Finalmente, dopo quattordici giorni di sequestro, Daniele Mastrogiacomo è libero con l'interprete Ajmal Nashkab. Ferito durante il rapimento, ha visto uccidere il suo autista Sayed. Oggi il ritorno in Italia. A «Repubblica» brindano. Il governo ringrazia i servizi e soprattutto Emergency. Ma a Kabul è stato un altro giorno di morte, con l'attacco a un convoglio Usa. Tra agguati e controffensive, la guerra fallisce anche in Afghanistan. E nel quarto anniversario del conflitto iracheno il presidente Bush parla agli americani, che gli credono ormai solo al 30%: «La vittoria è ancora possibile». Nel frattempo ogni città statunitense ha la sua marcia per la pace
"I miei 15 giorni in catene
IL RACCONTO/1. Diario della prigionia: "Ho visto sgozzare
il mio autista. L'ultimo giorno, il saluto: ci vediamo in Paradiso"
Daniele Mastrogiacomo su la Repubblica
LASHKAR GAH - "Fra due ore, preparati". Il comandante, come lo chiamano, anche oggi è raggiante, perfino ironico. Entra nella stanza in terra e paglia dove dormiamo da domenica notte e annuncia: "Sei libero, voli via", mi dice mimando un aereo che decolla. Sono stordito. Le notizie che ho imparato a percepire da qualche parola di pashtun farfugliata dalle guardie all'esterno, mi fanno capire che tutto sta per finire. Sono ad un passo dalla libertà. Mi alzo in piedi, con le catene che mi stringono le caviglie da 15 giorni e fisso il comandante con stupore, allo stremo, diviso tra la paura di subire una nuova delusione e il fortissimo desiderio di tornare libero. Non credo più a niente, diffido di tutto. Lui mi stringe le mani. Ha un sorriso bianco circondato da una barba sottile nera. "Sure?" gli chiedo. Ride ancora, risponde: "Sure!", sicuro.
Salto dalla gioia, muovendomi a scatti per via delle catene che mi impediscono di fare dieci centimetri alla volta. Mi sono sentito, mi hanno fatto sentire, un prigioniero di Guantanamo. I sei guardiani, irrompono nella stanza, sono felici, sorridono, stringono le mani, mi battono pacche sulle spalle. Chiedono scusa, si avventano sui lucchetti delle catene. Le chiavi si sono perse nel deserto. Prima affrontano il catenaccio del collega e interprete afgano Ajmal, anche lui liberato e rientrato a casa.
È un lucchetto più grosso, ci vuole più forza e più costanza. Facciamo a turno, studiando come e dove rompere. Con tutto quello che troviamo. Io resto lì, ad osservare. Ajmal ha il viso distrutto. Troppe volte siamo rimasti delusi, troppe volte in uno sconforto che non mi faceva più respirare, mi sfogavo con lui e gli dicevo che si doveva assumere gran parte della responsabilità. Lo esortavo a reagire, a non usare quella tecnica della vittima, del finto malato, quasi dell'offeso. Avevamo davanti un gruppo tosto, forte, deciso. Non c'era nulla da essere offesi: ci avevano venduti. La sua fonte gli aveva promesso un'intervista ad un comandante di spicco dei Taliban. Non era così. Forse il contatto, che ha pagato con la vita, ci ha venduto come spie al capo di una delle due fazioni in cui sono divisi i Taliban. Così almeno mi pare di capire adesso. Ci sarà tempo per saperne di più.
UNA TORTURA
Non è stato un sequestro, ma una tortura. Psicologica e fisica, mentale, religiosa, politica, esistenziale. Quindici giorni che mi hanno segnato come quindici anni. Dentro e fuori. Nel mio profondo, nel mio subconscio.
Mi fanno cambiare vestito. Tradizionale. Il mio, sempre tradizionale, che ho indossato per due settimane è pieno di sangue. Lo hanno lavato ma non sono riusciti a cancellare le macchie nerastre che mi punteggiano perfino i pantaloni. I Taliban non vogliono fare brutta figura. Vogliono che il mondo sappia che trattano bene i loro prigionieri. Mi faccio una doccia, la prima in due settimane. Mi riprendo, ma sono ancora stordito. Temo altri intoppi, altre trappole. Chiedo conferma ad un ragazzo che fa il giornalista per i Taliban. Lui annuisce, mi dice che è vero che ci liberano, che è sicuro al cento per cento. Ajmal, il mio collega, sbanda. È bianco in volto. Continua a tenere il muso. Mi ha sempre detto di non credere più a niente. Impreca contro il governo Karzai, colpevole, a suo dire di provocare continui ritardi nel rilascio. Mi isolo, lo abbandono, non mi può essere d'aiuto in questo momento, come invece lo è stato molte altre volte.
