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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21 marzo 2007


Garzón: adesso processare Bush, Blair e anche Aznar
Per la guerra in Iraq
brevissime del
Corriere della Sera

MADRID — Valutare «le eventuali responsabilità penali di quelli che sono o sono stati i responsabili della guerra in Iraq», dal presidente americano George Bush ai suoi alleati come l'ex premier spagnolo José Maria Aznar e il primo ministro britannico Tony Blair, e «chiamarli a risponderne se esistono sufficienti indizi». È la proposta del magistrato spagnolo Baltasar Garzón, che ha firmato ieri un articolo nella pagina delle opinioni di El País.


Vivere da ostaggio con i Taliban
Le compagne più venerate sono le armi: usate, pulite con cura, adorate. Anche nei rifugi di fortuna non manca mai l´acqua per le abluzioni rituali. Senza esperienze: giovani, poveri, privi di cultura e di ogni esperienza umana, sessuale, emotiva. Sono cresciuti insieme e insieme, come un branco continuano a vivere. Unica ragione di vita il loro credo religioso.
Daniele Mastrogiacomo su
la Repubblica

LASHKAR GAH - Per due settimane, per quindici lunghi giorni e quindici notti infinite, ho vissuto con i Taliban. Sempre prigioniero, sempre legato mani e piedi. Mi hanno trascinato in giro in lungo e in largo per tutta Helmand, la regione a sud dell´Afghanistan che controllano quasi interamente e che ha sfornato i mujahiddin più duri. I più decisi ad immolarsi alla ricerca del paradiso che Allah ha promesso solo ai musulmani fedeli ai princìpi del Corano. Come prigioniero cercavo sempre e soltanto una via di salvezza, uno spiraglio di speranza. Ma come giornalista mi scoprivo a guardarli, studiarli, analizzarli in ogni loro abitudine. Li osservavo nel freddo del deserto, nel caldo delle pianure sabbiose. Li scrutavo mentre mangiavamo lo stesso cibo, bevevamo la stessa acqua dei pozzi, dividevamo lo stesso pane rappreso. Annotavo mentalmente il loro modo di pregare, ma perfino quello di mettersi a dormire. E questo è uno studio coatto fatto di piccole e grandi esperienze, di dettagli quasi insignificanti, gesti, riti, usanze che solo adesso posso cominciare a sistemare nella mente e provare a interpretare.
I Taliban sono soprattutto guerrieri. Gente abituata a maneggiare le armi, ad usarle, pulirle, a venerarle. Sono quasi sempre le sole compagne di vita con le quali dividere ogni cosa. Sono quasi tutti giovani, tra i venti e i venticinque anni. Hanno una solida e profonda formazione religiosa. Provengono dalle scuole coraniche, le madrasse sorte a centinaia lungo i confini tra il Pakistan e l´Afghanistan durante e dopo la Jihad contro l´Armata Rossa dell´Unione Sovietica.
Ragazzi poveri, privi di cultura, di esperienza umana, sessuale, emotiva, sentimentale. Sono cresciuti insieme e insieme, come un branco, continuano a vivere il resto della loro esistenza. Nelle madrasse si sono formati all´Islam, hanno studiato il Corano, lo hanno imparato a memoria, lo sanno recitare in arabo, nella lingua originale. Li ho sentiti leggerlo ad alta voce, ascoltarlo nelle cassette registrate dove i versetti sono spesso accompagnati da dolci melodie. Le uniche musiche che possono e vogliono ascoltare.
Ma sono anche diffidenti, sospettosi con chiunque sia un takfir, un infedele che ha smarrito il suo cammino. Un pericoloso nemico che minaccia la loro religione e nei confronti del quale ci sono poche speranze di redenzione. Il fatto di essere nato a Karachi, in Pakistan e di avere tra gli altri anche un nome islamico, Amir, (principe della pace) mi ha forse aiutato in qualche modo. Forse tra le circa ottanta persone che ho conosciuto in questa mia prigionia qualcuno ha intravisto la possibilità di riportarmi su quella che per loro è la sola retta via. Ci hanno provato in molti, capi religiosi in testa, a convertirmi. Mi sussurravano che ero ancora in tempo, che avrei potuto compensare la mia svolta spirituale e conquistarmi il diritto ad aspirare al paradiso che segue la nostra vita terrena. Era una costante, un tema che si riproponeva durante i lunghi pomeriggi che precedeva la preghiera delle sei, la quarta delle cinque previste nell´Islam sunnita, forse la più importante, da recitare rivolti verso la Mecca, spesso individuata attraverso bussole militari di fortuna e officiata con un fervore che non ammetteva errori.
Ho conosciuto e ho vissuto con due diversi gruppi Taliban. Quelli che mi hanno arrestato, hanno indagato sulla mia posizione cercando di capire se fossi una spia, erano dei combattenti, veri soldati, impegnati notte e giorno a programmare assalti e attentati alle forze di coalizione e a quelli della polizia afgana. Sono stati loro a trascinarmi verso il profondo sud di Helmand, fino ai confini con il Pakistan. Erano quindici giovanissimi, guidati da un comandante, piccolo, nervoso che ribadiva la sua autorità con ordini secchi e guidando personalmente la sua potente Land Cruiser in modo spericolato.

