delle dieci marche più vendute, Mineracqua si fa viva dopo poche ore. Ammette d'essere stata informata dal ministro e spedisce una lettera al direttore del giornale: diffida di insistere con l'inchiesta. A volte la difesa delle minerali scivola nell'avanspettacolo. "Che acqua minerale e acqua del rubinetto siano concorrenti lo ha stabilito l'Antitrust. E dall'Antitrust esce una sentenza che condanna l'Acea (gestisce l'acquedotto di Roma) per aver pubblicizzato la sua acqua come “pura e di montagna” quando le sorgenti sono a soli 409 metri".

Sfogliando i numeri del grande mercato, qualche dubbio: l'acqua italiana è la più gustosa del mondo oppure le nostre leggi consentono il saccheggio di risorse fino a ieri preziose e nel futuro strategiche? Le aziende che imbottigliano sono 181; 226 etichette diverse; 8 mila dipendenti, giro d'affari un miliardo e 750 milioni di euro. Degli 11 miliardi e 800 mila litri di acqua minerale raccolti, poco più di un miliardo di litri attraversa ogni anno le frontiere. L'export vola, nessuna sindrome cinese; bilancia commerciale sempre più rosa: 25 per cento in più dal 2001. Dissetiamo i raffinati del mondo serviti a tavola da quattro multinazionali: Nestlé, Danone, Coca Cola e San Benedetto. La Nestlé si presenta con undici etichette, dalla Perrier alla San Pellegrino, Panna, Levissima: tante ancora. Giro d'affari 870 milioni. La San Benedetto si ferma a 490. L'Uliveto e la Rocchetta della Congedi, 236 milioni; 196 la Danone con Ferrarelle, Vitasnella eccetera; la Spumador della Lombardia, 96 milioni; Sangemini, Fiuggi, 90. Rendiconti superati, risalgono al 2001 quando il grande mercato non era ancora invaso. Non paghiamo solo l'acqua (e molto cara): chi consuma o non consuma le minerali è obbligato, e non lo sa, a finanziare lo smaltimento dei rifiuti. Far sparire una bottiglia di plastica nel 2001 costava agli enti pubblici 30 centesimi al chilo. Oggi di più. Ogni anno 150 mila tonnellate di Pet (un tipo di plastica) sono a carico della collettività senza contare che il prezzo pagato per l'acquisto delle confezioni impone la tassa invisibile di 40 euro al mese per persona. Ma l'elenco non è finito: oltre alla pubblicità, trasporto e locazione. Esempio dell'Emilia-Romagna. Due immensi depositi privati accolgono duemila autotreni l'anno, uno a Cattolica l'altro verso la Lombardia. Stivano le bottiglie in depositi che sembrano palazzi dello sport ed ogni giorno distribuiscono ai supermercati la quantità richiesta. Rete capillare che funziona. Routine collaudata: ai magazzinieri rende più o meno un miliardo di euro da aggiungere agli euro di prima. Pagano sempre le ragazze che vanno in ufficio impugnando la bottiglietta o gli ultras della curva e i loro bottiglioni proporzionalmente meno cari. Le confezioni mignon, coccolata dalle abitudini delle italiane, costano proporzionalmente il 25 per cento in più delle confezioni da un litro e mezzo.

