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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 19 marzo 2007


Marco Biagi, il nome della legge
A cinque anni dall'omicidio
Pietro Ichino sul
Corriere della Sera

La sera del 19 marzo di cinque anni fa Marco Biagi è stato ucciso in un agguato squadristico sulla porta di casa. Dopo cinque anni, la ricorrenza produce ancora polemiche e contrapposizioni. Questo vero e proprio imbarazzo della società civile democratica, perdurante a tanta distanza di tempo nonostante l'universale esecrazione dell'assassinio, conferisce a quell' evento una valenza politica peculiare e può considerarsi come un piccolo ma durevole successo della strategia dei terroristi. Se vogliamo battere quella strategia, non possiamo dunque eludere questo problema.
C'è un primo dato, marginale solo in apparenza, dal quale la riflessione può prendere le mosse: ancora oggi nello schieramento di centrosinistra prevale nettamente il rifiuto di chiamare la legge scritta da Marco Biagi con il suo nome. Non solo la sinistra radicale, ma anche i Ds — con la sola eccezione, va detto, di Walter Veltroni — continuano a chiamarla «legge 30», con questa motivazione: «Biagi era una persona troppo intelligente e per bene per poter scrivere una legge contro i lavoratori come questa». E il rifiuto perdura anche dopo che si è constatato, dati alla mano, che questa legge non ha cambiato sostanzialmente nulla della protezione del lavoro stabile e, quanto al lavoro precario, negli ultimi cinque anni la sua quota complessiva non è affatto aumentata.

Ma il tempo è galantuomo; e i fatti mostrano che la legge Biagi non è altro se non uno sviluppo della riforma Treu del 1997, che anzi la flessibilizzazione più rilevante del mercato del lavoro è stata proprio quella recata dalle leggi del 1997. Il fatto è che ammetterlo sarebbe politicamente rovinoso per l'assetto attuale della sinistra: significherebbe trovarsi nella scomodissima alternativa tra riconoscere di avere gravemente sbagliato nel demonizzare per cinque anni la riforma Biagi e il suo autore, oppure rinnegare la riforma Treu. Ora, rinnegare la riforma Treu non è possibile, poiché essa fu varata dall'intero schieramento di sinistra, sulla base di un accordo pieno con l'intero movimento sindacale, Cgil compresa.

Fin qui, sarebbe solo una questione di tattica politica; ma la questione è più profonda. Anche oggi che le accuse mosse alla legge Biagi — quelle di spalancare le porte al precariato, o di «smantellare il diritto del lavoro» — si sono sciolte come neve al sole (al punto che nel documento presentato da Cgil, Cisl e Uil al governo nei giorni scorsi per l'avvio della concertazione sulle politiche del lavoro non si fa alcun cenno neppure a una modifica di quella legge), perdura pur sempre a sinistra una paura di fondo verso la parte essenziale del contributo politico- culturale del giuslavorista bolognese: una coazione a prenderne le distanze come se si trattasse di cosa infetta.
La paura che paralizza la sinistra è la stessa che la portò a stendere intorno a lui, quando era ancora in vita, una sorta di «cordone sanitario» politico-culturale, di cui Marco ha molto sofferto negli ultimi anni della sua vita: è la riluttanza ad aprire gli occhi sulle macroscopiche disfunzioni del nostro sistema, che egli metteva in evidenza attraverso il confronto con i sistemi dei nostri partner europei più evoluti.

Quella di oggi è la stessa sinistra che da decenni non riesce a scuotersi, ed è totalmente afona, di fronte a un sistema di relazioni sindacali nel quale — caso unico al mondo! — ciascuno dei comparti del trasporto pubblico è bloccato da uno sciopero mediamente una volta al mese, anche subito dopo che il contratto è stato faticosamente rinnovato.
È la stessa sinistra che, per paura di mettere in discussione la propria politica del lavoro dell'ultimo quarantennio, dà del visionario a Marco Biagi quando denuncia quello italiano come il «mercato del lavoro peggiore del mondo»: peggiore non per il tasso di lavoro precario, che è più o meno in linea con il resto d'Europa, ma per il maggior tasso di disoccupazione permanente, di lavoro nero, di esclusione dal lavoro di donne, giovani e anziani. È la stessa sinistra che non mostra neppure un sussulto di fronte allo scandalo di un'amministrazione pubblica in cui i dirigenti di fatto non rispondono se le strutture affidate loro sono del tutto inefficienti, e in cui agli impiegati è consentito di azzerare, se vogliono, la propria prestazione senza essere licenziati; o di fronte allo scandalo dei milioni di giornate di «malattia» di nullafacenti sani come pesci, certificate da medici irresponsabili, forti dell'immancabile copertura del loro ordine professionale. E l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo.
Va anche detto che su tutti questi temi la nostra destra non è più reattiva della sinistra: anzi, brilla attualmente per la sua mancanza pressoché totale di proposte e di iniziativa politica.