Avere qualcosa in testa era non importante, ma essenziale per le preghiere che avevano una cadenza precisa e non consentivano deroghe in ogni luogo in ogni tempo. Malaws, la guida religiosa con cui intrattenevo i dibattiti più profondi, avvertiva i ragazzi quando era venuta l´ora di rivolgersi ad Allah e imponeva a tutti di eseguire il lungo rito che precede e accompagna a quella sensibilissima fase spirituale. Si iniziava alle sei del mattino, poco prima dell´alba venivamo svegliati e invitati a fare le abluzioni. Prima di pregare bisogna purificarsi, lavarsi le mani, il viso, le orecchie e i piedi. Anche due, tre volte perché è assolutamente necessario eliminare tutte le impurità. E´ escluso da questo rito solo chi non è andato a fare i propri bisogni fisici e non sia contagiato da elementi esterni che possono compromettere il rito della preghiera e mancare di rispetto al Dio a cui ci si rivolge.
Le prigioni erano luoghi di fortuna, spesso sporche e polverose. Ma l´acqua, l´elemento basilare di ogni giornata, non mancava mai. Anche dopo l´omicidio dell´autista i ragazzi sono rimasti a lavare con cura tutti i loro vestiti dalle macchie di sangue che erano sparse un po´ ovunque. Meticolosi, quasi maniacali, strofinavano via il sangue della loro vittima senza una parola. Un rito agghiacciante, subito spezzato da scherzi e altre risate, i conati di vomito per la scena a cui avevo assistito continuavano a riempire i miei incubi.

La mia (tanica) aveva un segno particolare, un taglio sul manico o un tappo di colore diverso. Non doveva essere usata ne toccata da altri, mai, come il cibo: sempre patate lessate con fagioli, che mi veniva servito su una scodella a parte, stessa cosa per il tè che mi veniva offerto a orari o secondo riti prestabiliti. Io mi tiravo leggermente sulla schiena, fissato il soffitto retto da travi di legno e arbusti incrociati e approfittavo del momento per fare i miei bisogni mattinieri.
Uscivo dal nostro angolo a piccoli passi, trascinando la lunga catena che mi fissava le caviglie verso un luogo indicato dai ragazzi di guardia. Un gesto secco con lo sguardo accompagnato da un piccolo grido se osavo allontanarmi troppo o sbagliassi direzione. Perché anche la direzione era importante, dovevo vedere verso dove si svolgevano i riti e la preghiera e dirigermi dalla parte opposta. Evitare sempre di passare davanti a loro che erano inginocchiati a pregare. Liberarsi verso la Mecca sarebbe stata un´offesa che poteva anche costarmi – come mi è costata – nuove restrizioni nel rito da prigioniero.

L´approccio non è stato facile e bisognava cercare di impostare un rapporto che sarebbe durato nel tempo. Il rito del tè, un tè giallo, tonificante e curativo per il fisico e la mente, avveniva secondo scadenze anche queste fissate da motivi religiosi. Quattro volte al giorno, per intercalare i momenti della preghiera. Si avvicinavano a turno. Per curiosità, per desiderio di scoprire misteri e usanze di una persona che la loro cultura e i loro valori consideravano lontani, impossibili, quasi inconcepibili. Ero e restavo un loro nemico. Una persona che aveva smarrito la propria anima, che poteva contagiare la loro purezza. Ma la voglia di sapere era più forte delle preoccupazioni religiose. Con circospezione, con diffidenza l´uno dell´altro, si avvicinavano e parlavano. Di tutto. Chiedevano come si vive in Italia, come ci si comporta, quali siano le leggi che regolano la nostra convivenza. Un solo argomento non veniva mai solo sfiorato: le donne. Non fanno parte del loro mondo, non tanto perché vengano disprezzate, ma semplicemente perché fanno paura. Sono solo una fonte di problemi, destinata a svolgere ruoli e compiti diversi. L´essere femminile, ti facevano capire nei rari accenni all´altro sesso, va anche rispettato, ma isolato perché è destabilizzante. Non ha nulla a che vedere con la Jihad, la battaglia che ogni vero e puro musulmano deve compiere come missione della propria vita.
Il più folle di tutti è quello che mi chiamava provocatoriamente Tony Blair. Piccolo, rotondetto, la barba lunga nera e riccia che lisciava guardandosela in un piccolo specchio che ogni Taliban conserva nel taschino della camicia, mi puntava la canna del kalashnikov sul petto e sorrideva mostrando la schiera di denti bianchissimi. Privati di tutto perfino delle scarpe, mi domandavo come facessero a mantenere così puliti i loro denti. Ognuno aveva il proprio pezzetto di legno di una corteccia speciale con cui spazzolava con cura tutto l´arco dentario. Ne faceva quasi una questione di vita. Fu proprio lui a dirmelo una notte, mentre tremavo dal freddo attorno a una brace che aveva preparato per me. Mi disse che non poteva presentarsi davanti all´altro posto (il Paradiso) pieno di polvere e che i denti costituivano, la parte del corpo più importante. Non lasciava mai il suo mitra. Come gli altri, del resto.
Persino Hamed, uno spilungone a cui avevo insegnato qualche parola in inglese, soffriva se doveva staccarsi momentaneamente dalla sua mitragliatrice pesante con una cartucciera da duecento proiettili. Andava a dormire nella cuccia che si ricavava nella sabbia delle dune, si metteva vicino la sua arma e la copriva, con amore, quasi fosse stata la sua donna. La accarezzava, la puliva, copriva l´imboccatura della canna con dei pezzi di stoffa poi avvolti con della plastica. Pulire la propria compagna di vita e di battaglia era un rito che occupava almeno due ore al giorno. Un lavoro di fino. L´arma veniva smontata, strofinata con degli stracci, filtrata da una cordicella con una corda fatta di stoffa che raccoglieva ogni più piccola impurità.
Il pranzo delle dodici, quasi sempre identico, si concludeva con la preghiera delle due, stesso rito le azioni, stesso telo steso per terra, gli sguardi seri, i versetti pronunciati a bassa voce.