Il problema fondamentale è un altro: la quantità succhiata dalle holding minerali, quanto pesa sulla popolazione che vive attorno alla fonte? tante storie, ne racconta una: storia di un paese umbro - Boschetto - in lotta con Rocchetta: vuole lancia un nuova etichetta da affiancare a Brio Blu, Elisir e Rocchetta, appunto. È stata autorizzata a pompare 300 milioni di litri dal pozzo di Corcia. Teoricamente non ha nulla a che vedere col rio Fergia che alimenta gli acquedotti di Gualdo Tadino e Nocera Umbra, acqua stupenda. Ecco il giallo: uno studio dell'Azienda Regionale per la Protezione dell'Ambiente "dimostra che sarà proprio l'acqua del rio Fergia a finire in bottiglia". Cominciano i rubinetti secchi: due frazioni di Gualdo Tadino - Boschetto e Gaifana - verranno staccate dall'acquedotto e a spese dell'Azienda, allacciate ad un altro bacino. Soldi pubblici per agevolare gli interessi privati. Devono rendere bene alla regione e ai comuni se si è deciso così. Rendono, ma non come dovrebbero. La legge Regia delle concessioni risale al 1927, è stata corretta dalla Galli: fa entrare nella casse pubbliche 5 miliardi e 160 milioni l'anno. La Basilicata incassa 0,30 euro ogni mille litri; 0,51 la Lombardia; la Sicilia riceve 0,0010 euro fino a 35 mila litri; 0,65 il Veneto che con le sue montagne cede 2 miliardi e 647 milioni di litri l'anno. Le proposte del Comita Acqua chiede di estendere il regolamento regionale lombardo a tutti i posti d'Italia: prelievo di 0,0516 centesimi di euro, da aggiungere al vecchio canone di concessione, ogni 100 litri. Sarebbero 5 milioni e 68 mila euro, non un capitale ma potrebbe servire ad aprire fontanelle pubbliche. Poi il prelievo fiscale di un centesimo al litro da destinare a progetti di cooperazione: scavare pozzi nelle regioni di sabbia dove l'acqua è oro blu. È il suggerimento della Commissione Europea per lo Sviluppo e la Cooperazione. In fine una tassa sui prelievi per coprire i costi indiretti, riciclaggio plastica e smaltimento rifiuti.

Il fatalismo mediterraneo invita ad avere fiducia negli specchi Tv, mentre la praticità francese sta cambiando idea. Per la prima volta dal 1999 i parigini sono tornati all'acqua del rubinetto. Sette anni fa erano secondi solo all'Italia: il 78 per cento beveva dalla bottiglia almeno una volta la settimana. Il numero è rimpicciolito al 60 per cento. E la discesa continua: "Mai abbiamo avuto tanta fiducia nell'acqua che arriva in casa", parole di Monique Chotard, direttrice della Commissione per l'Acqua. A cosa si deve la conversione? "La gente si è resa conto che l'acqua è un bene limitato. E se proprio bisogna pagare, meglio investire nelle ricerche che possano prolungare il godimento di un bene indispensabile alla vita. Nostra e degli altri".


Milano, Moratti in corteo con Berlusconi
Elisabetta Soglio sul
Corriere della Sera

MILANO — Una fiaccolata e una catena umana. Due manifestazioni, oggi nel centro di Milano, per portare in piazza il tema della sicurezza. Il corteo con le fiaccole, lungo la via dei negozi, corso Buenos Aires, vedrà in prima fila il sindaco Letizia Moratti (senza fascia, "per essere concittadina tra i miei concittadini"), insieme ai rappresentanti di commercianti e associazioni che hanno organizzato l'evento. Qualche passo indietro, sfilerà invece Silvio Berlusconi alla guida di tutti i rappresentanti locali e nazionali della CdL che hanno aderito all'iniziativa del sindaco milanese. Nessuna bandiera: al massimo qualche striscione perché, malgrado lo schieramento sia a senso unico, la Moratti ha chiesto che "non sia una manifestazione contro il governo".
Non è finita qui. Due ore prima di questo corteo, i cittadini chiamati da 150 comitati di quartiere stringeranno le mani in una catena, cui hanno dato la propria adesione i partiti dell'Unione e la Cgil, che andrà dalla sede del Comune a quella della Prefettura per unire idealmente "le istituzioni che insieme devono collaborare per rendere la città più sicura e vivibile". Qui non ci saranno fiaccole ma palloncini tricolore. E all'inizio, in piazza Scala, l'Osservatorio mostrerà le immagine del degrado urbano: "Quello che non dipende dal governo, ma dai poteri male utilizzati dal sindaco".
La Moratti ha spiegato ieri sera, durante la trasmissione Che tempo che fa, di avere lanciato l'appello alla città per essersi sentita "impotente" dopo le "continue e inutili richieste di intervento rivolte a tutti i livelli istituzionali". Nel pomeriggio, il leader ds Piero Fassino, a margine del convegno "Fermare il pericolo con la forza della parola", aveva già contestato lo spirito della manifestazione: "Più che unire, divide. Perché è una iniziativa pensata e presentata in polemica con il governo, quando proprio ancora in questi giorni Amato ha convenuto con i sindaci una serie di iniziative volte a garantire la sicurezza dei cittadini, con provvedimenti straordinari, proprio nelle aree metropolitane".