Guardo Malaws, il malawi, l'uomo del vertice locale, a cui era affidata la gestione della nostra prigionia. È cresciuto, come tutti gli altri, in una madrassa. È un religioso. Mi ha chiesto di riflettere sull'Islam e mi ha sempre detto che per lui sarebbe stato un enorme gioia convincermi a diventare musulmano. Di lui mi fido, e vedo che anche lui sorride. Non so dove avverrà lo scambio. Penso al primo fronte della guerra. Io, con le catene ai polsi che cammino su un terra di nessuno, con i cecchini piazzati su entrambi i lati. Mi assale di nuovo l'angoscia. Dico che non è finita, che rischio ancora la vita. Penso a Calipari e alla Sgrena.
LO SCAMBIO
Avviene sul fiume. Mi portano vicino al luogo dove hanno ucciso l'autista. Sorrido, chiedo se non si tratti di uno scherzo. Io, ammanettato, convinto di essere liberato e invece scambiato come un animale. Mi dicono di stare tranquillo, ma continuo a tremare e non riesco a trattenere l'ansia che mi sta esplodendo dentro. Arrivano altri furgoni, macchine, pick-up. Pieni di ragazzi armati, con turbanti e le keffya. Urlano, agitano le armi. Il comandante, con il suo satellitare e l'auricolare che gli conferiscono il carisma del capo, urla ordini concitati. Dall'altra parte del fiume vedo decine di altre persone. Penso a dei soldati, a dei poliziotti afgani. Temo una sparatoria. I mezzi vanno spediti lungo la sponda, siamo in un campo aperto. Non accadrà nulla. Guadiamo il fiume con una barca trascinata da una cima, dall'altra parte vedo che ci sono solo capi tribù. Sono i garanti, sono quelli che possono garantire l'incolumità. Non so nulla, vado alla cieca, non ho sentito notizie per due settimane, non so per cosa e chi stia trattando.
Arriviamo dall'altra parte. Vengo preso dolcemente, accompagnato verso altre macchine. I Taliban sono esaltati. Scendono, abbracciano tutti, sparano in aria raffiche di armi automatiche leggere e pesanti. Il giornalista continua a riprendere con la telecamera. Mi tolgono finalmente le catene ai polsi che hanno ripreso a sanguinare. Salto a terra. Incontro il delegato di Emergency, tutti vogliono farmi fotografie. Sono stordito, felice, ma tremo ancora alla paura dell'ennesima delusione. Ormai non mi fido più di nessuno. Montiamo in auto, continuo ad aver paura.
Il mediatore che mi è venuto a prendere mi rassicura. Mi dice che sono salvo che ora posso sentirmi come in Italia, a Roma. Mi avvolgo con la mia coperta che fa parte del vestito, incrocio le gambe sul sedile, non sono più abituato a stare seduto normalmente. Mi raccolgo in un fagotto, mi accendo una sigaretta, la fumo nervosamente. Guardo verso il deserto che attraversiamo, mi manca l'aria, apro e chiudo in continuazione il finestrino. I cammelli, gli asini, i colori, il sole che sta tramontando, la preghiera da fare rivolti verso la Mecca. Guardo sulla mia destra e ho un soffio al cuore. Mi hanno catturato qui. La zona è identica. Sono sicuro. Mi escono le lacrime, mi bagnano il viso impolverato, la barba lunga. Piango, finalmente piango.