Ali, il più piccolo, non più di diciott´anni, sognava di morire in battaglia. Era un desiderio che andava oltre la semplice volontà. Era un destino che cercava da sempre. Mentre sfrecciavamo nel deserto, intonava canzoni taliban, canzoni di battaglia, di leggende, di vittorie, di sogni, di speranze, di martiri. Le ho ascoltate tante volte. Ogni auto che abbiamo cambiato, che ci ha trascinato in lungo e largo nella regione aveva una cassetta inserita nello stereo che non smetteva mai di girare. Canti senza strumenti musicali, solo voci delicate, giovani che ripetono versi al limite della malinconia.
Un mucchio selvaggio è in grado di fare di tutto. Cucinare, organizzare un campo, assaltare convogli, accendere fuochi, procurare da mangiare in pieno deserto, riparare motori, pneumatici, trovare mezzi alternativi di locomozione. Riuscire a sconfiggerli è veramente un´impresa ardua. Non hanno una casa, vivono sempre in giro, tornano dalla famiglia una volta ogni quaranta giorni. Non possiedono un salario, fanno tutto gratis, hanno soltanto il gusto e il piacere, l´orgoglio di combattere per la loro causa. Il tempo di riposarsi, di salutare amici e parenti e poi via, di nuovo nel gruppo, a ridere, scherzare, a combattere, a pregare. Ridono, ridono in continuazione. Non li ho mai visti arrabbiati, indispettiti, nervosi. Chiuso nelle grotte, negli anfratti, negli ovili, nei buchi di fortuna ricavati tra le rocce di un deserto solcato da centinaia di cammelli e capre selvatiche, li sentivo ridere, spesso con voce stridula, colpendosi con affetto, rincorrendosi, prendendosi in giro. Ti davano l´illusione di essere solo ragazzi come tutti gli altri, allegri, spensierati, qualche volta perfino dolci. Ma era appunto un´illusione. Bastava poco per assistere a improvvise manifestazioni di violenza e di durezza che ti riportavano subito alla durissima realtà.

Mi chiedevano a quale pena incorreva un uomo che uccideva un altro. Io spiegavo loro che dipendeva da molti fattori, ma che nella nostra società privare della vita un altro essere umano è un reato non solo penale, ma etico e perfino religioso. Una condanna, concludevo, cinque, fino a vent´anni. Loro scuotevano la testa. Seri, lo sguardo fisso per terra mentre scuotevano il capo, obiettavano: da noi è diverso. Chi uccide dev´essere ucciso. Un parente dell´ammazzato ha il diritto, il dovere di uccidere l´assassino del proprio congiunto. Sorridevo e sintetizzavo: le legge del taglione. Spiegavo loro che accadeva anche da noi, ma che l´evoluzione della società, nel modo di vivere, avevano imposto regole di convivenza più civile. Da noi esiste la giustizia, ma anche il perdono, il valore della vita per noi è sacro, ma vanno viste le circostanze, le attenuanti, i dettagli in cui si è consumato un delitto. Loro continuavano a scuotere la testa, negavano e sentenziavano: va ucciso e se non viene fatto lo facciamo noi, nella piazza pubblica. La stessa cosa per gli adulteri: donne e uomini, devono essere lapidati, se sorpresi ad avere un rapporto illegittimo. Così per i furti, se uno ruba gli va amputata la mano destra, se viene colto sul fatto gli viene tagliato anche il piede sinistro. Regole semplici, chiare, inappellabili. «Sono un ottimo deterrente, nessuno osa farlo più. Sono un esempio per gli altri e la società funziona», mi spiegavano. E qualche altro aggiungeva: «Guarda i territori che noi occupiamo: sono sereni, tranquilli, si può girare tranquillamente di notte e di giorno, lasciare aperti i negozi, aprire attività, girare in lungo e in largo senza alcun problema». E noi occidentali, naturalmente sbagliamo tutto: «Siete incerti, pieni di dubbi, di ripensamenti, la gente ne approfitta e sa di poterla fare franca. La società rischia di diventare un caos, senza certezze e regole».

Poi si torna a studiare il Corano. Il comandante mi ha regalato invece il registratore con una cassetta dove sono registrate tutte le letture trascritte in inglese, per loro mi fanno capire sarebbe un onore enorme, convertirmi all´Islam.
Credo che siano sinceri. Che vogliano provarci sul serio. Gli scherzi, le battute, la convivenza forzata che trova vie di sbocco piacevoli, per quello che può essere piacevole la prigionia, si interrompono improvvisamente quando si toccano temi religiosi. Hasman lo ricorda in continuazione: mai mischiare le mie cose con quelle degli altri. Imparo riti e usanze, mi adeguo, le rispetto. I Taliban sono un popolo a parte, pieno di misteri e di verità che conservano gelosamente nelle loro usanze. Dicono tutto e il contrario di tutto, imparo a conoscere e giudicare per quello che sono, forse in fondo dei gran bugiardi. Incapaci di esprimere, per pudore, per rispetto, per tradizione, quello che realmente pensano dell´altra parte del mondo. Quella impura, e inconsapevole di essere caduta nel baratro dell´apostasia, come continuano a ripetermi. Per loro esiste solo la Jihad. Un mondo felice, sereno, in pace, persino buono, giusto e solidale. Ma spietato se si tratta di imporre il proprio pensiero. Credono di essere nel giusto. E per redimere quella parte dell´universo che va salvata da questo smarrimento sono pronti a tutto. Non hanno bisogno di cultura, educazione, scuole, rapporti, progresso, sviluppo civile. E´ già tutto scritto deciso, stabilito. Loro sono già salvi; siamo noi, ci sono io ad essere perduto. E per farlo sono disposti a ogni cosa. Per questo, dopo sorrisi, risate, scherzi e battute, tornano improvvisamente seri e mi dicono: «Domani ti uccidiamo. Per noi, e per il nostro futuro, per la società che vogliamo creare, sei un pericolo. Devi essere sacrificato».
Non è solo un ordine che il grande capo, il regista di questo incredibile arresto-sequestro, il mullah Omar in persona, il capo dei Taliban che si è investito del ruolo dell´erede naturale di Maometto, l´uomo fuggito in moto dopo l´attacco angloamericano, ha prima ordinato e poi sospeso. Questo ordine, per loro, arriva direttamente da Allah.