Fassino ha poi attaccato la CdL: "Questa destra governa a Milano da 15 anni. Siamo proprio sicuri che non abbiano nessuna responsabilità, visto che ci sono tutti questi problemi di sicurezza aperti?". La risposta del vicesindaco Riccardo De Corato si articola in contro-domande: "Chiedo a Fassino: se Milano non fosse stata unita nella richiesta di sicurezza interpretata dal sindaco, il governo di centrosinistra avrebbe mai mandato 110 uomini, riempito le due caserme vuote, convocato i sindaci a Roma per la firma di un patto per la sicurezza? Chiedo a Fassino: se Milano è così divisa, il governo avrebbe mai fatto passi così importanti lasciando però tutti i motivi per la manifestazione di domani?".
Sullo sfondo di queste iniziative, con la città divisa fra chi ha aderito al corteo della Moratti (intellettuali e artisti) e chi invece ha sposato le ragioni dei comitati di quartiere (altri intellettuali e altri artisti), ha fatto riflettere la presa di posizione del cardinale Dionigi Tettamanzi, che nei giorni scorsi ha lanciato un monito letto dai più come rivolto al sindaco: "Non è certo alimentando la paura che si risolvono i problemi della sicurezza".


Politica estera, l'Italia non è isolata
Marta Dassù sul
Corriere della Sera

Ci sono due modi per leggere le polemiche di questi giorni sulla politica estera italiana. Uno è quello di Angelo Panebianco ( Corriere, sabato 24): la vicenda dell'Afghanistan conferma vizi antichi sul modo in cui l'Italia sta nel mondo. Con ambiguità, con difficoltà, con una forte dose di velleitarismo che risponde solo a fini interni. Per cui tutto assomiglia a tutto, alla fine: perfino politiche diversissime, come quelle di Prodi e Berlusconi. Ci può essere del vero, in un'analisi del genere; ma vale anche un'analisi diversa. La vicenda dell'Afghanistan conferma, insieme a vizi antichi, un problema recente e molto specifico: da un decennio a questa parte, la teoria del "vincolo esterno", su cui si era retta per mezzo secolo la politica estera italiana, ha cominciato a fare acqua da tutte le parti. Finito, assieme alla guerra fredda, il "semi- protettorato" americano sull'Europa, conclusasi la fase eroica dell'integrazione europea, l'Italia si è ritrovata con se stessa, senza più santi protettori a cui affidarsi. Il punto è che il vincolo esterno era sempre servito a superare o moderare i vincoli interni: l'America, quale garante della nostra sicurezza, a legittimare i governi; l'Europa a salvare l'economia, imponendo un po' di misura al debito pubblico. Oggi, quella funzione salvifica del "vincolo esterno" non esiste più. Il problema è che tutti fanno finta di non accorgersene. O non se ne sono accorti.
L'opposizione di centrodestra continua a pensare che un comunicato più o meno benevolo del Dipartimento di Stato sia un'arma nucleare per l'abbattimento dei governi di sinistra. Contro il governo Berlusconi, l'opposizione di allora ha usato invece l'Europa. E l'Italia di oggi continua a dividersi fra atlantisti, europeisti, pacifisti. Nessuno o quasi ritiene che la propria legittimazione si fondi sulla capacità di guidare il Paese. E che sia la solidità della guida di un Paese a farne anche la forza nelle alleanze internazionali: in Europa e nei rapporti con l'America. Questo lo sfondo, per me. Uno sfondo quanto mai deprimente. Abbiamo ancora la teoria del vincolo esterno senza avere più il vincolo. E certamente senza avere ancora, dopo circa un ventennio di ciò che abbiamo definito "transizione", un chiaro senso di noi stessi quale nazione.
Detto tutto questo, non è vero che l'Italia sia isolata in Europa, come sostiene Panebianco. E' ovvio che le modalità di liberazione di Mastrogiacomo l'hanno messa in difficoltà anche con quei Paesi europei che come noi hanno dei caveat, in Afghanistan. Ma l'Italia non è affatto isolata in Libano, anzi si è trascinata dietro buona parte dell'Europa; e non è affatto isolata nel dibattito europeo sul Kosovo o sul governo di unità nazionale palestinese. E' fuori dal gruppo europeo più ristretto che ha gestito il problema iraniano perché si è trovata fuori dall'inizio, dal 2003: per esclusione o auto-esclusione.
Ciò, d'altra parte, non ha certo impedito all' Italia di sostenere nel Consiglio di sicurezza (dove è stata eletta con successo nell'autunno scorso) la nuova risoluzione sull'Iran. In altri termini: una cosa è dire che l'Italia deve rifuggire dal velleitarismo, un'altra è l'auto-denigrazione gratuita. E l'auto-denigrazione gratuita, in fondo, fa parte anch'essa dei vecchi vizi nazionali. Se vogliamo sperare di superarli, dobbiamo cercare di non ricaderci proprio noi mentre li condanniamo sui giornali.
Lo stesso vale per la proposta di Conferenza internazionale sull'Afghanistan. Sappiamo tutti, scrive Panebianco, che è nata solo per dare un contentino all'estrema sinistra. Possono forse essere lette così formule vaghe e retoriche su una "conferenza di pace", con o senza talebani al tavolo. Ma chi abbia voglia di leggere la proposta di Conferenza internazionale effettivamente presentata dall'Italia al Consiglio di sicurezza, scoprirà che non è parte di una diplomazia "spettacolare" piegata a fini interni: è una proposta di lavoro seria, anzi sobria, non molto distante dal tavolo regionale finalmente apertosi sull'Iraq. E' possibile che il caso Mastrogiacomo la travolga, come proposta italiana. Ma il punto non è che sia una proposta dell'Italia — e quindi, nella logica di Panebianco, una proposta velleitaria per definizione. Il punto è che un tavolo regionale servirebbe davvero per pacificare l'Afghanistan, da chiunque venga proposto. Esattamente come serve la presenza militare.
In conclusione l'Italia, per avere una vera politica estera, deve riuscire a pensarsi come nazione. Non come la potenza che non è; ma come la nazione che può essere.