E quanto poco essa sentisse Marco Biagi come un proprio uomo è dimostrato dal volgare insulto rivoltogli davanti alle telecamere, tre soli mesi dopo la sua morte, da un ministro degli Interni del governo Berlusconi. Ma, insieme a questo e a qualche altro non secondario demerito in campi diversi, sul terreno della politica del lavoro la destra ha avuto il merito di aprirsi alle idee e alle elaborazioni di Marco Biagi, nonostante che esse si ponessero esplicitamente in continuità con un discorso avviato dal precedente governo avverso.
Questo è infatti il punto: sul terreno della politica del lavoro, oggi, la contrapposizione tradizionale fra destra e sinistra ha sempre meno senso, le linee di demarcazione tra i veri interessi in gioco sono profondamente cambiate rispetto agli schemi prevalenti del secolo scorso e del precedente. Marco Biagi lo aveva capito; e questo è il «reato» per il quale cinque anni fa i terroristi lo hanno condannato a morte senza processo.


Il cronista che ci difende
Barbara Spinelli su
La Stampa

Ripercorrere gli articoli di un giornalista che da solo è andato in una zona di guerra e da solo viene tenuto in segregazione è come leggere nel suo diario, scoprire quel che prima del sequestro lo ha mosso per anni, lo ha occupato, lo ha emozionato. Aspettiamo la liberazione di Daniele Mastrogiacomo anche così, cercando di conoscerlo. Quel che scrive un reporter non è veramente diario dell'anima, perché è destinato a un pubblico vasto e non familiare: le passioni vanno frenate, le collere edulcorate, i progetti per i giorni futuri occultati, le opinioni dissimulate o riposte in una specie di cassetto. Ma qualcosa dicono sempre, anche gli articoli di giornale, sulla persona e su quel che vede e sente. Per questo l'inviato è così prezioso, quando se ne va solitario come Mastrogiacomo nelle terre dove c'è combattimento: il suo occhio aperto sulle guerre in corso permette a tutti noi di vedere con lui, anche se non di soffrire le sue fatiche e le sue prove. Ogni giornalista ferito, sequestrato o ucciso restringe d'un colpo il nostro personale diritto a sapere e a dire quel che pensiamo sugli accadimenti nel mondo. 

Ripercorriamo dunque gli articoli di Mastrogiacomo, i tanti che ha scritto sui disastri bellici in Afghanistan e in Iraq, in Somalia in Libano o a Gaza.

Sono i diari di un unilaterale, come vien chiamato il giornalista quando non è embedded, inserito nel corpo di spedizione della potenza occupante. Anche chi accompagna i militari ha bisogno di lui: nel rapporto redatto all'inizio di marzo dall'Istituto internazionale per la sicurezza dei giornalisti (Insi) è scritto che senza gli unilaterali, il reporter embedded non avrebbe legittimità e sarebbe scambiato per un agente della propaganda.

L'unilaterale è senza tetto né appoggio, e sempre s'avventura nel terreno nemico perché anche quel punto di vista vuol conoscerlo, farlo conoscere. Nei conflitti irregolari di oggi, senza Stati belligeranti distinguibili, l'unilaterale è più che mai esposto al sequestro e alla morte, anche quando la sua vocazione e il suo voler-essere sono per principio neutrali: le leggi internazionali sono una protezione illusoria, proprio perché il sequestratore non si identifica con uno Stato e dunque non riconosce né le convenzioni di Ginevra del 1949 sui prigionieri bellici né i protocolli addizionali del 1977 che raccomandano di trattare i giornalisti come civili. I diari pubblici dell'unilaterale Mastrogiacomo narrano quel che può avvenire, in questo clima di anomia e impunità, quando qualcuno d'un tratto ti s'accampa davanti minaccioso, quando non è subito individuabile perché non indossa uniformi, quando non è neppure l'interlocutore che aveva promesso d'essere: il giornalista di Repubblica ne ha visti tanti, e i suoi articoli sono costellati di locuzioni che esprimono quest'emergere subitaneo di persone o pericoli votati a cambiare d'un colpo non solo un'esperienza di lavoro ma una vita.
Un «fantasma uscito dal nulla» è Abdul Rahman, l'afghano convertito al cristianesimo sottratto alla condanna a morte della sharia musulmana e trasferito in Italia, poco più di un anno fa: «Un solo uomo, spuntato dal nulla», che accende in tanti afghani «la rabbia, la frustrazione, l'orgoglio ferito» di chi si sente esautorato della propria sovranità. Un solo uomo «capace di scatenare quella crisi che centinaia di Talebani, con decine di attentati, di morti e di battaglie, cercano da mesi».