Ragazzi di Strada
Max Giordani blog su
La Stampa
Senza nulla togliere all'impegno dimostrato da tutti si potrebbe oggi sostenere senza timore di smentite che il medico milanese Gino Strada, fondatore di Emergency, possa essere oramai considerato esempio di quella categoria di Uomini di cui la società sente sempre piu necessità e che rarissima, in questo mondo di politicanti ambigui, si distingue rappresentando cio di cui si ha davvero bisogno: lealtà, coerenza e affidabilità.
La liberazione degli ostaggi, in realtà complesse come quelle che si vivono in luoghi  come l'Afghanistan, si ottiene solo grazie ad interlocutori di cui ci si puo fidare e che rappresentano l'unico vero esempio di integrazione e dialogo con popoli che vivono continuamente il dramma di invasioni da parte dei rossi prima e dei neri oggi e che si trovano costretti all'odio verso chi, con pretesti piu o meno pittoreschi pretende di indottrinarli secondo leggi proprietarie in nome di una guerra santa che non ci convince affatto.
La sofferenza del giornalista di Repubblica e la momentanea soppressione della sua libertà come uomo e come voce che racconta al mondo cio che succede é stata davvero la sofferenza di tutti.
La trattativa portata avanti da Emergency grazie al suo fondatore ed ai suoi ragazzi, la figlia Cecilia e Tommaso Notarianni, portò alla liberazione degli avventurieri di Bagdad e anche ora dimostra che chi semina davvero pace solo pace potrà raccogliere e che non esiste tavolo di trattativa dal quale non si possa uscire bene se chi ti siede davanti non bara e garantisce lealtà.
Sentiamo tutti il bisogno di gente da guardare negli occhi. Sentiamo tutti il bisogno di ragazzi di Strada.


"Io e le foto scandalo"
Lettera di Silvio Sircana a
La Stampa

Caro direttore,
approfitto della sua cortesia per fare chiarezza sulla vicenda che riguarda me e non solo me.

Intendo cominciare subito con la crudezza e la pesantezza (almeno per me) dei fatti. Esistono a quanto pare alcune foto - e vorrei vederle pubblicate al più presto - che ritraggono una macchina (la mia macchina) che accosta lungo un viale vicino ad un presunto transessuale e riparte subito dopo con un unico passeggero. Io. Con le persone a me care a cui le spiegazioni sono dovute ho già avuto tutti i necessari chiarimenti.

Non mi sento minimamente vittima di un fotografo che, indipendentemente dal fatto che piaccia o meno, faceva semplicemente il suo mestiere. Né sono stato vittima o oggetto di ricatti, di avvisaglie o minacce di ricatto anche perché - come ho già avuto modo di dire - ho appreso dell'esistenza di questo reportage dalla telefonata di un giornalista che, nella tarda serata di martedì scorso, mi descriveva nel dettaglio la foto e mi annunciava l'intenzione di scriverne sul suo giornale. Le mie balbettanti e balbettate risposte registrate dallo stesso giornalista sono lì a testimoniare il mio stupore, visto che avevo praticamente rimosso dalla memoria il ricordo di un momento di stupida curiosità di una ormai lontana sera d'estate. Dunque, se di qualcuno sono stato vittima, sono stato vittima esclusivamente di me stesso. Io so quello che ho pensato e fatto, ma, soprattutto - ed è quello che conta - so quello che non ho fatto.

Ci sono due aspetti tra i tanti inquietanti di questa vicenda che più di tutti mi hanno turbato. Prima di tutto lo scoprire a posteriori che l'esistenza di questi materiali - che più che scottanti mi permetterei di definire tiepidi o, più si va avanti con questa storia, riscaldati - fosse nota a molti e fosse oggetto di chiacchiere, illazioni, pettegolezzi da qualche mese.

Altro aspetto altrettanto sconcertante di questa vicenda riguarda la circolazione di intercettazioni tratte da faldoni giudiziari dove compare il mio nome nelle conversazioni del fotografo in questione. Anche in questo caso ho dovuto apprendere che circolava il mio nome in atti giudiziari da fonti giornalistiche. Non è la prima volta che accade, mi si dirà, ma rimane perlomeno strano.

Ma non posso fermarmi qui. Perché negli ultimi trentacinque anni (ironia della sorte 35 anni fa ho cominciato facendo il fotografo) ho lavorato nel mondo della comunicazione e dell'informazione. E, per questo mondo, ho maturato una passione e un rispetto che mi portano ad essere un convinto e fermo assertore, ma soprattutto difensore, della libertà di informazione, uno dei pilastri sacri della democrazia.