LA CATTURA
Mi arrestano, mi rapiscono, qui, a un chilometro dal centro di Laskhar Gah. Avevo deciso di andare a sud, a Kandahar e poi a Laskhar Gah. Perché qui domina il movimento Taliban e qui si può toccare con mano la realtà che ci viene raccontata da altri. È sempre stato il mio modo di lavorare. Vedere con i miei occhi, ascoltare, registrare e poi raccontare. L'ho fatto decine e decine di altre volte. In Iraq, in Somalia, in Palestina. Il collega afgano dice di aver preparato tutto, che l'intervista con un comandante militare è fissata per le 11. Con l'autista usciamo da Laskhar Gah, un chilometro e prendiamo a bordo un ragazzo. Ha il tradizionale telo che gli copre anche gli occhi. Lo saluto, non risponde. Indica la strada. Una strada di sassi e ghiaia che si perde nelle campagne. Facciamo un chilometro. Varchiamo canali di irrigazione, poi ci fermiamo. Dalle colline appaiono tre moto nere. A bordo ci sono tre ragazzi vestiti come i Taliban, turbante nero e vestito grigio scuro. Sono armati. Ci bloccano. Ci guardano torvi. Fanno scendere dall'auto i miei compagni, legano loro le mani dietro la schiena con i turbanti. Aprono il mio sportello, quello posteriore. Mi guardano, scostano il turbante che mi copre in parte il viso. Mi fanno scendere, ci prendono tutto quello che abbiamo, soldi, passaporto, documenti, computer, orologio, telefoni. Resto interdetto, mi do delle spiegazioni, credo che si tratti solo di un equivoco. Noi abbiamo un'intervista fissata qui, è tutto regolare. Mi puntano le canne dei fucili addosso. Legano le mani anche a me e mi mettono una benda sugli occhi. Mi sento impazzire, scopro di soffrire in modo terribile di claustrofobia, che devo vedere la luce. Mi manca il respiro. Riesco a liberarmi, mi tolgo la benda. Il calcio del kalashnikov mi colpisce la schiena. Cado a terra. In ginocchio, alzo le mani, mi arrendo. Mi arriva un secondo colpo di kalashnikov sulla testa. Il sangue esce a fiotti, mi impregna la benda degli occhi. Mi infilano nel portabagagli, poi nuova sosta, mi infilano un cappuccio nero e mi caricano sul sedile di una moto.
L'INTERROGATORIO
Finisco, con gli altri, dentro una casa di fango e paglia. Sono tutti lì, una decina, parlano, ci offrono del tè, ci dicono che siamo in arresto: "Ingresso illegale in territorio taliban. Devono verificare chi siamo. Se scoprono che siamo spie ci uccidono, se invece siamo giornalisti come stiamo dicendo da subito, serviremo per uno scambio di prigionieri. Sono duri e formali insieme. Lo saranno sempre, seguendo un gioco psicologico che ho dovuto imparare e saper gestire per salvarmi la vita. Mi bendano di nuovo, mani legate dietro la schiena, perdo le scarpe, mi trascinano ridendo. Ho paura di essere ucciso. Sono in mani loro, non so dove mi trovo, possono spararmi e seppellirmi in una buca. Mi infilano nel portabagagli. Urlo di togliermi la benda agli occhi. Li imploro, li scongiuro. Urlo quel please, please che mi renderà famoso in tutta Helmand. La benda mi scende sulla bocca, non respiro, vengo sballottato per almeno un'ora. Penso allo yoga, disciplina che non ho mai fatto ma di cui ho letto molto. Mi devo calmare. Ci riesco. Mi fanno scendere. Sono all'inizio di un deserto. Mi caricano con i miei due compagni su una Land Cruiser con il cassone aperto pieno di giovani armati. Veri soldati. Ci legano le braccia strette dietro la schiena e ci fanno sedere di spalle. Viaggiamo di notte, per quattro ore nel mezzo del deserto.
Mi rispettano, ma mi condannano. Sono sempre a viso scoperto, mi dicono i loro nomi. Continuo a spiegare che sono un uomo maturo, che ho i miei acciacchi, che non posso resistere al loro livello di vita. Loro capiscono, annuiscono, ma spiegano che questa è la jihad. Che loro combattono per il trionfo dell'Islam. Perché è la sola religione in grado di gestire l'essere umano. Mi servono sempre un piatto a parte. Pensavo si trattasse di un gesto di riguardo. Ajmal mi fa capire che si tratta di distacco dal takfir. Io non ho colpa a non essere musulmano, ma questo impedisce loro di avere qualsiasi contatto fisico con me. Mi addormento verso le 10 del mattino.