Negli articoli-diari si può leggere come Mastrogiacomo incontrò, un giorno, chi poco meno d'un anno dopo l'avrebbe sequestrato: non i carcerieri che obbediscono al mullah Dadullah, ma comunque i fedeli di Dadullah. Parlò con loro, ne conobbe gli intenti, gli annunciarono l'offensiva «infernale» già allora in programma. Accadde il 10 maggio 2006, quando intervistò il portavoce dei Talebani Mohammed Hanif, pochi giorni dopo l'attentato ai soldati italiani che era costato la vita di due giovanissimi alpini, il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo ordinario Luca Polsinelli, mentre pattugliavano un quartiere a Sud-Est di Kabul: è probabile che gli uomini di Dadullah non parlino un linguaggio diverso, oggi. Mohammed Hanif gli disse che i Talebani non usavano far differenza tra italiani, francesi, tedeschi, olandesi, inglesi: «Rappresentano tutti le forze straniere che hanno occupato il nostro paese e sono tutti al servizio degli Stati Uniti», disse. Gli fece anche sapere che il militante talebano non crede al modello democratico: «L'importante, per voi occidentali, è che vada al potere solo chi volete». Mastrogiacomo aveva replicato che anche il modello dei Talebani era poco credibile: ieri condannavano le piantagioni di oppio, oggi sostenevano coltivatori e trafficanti. Hanif aveva risposto: «Qualsiasi mezzo per combattere le società occidentali a noi va bene. Noi siamo e restiamo contrari alle coltivazioni. Siete voi che chiedete l'oppio e l'eroina. Siete voi che cercate la morte».

Il lettore ricorderà i giorni in cui Giuliana Sgrena era nelle mani dei rapitori in Iraq, nel febbraio-marzo 2005. O quando furono sequestrati Enzo Baldoni, nell'agosto 2004 in Iraq, o Daniel Pearl del Wall Street Journal, nel gennaio 2002 in Afghanistan. Sono tanti i giornalisti catturati nelle ultime guerre atipiche, e non tutti son tornati a casa. Baldoni e Pearl non tornarono. Il più delle volte erano reporter unilaterali: il 92 per cento dei corrispondenti sequestrati o uccisi nelle ultime guerre sono irregolari, dice ancora il rapporto - s'intitola Killing The Messenger - pubblicato dall'Istituto internazionale per la sicurezza dei giornalisti. Unilaterali e dunque soli, prede d'ogni sorta di fantasma che balza dal nulla. Tutti esposti a quelle terribili parole, che ricorrono nelle odierne guerre senza regole: siete voi che cercate la morte. Siete il messaggero, siete l'angelos che va e annuncia, e questo significa mettere in gioco la vita. Per il giornalista non è così: egli va, annuncia, ma anche quando mette in gioco la vita sa di non meritare la morte proprio in quanto annunziante, in quanto cronista-testimone. Da tempi immemoriali è sacro proprio per questa sua attività. Senza di lui e senza questa sua sacralità saremmo tutti in un mondo non più profondo ma piatto, non più parlante ma muto.