Ho vissuto con fastidio - quindi - il fatto che decisioni prese sull'argomento dalle autorità competenti siano state messe in relazione con la vicenda che mi ha riguardato. Voglio essere chiaro ed esplicito: nonostante il dolore profondo e non lenibile che questa vicenda mi ha procurato non posso condividere questo provvedimento e tantomeno la sua tempistica.

Credo - questo sì - a un'etica dell'informazione che dovrebbe essere il faro, la guida del comportamento di quanti nell'informazione operano. Un'etica che dovrebbe spingere a non colpire le persone - tutte le persone - usando le notizie come pistole puntate alla tempia di alcuno per qualsiasi fine. Ma, detto questo, non si può impedire alla stampa di fare inchieste, di raccogliere informazioni, di pubblicare fotografie. Sta agli operatori del settore decidere, secondo la loro coscienza, quali siano i limiti da non superare. Su questo fronte - credo sia opinione condivisa - c'è ancora molto da fare. Ma ritengo altresì che su queste, che sono le regole non scritte della deontologia e del comportamento, debbano essere gli addetti del settore a interrogarsi, a dibattere, a trovare soluzioni. Comunque, questo è certo, finire in vicende come questa fa male, molto male. E so di non essere il solo ad aver sperimentato un simile trattamento, definito efficacemente dal Presidente Berlusconi come una «gogna mediatica».

Da questa storia ci sono molti insegnamenti da trarre. Quelli del valore degli affetti veri, quelli delle stupidità da evitare e, per chi come me ha responsabilità forti, la necessità di lavorare sodo perché l'informazione sia sempre più libera e autorevole grazie al rispetto di regole che non sono scritte ma sono racchiuse in una sola parola: civiltà.


Il conflitto tra Stato e Chiesa e i diritti "non negoziabili"
Ormai siamo di fronte a uno scontro tra i due poteri non governabile con le categorie tradizionali dell´ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche
Quando il dialogo scompare, quando la verità assoluta esclude l´attenzione per il punto di vista altrui, è la logica democratica ad essere sacrificata
Stefano Rodotà su
la Repubblica


Spero che anche i più pigri e distratti si siano resi conto che siamo ormai di fronte ad un conflitto tra due poteri, lo Stato e la Chiesa, non governabile con le categorie tradizionali dell´ingerenza più o meno legittima delle gerarchie ecclesiastiche o con il riferimento al Concordato. E il terreno dello scontro è sostanzialmente quello dei diritti fondamentali della persona, a loro volta parte di una più generale questione dei diritti, quelli legati all´innovazione scientifica e tecnologica e quelli sociali, tema centrale della discussione pubblica in moltissimi paesi (e con il quale dovrebbe misurarsi chi continua a porre interrogativi su significato e sopravvivenza delle categorie di destra e sinistra, come hanno fatto negli ultimi tempi il mensile inglese Prospect e quello francese Philosophie Magazine).
Il conflitto tra poteri emerge dalle ultime prese di posizioni della Chiesa, che più nitide e radicali non potrebbero essere. Benedetto XVI ha indicato una serie di valori che "non sono negoziabili" e che impongono ai legislatori cattolici " di "presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondanti della natura umana" (13 marzo). La Pontificia Accademia per la vita ha "raccomandato una coraggiosa obiezione di coscienza" a tutti i credenti, e in particolare a "medici, infermieri, farmacisti e personale amministrativo, giudici e parlamentari ed altre figure professionali direttamente coinvolte nella tutela della vita umana individuale, laddove le norme legislative prevedessero azioni che la mettono in pericolo" (16 marzo). In concreto, questo significa che i valori di riferimento dei legislatori non devono più essere quelli definiti dalla Costituzione, ma quelli di un diritto naturale di cui la Chiesa si fa unica interprete. A questo si accompagna un esplicito rifiuto dell´ordine civile, rappresentato dalla legittima legislazione dello Stato ritenuta non conforme a quei valori, che persino i giudici non dovrebbero applicare. La rottura è netta. Viene posto un limite esplicito al potere del Parlamento di decidere liberamente sul contenuto delle leggi, con l´ulteriore ammonimento che, qualora quel limite non fosse rispettato, si troverebbe di fronte alla rivolta dell´intera società cattolica.
Esplosa negli ultimi tempi, questa posizione ha avuto una lunga incubazione, è stata colpevolmente sottovalutata e non può essere spiegata con riferimenti solo alla fase più recente. So bene che le autocitazioni non sono eleganti. Ma in un mio articolo, apparso il 26 settembre 1991 su questo giornale con il significativo titolo "La restaurazione del Cardinale Ruini", sottolineavo proprio che nei discorsi di Ruini si trovava un "impegnativo programma politico", costruito intorno a "valori a difesa dei quali i cattolici, compatti, dovrebbero schierarsi", e al quale i cattolici in Parlamento dovevano conformarsi. Già sedici anni fa chi avesse occhi per vedere poteva ben rendersi conto di quel che sarebbe successo.

La contrapposizione è frontale, la strategia è quella propria di un soggetto politico. E´ una realtà scomoda per chi ha ignorato i segnali che si accumulavano negli anni per il timore d´un conflitto con la Chiesa, e che oggi si trova di fronte ad un conflitto assai più profondo di quello che si è cercato di schivare. E´ una realtà scomoda per chi vorrebbe vedere nelle parole delle gerarchie ecclesiastiche nient´altro che la manifestazione della sua vocazione pastorale. Ed è una realtà che negli ultimi giorni ha assunto una tale evidenza, per la schiettezza con cui parla la Chiesa, che diventa sempre più difficile negarla parlando di forzature interpretative "laiciste".
La prima vittima di questo stato delle cose è il dialogo, che a parole molti dichiarano di volere. Ma il dialogo non è possibile quando una delle parti afferma d´essere depositaria di valori appunto "non negoziabili", e prospetta una rivolta permanente contro lo Stato.