LE PERCOSSE
Il primo sonno liberatorio. Mi svegliano di soprassalto. L'autista è già rientrato nell'ovile e piange a dirotto. Lo guardo, un po' smarrito. Non so cosa sia accaduto. Lui mi sussurra: "Digli che mi davi 50 dollari al giorno". Mi prendono, mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno entrare in un'altra stanza. Sono tutti lì, in circolo. Uno dei vice capi mi interroga, mi chiede dei soldi, rispondo, mi chiede cosa ci fosse nel mio computer, gli dico tutto chiaramente. Lui insiste. Mi chiede quanti soldi avessi. Gli dico quello che mi ricordo. Loro mi indicano il pavimento, mi fanno stendere e poi iniziano a frustarmi con pezzi di tubi di gomma. Dieci colpi, gridano Allah akbar, Dio è grande. Io urlo: "Basta!". Si dice così anche in pashtun. L'uomo che mi sta davanti e che mi indica con la mano che mi tagliano la gola, ordina di smettere. Ridono in molti, ripeto, please, please, ricordando le mie implorazioni dei giorni passati. Il cuore mi batte all'impazzata. Sono ancora salvo, ma è molto, molto più grave di quello che immagino. Non mi spiegano nulla, cerco di percepire da questo mucchio selvaggio quale può essere il mio destino. So che hanno scoperto chi sono e su quale giornale scrivo. Ci spostiamo, dormiamo nel deserto, all'addiaccio per altri tre giorni. Mi vuole vedere il comandante, mi dicono. Ci raggiunge, in una casa di sabbia e calce sequestrata ad un contadino. Mi parla, mi guarda, mi chiede, ascolta le mie risposte. Gli chiedo se possono togliermi le catene ai polsi. Lui mi dice che è impossibile, lo impongono le loro regole.
LE REGOLE
Imparo a conoscere queste regole a mie spese. Devo fare attenzione ad ogni mio atteggiamento. Rischio di offendere la loro suscettibilità religiosa. Devo usare il mio contenitore dell'acqua, non devo mai mischiare il mio cibo con gli altri. Imparo a sedere sulle caviglie incatenate. Ma sono quelle che mi stringono i polsi a farmi impazzire. Dal Pakistan arriva uno di Al Qaeda. Mi scruta con uno sguardo d'odio. Diventerà la persona più sensibile nei tre giorni in cui mi accudirà. Quando piangevo nel pieno del deserto, tremando per il freddo che mi aggrediva mani e piedi, mi spalmava balsamo di tigre e mi parlava di Islam, di Allah, del fatto che forse Dio aveva deciso di farmi trovare in loro compagnia e che in questo modo potevo capire cosa fossero in realtà i Taliban.
L'ESECUZIONE
Siamo tornati nella zona controllata dai Taliban. Ettari e ettari coltivati a oppio. Sono in fiore e fra due settimane i boccioli duri verranno incisi con gli speciali coltelli. Uscirà l'oppio e poi verrà trasformato in eroina. Cambiamo ancora casa, la tredicesima. Apparteneva a un uomo ucciso per avere ucciso a sua volta un altro uomo. Malaus gestisce la prigionia. Il giornalista dice che bisogna fare un video per premere sul governo afgano. Ci accucciano su una jeep, attendiamo per ore sotto il sole. Poi andiamo sulla sponda del fiume, arriva il comandante. Si camuffano tutti il viso. Ci legano le mani dietro la schiena, ci bendano gli occhi ci fanno inginocchiare.
Io riesco a vedere la scena. Non posso non guardare. Resto agghiacciato. L'autista, sparito per due giorni è rimasto isolato in una cella diversa. Viene portato al centro. Il comandante emette la sua sentenza di morte. In nome dell'Islam. Dice che noi siamo delle spie. Che dobbiamo morire. Vedo Ajmal che piange, non capisco, gli chiedo cosa abbiano detto, lui risponde in singhiozzi: "Ci ammazzano". Io mi alzo sulle ginocchia, vedo l'autista afferrato da quattro ragazzi, gli spingono la faccia sulla sabbia, gli tagliano la gola e poi continuano, gli tagliano tutta la testa. Lui non riesce ad emettere un solo rantolo. Puliscono il coltello sulla sua tunica, legano la testa mozzata sul corpo, lo trasportano sulla sponda del fiume, lo lasciano andare. Io resto in attesa, mi tremano le gambe, farfuglio qualcosa al comandante, gli chiedo cosa sta succedendo. Mi sento afferrare, mi vedo anche io con la gola tagliata, il sangue che schizza da tutte le arterie prosciugato dalla sabbia, il corpo affidato al corso del fiume. Veniamo presi e rimessi sulle jeep.
IL PARADISO
Iniziano le lezioni sul Corano, il comandante mi regala un registratore in cui viene recitato e tradotto in inglese. Ma mi hanno preso tutto, compreso la fede che porto al mignolo, quella di mia moglie. La scoprono dopo dieci giorni, con un sorriso la sfilano nonostante la mie timide proteste. Lotto con me stesso, evito di soffocare, mi aggredisce sempre più spesso l'angoscia. Chiedo arance e medicine, dico che non mi reggo più, devo camminare, mi fanno male le caviglie e i polsi stretti dalle catene.