L´America incerta a quattro anni dall´Iraq
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - Comincia oggi, anniversario del primo bombardamento "shock and awe", scuoti e spaventa, su Bagdad nella notte del 19 marzo 2003, il quinto anno di guerra in Iraq, ormai il secondo più lungo conflitto internazionale nella storia bicentenaria degli Stati Uniti. Eppure, dice il ministro della Difesa Robert Gates mentre il Presidente per ora tace e sorvola sull´anniversario, dopo quattro anni, 3.218 soldati americani uccisi, 23.417 militari feriti, decine, o forse centinaia, di migliaia di iracheni morti, un milione e mezzo di profughi interni e sfollati, un´elezione popolare salutata come la svolta decisiva e quasi 500 miliardi di dollari spesi, è ancora «troppo presto» per giudicare.
Anche con l´escalation in corso, che porterà a 160 mila il numero delle truppe americane al fronte per la prossima estate, «stiamo cercando di dare il tempo al governo e alle istituzioni locali per prendere il controllo del Paese», dice sempre il successore del non rimpianto architetto ed esecutore della disastrosa strategia irachena, Donald Rumsfeld. Neppure negli anni del Vietnam dopo l´offensiva comunista del 1968 che sgretolò il morale del fronte interno, una guerra su fronti lontani, combattuta per cause sempre più fangosamente oscure se non dimostrabilmente false, aveva creato, nell´opinione pubblica americana uno stato di confusione, di incertezza e di contraddizione paragonabile a quella che l´Iraq sta producendo.
Il Parlamento, eletto lo scorso novembre, brancola in una serie di pasticciate proposte di ritiro delle truppe, sconfitte per un voto al Senato dove i democratici hanno una maggioranza paragonabile a quella del centro sinistra in Italia e di mozioni simboliche senza valore di legge, riuscendo a irritare e confondere il pubblico, facendosi accusare di arrendismo, senza in realtà esserlo. I sondaggi illuminano perfettamente questo stato confusionale, indicando nel 67% la proporzione di americani convinti che la guerra stia andando male, osteggiando al 59% la escalation di Bush, ma poi dividendosi esattamente a metà, 46 contro 46, alla domanda se l´America «possa ancora vincere». Come, con quali mezzi, in quanto tempo, a qual prezzo, naturalmente non viene indicato. Bisogna cercare celebrità e personaggi fuori dalla politica, o dalla vita quotidiana dei cittadini, come Donald Trump, per trovare risposte trancianti: «Bush è il peggior presidente della storia americana» ha sentenziato il miliardario di New York.
All´alba del suo quinto anno, questa avventura irachena, partita con la solenne promessa che sarebbe durata «qualche settimana, mese al massimo» secondo un altro dei suoi profeti ciechi, Paul Wolfowitz, anch´egli passato nel frattempo ad altro incarico, è una guerra senza più difensori, ma anche senza convinti oppositori. Le manifestazioni pacifiste sono rare e sparute, nulla che ricordi le alluvioni di folle che chiedevano a Lyndon Johnson «quanti ragazzi hai ucciso oggi». La constatazione che il governo aveva mentito sulle ragioni della guerra (54% degli interrogati lo pensano) è accettata con rassegnazione, con fatalismo, nell´attesa, ancora lunga ma inevitabile, che comunque questo gruppo dirigente, già in parte disintegrato e prossimo a perdere forse anche uno dei suoi pilastri, il ministro della Giustizia e favorito personale di Bush, Alberto Gonzales, sia storia passata.
Con una media di gradimento inchiodata attorno al 34%, Bush è la notizia di ieri. Ma le conseguenze delle sue scelte sono la cronaca di domani.

Straziante, nelle sue acrobazie per negare senza rinnegare, anche il Washington Post, uno di quei media liberal ma favorevoli inizialmente alla guerra che oggi ricorda l´anniversario dell´attacco avvertendo che «andarsene via ora peggiorerebbe soltanto la situazione», ma chiede «una diminuzione progressiva dell´impegno militare», perché «avevamo sottovalutato la brutalità delle forze che tutte le guerra scatenano».

In realtà la politica, i media senza pregiudizi faziosi, l´opinione pubblica vivono uno stato di "coscienza sospesa", di dormiveglia fra due incubi, quello di perdere una guerra che nessuno aveva chiesto all´America di combattere ma che non si vuole perdere, e quello di continuare su un piano inclinato scivoloso che porterà a nuovi morti, a nuove vergogne e a ulteriori collassi dell´immagine e del prestigio americani nel mondo.
Tutti, anche quelli che non lo ammettono, sperano ora nel miracolo del generale David Petraeus, nuovo comandante sul campo, che dovrebbe creare l´impressione della stabilità almeno a Bagdad per coprire la ritirata di un esercito costruito per operazioni lampo che non regge più l´impegno di una guerriglia senza fine. Salvare una presidenza dal disastro e una nazione dai propri tormenti spetta così, ironicamente, proprio a quel generale, a Petraeus, che quattro anni esatti or sono, quando ricevette l´ordine di entrare in Iraq dal Kuwait al comando della 101esima divisione, rispose a chi gli diceva, generale, ci siamo la guerra è cominciata: «Questo lo so, ma spiegatemi come faremo a finirla».