Ma, si dice, la non negoziabilità di quei valori nasce dal fatto che essi sono radicati nella natura stessa, fanno parte di un diritto naturale che l´uomo, dunque il legislatore, non può scalfire. In tempi non sospetti, tuttavia, Norberto Bobbio ha opportunamente ricordato che, "purtroppo, 'natura´ è uno dei termini più ambigui in cui sia dato imbattersi nella storia della filosofia" e che sono almeno otto i significati di natura, e di diritto naturale. Chi scioglie questa ambiguità, chi sceglie tra le molte accezioni possibili? In definitiva, chi può parlare in nome della natura? E´ evidente che la pretesa d´avere il monopolio in questa materia rivela una attitudine autoritaria, non compatibile con le regole d´un sistema democratico. Non a caso, per evitare che l´azione pubblica fosse sottomessa a tavole di valori fissate in modo arbitrario o autoritario, si è affidata alle costituzioni la determinazione in forme democratiche dei valori comuni di riferimento, passando così ad uno "Stato costituzionale di diritto". Sostituire ai valori costituzionali quelli attinti ad una natura costruita in modo autoritario porta con sè una regressione culturale che, di nuovo, nega la logica della democrazia.
Altro è, evidentemente, sottolineare le novità, anche antropologiche, che il nuovo contesto scientifico e tecnologico propone, e chiedere che di questo si discuta apertamente. Presente e futuro sono carichi di incognite che richiedono una comune ricerca. Ma, per fare questo, bisogna appunto ricostruire le condizioni del dialogo tra persone di buona volontà, liberarsi dei dogmatismi, non rinserrarsi nelle proprie certezze e pretendere di imporle agli altri.

Se si vuol discutere seriamente, bisogna ricordare che riconoscimento del testamento biologico e attenzione per le cure palliative convivono in molti paesi, anzi si sostengono reciprocamente, poiché il testamento biologico è un documento che consente di manifestare anche le proprie volontà sulle terapie contro il dolore. E in Francia, tanto per fare un solo esempio, la legge sui Pacs (ben più incisiva e chiara delle nostre proposte sulle unioni di fatto) convive con una delle più avanzate politiche di sostegno alla famiglia.
Se si vuol fare riferimento all´umanità e comprendere davvero le necessità e le sofferenze della gente, come ci incita a fare il cardinal Martini, bisogna abbandonare il dogmatismo e parlare di cose concrete. Cure palliative al primo posto? Benissimo. Si sappia, allora, che in Italia i centri specializzati sono 102 da Roma in su, e solo 5 nel resto del paese; e che a Milano un grande ospedale ha chiuso il reparto per le cure contro il dolore perché economicamente non rendeva. Politiche per la famiglia? Benissimo. Si legga, allora, quel che Massimo Livi Bacci scrive con il consueto rigore sulla situazione francese, mostrando quali debbano essere le azioni da condurre e quali gli investimenti necessari.
Liberi da dogmatismi e pretese autoritarie, possiamo meglio cogliere i valori di riferimento e le politiche da intraprendere. Da una parte, riconoscimento alle persone del diritto di governare liberamente la propria vita e di organizzare le relazioni personali, come già nitidamente ci dice la Costituzione. Dall´altra, rinnovata e forte attenzione pubblica, che è la condizione perché le scelte possano essere compiute responsabilmente e al riparo da ogni costrizione. Ma le politiche pubbliche, in queste materie, sono fatte di investimenti e di servizi, esattamente l´opposto delle derive privatistiche e liberistiche alle quali ogni giorno qualcuno incita.


La polizia tedesca si ribella: l'Olocausto non ci riguarda
Berlino, un'intera classe di agenti rifiuta di ascoltare all'accademia un sopravvissuto di Auschwitz. Reazioni sdegnate nel Paese
Paolo Valentino sul
Corriere della Sera

BERLINO — Era andato all'Accademia di polizia di Berlino a raccontare la sua storia, la tragedia di una famiglia divorata dall'Olocausto.
Come fa da vent'anni. Lì, nell'istituto dove nascono i futuri tutori dell'ordine repubblicano nella capitale tedesca, ma anche nei ginnasi e nelle scuole militari della Bundeswehr, l'esercito federale, che per il suo impegno lo ha decorato con la croce d'onore d'oro.
Ma quella mattina del 27 febbraio scorso, a Isaac Behar, 83 anni, sopravvissuto di Auschwitz, non è stato consentito di parlare. È stata l'intera classe a rivoltarsi. «Non vogliamo ci venga continuamente ricordato che i nazisti hanno ucciso gli ebrei, l'Olocausto non riguarda noi», hanno detto gli allievi- poliziotti.
Qualcuno si è fatto anche scappare la frase «gli ebrei sono tutti ricchi».
Provoca sdegno e polemiche, ma soprattutto suona l'ennesimo campanello d'allarme sul risorgente antisemitismo in Germania, il nuovo episodio svelato ieri dalla Berliner Zeitung. A renderlo ancora più grave e preoccupante, è che per più di due settimane i responsabili della «Polizeischule» non abbiano denunciato l'accaduto ai loro superiori e che soltanto per caso e per via indiretta, la scorsa settimana, il capo della polizia di Berlino, Dieter Glietsch, ne sia venuto a conoscenza. «Se le circostanze che mi sono state riferite venissero confermate, ci sarebbero conseguenze pesanti», ha detto ieri Glietsch, che ha ordinato un'indagine approfondita per far rapidamente luce sull'episodio.