Arriva l'ultimo giorno. Credevo fosse il solito. Speranze e delusioni che si alternano. No, questa volta è vero, mi liberano. La radio che ho sentito per caso in inglese dice che lo hanno annunciato anche i Taliban. Il comandante mi abbraccia, falso e sincero al tempo stesso. Gli dico che ha vinto. Lui, prima di lasciarmi andare, in perfetto inglese, mi sussurra ad un orecchio: "Se dio vuole, Inshallah, ci vediamo in Paradiso". Mi volto, ed è già sparito, tra i suoi uomini che sparano raffiche di mitra in segno di festa.
Arrestato in Afghanistan il mediatore di Emergency
Protesta Gino Strada: è grottesco
sommari de l'Unità
È stato arrestato dai servizi afgani il mediatore di Emergency, figura chiave nella liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo, rilasciato ieri dai sequestratori dopo 15 giorni di prigionia. Lo riferisce il sito Peacereporter precisando che si tratta di Rahmatullah Hanefi,35 anni, capo del personale dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, dove Mastrogiacomo è stato consegnato dai talebani. Gino Strada protesta: «È una cosa grottesca e provocatoria». L'ambasciatore Sequi: «Mi hanno detto che sarà presto rilasciato». Consegnato alla famiglia il corpo dell'autista trucidato.
Poi la Farnesina: tratta solo Gino Strada
Sismi e Ros in campo. Difesa tagliata fuori, il gelo di Parisi con D'Alema
Fiorenza Sarzanini su Corriere della Sera
ROMA Il silenzio del ministro Arturo Parisi, che nel giorno della festa non si unisce al coro dei ringraziamenti, la dice lunga sul clima che si è creato all'interno del governo durante le ultime fasi della trattativa. Perché la Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada e perché agli uomini del Sismi non è stato consentito neanche di garantire la «messa in sicurezza» dell'ostaggio dopo la consegna ai volontari di Emergency. Per liberare l'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo ha fatto tutto «il canale umanitario».
E adesso può rivendicare il merito di aver chiuso l'operazione in due settimane sia pur con un prezzo altissimo: la consegna di cinque talebani che erano detenuti a Kabul e in tutta fretta sono stati scarcerati per ordine del governo afghano. Lo scambio di prigionieri avviene ieri mattina. Tre ore dopo Daniele è nell'ospedale di Lashkar Gah. La foto che lo mostra vestito da talebano e abbracciato a Strada appare l'ultimo riconoscimento ai rapitori prima del viaggio verso casa. La fine di una mediazione che il 13 marzo ha certamente avuto il suo momento di svolta. Sono le 10 di mattina quando il ministro degli Esteri Massimo D'Alema arriva alla procura di Roma. Ai magistrati chiede che il campo sia lasciato libero. A Kabul ci sono i carabinieri del Ros e gli uomini del Sismi che lavorano con inglesi e americani. Due giorni dopo il sequestro hanno localizzato la zona dove il giornalista è segregato, ma l'ipotesi di afghani e britannici di intervenire con un blitz è stata respinta dal governo italiano che ha già chiesto a Emergency di attivare i suoi contatti.
La condizione posta da Strada è chiara: nessuna interferenza, tratto da solo. E così, quando le sue fonti promettono la consegna di un video che fornisca la prova in vita, il titolare della Farnesina gli spiana la strada. Il coordinamento resta affidato unicamente al responsabile dell'unità di crisi Elisabetta Belloni. Il giorno dopo arriva il filmato. Daniele viene mostrato da solo, può appellarsi al governo e rassicurare la famiglia. Le richieste presentate appena qualche giorno prima dal mullah Dadullah che ha rivendicato il sequestro una settimana di tempo per fissare la data del ritiro delle truppe e per rilasciare alcuni prigionieri non vengono ribadite. Ma l'ottimismo dura poco. Il giorno dopo i sequestratori tentano di alzare il prezzo. Spediscono una cassetta registrata con la voce di Daniele che chiede aiuto e dello stesso Dadullah che fissa un ultimatum di due giorni. Destinataria del messaggio è l'agenzia di stampa Pajhwok. Il pressing dell'Italia sul governo afghano per ottenere il rilascio dei detenuti passa per gli Stati Uniti che alla fine concedono il via libera al presidente Hamid Karzai. Sabato mattina, al termine di una riunione presieduta dall'ambasciatore Ettore Sequi arriva il decreto di scarcerazione per tre talebani. I primi due vengono trasferiti all'ospedale di Emergency. Si mette a punto l'accordo per lo scambio.