Il giudice la legge e i diritti di Welby
Gustavo Zagrebelsky su
la Repubblica

La vicenda di Piergiorgio Welby è conclusa sul piano umano. Non lo è su quello giuridico. La pronuncia del Tribunale di Roma è ancora sub iudice e, soprattutto, potrebbe diventare il modello di altre future pronunce in casi analoghi. Essa contiene un principio di diritto, al tempo stesso, molto importante e – per essere chiaro – del tutto inaccettabile, che avvilisce la nostra giustizia.
La struttura concettuale della decisione è tripartita.
(1) Innanzitutto, dopo aver richiamato norme della più diversa natura: internazionale, costituzionale, legislativa e deontologica, si afferma che il principio di autodeterminazione è da considerare ormai positivamente [cioè dal diritto vigente] acquisito e che esso comprende la facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale. Ugualmente vigente – si aggiunge – è il divieto dell´accanimento terapeutico.
(2) Tuttavia il diritto di autodeterminazione e il divieto di accanimento, pur "positivamente acquisiti", sono disciplinati in modo insufficiente e contraddittorio. Insufficiente, perché la legge non prevede alcuna disciplina specifica del rapporto medico-paziente nelle fasi terminali della vita, non distinguendo tra comportamenti commissivi (interrompere un trattamento attuale) e omissivi (non praticare un trattamento possibile), non definendo il contenuto di concetti rilevanti, come la dignità umana e le condizioni che degradano l´essere umano da soggetto a oggetto, la futilità, l´inutilità o la sproporzione dei trattamenti, l´insostenibilità della sofferenza, ecc.
Contraddittorio, perché l´ordinamento giuridico, che pur prevede il diritto di autodeterminazione e il divieto d´accanimento terapeutico, è ispirato, nel suo complesso, al principio di indisponibilità della vita, come risulta da norme del codice civile, del codice penale e della deontologia medica.
(3) Data la carenza e la contraddizione delle norme, il diritto di richiedere l´interruzione del trattamento, che pur è riconosciuto dall´ordinamento, è un diritto non concretamente tutelato. Esso lo sarà solo quando il legislatore sarà intervenuto a porre una disciplina positiva, sufficientemente precisa e coerente; in mancanza, il giudice deve astenersi dal giudicare.
Il ricorso di Piergiorgio Welby, così, non è stato né accolto né respinto: è stato dichiarato "inammissibile".
L´impressione che si ricava è di una stridente, irridente contraddizione. Come? Prima, mi dici che ho un diritto, in astratto, ma che, in concreto, non l´ho più! Se non l´ho in concreto, che cosa significa riconoscermelo in astratto? Mi stai forse prendendo in giro? È il momento di simili giochi di prestigio? Questo modo di argomentare – con tutto il rispetto dovuto a una decisione non certo facile – non accresce il rispetto dei cittadini nei confronti della giustizia. Rappresenta ciò che i giuristi chiamano "denegata giustizia": il diritto c´è, ma io, giudice al quale ti sei rivolto, mi rifiuto di darti il provvedimento che lo protegge.

Ciò, in concreto, significa subordinare la Costituzione alla legge, proprio come si cercava di fare con la vecchia e superata dottrina delle norme costituzionali solo "programmatiche"; una dottrina con la quale, nei primi anni dopo l´entrata in vigore della Costituzione, si era tentato di "congelare" gran parte delle sue disposizioni principali, subordinandole al beneplacito del legislatore. Oggi, vale il principio opposto, sancito dall´art. 24 della Costituzione e ribadito numerose volte dalla Corte costituzionale: se un diritto c´è (e tanto più se è previsto dalla Costituzione) non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere.
Si può capire la difficoltà dei nostri giudici, abituati a giudicare applicando regole precise (quelle che il Tribunale di Roma chiede al legislatore) e non avvezzi a giudicare secondo principi di portata generale (come quello di autodeterminazione).

Giudicare secondo principi non è la stessa cosa che giudicare secondo regole. Secondo regole, il giudice può trincerarsi dietro una funzione meccanica, di semplice "bocca della legge", la celebre formula di Montesquieu; giudicare secondo principi è cosa molto diversa. Significa stabilire un contatto immediato e concreto con i casi da giudicare. Il criterio di decisione scaturisce così nel rapporto principio-caso e non è mediato dalla regola legislativa. Il compito del giudice si arricchisce di responsabilità e diventa terribilmente difficile. Ma non è una buona ragione per non giudicare.
Possiamo auspicare che il legislatore ponga regole per precisare i principi, e così alleggerire il compito dei giudici. Ma si deve riconoscere che, in settori come il nostro, i principi sono insostituibili.

Per chiarire che cosa significa giudicare per principi e non sottrarsi alle responsabilità, ecco come ha deciso la Corte d´Appello del Regno Unito in un caso che coinvolgeva analoghi problemi. È una pronuncia del 9 dicembre 1992, riguardante un certo Anthony Bland che, per lo schiacciamento dei polmoni, aveva subito una sofferenza cerebrale con danni irreversibili e da tre anni e mezzo era totalmente privo di reazioni nervose (Martin Roth, Euthanasia and related ethical issues in dementias of later life with special reference to Alzheimer´s disease, in «British Medical Bulletin», vol. 52, n. 2, aprile 1996, p. 268 ss.). La Corte d´Appello stabilì che l´équipe medica avrebbe agito conformemente al diritto sospendendo i trattamenti artificiali che tenevano in vita il paziente, in presenza di un giudizio medico unanime circa l´irreversibilità delle sue condizioni: «Le scelte giuridiche devono rassicurare la gente sul pieno rispetto della vita che grava sulle Corti come obbligo, ma non fino al punto in cui diventi privo di reale contenuto e quando ciò coinvolge il sacrificio di altri importanti valori come la dignità umana e la libertà di scelta. Tali assicurazioni possono essere fornite da una decisione, adeguatamente motivata, che permetta a Anthony Bland di morire. Ciò non significa ch´egli può morire perché la Corte pensa che la sua vita "non è degna di essere vissuta". Non è questa la questione. La dura realtà è che egli non sta affatto vivendo una vita.