La guerra al terrore ha snaturato gli Usa
Zbigniew Brzezinski su
la Repubblica

La "Guerra al terrorismo" ha dato vita in America a una cultura della paura. L´elevazione di queste tre parolette a mantra nazionale da parte dell´Amministrazione Bush, dopo i terribili eventi dell´11 settembre, ha avuto un effetto deleterio sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli Stati Uniti nel mondo. L´utilizzo di questa formula ha di fatto pregiudicato la nostra capacità di affrontare in modo efficace le vere sfide che ci impongono i fanatici che potrebbero utilizzare il terrorismo contro di noi. Il danno inferto da queste tre parole - la classica ferita che ci si infligge da soli - è infinitamente più grande di qualsiasi sfrenata aspirazione avessero in mente i fanatici che hanno perpetrato gli attentati dell´11 settembre allorché complottavano contro di noi nelle remote caverne dell´Afghanistan.
In sé e per sé la formula è priva di significato: non definisce con precisione né un ambito geografico né il nostro presunto nemico. Il terrorismo non è un nemico, bensì una tecnica di guerra: è l´intimidazione politica attuata con l´uccisione di esseri umani disarmati.
Può anche essere che l´indeterminatezza della frase sia stata intenzionalmente (o istintivamente) calcolata dai suoi sostenitori. Il costante riferimento a una "guerra al terrorismo" ha di fatto conseguito un obiettivo primario, quello di favorire l´affermarsi di una cultura della paura. La paura obnubila la ragione, intensifica le emozioni e rende più facile per i politici demagogici mobilitare l´opinione pubblica nell´interesse delle politiche che si prefiggono di perseguire. Senza quel legame psicologico instaurato tra lo shock dell´11 settembre e la presunta esistenza di armi irachene di distruzione di massa, la guerra in Iraq non avrebbe mai conseguito il supporto del Congresso di fatto ottenuto. Anche il sostegno al presidente Bush nelle elezioni del 2004 è stato almeno in parte incamerato grazie al principio secondo cui "una nazione in guerra" non cambia il proprio comandante in capo nel bel mezzo dell´azione. Una sensazione di intenso pericolo, per altri versi del tutto imprecisato, è stata quindi inculcata in una direzione politicamente opportuna dall´appello mobilizzante dell´essere "in guerra".
La cultura della paura è come il genio fatto uscire dalla lampada: acquisisce vita propria e può diventare demoralizzante.
Che l´America sia diventata insicura e molto più paranoica è difficilmente contestabile. Da un recente studio è emerso che nel 2003 il Congresso aveva individuato 160 località che potevano diventare obiettivi potenzialmente importanti a livello nazionale per i presunti terroristi. Grazie al peso di varie lobby, alla fine di quell´anno l´elenco dei luoghi-bersaglio era già salito a 1.849. Alla fine del 2004 ha raggiunto i 28.360 e alla fine del 2005 i 77.769. Oggi l´archivio nazionale dei possibili obiettivi di un attentato terroristico comprende 300.000 località circa. Tra di esse figurano la Sears Tower di Chicago e una Sagra della mela e del maiale dell´Illinois.