Quando leggerete queste righe tutte le notizie sulla liberazione di Daniele Mastrogiacomo saranno state diffuse, analizzate, precisate, corrette, confermate, compresa, finalmente, la voce dell'interessato.
Abbiamo visto la pacata ritrosia di Prodi, che ha fatto di tutto per non attribuirsi meriti e non celebrare trionfi. Nella sua ritrosia sembrava non avere dimenticato l'immenso pericolo che incombeva in lunghissimi 14 giorni e quelle parole «ci sono solo poche cose che è possibile fare... è tutto molto difficile». Le uniche due frasi che Prodi ha voluto dire durante la crisi.
Di Prodi e di D'Alema sappiamo e constatiamo il lavoro zitto e tenace. Si trattava di evitare ogni mossa falsa, ogni dichiarazione come quelle che spesso si sprecano nella vita pubblica italiana. Adesso appare chiaro che il punto cruciale di quel lavoro era evitare la trappola del finto patriottismo («con i terroristi non si tratta») e stare alla larga dalle finte ragioni di Stato.
Meglio la strada del realismo. In silenzio è stata seguita. L'Afghanistan è in parte fuori controllo, i talebani occupano e governano una parte del Paese, «lo scambio dei prigionieri» è stato preso per quello che è, uno scambio di prigionieri fra parti in conflitto, e non il cedimento di un governo, quello di Karzai, che controlla poco e dunque ha poco da cedere.
Anche la guerra è quello che è: un grande caos in cui di sicuro c'è solo il numero di coloro che muoiono, i bombardamenti di zone già liberate, gli attentati in luoghi come Kabul che dovrebbero essere in un cerchio di sicurezza, l'immenso numero di civili continuamente coinvolti.
E poi gli aiuti che o non arrivano oppure - in molti casi - vengono distrutti da nuovi attacchi della stessa parte che li aveva realizzati, come case, scuole, ambulatori, in città e villaggi conquistati dai talebani. Uccidere è uccidere, morire è morire e si capisce che agli occhi della popolazione afghana diventi sempre più difficile, proprio come aveva predetto Gino Strada, distinguere una parte dall'altra, il buono dal cattivo o almeno il meglio dal peggio.
Quando sei sotto un bombardamento con i tuoi bambini e i tuoi vecchi il peggio è sempre quello che bombarda.
Ma c'è un filo di pensieri - e anche di cose da fare - che da questa vicenda si possono estrarre perché se è umanamente impossibile pensare che più forte colpisci e più presto arrivi vicino alla pace, è anche umanamente impossibile rispondere che tanto vale lasciare perdere perché la cosa non ci riguarda.
Proverò a dirlo distinguendo alcuni punti di ciò che è accaduto e di ciò che potrà accadere.
Primo. Nel Paese in cui è concentrata una parte importante della potenza militare del mondo, è stato un medico disarmato a ricevere e abbracciare per primo l'ostaggio restituito. Impossibile non vedere nell'immagine dell'abbraccio un punto chiave della conclusione. Ma ormai sappiamo che Gino Strada c'è anche nel punto in cui tutto si è messo in moto. C'è nel faticoso ma efficace stabilirsi di veri contatti. C'è nell'evitare interruzioni, nello stabilire fiducia, nell'andare avanti a piccoli passi ma mai veramente al buio.
I due aspetti da considerare sono la forza della non forza e la immensa utilità del sapere, del conoscere luoghi e persone, ostilità, difficoltà e umanità, invece di fare affidamento sul potere mistico della potenza di fuoco come se fosse in sé agente purificatrice del male del nemico.
Quel contatto, finalmente, di abbraccio fra Strada e Mastrogiacomo fa finire gli effetti speciali della guerra come salvezza e riporta a una verità abbandonata: sono uomini e donne che, in qualche modo, a un certo punto, fanno la pace con uomini e donne. La civiltà degli esseri umani è andata avanti nei secoli perché, di tempo in tempo, fra orrendi massacri, quella svolta c'è stata.
Senza un buon governo italiano, cauto e privo di esibizioni gradasse, non ci sarebbe stato né il lavoro di Gino Strada né il contatto con il primo ministro afghano per lo scambio di prigionieri che ha portato alla liberazione del nostro giornalista.
Secondo. Annoto perciò quest'altro pensiero.
Siamo in Afghanistan nella nostra veste di europei, di membri della Nato, di rappresentanti delle Nazioni Unite, con il compito di riportare la pace in quel desolato e disperato Paese.