La dittatura nazista e l'Olocausto sono materie obbligatorie nel programma accademico della scuola di polizia berlinese. Gli allievi hanno anche il dovere di partecipare agli incontri con esperti o testimoni, come appunto Behar, secondo il quale già in passato, durante sue visite alle scuole militari della Bundeswehr, si erano verificati episodi di antisemitismo: «Ma gli insegnanti erano sempre intervenuti energicamente».
L'ex capo della comunità ebraica di Berlino, Andreas Nachama, ha definito l'accaduto «spiacevole e molto preoccupante». Anche perché viene ad aggiungersi ad altri casi recenti. Come la scoperta, appena la scorsa settimana, che le guardie del corpo dell'ex vicepresidente del Consiglio centrale ebraico, Michael Friedmann, tutti agenti della polizia di Francoforte, erano neonazisti, che amavano farsi fotografare indossando le divise con la croce uncinata. Sono stati tutti sospesi dal servizio. Meno di un anno fa, nel maggio 2006, un capitano della V direzione di polizia della capitale aveva subito lo stesso provvedimento, perché sospettato di apologia e istigazione al nazismo.
«Si fa strada — ha scritto ieri in un commento il quotidiano che ha svelato i fatti — un sospetto terribile: alcune persone nella polizia non sono necessariamente i guardiani della legge e dell'ordine. Invece di difendere la democrazia e lo Stato di diritto, coltivano le loro tendenze naziste».

L'antisemitismo, secondo la Berliner Zeitung, «ha ripreso piede nella società tedesca, ma questo non può essere una scusa per la polizia, in quanto parte di essa». In un Paese democratico «le forze dell'ordine devono riscuotere la fiducia di tutti e portano una responsabilità speciale. Per chi coltiva vicinanze con l'estrema destra c'è dunque una sola regola: dev'essere cacciato e senza possibilità di perdono».


Compleanno dolceamaro a Berlino
Da Roma 1957 a Berlino 2007:
i primi cinquant'anni dell'Europa
Adriana Cerretelli su
Il Sole 24 Ore

Guardando indietro, alle conquiste dei suoi primi cinquant'anni, l'Europa potrebbe avere un moto di orgoglio, perfino lasciarsi andare a un autocompiacimento quasi smodato: pace, democrazia, benessere diffuso, mercato e moneta unica. Niente frontiere per i cittadini di Schengen. Allargamento smisurato: dai 6 Paesi membri delle origini nientemeno che ai 27 di oggi, grazie alla caduta del Muro di Berlino, alla riunificazione tedesca prima ed europea poi. Tanti nuovi candidati all'ingresso in lista d'attesa (Turchia compresa) e in costante aumento. Potrebbe essere fiera, se non avesse la testa e gli occhi offuscati dalla crisi di consenso che da qualche anno l'assedia paralizzandone la capacità di auto-riformarsi, di darsi una governance istituzionale all'altezza delle sue nuove dimensioni geografiche e delle sfide globali che ogni giorno ne mettono alla prova coesione e credibilità interna e internazionale.

Nella primavera del 2005 il gran rifiuto franco-olandese alla ratifica della Costituzione europea - nome pomposo attribuito a quella che in realtà era solo l'ennesima riforma dei Trattati vigenti - è stato la punta dell'iceberg di una crisi profonda che maturava da anni, dalla caduta del Muro di Berlino, ma che nessuno voleva vedere. Anzi che tutti hanno voluto accantonare lanciandosi nella corsa sfrenata all'allargamento a Est. Ma prima o poi i nodi vengono sempre al pettine. È quello che puntualmente è accaduto.
«Il 50% degli europei vuole più Europa, ma l'altro 50% pensa che ce ne sia già troppa: è questa la crisi europea» ha riassunto Jean-Claude Juncker, il premier lussemburghese che dell'integrazione continentale è uno dei fautori più convinti.

La crisi del motore franco-tedesco. Tormentati da paure vere e presunte nel futuro, da angosce economiche e identitarie di fronte all'Unione che si allarga e si porta dietro più concorrenza e meno garanzie, di fronte alla globalizzazione che colpisce in parallelo moltiplicando insicurezze e timori, oggi i cittadini europei appaiono un po' dovunque preda di una crisi psicologico-esistenziale. Accusano l'Europa liberal-liberista di tutti i loro guai. Il bersaglio è facile ma è sbagliato: l'Europa infatti è la dimensione minima necessaria per difendere la loro way of life nel mondo globale. Ma quando i cittadini sono contro, i Governi si guardano bene dallo sfidarne i malumori. E così l'Unione è bloccata. Ha disperato bisogno di una governance istituzionale, politica ed economica più moderna ed efficace per incidere sulla scena mondiale ma dal 2005 si limita a tirare a campare. Aspettando le presidenziali francesi. Facendo finta di non sapere che l'equazione delle riforme necessarie ormai non passa più solo dal binomio franco-tedesco. Prima tutto perchè il vecchio motore è in crisi dal 1989 e poi perchè nell'Unione allargata Francia e Germania da sole non riassumono più l'interesse collettivo di 27 Paesi troppo eterogenei in un continente dove i nazionalismi tornano a sgomitare.