Ciò rappresenta una differenza qualitativa rispetto al caso di persona gravemente handicappata ma vigile. È assurdo evocare lo spettro dell´eugenetica come motivo contrario alla decisione in questo caso». La Corte affronta poi la questione delle modalità della morte e la distinzione tra far e lasciar morire, distinzione cruciale anche nel caso Welby: non sarebbe più umano praticare un´iniezione letale, piuttosto che attendere la morte per un´infezione o per mancanza di nutrimento? «Secondo le nostre istintive intuizioni, molti di noi sono sgomenti di fronte all´eventualità che gli sia fatta un´iniezione letale. Questo è connesso con la convinzione che la santità della vita ne implica l´inviolabilità da parte di estranei. Salve eccezioni come la legittima difesa, la vita umana è inviolabile perfino se la persona in questione consente alla sua violazione. Ciò spiega perché, sebbene il suicidio non sia un crimine, lo è l´assistenza a chi vuol suicidarsi. […] Il principio di inviolabilità spiega perché, sebbene noi accettiamo che in certi casi sia giusto permettere a un uomo di morire, crediamo senza riserve che nessuno può introdurre nella vita altrui un´azione esterna con l´intenzione di causare la morte. Questa distinzione non si fonda sul fatto che si tratti di un´azione o di un´omissione. La distinzione è tra un´azione o un´omissione che permette a una causa di produrre i suoi effetti e l´introduzione di un agente esterno che causa la morte. Uccidere o lasciar morire è la distinzione accettabile».
Questa citazione non è perché questi argomenti siano indiscutibili, ma è solo per mostrare come si argomenta per principi, ciò che, nel caso Welby, non è stato fatto.

La motivazione della decisione sul caso Welby, infine, mette in luce un´altra difficoltà in cui essa si è impigliata: la contraddizione tra il diritto di autodeterminazione e il generale orientamento della legge all´indisponibilità della vita. Il giudice l´ha risolta astenendosi dal giudicare e invitando il legislatore a intervenire per contemperare i due principi. Ma, se la constatazione è fondata e il giudice non sa risolverla da sé; se cioè un diritto costituzionale si trova in irrimediabile contraddizione con altre parti dell´ordinamento giuridico, la via non è astenersi dal giudicare, ma proporre la questione alla Corte costituzionale, il "giudice naturale" cui spetta assicurare la coerenza del diritto, sotto la supremazia della Costituzione.
Da qualunque parte questa vicenda si guardi – compiti dei giudici e valore della Costituzione – si ha da essere delusi, e la delusione aumenta quando si consideri la diversa situazione che esiste in altri Paesi, dove il ricorso ai giudici per la tutela dei diritti ha un grado di efficacia ben maggiore di quello che il nostro ordinamento giudiziario ha saputo finora offrire nel caso di Piergiorgio Welby.


Mafia, la Procura di Palermo: riaprire le indagini su Cuffaro
sommari de
l'Unità

Riaprire le indagini sul presidente della Regione Sicilia per «concorso esterno in associazione mafiosa»: lo chiede ufficialmente il procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Messineo. L'accusa nei confronti di Salvatore Cuffaro era stata archiviata nel 2003. Adesso nuovi elementi dal processo per le “talpe” alla Dda in cui Cuffaro è imputato.


Iva auto, il miraggio dei rimborsi
Marco Mobili e Salvatore Padula su
Il Sole 24 Ore

C'è chi la chiama il "grande bluff". E chi parla di miraggio. Chi la considera una beffa. E chi non esita a definirla un imbroglio. Intorno all'operazione rimborsi Iva sulle auto - ma il discorso vale anche per il nuovo regime fiscale sui veicoli aziendali, introdotto con il Dl 262 - sta via via crescendo il malcontento di imprese, lavoratori autonomi e dei loro consulenti.
Di certo, per i contribuenti sarà tutt'altro che una partita a "saldo zero". I 17,2 miliardi inizialmente quantificati dal Governo per rimborsare quattro annualità di Iva, dopo la condanna della Corte Ue, sono un lontano ricordo: nemmeno un quarto di questa cifra finirà effettivamente nelle tasche dei contribuenti. I quali, a meno di un mese dal 16 aprile, termine per la presentazione dell'istanza di rimborso dell'imposta non detratta sugli acquisti e i costi di gestione delle veicoli utilizzati per attività di impresa o professionale, si trovano sempre più in un vicolo cieco.
La procedura messa a punto dal Governo per restituire l'Iva si sta rivelando un'impresa impossibile. Tanto impossibile che sono molte le segnalazioni giunte al Sole-24 Ore di contribuenti e consulenti esasperati, pronti addirittura a "gettare la spugna". A rinunciare al rimborso, accusando il ministero dell'Economia di aver volutamente escogitato un sistema così diabolico da indurre i potenziali interessati a desistere.