Ci sono molti modi per essere utili. Mi domando se il più adatto alla nostra storia di Paese travolto in guerre sbagliate e immense perdite umane che ancora non abbiamo dimenticato (la guerra d'Africa, la ritirata di Libia, il disastro in Grecia, la campagna di Russia) ma incline a missioni umane, non sia di garantire, noi, gli italiani, con molto orgoglio, tutta la struttura sanitaria e ospedaliera, per gli adulti e per i bambini, dalla riabilitazione fisica alla maternità, tutto l'impianto sanitario di cui quel Paese ha bisogno. Invece di cingolati leggeri e di elicotteri non blindati, potremmo presentarci agli afghani con una vasta e moderna struttura sanitaria. Costa come le armi e sarà un bel sacrificio. Ma cura e porta pace. Almeno la pace che stipulano a migliaia, individualmente, coloro che vengono curati e che vedono curati e salvati i loro bambini.
Direte che sto copiando Gino Strada. È vero. Ma che cosa c'è di male a copiare qualcosa che funziona, se lo spazio è libero e non lo occupa nessun altro? Sarà un bell'orgoglio alzare la bandiera italiana su gente che non muore. E avremo una grande occasione per sviluppare nel modo più moderno la sanità militare.
Terzo. Ora tutto ciò è reso ragionevole e plausibile dalla proposta di Piero Fassino che, sull'Afghanistan, ha introdotto un'idea nuova e forse ha contribuito a rendere meno impossibile la liberazione di Mastrogiacomo. Come ricorderete, l'Italia di questo governo aveva già spostato i termini di un futuro incerto, che prima era affidato solo al vincere o perdere, dunque a termini culturali e pratici del passato. Adesso c'è la proposta di una Conferenza di Pace per l'Afghanistan.
Vuol dire: ci deve pur essere una strada per finire questo conflitto.
La proposta di Piero Fassino ribalta su un piano realistico e possibile un evento che avrebbe potuto essere una educata parata di ambasciatori. Dice: invitiamo i talebani alla conferenza di pace. È evidente l'immensa difficoltà di una simile proposta. Ma non è una difficoltà più grande del continuare una guerra in tutte le direzioni bombardando ogni giorno e distruggendo anche le opere di soccorso appena costruite perché occupate da sospetti alleati dei talebani.
Impiccato in Iraq il vice di Saddam, Ramadan
sommari de l'Unità
Lo ha seguito anche nella tomba. Taha Yassin Ramadan, braccio destro del defunto rais di Baghdad Saddam Hussein, è stato impiccato stanotte. Il vice presidente era stato condannato a morte dallo stesso tribunale e per gli stessi crimini. L'esecuzione nel giorno del quarto anniversario dell'invasione americana.
Un po' di virtù tra guelfi e ghibellini
Quanto mancava al centro che faceva perno sulla dc manca anche al bipolarismo, che non funziona finché esclude posizioni mediane altrove protagoniste
Marco Follini* su La Stampa
Marcello Sorgi («Chi si rivede, il centro» su La Stampa di ieri) ha un torto e una ragione. Il problema dei centristi è quello di evitare di riprodurre un copione vecchio, non sempre e non tutto nobile. Dentro quel copione c'era una montagna di debito pubblico e anche qualche affare di troppo, lo sappiamo bene. Esprimere oggi una politica rigorosa, innovativa e per quanto è possibile anche limpida è per tutti noi che discendiamo dalla tradizione di quel centro un dovere non così ovvio e non così facile. Ma un dovere almeno per me molto sentito. Evitare di rimanere aggrappati al sentimento della nostalgia significa anche questo.
Né con il papa né con l'imperatore
Il problema di tutti gli altri è quello di considerare che questo sistema bipolare, tutto in bianco e nero, senza grigio, senza nessuna sfumatura, proprio non funziona. Per due fondamentali ragioni. La prima è che si tratta di un sistema che non rappresenta abbastanza. La seconda è che si tratta di un sistema che non decide abbastanza. Non rappresenta perché la riduzione a due del campo politico taglia fuori o riduce ai margini una grande quantità di posizioni mediane che in tanti altri sistemi sono protagoniste e che da noi invece sono messe politicamente al bando. La contrapposizione così rigida e dogmatica tra guelfi e ghibellini lascia senza dimora politica molti di noi che non si sentono seguaci né del papa né dell'imperatore. Inoltre non decide. E la lunga agenda delle riforme mancate e dei buoni propositi perennemente rinviati (pensioni, liberalizzazioni, promozione del merito, fine degli interventi a pioggia) sta lì a ricordarci quotidianamente che, in barba alla retorica proclamata dai cantori del bipolarismo, dieci anni e più vissuti all'ombra di questi due poli hanno fatto accumulare al sistema paese un ritardo perfino maggiore di quello che aveva sul finire della prima Repubblica.