        Documenti
        Tutti i Trattati costitutivi nei testi integrali
        
        Web guide
        Portale dell'Unione europea (in italiano)
        «Festeggiamo l'Europa!» (speciale 50° anniversario)
        Presidenza tedesca della Ue (sito ufficiale in tedesco, inglese, francese)


Acqua, la sfida del secolo
Jacques Diouf su
la Repubblica

Non esagerano quelli che definiscono la scarsità d´acqua la sfida del secolo. Un recente dibattito in Australia sulla proposta di riciclare le acque reflue in acqua potabile, il lento prosciugamento di enormi bacini idrografici, come il Lago Ciad in Africa o il lago Aral in Asia, i milioni di persone che lottano ogni giorno per coltivare la terra in regioni colpite dalla siccità in Asia, Africa ed America latina, sono tutti segnali della necessità irrimandabile di preservare e fare un uso più produttivo delle risorse idriche del pianeta.
Il tema della Giornata Mondiale dell´Acqua di quest´anno (22 marzo) "Fronteggiare la scarsità d´acqua" è più di un semplice invito a focalizzare l´attenzione su questa questione. Vuole essere una chiara e categorica chiamata all´azione.
L´agricoltura è la più grande consumatrice d´acqua, ed in quanto tale la FAO ritiene sarà la prima a dover trovare delle soluzioni ad una domanda globale in continuo aumento.
L´agricoltura consuma circa il 70 per cento dell´acqua che viene utilizzata al mondo, perché senza acqua non c´e agricoltura. E questa percentuale sale sino al 95 per cento in molti paesi in via di sviluppo, dove si trovano circa tre quarti di tutte le terre agricole irrigue.
Per migliorare la situazione alimentare, e migliorare dunque le condizioni di vita di milioni di persone al mondo, gli agricoltori dovranno allora trovare il modo di produrre più cibo con proporzionalmente meno acqua. In media, secondo la FAO, occorrono da 1.000 a 2.000 litri d´acqua per produrre un chilo di grano, e da 13.000 a 15.000 litri per produrre la stessa quantità di carne da bovini alimentati con cereali.
Di contro la quantità di acqua potabile di cui ha bisogno quotidianamente un essere umano si aggira appena tra i due e i cinque litri, mentre invece ogni giorno "mangiamo" una media di 2.000 litri di acqua a persona. Ne consegue che l´effettivo consumo giornaliero d´acqua a persona è 1.000 volte superiore alla quantità stimata dell´acqua che beviamo.

L´accesso all´acqua può essere un problema anche dove le risorse sono abbondanti, ma certamente la penuria d´acqua è più acuta nelle zone aride del pianeta, dove vivono oltre 2 miliardi di persone, nonché la metà di tutti i poveri del mondo. Vi è grave scarsità d´acqua in Medio Oriente e Nord Africa, ma anche in Messico, Pakistan, Sudafrica e larga parte della Cina e dell´India.
Si è ormai concordi nel ritenere che occorrono politiche ed interventi coordinati se vogliamo fare un uso più efficace delle risorse idriche in agricoltura, nei centri urbani e nell´industria.
Per quanto riguarda il settore agricolo, la FAO è a favore di progetti di irrigazione su piccola scala a livello di villaggio, che impiegano tecnologie relativamente semplici ed a basso costo che possono essere utilizzate dai piccoli contadini. Ma occorre anche guardare alle prospettive di lungo periodo, migliorando e potenziando la gestione delle strutture e lavorando a livello internazionale per proteggere e sviluppare i bacini idrografici.
Paesi molto diversi tra loro come Sudafrica, Turchia e Messico si sono orientati verso questo tipo di programmi d´irrigazione su piccola scala o su sistemi comunitari per la raccolta delle acque piovane e la protezione dei bacini idrografici.

A livello mondiale sono oltre 1 miliardo e 100 milioni le persone che non hanno accesso sufficiente all´acqua potabile e 2.6 miliardi non dispongono di servizi igienici adeguati. E non è un caso che ogni giorno 3.800 bambini muoiono per malattie associate alla mancanza di acqua potabile e di servizi igienici degni di questo nome.
L´accesso all´acqua resta, d´altra parte, strettamente connesso con il raggiungimento della maggior parte degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, tra questi dimezzare il numero di coloro che soffrono la fame e vivono in condizione di povertà estrema entro l´anno 2015, fermare la diffusione dell´HIV/AIDS, assicurare l´istruzione elementare a tutti i bambini del mondo e garantire la sostenibilità ambientale.
Ma non tutti i paesi hanno accesso diretto all´acqua di cui hanno bisogno per produrre il cibo necessario alla popolazione. Il mercato internazionale delle derrate rappresenta un importante veicolo per esportare "acqua virtuale" dai paesi esportatori di prodotti alimentari, con abbondanti risorse idriche, ai paesi importatori di alimenti con scarsezza d´acqua. In realtà ogni importazione di cibo equivale ad importare acqua in forma per così dire "condensata". Uno studio della FAO stima, per esempio, che per coltivare il cibo che viene importato nel Medio Oriente sarebbero necessari 86,5 km3 di acqua - l´equivalente del flusso annuale del Nilo nella regione.

Come comunità globale, nell´affrontare la scarsità d´acqua, abbiamo la capacità di andare oltre le misure congiunturali e la logica del giorno per giorno e riuscire a sviluppare una gestione complessiva, efficace e di prospettiva, per le risorse idriche del pianeta. Trasformare questa capacità in risultati concreti richiede però volontà politica, risorse finanziarie e cooperazione internazionale.
(l´autore è Direttore generale della Fao)


  21 marzo 2007