Proprio la settimana scorsa, qui a Washington, mentre mi recavo in visita a uno studio giornalistico, ho dovuto passare attraverso uno di quegli assurdi "controlli di sicurezza" proliferati in quasi tutti gli edifici privati di uffici della capitale e della città di New York. Una guardia in uniforme mi ha chiesto di riempire un modulo, di mostrare un documento di identità e nel caso specifico di spiegare gli scopi della mia visita. Un terrorista in visita indicherebbe per iscritto di voler "far saltare in aria l´edificio"? E la guardia, sarebbe effettivamente in grado di fermare un aspirante attentatore suicida disposto ad autodenunciarsi? A rendere le cose ancora più paradossali, c´è il fatto che i grandi magazzini, con tutte le loro folle di acquirenti, sono esentati da procedure simili. Né del resto queste sono previste per gli auditorium o i cinema. Ciò nonostante, queste "procedure di sicurezza" sono diventate routine, comportano uno spreco di centinaia di milioni di dollari e danno un ulteriore contributo a far affermare questa mentalità di assedio permanente.
L´atmosfera generata dalla "guerra al terrorismo" ha incoraggiato la vessazione legale e politica degli arabo-americani. La discriminazione sociale, per esempio quella nei confronti dei musulmani che viaggiano in aereo, è anch´essa una conseguenza collaterale involontaria: non deve stupire il fatto che il risentimento nei confronti degli Stati Uniti sia cresciuto perfino tra musulmani per altro non particolarmente interessati al Medio Oriente, mentre la reputazione dell´America di leader nel promuovere rapporti costruttivi interrazziali e interreligiosi ne ha gravemente sofferto.
Questo risultato è ancora più preoccupante nell´area più generale dei diritti civili. La cultura della paura ha alimentato l´intolleranza, il sospetto nei confronti degli stranieri, l´adozione di procedure legali che sono deleterie per i principi fondamentali della giustizia. Il principio secondo il quale si è innocenti fino a quando la colpevolezza non è dimostrata si è stemperato, se già non si è dissolto del tutto, e alcune persone - anche cittadini statunitensi - sono incarcerate per lunghi periodi senza un giusto processo. Non vi è alcuna prova sicura di cui si abbia testimonianza che un simile eccesso ha effettivamente scongiurato qualche significativo attentato terroristico, né che gli arresti di presunti terroristi di qualsivoglia tipo siano serviti a qualcosa. Un giorno gli americani si vergogneranno di tutto ciò.
Nel frattempo, però, la "guerra al terrorismo" ha gravemente pregiudicato gli Stati Uniti a livello internazionale. Il risentimento non si limita ai musulmani: un recente sondaggio condotto dalla Bbc presso 28.000 persone di 27 paesi, per capire in che modo si valuti il ruolo dei vari Stati nelle questioni internazionali, ha evidenziato che Israele, Iran e Stati Uniti (in questo ordine) sono considerati i paesi che hanno "la peggiore influenza negativa al mondo".

Dov´è il leader degli Stati Uniti disposto a dire: "Basta con queste isterie, poniamo fine a questa paranoia"? Anche posti di fronte a futuri attentati terroristici, la probabilità dei quali non può essere negata, cerchiamo di dimostrare un po´ di buonsenso. Cerchiamo di rimanere fedeli alle nostre tradizioni.


  26 marzo 2007