Il passato
L'esborso dello Stato per rimediare alla sentenza della Corte è stato inizialmente quantificato in 17,2 miliardi di euro. Successivamente, questo importo è stato rideterminato in quasi 16 miliardi (al netto del recupero di gettito delle imposte dirette). Come accennato, però, ai contribuenti andrà molto meno.
I motivi? Innanzi tutto, questi valori sono calcolati sulla base di una detraibilità dell'Iva al 100 per cento. Ipotesi, questa, assolutamente irrealistica, alla luce dello stesso tenore della sentenza europea. La quale vincola la detraibilità dell'imposta all'"inerenza", vale a dire all'effettivo utilizzo dei veicoli ai fini dell'attività di impresa o di lavoro autonomo.
Per il rimborso, si possono seguire due strade: una "analitica", che pone a carico del contribuente l'onere di dimostrare l'effettivo utilizzo dell'automezzo (cosa praticamente impossibile, soprattutto per gli anni più lontani); e una forfettaria, più rapida, ma anche questa non meno complessa. L'agenzia delle Entrate, con il consueto "comunicato legge", ha predisposto regole e modulistica per chiedere la restituzione dell'imposta, fissando al 40% la parte di Iva detraibile. Ecco che, allora, i 17,2 miliardi iniziali non sono in realtà più di 6,9, per i quattro anni interessati al recupero dell'imposta.
Inoltre, i conti del Governo dimenticano che una quota di Iva, almeno sugli acquisti dei veicoli, era già detraibile (10% nel 2003 e 2004; 15% nel 2005 e 2006): il che - stima prudenziale - dovrebbe ridurre i 6,9 miliardi a poco più di 6,2.

Naturalmente, tutto questo, nell'ipotesi - alquanto improbabile - che tutti i contribuenti interessati presentino entro il 16 aprile (salvo proroghe) istanza di rimborso e riescano a orientarsi in un percorso a ostacoli tale da far desistere anche il più pignolo dei contabili.

Il presente
La vicenda del nuovo regime fiscale delle auto è, se possibile, ancor più preoccupante. Sul versante Iva, la detrazione - in questo senso il Governo si sta muovendo con la Commissione Ue - si dovrebbe fermare al solito 40 per cento. Per contro, come accennato, le imprese non hanno più alcuno sconto sulle imposte dirette e sull'Irap e anche i lavoratori autonomi hanno perso parte dei precedenti benefici.
Nel bilancio dello Stato, il maggior recupero di Iva da parte dei contribuenti è cifrato in 5,28 miliardi. Anche in questo caso, però, il dato è "bugiardo", perché si riferisce a un recupero integrale dell'imposta e non al 40 per cento. Va da sé, che per il 2007, si può realisticamente quantificare in 3 miliardi la minore Iva che sarà pagata dai contribuenti. I quali, però, avranno un aggravio sul fronte delle imposte dirette e dell'Irap che la relazione tecnica al Dl 262 quantifica in oltre 5,3 miliardi. Come dire che nel 2007, tra Iva e dirette, i contribuenti dovranno sopportare un maggior prelievo sulle auto aziendali pari a qualcosa come oltre 2 miliardi.



Elogi a «Bella Ciao», e la destra «scopre» l'inno della Resistenza
Il cantante Antonacci l'ha evocata nella parte finale del suo album. Il quotidiano di An: non è male. Sansonetti: quei valori vanno condivisi
Mariolina Iossa sul
Corriere della Sera

ROMA — Ma in fondo, sono solo canzonette? Si può cantare Bella ciao pensando soltanto a una bella canzone che parla di libertà, come dice Biagio Antonacci che la cita in un brano del suo ultimo album perché gli fa venire i «brividi»? Si può «cantare come Biagio Antonacci» un inno della Resistenza, un simbolo della guerra partigiana? Facendo il verso al Simone Cristicchi del tormentone precedente all'ultimo Sanremo, il Secolo d'Italia pensa di sì.
Sulla prima pagina di ieri, sotto al titolo «Sì, vorrei cantare come Biagio Antonacci», con tanto di puntini sospensivi, argomenta che in fondo, «viene quasi da pensare all'ipotesi di ripensare a quella canzone ma estrapolandola dal suo specifico contesto storico, pensando solo a una bella ragazza e alla libertà... Molto vicina, in realtà alle sensazioni evocate da quel "Ciao biondina/ci rivedremo/un bel giorno" di tutt'altra storia». E auspica una «capacità di emozionarsi senza più rimandi agli stati d'animo che per tanti anni hanno spaccato il Paese».
Firmato Conan. Che il direttore responsabile Luciano Lanna spiega essere in realtà «più persone, però non chiedetemi di fare i nomi, neppure del collaboratore che ieri ha scritto il pezzo, non posso farlo». Ci si può emozionare con Bella ciao, scrive il giornale di An, che tenta così di sdoganare pezzi di un repertorio storico-politico altrui in nome di un immaginario collettivo che unifica i sentimenti.