Protagonisti gli interessi particolari
Il centro di allora, quello che faceva perno sulla Dc per intenderci, finì perché la gran parte del paese ritenne allora che fosse diventato carente nella virtù e nell'innovazione. Ma le due mezze mele che ne hanno preso il posto non mi pare che abbiano prodotto né l'innovazione, né la virtù di cui il paese aveva bisogno. Siamo ancora lì a cercarla, una volta di qua una volta di là, non trovandola fino in fondo né di qua né di là.
L'eclissi del centro in tutti questi anni ha reso protagonisti gli interessi particolari. Dico di più, ha ridotto la politica a essere un po' custode e un po' vittima di quegli interessi, complicando di molto la ricerca di qualcosa che somigli a un interesse generale. Non mi pare che si possa parlare di una mera coincidenza. Il fatto è che se il sistema politico è costruito per premiare il valore marginale diventa fatale che ognuno si attrezzi di conseguenza. E che chi è più attrezzato (anche economicamente, s'intende) abbia la meglio.
Che il passato non torni lo credo, e perfino lo spero anch'io. Ma che il futuro possa essere il prolungamento di questo presente rigorosamente diviso a metà, lo credo ancora di meno. Se la discussione sul centro non fosse oziosa dovrebbe cominciare di qui.
* leader dell'«Italia di mezzo»
Don Diana: ucciso dalla camorra, dimenticato dalla Chiesa
sommari de l'Unità
Tredici anni fa don Giuseppe Diana veniva ucciso da un killer della camorra per aver scritto un documento di denuncia: «Per amore del mio popolo non tacerò». Adesso le gerarchie ecclesiastiche boicottano le commemorazioni. http
Si appanna il mito del lavoro fisso: uno su tre non è interessato
Claudio Tucci su Il Sole 24 Ore
In Italia si appanna il mito del lavoro fisso: una persona su tre non è interessata a un contratto a tempo indeterminato. Contano sviluppo professionale, condizioni lavorative e incentivi monetari. Nonostante lo sviluppo professionale conti più della retribuzione e la successione dei contratti di lavoro avvenga in direzione di una maggiore stabilità, esistono differenze, sul fronte delle configurazioni preferite, tra i lavoratori e gli studenti laureandi in procinto di entrare nel mondo del lavoro. Mentre i primi, nel corso della propria carriera professionale, desiderano flessibilità di contesto e cambiamento di ruolo, ma all'interno della stessa azienda o tra aziende, gli studenti auspicano alta mobilità internazionale all'interno di una azienda di grandi dimensioni. Sono alcuni dei dati emersi dall'indagine presentata a Roma su «Il lavoro contemporaneo: nuove dimensioni delle relazioni e dei contratti di lavoro», realizzata da Croma (Centro di ricerca sull'organizzazione aziendale dell'Università Bocconi) per conto di Manpower.
Nel panorama del mondo del lavoro ci sono due gruppi di lavoratori «in tensione»: uno che vorrebbe uscire dalla relazione di dipendenza a tempo indeterminato perché vorrebbe una maggior individualizzazione del rapporto e maggior partecipazione, l'altro che vorrebbe, invece, entrarvi per ottenere diritti e garanzie di cui è privo.
Le aziende in termini di frequenza, offrono nel 31,8% dei casi lavoro a tempo indeterminato, nel 27,3% a tempo determinato, nel 18,2% contratti a progetto. Nel 9,1% dei casi si rivolgono a professionisti con partita Iva, nel 4,6% a contratti di somministrazione a tempo indeterminato, nel 3% dei casi, rispettivamente, alla somministrazione a tempo determinato, a contratti di inserimento, all'apprendistato. Risulta prevalente il ricorso a rapporti di lavoro dipendente, siano essi a tempo determinato o indeterminato (59% delle scelte). Nel caso di incarichi a durata limitata, le aziende preferiscono, invece, ricorrere al lavoro a progetto e al contratto di lavoro a tempo determinato, piuttosto che alla somministrazione di lavoro a tempo determinato. Scarso l'utilizzo dei contratti a contenuto «formativo», come l'apprendistato e l'inserimento. Il lavoro flessibile, però, soprattutto per i contratti a tempo determinato, quelli di inserimento e l'apprendistato, risulta essere un biglietto da visita per l'impiego fisso.