Neppure per sogno, polemizza da dentro An Francesco Storace: «Figuriamoci. Io non ci penso nemmeno né ad ascoltarla né a cantarla. È una grande sciocchezza, per far parlare di sé un giornale che non ha nulla da dire».
Non meno tenero è Maurizio Gasparri: «Musicalmente non si discute, i gusti sono gusti, a me piace l'inno russo, quello dell'Urss, e l'Internazionale. Ma politicamente mi pare esagerato». E giù con le critiche: «Il Secolo ogni tanto fa delle cose per farsi citare. Ma sarebbe meglio se cercasse citazioni per cose di destra. È come una ragazza che per farsi fotografare va con il seno scoperto. Ecco, il Secolo ogni tanto si toglie il reggiseno per farsi pubblicità».

Qualcuno metabolizza, altri no. Se non lo fanno a destra Gasparri e Storace, non lo fa a sinistra Gennaro Migliore (Rifondazione). «Ma andiamo — dice —, Bella ciao è la canzone-simbolo della lotta partigiana. Mi pare un inutile tentativo di revisionismo. Vorrei vedere Storace che canta Bella ciao ». Non corre alcun rischio, non lo vedrà mai.


"Io, una Thatcher alle Falklands"
 Venticinque anni dopo, la guerra narrata in tv dalla figlia della Lady di ferro
Enrico Franceschini su
la Repubblica

LONDRA - Venticinque anni dopo, la Thatcher torna alle Falklands. Non Margaret Thatcher, il primo ministro che un quarto di secolo fa inviò una flotta all´altro capo del mondo per riconquistare un piccolo arcipelago di isole sperdute nell´Atlantico, retaggio coloniale dell´Impero britannico, che l´Argentina dei generali aveva pensato incautamente di invadere. No, a fare ritorno alle Falklands è Carol Thatcher, figlia 53enne della «lady di ferro», di professione giornalista, andata a girare un documentario per la rete televisiva privata Channel Four sul conflitto di cui ricorre stamane l´anniversario.

Ma il suo documentario, «Mummy´s war» (La guerra di mammina), è servito a risvegliare vecchie polemiche sull´avventura militare che diede alla Thatcher senior l´identità di leader determinato e inarrestabile.
Prima di visitare le isole, Carol è stata a Buenos Aires, dove l´anniversario della guerra delle Malvinas, come l´arcipelago viene chiamato in Argentina, ha suscitato un ampio dibattito sulle responsabilità della giunta militare che allora governava il paese con pugno di ferro, ma pure della Gran Bretagna. L´accusa principale ancora oggi rivolta a Londra è l´affondamento dell´incrociatore Belgrano, avvenuto al di fuori della zona di duecento miglia attorno alle Falklands in cui doveva restare circoscritta la guerra e dunque in acque dove la Marina militare britannica non avrebbe potuto operare. Morirono 368 marinai, circa metà di tutte le vittime argentine del conflitto, che furono 649 (le forze britanniche ebbero 250 morti). Cartelli con lo slogan «Thatcher go home» hanno accolto Carol all´arrivo.

Alle Falklands, in compenso, è stata accolta in trionfo dalla minuscola popolazione locale, ancora grata per l´operazione militare che liberò - piuttosto rapidamente e senza troppe difficoltà - le isole dall´invasore argentino. Sull´affondamento del Belgrano, il segretario alla Difesa britannico durante la guerra, John Nott, taglia corto: «Era fuori dalle acque delle Falklands, ma costituiva lo stesso una minaccia per noi». Sui motivi della guerra, viceversa, oggi a Londra nessuno pensa a celebrazioni. «Quelle isole erano un rimasuglio dell´Impero», scrive sull´Observer Max Hasting, che fu inviato alle Falklands, poi ha scritto due libri sulla guerra e diretto a lungo il Daily Telegraph. «Oggi spendiamo cento milioni di euro l´anno per difenderle e non ci sono di alcuna utilità. L´unica lezione di quella guerra è che, a posteriori, il successo giustifica tutto. Così come il fallimento, vedi Blair in Iraq, non giustifica niente».


  19 marzo 2007